mercoledì 24 giugno 2026

Bob Dylan, Giorgia Meloni e la crisi del liberalismo

 


Ieri concludevamo osservando che il fenomeno da spiegare non è soltanto Giorgia Meloni. È soprattutto l’Italia. O, più in generale, l’Occidente. Non è lei ad aver cambiato gli italiani. Sono gli italiani – e con loro una parte crescente dell’Occidente – a essere cambiati. Lei, semplicemente, lo ha capito prima di altri (*). E ora, addirittura, lo rivendica.

L’intervento della presidente del Consiglio alla Festa della “Verità” sembra confermare questa impressione. A un certo punto Meloni  ci ha fatto pensare  a  Bob Dylan: "The Times They Are A-Changin'". I tempi stanno cambiando. Il nostro  potrebbe  sembrare  un vezzo culturale. In realtà contiene una precisa idea della politica. Il mondo, secondo Meloni, è entrato in una fase nuova e chi continua a leggerlo con le categorie di ieri è destinato a non comprenderlo (**). E' una tesi che più volte ribadisce nell'intervista.



La domanda, tuttavia, è un’altra: verso dove stanno cambiando i tempi?

Perché il cambiamento, di per sé, non è un valore. C’è un cambiamento che si chiama reazione. Non pochi liberali commettono l’errore di identificare il cambiamento con il progresso. Si è quasi dato per scontato che la storia procedesse nella direzione di una crescente affermazione della libertà individuale, del mercato, del costituzionalismo, della democrazia rappresentativa. Era, in fondo, la convinzione diffusasi dopo il 1989, quando la caduta del comunismo sembrò sancire la vittoria definitiva della modernità liberale.

Ma la storia non è una scala che sale sempre verso l’alto. Conosce avanzate e ritirate. Il liberalismo non è il punto d’arrivo inevitabile della civiltà occidentale. È una conquista storica. E, come tutte le conquiste storiche, può essere consolidata oppure lentamente erosa.

 


L’Europa lo ha già sperimentato almeno due volte. Dopo il Congresso di Vienna, tra il 1815 e il 1830, la Restaurazione cercò di contenere l’eredità della Rivoluzione francese, riaffermando il principio d’autorità contro le aspirazioni liberali e costituzionali. Ancora più drammatica fu la stagione compresa tra il 1918 e il 1945, quando la crisi dello Stato liberale aprì la strada ai fascismi, al nazionalsocialismo e ad altre forme di autoritarismo. In entrambi i casi una parte consistente dell’opinione pubblica finì per considerare la libertà un lusso e l’ordine una necessità.



Naturalmente non stiamo dicendo che l’Occidente stia tornando agli anni Trenta, anche se alcuni segnali sono preoccupanti. Sarebbe tuttavia superficiale non cogliere che da almeno quindici anni stiamo attraversando una nuova crisi della modernità liberale.

Le sue radici sono profonde. L’11 settembre ha riportato la sicurezza al centro della politica. La crisi finanziaria del 2008 ha incrinato la fiducia nelle élite economiche e nella globalizzazione. La crisi migratoria del 2015, con l’arrivo in Europa di oltre un milione di richiedenti asilo e la diffusa percezione che gli Stati stessero perdendo il controllo delle proprie frontiere, ha rilanciato le questioni dell’identità nazionale, della sovranità e della sicurezza. Brexit e il primo mandato di Donald Trump non hanno creato questa corrente; ne hanno accelerato la legittimazione politica, rendendo evidente un mutamento culturale che era già in atto.


 


Da allora il lessico pubblico è cambiato. Si parla meno di diritti universali e più di interessi nazionali; meno di integrazione e più di confini; meno di apertura e più di protezione; meno di rappresentanza e più di governabilità. È una trasformazione culturale prima ancora che politica.

È dentro questa cornice che va collocata Giorgia Meloni. L’errore di molti suoi avversari consiste nel pensare che sia stata lei a cambiare gli italiani. È probabilmente vero il contrario. Meloni ha intercettato una domanda che già cresceva nella società. Non l’ha inventata. Le ha dato un linguaggio, una direzione politica e una rappresentanza.
 

Da questo punto di vista la nostra citazione di Bob Dylan assume  un valore ironico.

Negli anni Sessanta quella canzone accompagnava una stagione di emancipazione, di contestazione e di ampliamento delle libertà. Oggi Giorgia Meloni  intercetta un cambiamento ma  di segno opposto: il ritorno della nazione, dell’autorità, della sicurezza, del realismo politico. Le stesse parole. Un’altra epoca.

 


Anche la battuta secondo cui “la politica estera non è Temptation Island” va letta in questa prospettiva. Non è soltanto un’uscita spiritosa. È il rifiuto, una volta al governo,  della politica ridotta a spettacolo emotivo e l’affermazione di una concezione fondata sugli interessi, sui rapporti di forza, sulla continuità dello Stato. Una concezione che molti giudicheranno discutibile, ma che appare coerente con il clima culturale del nostro tempo. 

Si rifletta:  Giorgia Meloni più che con Trump vuole ricucire con il trumpismo;  diciamo la cultura politica che ora governa il mondo da Washington. E nella quale si riconosce. 

Ed è forse proprio questa coerenza a costituire uno dei principali punti di forza di Meloni. Mentre molti avversari continuano a combattere le battaglie della stagione precedente, lei parla il linguaggio della nuova fase storica. Può piacere oppure no. Ma è difficile negare che abbia compreso il mutamento prima di altri.

Resta però una distinzione essenziale, che un liberale non dovrebbe mai dimenticare. Comprendere un cambiamento non significa approvarlo.

Che una domanda sociale esista non significa che sia giusta. Il popolo non ha sempre ragione, così come non hanno sempre ragione le élite. La democrazia non garantisce automaticamente il progresso della libertà. Può produrre avanzamenti civili, ma anche regressioni. La storia europea lo insegna con sufficiente chiarezza.



Il compito dell’analista metapolitico è capire perché milioni di persone stiano cambiando orientamento.

Il compito del liberale è più ingrato: continuare a difendere una società aperta anche quando una parte crescente dell’opinione pubblica sembra preferire protezione, appartenenza e autorità. Bob Dylan aveva ragione: i tempi cambiano. Ma la storia europea insegna che non sempre cambiano nella direzione della libertà.

Carlo Gambescia

 

(*) Qui: https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2026/06/gli-italiani-vogliono-la-meloni.html .

 (**) Qui l’intervista: https://www.facebook.com/reel/1063355923287023

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