venerdì 26 giugno 2026

Costituente e memoria repubblicana

 



Fa una certa impressione vedere Ignazio La Russa celebrare gli ottant’anni dell’Assemblea Costituente. Non solo perché ricopra la seconda carica dello Stato: anzi, proprio per questo è del tutto naturale che lo faccia. Colpisce piuttosto il fatto che a rendere omaggio alla Costituente sia un uomo politico proveniente da una tradizione che, nel 1946, non avrebbe potuto riconoscersi in quell’evento.

Come interpretare questo fatto? È il segno di una definitiva riconciliazione nazionale? Oppure siamo entrati in quella “notte in cui tutte le vacche sono nere”, evocata da Hegel, nella quale le differenze storiche finiscono per dissolversi fino a diventare indistinguibili?



Chi scrive propende per una terza interpretazione. Fin dai tempi di Berlusconi, l’Italia sembra aver avviato un processo di progressiva integrazione della tradizione postfascista – nel senso dei fascisti dopo Mussolini – dentro il racconto della democrazia repubblicana. Non si tratta di riabilitare il fascismo storico, sconfitto nel 1945, ma di ricondurre anche i suoi eredi politici entro il perimetro della legittimità democratica.

Si dirà che la politica è l’arte del possibile e che le democrazie vivono anche di compromessi. La destra oggi al governo discende da quella tradizione; gli italiani l’hanno legittimata con il voto; pretendere che resti per sempre ai margini della memoria repubblicana sarebbe poco realistico. Da questo punto di vista, la celebrazione della Costituente da parte dei suoi esponenti appare quasi inevitabile.



Un dettaglio, tuttavia, merita attenzione. Alla cerimonia era presente anche il Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che non è intervenuta. Come detto a rappresentare la maggioranza è stato Ignazio La Russa, a cui si attribuisce una collezione privata di busti del Duce. È probabilmente inutile esercitarsi nella dietrologia. Resta il dato politico: è stato il principale esponente della tradizione postmissina a rendere omaggio, a nome delle istituzioni, all’Assemblea Costituente.

Resta però un nodo storico che non dovrebbe essere rimosso. L’Assemblea Costituente nacque dalla sconfitta del fascismo e dalla crisi irreversibile della monarchia che lo aveva accompagnato. La cultura politica dei costituenti era profondamente antifascista, ben prima che il divieto di ricostituzione del partito fascista trovasse espressione nelle disposizioni transitorie e finali della Costituzione. L’antifascismo non fu un elemento accessorio: fu il terreno comune che rese possibile la nascita della Repubblica.



Oggi, ottant’anni dopo, assistiamo a qualcosa di nuovo. Anche la tradizione politica che per decenni è rimasta estranea a quel patto tende a farlo proprio, presentandosi come una delle eredi legittime della Costituzione.
Come abbiamo visto si tratta di un processo che può essere letto in due modi: come compimento della riconciliazione nazionale, oppure come segno di un progressivo appannamento della memoria storica. In ogni caso, ignorarlo sarebbe un errore.

La domanda, allora, non è se Ignazio La Russa abbia il diritto di celebrare la Costituente. Ce l’ha, e negarlo sarebbe assurdo. Il punto è un altro: quando anche una tradizione politica nata fuori da quel patto ne rivendica l’eredità, l’antifascismo resta ancora il fondamento identitario della Repubblica oppure diventa soltanto uno dei suoi capitoli storici?



Perché è vero che integrazione vi è stata, ma per larga parte degli storici si tratta di integrazione essenzialmente passiva: gli eredi del neofascismo non hanno imposto i propri simboli alla Repubblica, hanno piuttosto assunto,  però con riserva mentale, quelli della Repubblica.  

Mattarella ieri ha parlato della Costituzione come di un patto di amicizia e fraternità. Bene. Ma se nella memoria pubblica finiscono per convivere senza più distinzioni i costituenti, le Brigate Nere e la Decima MAS, allora la tentazione di Hegel torna a farsi sentire: la notte in cui tutte le vacche sono nere. 

Di nome e di fatto.

Carlo Gambescia

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