La “remigrazione” non è un termine neutro né una semplice etichetta descrittiva del fenomeno migratorio. È, piuttosto, una parola d’ordine politica che nasce e si consolida negli ambienti della nuova destra radicale europea, soprattutto tra Austria e Germania, dove il concetto di Remigration viene inizialmente elaborato come categoria militante prima ancora che teorica.
Il termine circola in particolare nell’area identitaria che ruota attorno al cosiddetto Identitäre Bewegung, e trova una sistemazione più esplicita negli scritti e nelle prese di posizione di autori come Martin Sellner, che nel volume Remigration. Ein Vorschlag (2024) ne propone una traduzione programmatica in chiave politica. Qui la “remigrazione” non indica più soltanto il ritorno dei migranti nei Paesi d’origine in senso amministrativo, ma tende a configurarsi come progetto di riorganizzazione etno-politica dello spazio europeo.
In questo passaggio si coglie anche una distinzione fondamentale rispetto all’uso accademico del termine, dove “return migration” o “remigration” (in inglese) descrivono processi di rientro volontario o strutturale dei migranti. Nel linguaggio politico contemporaneo, invece, il significato si sposta su un terreno completamente diverso: quello della mobilitazione identitaria.
Non si tratta quindi di una proposta tecnica, ma di una costruzione ideologica che organizza una visione del mondo fondata su una netta opposizione tra autoctoni e allogeni, e su una lettura dei flussi migratori come problema esistenziale più che sociale o economico.
Dentro questo stesso universo semantico si colloca anche il richiamo, spesso implicito ma talvolta esplicito, alla categoria di “reconquista” (“riconquista”). Il termine – che rimanda storicamente alla Reconquista iberica medievale – viene riattualizzato in chiave politica come metafora di un “recupero” dello spazio europeo da parte delle popolazioni autoctone.
Non si tratta di un concetto giuridico o amministrativo, ma di una narrazione di riscatto e restaurazione identitaria che introduce nel dibattito contemporaneo un immaginario di tipo quasi epico .
Proprio questa trasposizione simbolica è decisiva: la politica migratoria viene riletta non come governo di processi complessi, ma come campo di una contesa storica assoluta, in cui il lessico della guerra culturale prende il posto della mediazione istituzionale. “Remigrazione” e “reconquista” funzionano così come una precisa coppia semantica: l’una indica l’uscita forzata, l’altra il ritorno vittorioso. Due movimenti speculari dentro una stessa grammatica politica (*).
In questa traiettoria si inserisce un più ampio universo intellettuale e politico. Renaud Camus, con il suo Le Grand Remplacement, (2010) ha fornito una delle matrici letterarie più influenti di questa sensibilità. Éric Zemmour, giò candidato all presidenziali, in testi come Le Suicide français (2014) e La France n’a pas dit son dernier mot (2021) ha contribuito a tradurre queste categorie in linguaggio politico-elettorale, pur con registri differenti rispetto all’area più militante. In Francia, tra i primi a dargli una forma organizzata vi è Laurent Ozon che nel 2013 lancia il “Mouvement pour la remigration”, contribuendo alla sua diffusione nel circuito militante.
Un ruolo importante nella sistematizzazione del concetto è stato svolto di recente anche da Jean-Yves Le Gallou, che ha contribuito a trasformare la remigrazione da parola d’ordine militante a proposta politica strutturata. Da ultimo, Nel volume Remigration. Pour l’Europe de nos enfants,(2026) Le Gallou la presenta come risposta alla trasformazione etnoculturale dell’Europa e come strumento per preservarne l’identità storica.
Tutto testi prontamente tradotto e chiosati in lingua italiana da case editrici vicine ai gruppi della destra radicale. Gli stessi, più o meno, della manifestazione romana di ieri.
La fortuna recente del termine “remigrazione” si comprende dunque dentro una dinamica più ampia: quella della progressiva normalizzazione di un lessico radicale nello spazio pubblico europeo. Parole nate in circuiti ristretti vengono rese dicibili, discusse, talvolta tecnicizzate, fino a perdere la loro originaria funzione di rottura simbolica.
È qui che torna utile una chiave interpretativa più generale: quella dell’ossessione. Un’ossessione che, per dirla con una certa ironia battistiana, non chiede mai permesso: entra, si accomoda e finisce per ripresentarsi sempre uguale, come un ritornello che resta attaccato anche quando vorresti liberartene. L’immigrazione, in questa prospettiva, smette di essere un processo storico e sociale articolato e diventa una presenza ricorrente che struttura il discorso pubblico.
La forza di questa ossessione non sta nella sua coerenza analitica,
ma nella sua capacità di organizzare percezioni, paure e identità.
In questo senso, la “remigrazione” funziona meno come concetto operativo
e più come dispositivo simbolico: una parola che condensa, semplifica e
mobilita.
Da buon ultime, come dicevamo, le manifestazioni recenti a Roma – con piazze contrapposte e una polarizzazione evidente tra mobilitazioni dell’area della destra radicale e contromanifestazioni antifasciste e civiche – mostrano come questo lessico sia ormai pienamente entrato nello spazio del conflitto pubblico. Non è soltanto cronaca politica: è il segnale di una competizione per la legittimità delle parole, e dunque delle categorie con cui si descrive la realtà.
In questo quadro, la “remigrazione” non appare tanto come una politica praticabile quanto come un sintomo: il punto di condensazione di un’immaginazione politica che tende a ridurre la complessità del mondo a un sistema binario. Ed è qui che ossessione e reconquista finiscono per sovrapporsi: l’una alimenta la ripetizione, l’altra promette il riscatto. Ma entrambe restano dentro un romanzo razzista che, alla fine, ha sempre lo stesso problema: cambia il testo, ma la musica è quella. E quando parte, non la spegni più.
Concludendo, remigrazione tu sei figlia della solita illusione… Anzi ossessione.
Carlo Cambescia
(*) Qui il programma in dieci punti dell’omomino movimento italiano. In pratica siamo alla purificazione razziale cui vengono sommate misure di welfare state “solo per gli italiani”, in stile Mussolini fece anche cose buone: https://remigrazione.org/ ; https://remigrazione.org/proposta/ .



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