venerdì 28 novembre 2025

L’invenzione della tradizione femminista e il caso Cortellesi

 


Riflettevamo – grazie a un post fulminante dell’amico Facebook, il professor Pellicanò – sulla laurea honoris causa in giurisprudenza conferita a Paola Cortellesi. La seconda. 

Si dirà che l’attrice – e non solo attrice – vanta un curriculum artistico di prim’ordine. Giusto.

Però il punto è un altro: oggi la Cortellesi è una figura fortemente schierata sul fronte femminista ( ci si passi la semplificazione). E questo, molto più del suo pur notevole percorso artistico, spiega il taglio disciplinare della laurea, dal sapore  vagamente foucaultiano.

Cosa c'è che non va? Che i pericoli per la società aperta e liberale, soprattutto se vuole restare tale, possono provenire da qualsiasi direzione. Anche a prescindere dalle migliori intenzioni, come nel caso del perseguimento dell’uguaglianza uomo-donna. Obiettivo, in sé, più che lecito, dopo secoli e secoli di oppressione e discriminazione.

Però, si rifletta. Dal punto di vista metapolitico – delle regolarità; di ciò che si ripete nei comportamenti politici e sociali – ogni movimento, per diventare istituzione, ha bisogno di una genealogia. Una tradizione, vera o presunta, che gli permetta di presentarsi come “naturale” e “necessaria”. Qui la lezione di Hobsbawm e della sua scuola storiografica (*). È un meccanismo antico: si costruisce un passato che giustifica il presente. I nazionalismi vi hanno giocato a lungo e male. Oggi il femminismo dominante sta lavorando esattamente in questa direzione. E il successo mediatico di "C’è ancora domani" ne è la prova più evidente.



Paola Cortellesi è un’attrice di talento, nulla da eccepire. Ma la sua elevazione a icona nazionale dice più sulla fase storica del movimento che sul valore cinematografico dell’opera. Il film, al di là del suo effettivo valore artistico o meno, è stato accolto come un rito civile, una celebrazione collettiva della tradizione femminista che si sta costruendo ora, in tempo reale. Una “Madre della patria femminista”, per usare un’immagine brutale ma efficace. Non è colpa della regista: è il sistema politico-mediatico che ha bisogno di figure rappresentative per consolidare la sua narrazione.

Il punto non è giudicare Cortellesi, ma osservare il processo: la trasformazione del movimento in istituzione. Quando un movimento diventa apparato culturale, produce simboli, eroine, liturgie, feste comandate. Il femminismo istituzionalizzato funziona così: racconta un passato selezionato, moralizzato, riscritto per adattarsi all’identità contemporanea. L’invenzione della tradizione, insomma.

In questo quadro si inserisce anche la categoria di femminicidio. Non è solo un termine sociologico o mediatico: è diventato un dispositivo penale che segna un passo indietro rispetto alla tradizione liberale del diritto. Il reato è l’omicidio, e dovrebbe valere per tutti. La creazione di fattispecie speciali introduce, di fatto, un diritto degli affetti: l’idea che alcune vittime “valgano” più di altre per ragioni simboliche. È una logica identitaria che rompe l’universalismo giuridico e affida al tribunale il compito di difendere una categoria morale, non una persona concreta.



Si potrebbe obiettare che anche altri crimini o tragedie — dalla Shoah ai conflitti nazionalisti contemporanei — vengono trattati in modo differenziato. Ma il punto è un altro. In quei casi la distinzione serve a registrare un rischio sistemico: l’annientamento di un popolo, di una comunità, di un’intera identità collettiva. Si parla di situazioni eccezionali, dove la tutela particolare mira a prevenire genocidi o pulizie etniche, non a rafforzare una intransigente retorica identitaria.

Il femminicidio, invece, non descrive un progetto di sterminio, ma una tipologia simbolica di vittima. È una categoria identitaria, non strutturale. E non riguarda la sopravvivenza di un gruppo umano minacciato, bensì la volontà di attribuire un valore morale diverso a vittime diverse. Qui sta la differenza: non nelle cifre, ma nella funzione che la categoria svolge all’interno del discorso pubblico.

Non è un’idea nuova. La retorica secondo cui “serve distinguere per arrivare all’uguaglianza” era già cara al socialismo ottocentesco, almeno a far tempo dal protocomunista Babeuf. Ma allora come oggi, l’esito è ambiguo: si creano nuove burocrazie, nuove élite morali, nuovi dogmi. E soprattutto una narrativa rigida, dove gli uomini sono sospetti per definizione e le donne vittime per definizione. Un mondo diviso in ruoli fissi. Altro che emancipazione.



Non si tratta di difendere la tradizione conservatrice e patriarcale della sacra trinità “Dio, patria e famiglia”, oggi rilanciata dalla destra. Una visione che, per chi crede nella libertà individuale, resta anacronistica. Ma la simmetria va riconosciuta: se la destra pretende la Donna come angelo del focolare, la sinistra identitaria pretende la Donna come simbolo sacro della Nuova Etica. In entrambi i casi, un ruolo imposto. Un altro modo per dire alle persone come devono essere.

Il problema non è la battaglia per i diritti delle donne, sacrosanta. Il problema è la trasformazione di quella battaglia in un apparato normativo, in una religione civile che pretende fedeltà e punisce la dissidenza. E, soprattutto, pretende di riscrivere storia, cinema e diritto come strumenti di rieducazione culturale.


 

Ma una società aperta vive di pluralismo, non di crociate. Se un solo movimento diventa istituzione morale — che sia patriarcale o femminista, di destra o di sinistra — il risultato è lo stesso: asimmetria, controllo sociale, riscrittura del passato per legittimare il presente. Cinema, diritto e storiografia non sono pistole cariche da puntare contro una categoria sociale. Sono strumenti di comprensione, non di vendetta.

Il femminismo, se vuole restare forza vitale, deve accettare il rischio della convivenza, non quello della canonizzazione. Perché quando un movimento si trasforma in chiesa, con le sue sante — come Santa Paola Cortellesi da Roma — le sue martiri e la sua ortodossia obbligatoria, ha già smesso di essere liberatorio. E ha cominciato a somigliare a tutto ciò che voleva combattere.

Carlo Gambescia

(*) Sulle regolarità rinviamo al nostro Trattato di metapolitica, Edizioni Il Foglio, 2023, 2 volumi. Si veda Eric Hobsbawm e Terence Ranger (a cura di), L’invenzione della tradizione, Einaudi, 1987.

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