lunedì 21 luglio 2025

L’arte dei contrappesi: The Federalist e l’equilibrio possibile

 


In questi giorni, tra le varie cose che sto seguendo, ho trovato anche il tempo per rileggere — anzi, studiare — The Federalist Papers (abbreviato The Federalist), in una bella edizione italiana degli anni Cinquanta (*), affiancata a una versione in lingua inglese (**).

La mia prima lettura risale all’inizio degli anni Novanta, in piena tempesta leghista e crisi della Prima Repubblica, quando sentii il bisogno di tornare alle fonti del federalismo. All’epoca capii subito che il cosiddetto federalismo di Bossi, arricchito dal sapere politologico di Miglio, era in realtà confederalismo: qualcosa di totalmente diverso. In pratica, significava la fine dell’unità italiana.

Quanto all'Unione Europea, compresi,  ancora prima del varo della moneta unica,  che era una specie di ibrido: un incrocio istituzionale tra federalismo e confederalismo. Un indecisionimo chimerico che conserva tuttora. Da alcuni  ottimisti  presentato come un benefico compromesso funzionale.

The Federalist — una raccolta ragionata di 85 saggi scritti da Alexander Hamilton, James Madison e John Jay — apparve nel 1788, in due volumi, durante il dibattito per la ratifica della Costituzione statunitense, elaborata dalla Convenzione di Filadelfia. La nuova Costituzione, ratificata nel 1789, promuoveva un governo centrale federale, opponendosi al confederalismo sancito dai precedenti Articoli della Confederazione del 1781, che rappresentavano una sorta di prima costituzione in senso debole, centrata sul predominio degli stati.

Questa seconda lettura si è trasformata in un appassionante studio di un grande classico della scienza politica. Il movente? Come trent'anni fa l’attualità: Trump, il movimento MAGA, e tutto ciò che sta accadendo negli Stati Uniti. Ho sentito  nuovamente la necessità di risalire alle fonti.

Diciamolo subito, per accantonare un ospite sgradito: Trump spezza l’equilibrio dei poteri a favore dell’esecutivo. Si comporta, per dirla con Hamilton, Madison e Jay, come un tiranno.

Detto questo, richiamo l’attenzione di chi legge su The Federalist come classico del pensiero politico, segnalando solo tre  punti, per stuzzicare l’appetito del lettore.

a) L’approccio riflette un sano realismo politico, che rinuncia all’utopia di “cambiare l’uomo”, preferendo invece sfruttare, in chiave costruttiva, i suoi limiti. Secondo una logica simile a quella della “mano invisibile”, si lascia che dal conflitto emerga una forma di armonia, non perfetta ma possibile. 

b) Da qui l’importanza attribuita alla “metrica” dei pesi e contrappesi, “checks and balances”, intesa come un sistema dove a ogni potere se ne oppone un altro, e così via, in un gioco di bilanciamento continuo. Ripetiamo, si chiama, tecnicamente,  "equilibrio dei poteri". Esecutivo, legislativo e giudiziario, sulla scorta della grande lezione di Montesquieu, sono concepiti come tre poli dinamici: nessuno deve mai prevalere in modo assoluto. L’equilibrio tra questi poteri è il fondamento della bontà del sistema.

c) Infine il criterio della democrazia rappresentativa, o democrazia dei moderni, regola una volta per tutte i conti con la democrazia diretta, o degli antichi. Un gesto di sana ragionevolezza e assolutamente innovativo, che l’antica Roma, a partire da quella repubblicana, per non parlare degli antichi Greci dediti al fratricidio, mai seppe risolvere: i tre milioni di americani non erano i cinquanta-sessantamila abitanti di una città-stato dell’antichità. Di qui la necessità di una risposta: l’idea di rappresentanza.

Diciamo pure che la principale lezione di The Federalist è di natura metapolitica, perché rimanda a una fondamentale regolarità: il federalismo, metapoliticamente parlando, è un fenomeno centripeto, il confederalismo centrifugo. Inutile mescolare e rimescolare le carte. O di qua o di là.  

Molto altro si potrebbe dire: l’opera di Hamilton, Madison e Jay è ricchissima. Ma per ora mi fermo qui.

Un’ultima osservazione. Altiero Spinelli, il padre del federalismo europeo, nel periodo del Manifesto di Ventotene scritto con Rossi e  Colorni, non studiò direttamente The Federalist anche perché da tempo confinato dal fascismo nell'isoletta pontina. Correva l'anno di grazia 1941. 

Perciò i suoi riferimenti furono prevalentemente europei: Proudhon, Kant, Coudenhove-Kalergi, Lionel Robbins e altri pensatori degli anni Trenta. In seguito, però, si avvicinò alle idee del federalismo americano, condividendole e adattandole al contesto europeo.
 

Meglio tardi che mai.

Carlo Gambescia

(*) A. Hamilton, J. Jay, J. Madison, Il Federalista (Commento alla Costituzione degli Stati Uniti), introduzione di G. Ambrosini, appendici di G. Negri e M. D’Addio, traduzione di B.M. Tedeschini Lalli, Nistri-Lischi, Pisa 1955.

(**) A. Hamilton, J. Jay, J. Madison, The Federalist (A Commentary on the Constitution of the United States), With an Introduction by E. Mead Merle, The Modern Library – Random House Inc., New York 1968.

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