In Italia il mercato è una cosa curiosa. Lo si invoca continuamente, ma quasi sempre per gli altri. Lo si celebra nei convegni, nei programmi elettorali e nei discorsi pubblici. Lo si considera la soluzione quando si parla di tasse, di burocrazia, di lavoro o di pensioni. Ma quando la discussione riguarda le grandi banche, le assicurazioni, i centri nevralgici della finanza nazionale, il mercato diventa improvvisamente troppo importante per essere lasciato a se stesso.
È ciò che sta accadendo in queste settimane attorno a Monte dei Paschi di Siena, Mediobanca e Assicurazioni Generali. Si moltiplicano le ipotesi di riassetto e le valutazioni di mercato.
Banco BPM (nato dalla fusione tra Banco Popolare e Banca Popolare di Milano) guarda a possibili aggregazioni nell’area MPS. Intesa Sanpaolo e BPER Banca (Banca Popolare dell’Emilia-Romagna) osservano il movimento e calibrano strategie difensive e opportunistiche.
Tra i principali azionisti figurano il Ministero dell’Economia e
delle Finanze (MEF), le holding Delfin (eredi Del Vecchio) e
Caltagirone, il gruppo assicurativo Unipol, il francese Crédit Agricole e
grandi investitori istituzionali internazionali come BlackRock,
Vanguard e Amundi, accanto a una quota diffusa di capitale globale.
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Nel caso di Monte dei Paschi di Siena (MPS) il baricentro resta il MEF,
affiancato da investitori istituzionali internazionali. Su Mediobanca e
Generali pesano soprattutto i due blocchi privati Delfin e Caltagirone,
che rappresentano poli di influenza e di contesa strategica tra i due
gruppi. In Banco BPM assume rilievo la presenza di Crédit Agricole,
mentre in BPER Banca è centrale il ruolo di Unipol.
A questo punto al lettore potrebbe calare la palpebra: troppi nomi, troppe sigle, eccetera. Del resto, come detto, sullo sfondo si muovono grandi azionisti, gruppi finanziari, interessi politici e strategie industriali. Come sempre accade in questi casi, il lessico dominante è quello patriottico: dei «campioni nazionali», degli «asset strategici» e della «sovranità economica». In particolare la destra. Ma anche la sinistra non scherza.
Il patriottismo, in questi casi, diventa il linguaggio di copertura di processi molto concreti di concentrazione del potere economico: l’ultimo rifugio quando il mercato diventa una parola scomoda
L’argomento è noto: in un mondo dominato da colossi americani e cinesi servono operatori più grandi, più forti e più competitivi. Può darsi. Ma un liberale — al di là di nomi e sigle — dovrebbe porsi una domanda preliminare: questa operazione aumenta la concorrenza oppure la riduce? E dunque ragionare per concetti, non solo per il diverso peso delle cordate sopra ricordate. L’errore di tanta stampa economica è quello del romanzo, non del concetto. Che manca quasi sempre.
La questione è meno banale di quanto sembri. Da almeno trent’anni ogni grande concentrazione bancaria viene presentata come una necessità storica. Ogni fusione viene descritta come inevitabile. Ogni aggregazione come un progresso. Eppure il risultato finale è sempre lo stesso: meno operatori, meno centri decisionali autonomi, e una crescente concentrazione del potere economico.
Naturalmente non siamo di fronte a un monopolio. Ma il rischio di un oligopolio è reale: pochi grandi soggetti, sempre più grandi, sempre più interconnessi, sempre più difficili da sfidare. Il cittadino comune probabilmente non vedrà diminuire le commissioni bancarie. Le piccole e medie imprese non si troveranno improvvisamente immerse in un paradiso della concorrenza creditizia. In compenso, assisteremo alla nascita di soggetti considerati troppo grandi per fallire e troppo importanti per essere ignorati dalla politica. Non balene, ma balenotteri bolsi.
Ed è qui che emerge una seconda questione.
La destra italiana ama definirsi liberale. Quando si parla di tasse, di vincoli burocratici o di iniziativa privata, il richiamo al mercato è costante. Quando però si passa alle grandi concentrazioni finanziarie, il linguaggio cambia. Compaiono gli interessi strategici, gli asset nazionali, le regie pubbliche, la mano visibile governativa e gli immancabili campioni nazionali. Il mercato, come spesso accade nella storia italiana, viene cortesemente messo alla porta.
Non si tratta di una prerogativa esclusiva dell’attuale governo. Sarebbe ingeneroso dimenticare che analoghe tentazioni hanno attraversato governi di ogni colore. Da Prodi a Berlusconi, da Monti a Renzi, da Conte a Meloni, il capitalismo italiano è stato costantemente accompagnato, orientato, talvolta guidato da una politica convinta che alcuni settori siano troppo delicati per essere affidati alle sole dinamiche concorrenziali.
Eppure proprio qui emerge una contraddizione interessante. L’attuale maggioranza rivendica spesso una particolare fedeltà ai principi del mercato. Ma il modello che sembra prendere forma assomiglia assai più a una tradizione diversa: quella che vede nello Stato il garante di pochi grandi soggetti economici chiamati a perseguire obiettivi di interesse nazionale. E qui, il lettore — come se invece di avere davanti un articolo avesse un film — potrebbe quasi avvertire l’eco di una marcia lontana, più evocata che dichiarata: parapàparàpappappa…
È una tradizione antica. Molto italiana. Una tradizione che non nasce con la Repubblica e che affonda le sue radici in una cultura politica “granitica”, quella del Mare Nostrum, per la quale l’economia deve essere organizzata, coordinata e indirizzata dall’alto. Non siamo, beninteso, nel corporativismo degli anni Trenta. La storia non si ripete mai in modo meccanico. Ma la diffidenza verso la concorrenza diffusa e la preferenza per pochi grandi interlocutori economici costituiscono un tratto ricorrente della vicenda nazionale, che nel Ventennio — dopo un iniziale approccio più aperto — si consolidò in chiave autarchica.
Per certi aspetti, viene da sorridere. Dopo il Piano Mattei per
l’Africa, qualcuno potrebbe intravedere il profilo di un Piano Mattei
per la finanza: pochi grandi campioni nazionali incaricati di presidiare
gli interessi del Paese sotto l’occhio vigile della politica. Una
scelta legittima, naturalmente. Ma definirla liberale richiede una certa
elasticità semantica.
Vi è infine una quarta questione, forse la più importante. La concentrazione bancaria non significa soltanto concentrazione di capitale. Significa concentrazione di relazioni. In una società complessa il potere non risiede esclusivamente nella proprietà delle risorse economiche. Risiede nelle reti che collegano finanza, assicurazioni, grandi imprese, fondazioni, università, mezzi di comunicazione e istituzioni politiche.
Il problema non è immaginare oscure cospirazioni. Il problema è assai più semplice e, proprio per questo, più serio. Quando diminuisce il numero degli attori rilevanti, diminuisce anche il pluralismo dei centri decisionali. Si restringe la competizione tra élite (e quindi il ricambio). Si riduce la varietà delle strategie possibili. E il capitalismo tende progressivamente a trasformarsi in un sistema di relazioni stabili tra pochi soggetti reciprocamente dipendenti.
Non è necessariamente un sistema inefficiente. Può perfino apparire ordinato. Ma la storia insegna che ordine e libertà non sono sinonimi.
Per questo la domanda decisiva non è chi vincerà il risiko tra Castagna di Banco BPM, Messina di Intesa Sanpaolo e gli altri protagonisti della partita. La domanda è un’altra: il capitalismo italiano sta diventando più aperto o più chiuso, sotto il peso delle grandi cordate che si muovono attorno a MPS, Mediobanca e Generali, con il ruolo crescente di Francesco Gaetano Francesco Gaetano Caltagirone?
Perché il liberalismo, almeno nella tradizione di Einaudi, non si
preoccupava di costruire campioni nazionali. Si preoccupava di impedire
che qualcuno diventasse abbastanza forte da non avere più bisogno di
competere.
Ed è forse questo il vero paradosso dei nostri tempi. Tutti parlano di mercato. Quasi nessuno parla più di concorrenza.
Carlo Gambescia







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