giovedì 25 giugno 2026

Due parole su Alemanno

 


Ci ha fatto pena Alemanno ieri. All’uscita dal carcere, più cronisti che seguaci. Mancavano soprattutto quelli che hanno fatto carriera con lui e che oggi, ormai potenti e vezzeggiati, stanno dalla parte di Giorgia Meloni ma che, se il vento dovesse cambiare, si dichiarerebbero immediatamente alemanniani o vannacciani di ferro.

A giudicare dalle immagini televisive, c’era un pugno di irriducibili, avanti con gli anni, nostalgici di quel fascismo-movimento, sociale, rivoluzionario, sansepolcrista. Molto idealizzato insomma. Il mito romantico del fascismo immenso e rosso.



Ci ha fatto pena l’uomo: appariva provato. Il “camerata” molto meno.

Di Alemanno non bisogna mai dimenticare che, all’interno di Alleanza Nazionale, fu l’interprete più coerente dell’ala sociale. Sembra che ora si sia messo con Vannacci. Qui va ricordato un libro-intervista del 2002, quando era il brillante ministro dell’Agricoltura, dedicato alla destra sociale. In quelle pagine sembrava aver sposato la causa di un normale welfarismo all’interno dello stato liberale, attenuando gli aspetti anticapitalisti, antiamericani e terzomondisti di certo fascismo sansepolcrista. L’introduzione di Giano Accame, intellettuale del dialogo e della mediazione, con la sua “retorica della transigenza”,  aiutava molto in questa direzione (*).



Come si dice, però, una rondine non fa primavera. E Alemanno sembra oggi tornato sui propri passi, riscoprendo Vannacci.

Il generale all'uscita ieri non c’era. E già questo è un segnale che, soprattutto a destra, marca simbolicamente una differenza. A nostro avviso la coabitazione sarà difficile e probabilmente non durerà.

Vannacci sembra rappresentare una destra dell’ordine, dell’autorità e della disciplina nazionale. Alemanno, cresciuto alla scuola di Rauti, di cui è genero, continua invece a muoversi entro la tradizione della destra sociale e movimentista, per la quale il fascismo fu soprattutto una rivoluzione incompiuta. I giudizi storici sottintesi sono differenti. Da una parte prevale la nostalgia dell’ordine e della forza dello stato; dall’altra il mito di una rivoluzione sociale tradita.

Si confrontano, in altre parole, il lato militarista e il lato rivoluzionario di una stessa tradizione politica. Una sorta di amicizia politica tra Graziani e Farinacci. Il primo portò a casa la pelle; il secondo finì fucilato. Entrambi furono a Salò.

Che il dibattito sulla destra italiana rischi oggi di ridursi all’asse Alemanno-Vannacci dice molto della povertà politica del momento. Anzi, per dirla tutta, del vicolo cieco nel quale si è cacciata l’Italia.



E se il futuro della destra dovesse davvero giocarsi tra un Alemanno inteschiato, un Vannacci inamidato che sembra uscito or ora da Palazzo Venezia, e i loro rapporti con Giorgia Meloni, il problema non sarebbe soltanto la destra. Sarebbe la conferma che la politica italiana non riesce più a produrre altro che varianti dello stesso passato.

E la sinistra? Continua a credere che tutto ciò sia un problema della destra. Balla sulle casse di dinamite.

Carlo Gambescia

 

(*) Sul punto, e come utile introduzione alle varie anime della destra, rinviamo al nostro, Retorica della transigenza. Giano Accame attrvaerso i suoi libri, Edizioni Il Foglio, 2019.

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