martedì 30 giugno 2009

 Il caso delle Molinette

Medici o Sciamani?




TORINO - È uno dei più noti cardiochirurghi italiani ma ora è accusato di aver effettuato un trapianto di cuore su una paziente clinicamente morta per nascondere un letale errore del suo assistente. Mauro Rinaldi, primario del Reparto di Cardiochirurgia dell'ospedale Molinette di Torino, è indagato per omicidio colposo insieme al suo assistente, il dottor Massimo Boffini, e a quattro membri della sua équipe. La vicenda su cui stanno indagando i magistrati del pool Pubblica Amministrazione della Procura di Torino, coordinati dall'aggiunto Andrea Beconi, risale al maggio dell'anno scorso e pare tratta da un film dell'orrore. É in quel periodo che Pasqualina Amodeo, classe 1941, viene ricoverata nel reparto di Cardiochirurgia delle Molinette. La donna è da tempo cardiopatica e come recita la sua cartella clinica è "affetta da stenosi valvolare aortica". I medici decidono di sottoporla ad un intervento di sostituzione della valvola aortica con una endoprotesi. Non è un'operazione particolarmente ardua per un team chirurgico abituato a delicati trapianti cardiaci. Qualcosa però, durante l'intervento effettuato il 20 maggio dal dottor Massimo Boffini, va storto. Secondo l'accusa il chirurgo commette un errore che si rivelerà fatale: occlude il tronco comune della coronaria sinistra provocando così un infarto del miocardio. Il team però si accorge del danno fatto soltanto tre giorni dopo quando ormai l'elettroencefalogramma rivela che Pasqualina Amodeo è clinicamente morta. Stando a quanto raccolto dagli investigatori dei carabinieri Nas è a questo punto che interviene il professor Mauro Rinaldi, effettuando il 27 maggio un trapianto di cuore alla paziente. Trapianto che avrebbe avuto un unico scopo: espiantare il "vecchio" cuore per far sparire l'endoprotesi impiantata con il primo intervento e che sarebbe stata causa dell'infarto miocardico. In effetti il cuore espiantato è stato ritrovato nel reparto di Anatomia Patologica. L'endoprotesi invece è misteriosamente scomparsa.
(http://www.repubblica.it/2009/06/sezioni/cronaca/trapianto-torino/trapianto-torino/trapianto-torino.html
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Crediamo che questo non sia solo l’ennesimo caso di “malasanità”. Ma che vi sia dell’altro. E che soprattutto rappresenti un'occasione per fare una riflessione più generale sul potere medico.

Si tratta di un caso che rivela la profonda distanza che separa le persone comuni dai medici come gruppo sociale chiuso, perché depositario di un sapere molto raffinato, se non ermetico, che sconfina nel diritto di vita e di morte. Si pensi solo alle condizioni psicologiche e conoscitive in cui i familiari della signora torinese hanno concesso l’autorizzazione a un trapianto inutile…
Distanza che si esprime in termini di status sociale, di potere decisionale, di linguaggio, (estremamente professionalizzato).
Di qui la difficoltà per il paziente (e per i loro familiari) di comprendere la natura della propria malattia e delle terapie da intraprendere. E, di regola, quel conseguente “rimettersi ai medici”: una fiducia, dunque socialmente obbligata”, che talvolta può risultare malriposta.
Oggi si parla molto di “alleanza terapeutica”, tra medico e paziente. In realtà che alleanza può esservi tra diseguali? Se non quella dove uno dei piatti della bilancia pende dalla parte del più forte: il medico nel caso. Certo, spesso lo status sociale del paziente può giocare un ruolo determinante: la persona ricca e istruita può farsi curare meglio (è noto, ad esempio, che le prestazioni altamente specialistiche del servizio sanitario nazionale, sono utilizzate principalmente dalle persone a medio-alto reddito e con titolo di studio universitario, o comunque medio-superiore). Ferme però restando le distinzioni decisionali in relazione alle eventuali terapie da intraprendere: il paziente, anche se ricco e istruito, si troverà sempre davanti a scelte terapeutiche precostituite (A o B), “dettate” dal medico. Al malato resta dunque solo la scelta tra vita e morte, o quella tra una condizione progressivamente inabilitante e il poter continuare a vivere secondo gli standard esistenziali pre-malattia.
Se poi a queste “costanti sociologiche” va ad aggiungersi una deficienza nel medico di qualità morali, come sembra avvenuto a Torino ( caso sul quale ovviamente spetterà alla magistratura decidere: nessuno può essere giudicato presuntivamente colpevole), il rischio di vita per i pazienti risulta francamente eccessivo.
Purtroppo alla “democratizzazione” della medicina è di ostacolo la natura di "corpo" chiuso del gruppo sociale medico: chiuso perché legato, come accennato, a un tipo di sapere estremamente specifico e soprattutto coinvolgente, in termini decisionali, i destini ultimi dell’uomo (vita e morte). In realtà il potere del medico è più esteso di quello del religioso, perché ogni sua decisione -seppure ufficialmente presa dal paziente... - riguarda “l’al di qua” ( il qui e subito) e non “l’al di là”. Di riflesso la difficoltà, se non l’impossibilità, di “democratizzarlo”.
Fermo restando un fatto: che la “corporazione” potrebbe, anzi dovrebbe, vigilare meglio sulle qualità morali e sul comportamento deontologico dei suoi membri.
Come insegna l’antropologia culturale, nelle società "tribali" quando uno sciamano risulta indegno, viene allontanato dal villaggio e spinto a vagare in zone inospitali…
E li chiamano popoli incivili.

Carlo Gambescia 

lunedì 29 giugno 2009

Il Cavaliere " instancabile, un toro" 
L'autorete di Repubblica 




"Il Sunday Times, più diffuso tra i domenicali 'di qualità' con circa due milioni di copie vendute, scrive in una corrispondenza da Bari dell'inviato John Follain che (…). L'articolo contiene anche una serie di dichiarazioni di Patrizia D'Addario, la escort pugliese che ha visitato due volte Berlusconi a Palazzo Grazioli e vi ha trascorso una notte con lui. 'Non ho mai dormito', racconta la donna di cui Berlusconi sostiene di non ricordare il volto, 'era instancabile, un toro'. Secondo la sua ricostruzione, il premier la condusse in camera da letto quasi alle 4 del mattino, dopo che le altre ragazze se n'erano andate. La D'Addario dice che Berlusconi fece mezza dozzina di docce ghiacciate durante la notte e lei lo raggiunse sotto la doccia a sua richiesta. A un certo punto, secondo quanto la donna ha raccontato in seguito a un amico, 'd'improvviso smise di muoversi e pensai fra me e me, grazie a Dio, si è addormentato'. Ma non durò molto' ".
( http://www.repubblica.it/2009/06/sezioni/politica/berlusconi-divorzio-10/stampa-28/stampa-28.html )
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Come commentare? Che l’antiberlusconismo britannico e italico è alla frutta. Se questi sono argomenti politici, quelli del “Bagaglino” sono raffinati politologi. Evidentemente, poiché dall’inchiesta a orologeria di Bari ancora non è venuto fuori nulla di penalmente rilevante a carico di Berlusconi, e in attesa che qualche “manina” provveda magari in occasione del G8 dell’Aquila, si sta raschiando il fondo della botte. A Londra come a Roma.
Tuttavia crediamo che il paragone tra Berlusconi e un bovide da monta - considerato certo machismo diffuso italiano, a destra come a sinistra - faccia politicamente più male che bene. Consolida un mito che più italico di così non si può: quello dell'uomo che oltre a non dover chiedere mai, non dà un attimo di respiro alla partner... A letto s'intende.


Al posto di Repubblica, avremmo evitato di riprendere certi particolari… Dal momento che il guardonismo giornalistico, se spinto oltre un certo limite è controproducente. Ma si sa: all'odio politico non si comanda... E spesso anche al calcolo politico: la caduta di Berlusconi val bene una messa...
Ecco una buona domanda alla Franceschini: fareste educare i vostri figli da certi giornalisti guardoni e pure (politicamente) autolesionisti?

Carlo Gambescia 

venerdì 26 giugno 2009

I giovani e le droghe 
Non solo cocaina…



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Non è sicuramente un buona notizia, come riportato dalle agenzie di stampa, che il consumo di cocaina stia aumentando tra i giovani della Ue : 7, 5 milioni di persone tra i 15 e i 34 dichiarano di averla usata almeno un volta nella vita. Ma c'è dell'altro: sembra che il suo consumo sia apprezzato anche in Italia: da un'indagine condotta da una Asl di Roma su 1.800 giovani, emerge che il 50% dei ragazzi tra i 14 e i 19 anni sia convinto che la cocaina sia una sostanza ‘non pericolosa’(http://www.ansa.it/opencms/export/site/notizie/rubriche/altrenotizie/visualizza_new.html_992392204.html
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Non è il caso però di meravigliarsi più di tanto, perché i dati non sono confortanti anche per il resto della popolazione adulta europea. Infatti il quadro non è molto incoraggiante anche secondo l’ultimo rapporto, quello 2008 (novembre), dell’Osservatorio Europeo delle Droghe e delle Tossicodipendenze (OEDT). Le stime presentate si riferiscono a una popolazione tra i 15-64 anni.
Vediamo insieme questi dati.
Cannabis: Prevalenza una tantum (nel senso che è stata assunta almeno una volta) : 71 milioni circa (il 22% dei cittadini europei adulti; complessivamente la popolazione Ue si avvicina ai 500 milioni); consumo nell’ultimo anno: circa 23 milioni di europei adulti; consumo nell’ultimo mese: più di 12 milioni di europei; variazioni da paese a paese nel consumo nell’ultimo anno: range complessivo dallo 0,8% all’11,2 %.

Cocaina: prevalenza una tantum: almeno 12 milioni(il 3,6% dei cittadini europei adulti). Consumo nell’ultimo anno: 4 milioni di europei adulti; consumo nell’ultimo mese: circa 2 milioni; variazioni da paese a paese nel consumo nell’ultimo anno: range complessivo dallo 0,1% al 3,0%.
Ecstasy: prevalenza una tantum: circa 9,5 milioni (il 2,8% dei cittadini europei adulti). Consumo nell’ultimo anno: più di 2,6 milioni; consumo nell’ultimo mese: più di 1 milione. Variazioni da paese a paese nel consumo nell’ultimo anno: range complessivo dallo 0,2% al 3,5%.
Anfetamine: prevalenza una tantum: circa 11 milioni (il 3,3% dei cittadini europei adulti); consumo nell’ultimo anno: circa 2 milioni; consumo nell’ultimo mese: meno di 1 milione; Variazioni da paese a paese nel consumo nell’ultimo anno: range complessivo dallo 0,0% all’1,3%.
Oppiacei: tra uno e sei casi ogni 1.000 cittadini adulti. Nel 2005-2006 i decessi indotti dagli stupefacenti sono stati responsabili del 3,5% del totale dei decessi dei cittadini europei della fascia di età 15-39 anni, con la presenza di oppiacei in circa il 70% dei casi. Principale sostanza usata da circa il 50% dei soggetti che chiedono di entrare in terapia per consumo di stupefacenti. Più di 600.000 consumatori di oppiacei sono stati sottoposti nel 2006 a trattamento con terapia sostitutiva ( su tutti questi dati si veda http://www.emcdda.europa.eu/publications/annual-report/2008 - Documento in lingua italiana, p.13 ).
Quattro riflessioni.
La prima, piuttosto banale, e che i dati evidenziano che i giovani imitano comportamenti già molto diffusi tra gli adulti. La seconda, più seria, riguarda, come mostrano le cifre, la notevole diffusione del consumo di droghe. Di qui, la terza riflessione: se, considerati gli attuali livelli dei consumi, la repressione pura e semplice debba ancora essere vista come l’unica risposta plausibile. Dal momento che anni di proibizionismo sembrano aver solo reso più acuto il problema. O che comunque, quarta riflessione, il proibizionismo "puro", senza un adeguato supporto culturale e sociale ai giovani e alle famiglie in termini di welfare, stia mostrando di essere assolutamente inutile.
Perché, di una cosa siamo assolutamente convinti: che prima di reprimere sia necessario prevenire.

Carlo Gambescia 

giovedì 25 giugno 2009

Il libro della settimana: Maurizio Cau, Politica e diritto. Karl Kraus e la crisi della civiltà, il Mulino, Bologna 2009, pp. 442, euro 31,00.  


https://www.mulino.it/isbn/9788815127174

Il grande Julien Freund nel suo Décadence. Histoire sociologique et philosophique d’une catégorie de l’expérience humaine (Sirey 1984) parla anche di Karl Kraus. Lo dipinge, seppure rapidamente, come il critico per eccellenza di una decadente e inumana società borghese, che aveva dato il peggio di se stessa nella Prima Guerra Mondiale. Citando in particolare Gli ultimi giorni dell’umanità (Die letzten Tage der Menschheit ), opera teatrale scritta tra il 1915 e il 1922.
Ecco Karl Kraus critico delle decadenza. Ma in che termini, sociologicamente parlando? Freund nel suo interessante volume, non aggiunge altro. Si limita ad affiancare Kraus a Roth, Musil, von Doreder, Broch, Trakl…
Questa “curiosità” intellettuale ora può essere soddisfatta, o comunque inquadrata nel modo giusto, grazie al notevole libro di Maurizio Cau: Politica e diritto. Karl Kraus e la crisi della civiltà (il Mulino, Bologna 2009, pp. 442, euro 31.00). Giovane e promettente ricercatore di storia del pensiero politico e giuridico del Novecento, presso la Fondazione Bruno Kessler (nei cui “Annali” appare questa monografia).
Ma veniamo al libro. Dal punto di vista della biografia intellettuale, il suo principale pregio è di non santificare Karl Kraus, come spesso capita in Italia, elevandolo a supponente Savonarola laicheggiante. Né di farlo rientrare a forza nel “pensiero della crisi” tra le due guerre, per poi, recuperarlo sull’onda del nichilismo post-moderno: nichilismo intellettuale e colto, ma sempre nichilismo…
Invece Cau, pur rispettosamente, ne evidenzia i limiti ideologici, rappresentati dagli innamoramenti krausiani, prima per i socialdemocratici e poi per Dollfuß, nonché quelli filosofici, legati alla sua filosofia dell’Ursprung, quale necessario ritorno all’origine, in tutti i campi, dal linguistico al giuridico. E perciò pietra di paragone teorica, ma anche pesante macigno per l’azione riformatrice, nei riguardi di una modernità mai amata da Kraus. E probabilmente mai veramente compresa nella sua specificità.
Riteniamo infatti che “ Die Fackel” - la famosa rivista redatta da Kraus dal 1899 al 1936, anno della sua morte - si debba ammirare come un maestoso tramonto sull’oceano. Che però sembra non finire mai… Nella modernità che imbrunisce, così ben raffigurata da Kraus, non si riesce però a scorgere alcuna alba.
Scrive Cau a proposito dell’ Ursprung (la citazione è lunga ma necessaria):
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In cosa consista tale origine e quale sia il suo ruolo nell’impianto concettuale krausiano non è dato sapere con certezza, stante la già evidenziata mancanza di analiticità del suo pensiero, ma resta possibile tratteggiarne sommariamente i contorni. La categoria dell’Ursprung, rappresentando in via generale tutto ciò che di un ordine primigenio è andato smarrito, sembra rimandare Kraus alla dimensione della perdita. Non per questo quello dell’origine può essere considerato un concetto dai caratteri storicamente ben definiti. La sua valenza non è infatti prettamente storica, ma logico- religiosa. Quello dell’origine non definisce, quindi un momento storicamente determinato nello sviluppo della civiltà umana, ma costituisce una categoria spirituale cui l’umanità dovrebbe riferirsi e in nome della quale avrebbe l’obbligo di orientarle proprie azioni. Come notava Kurt Krolop, l’Ursprung non è un fatto ma un processo durevole, la cui ripetibilità garantisce la potenziale immanenza dell’origine stessa. Esso non definisce, di conseguenza un semplice momento nella storia dell’evoluzione dell’umanità, ma un sistema categoriale e assiologico che non ha perso la propria validità e il proprio carattere di urgenza. Non si tratta neppure di una struttura concettuale simile allo stato di natura caro alle dottrine di tradizione giusnaturalista, poiché per Kraus essa non rappresenta un costrutto logico su cui fondare l’ordine politico costituito, ma l’immagine di un passato ormai irraggiungibile che costituisce i valori autentici della cultura umana. Come ha scritto Cases, ‘la coscienza dell’Origine dà a Kraus la forza di contrapporsi al tempo e alla storia, al groviglio delle colpe ‘ ” (pp. 104-105).
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Sociologicamente parlando, per Kraus, ebreo di cui però è bene non dimenticare la conversione al cattolicesimo, la storia è decadenza, almeno a far tempo da Adamo ed Eva.
Risulta perciò chiaro, come su queste basi, per Kraus “i veri credenti - come recita un suo celebre aforisma, giustamente citato da Cau - sono quelli a cui manca Dio”. Nei termini, appunto, di una purezza edenica alla quale l’uomo, come angelo caduto, aspira a (ri)tornare.
Ora, se per Kraus la storia - tutta la storia - è decadenza, la modernità non può non divenire un “episodio” di un lento e plurimillenario declino: una fase provvisoria, in fondo priva di importanza. Di qui il suo non venire e patti con la modernità. Ma anche la sua difficoltà di capire la specificità del mondo moderno.
Inoltre il suo considerare, alla stregua di un novello Agostino, la storia come decadenza, spiega l’avversione di Kraus per Hitler, di cui coglie bene proprio il lato demoniaco, quasi di maligna pianta strisciante sul terreno, ma aiuta a capire - cosa che sembra sfuggire a Cau - la sua “opzione” per Dollfuß, nel quale sembra scorgere il Katechon: colui che, in senso paolino, frena il male: impedisce la degenerazione del mondo. E frenandola potrebbe in parte favorire il graduale (ri)torno alla purezza edenica
Del resto Kraus, come nota Cau, confermò “il proprio appoggio alla politica dolfussiana (…) anche in seguito all’assassinio del cancelliere austriaco”. Perché, rilevava lo scrittore austriaco, “la convinzione che Dollfuß è stato un eroe dev’essere dal punto di vista etico o intellettuale, più sospetta della credenza nella vittoria finale della stupidità suicida? (…) “ (p. 407) .
“Stupidità suicida”. Parole profetiche, ma inascoltate, che avrebbero di lì a poco travolto la vita di milioni di persone. Parole che probabilmente sarebbero piaciute ad Agostino. 

Carlo Gambescia

mercoledì 24 giugno 2009

Incontri su YouTube 
La “vera Roma” del Segno del Comando




Chi ricorda “Il Segno del Comando”? Sceneggiato, come si diceva allora, prodotto dalla Rai e andato in onda in cinque puntate nel maggio del 1971?
La storia ruota intorno a un professore inglese Lancelot Edward Forster, docente a Cambridge, giunto a Roma per una conferenza su George Byron e desideroso di fare ulteriori indagini sul grande scrittore romantico, in particolare sulla sua passione per l’occulto. Ma il soggiorno si rivela tutt’altro che di studio: Forster si ritrova al centro di un intrigo, dove, spie, truffatori, occultisti, fantasmi (uno bellissimo...) e fantasmagorie ne sconvolgono con ritmo incalzante la quieta vita di studioso (su trama, attori e quant’altro si veda qui: http://it.wikipedia.org/wiki/Il_segno_del_comando - http://www.unilibro.it/find_buy/Scheda/dvd_film/regista-daniele_d_anza/sku-11992368/il_segno_del_comando_2_dvd__.htm ).
A distanza di quasi quarant'anni "Il Segno del Comando" riesce ancora a trasmettere quel fascino inquieto e avvolgente di una Roma in bianco e nero: città misteriosa, notturna e diurna, pagana e cristiana. Si viene come imprigionati nella stessa tela di ragno in cui cade il protagonista. E ci si ritrova all'improvviso dentro un mondo segreto che al tempo stesso attrae e respinge. Lo sceneggiato andrebbe rivisto solo per questa capacità di evocare il lato numinoso di Roma, potente e terribile.
Chi scrive si è sempre interrogato sui veri luoghi del “Segno del Comando”: dove fossero quelle vie, vicoli, piazzette che vedevano il professor Forster prendere atto con crescente apprensione del filo segreto del suo destino. Luoghi che lo sceneggiato presentava sotto altri nomi: una specie di Roma in incognito... Un mistero nel mistero...
Bene, ora su YouTube, grazie alle certosine ricerche di Mades07 (http://www.youtube.com/user/mades07 ), al quale vanno i nostri ringraziamenti, è finalmente possibile sciogliere quest'ultimo mistero. E così scoprire i veri luoghi (romani) del “Segno del Comando”. Esattamente qui: http://www.youtube.com/watch?v=M85LpQ3MrOU (prima parte) e qui: http://www.youtube.com/watch?v=-h0QsZ2oCWQ (seconda parte).
Un chicca da non perdere. Per (ri)scoprire una certa Roma crepuscolare e una tantum la nostalgia, talvolta inibente, del tempo andato.


Carlo Gambescia 

martedì 23 giugno 2009

Il fallimento dei referendum 
Democrazia l’è morta




Dal 1997 al 2009 su 26 referendum solo in un caso si è raggiunto il quorum, dove però non era necessario (il referendum sulle modifiche costituzionali tenutosi nel 2006). In precedenza, dal 1946 al 1995 su 40 referendum solo in 3 occasioni non si era raggiunto il quorum (1990: caccia1, caccia 2, pesticidi). Altro dato evidente: il calo dell’affluenza sembra cresciuto con l’intensificazione dell’uso dello strumento referendario: dal 1997 al 2009 si sono tenuti 26 referendum contro i 40 dal 1946 al 1995: in realtà però se ne sono tenuti 39 fra il 1974 e il 1995: un'autentica overdose (http://www.corriere.it/Primo_Piano/Politica/2009/06/22/pop_referendum.shtml ) .
Pertanto non c’è di che stupirsi se con i referendum di domenica e lunedì si sia toccato il punto più basso dell’affluenza: sembra infatti che solo il il 23-24 per cento degli aventi diritto sia andato a votare.
Crediamo si tratti ormai di una tendenza strutturale: per un verso legata alla assuefazione sociale e politica, causata dall' eccessivo ricorso all'istituto del referendum; per l’altro dalla scarsa rilevanza dei risultati prodotti dai referendum stessi: quando gli elettori si sono accorti di venire presi per il naso dai politici di professione (di tutti i partiti) hanno iniziato a rimanere a casa.
Per dirla tutta: in Italia - altro bel record - si è riusciti ad affossare la forma più solenne di democrazia, certo maggioritaria, ma comunque molto importante. Il troppo, come si dice dalle nostre parti, "stroppia", soprattutto quando, come la famigerata montagna, mette al mondo topolini...
A questo punto c’è veramente di che preoccuparsi: se oltre alla democrazia rappresentativa, non funziona neppure quella diretta, resta difficile immaginare un futuro democratico per questo paese.


Che brutto giorno: democrazia l'è morta… 

Carlo Gambescia

lunedì 22 giugno 2009

Se cade Berlusconi… 
La ricetta di Eugenio Scalfari si chiama Gianfranco Fini


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Se cade Berlusconi, suggeriamo agli amici lettori di non farsi troppo illusioni. Perché il “programmino” è già stato fissato ieri da Eugenio Scalfari su Repubblica ( http://www.repubblica.it/2009/03/sezioni/politica/scalfari-editoriali/editoriale-21-giugno/editoriale-21-giugno.html ).
Per così dire, il piatto per gli italiani affamati di moralità, libertà, giustizia e tanto Di Pietro, è già bello e pronto. Ma nasconde la solita polpetta avvelenata: questa volta nella veste di Gianfranco Fini, il genero che tutte le mamme italiane sognano...

Ma lasciamo la parola a Scalfari:
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E’legittimo tuttavia porsi il problema d'uno sbocco politico che tenga conto delle norme e delle consuetudini che regolano il sistema e sul rispetto delle quali vigila il presidente della Repubblica. In caso di dimissioni del premier, anche se accompagnate dalla sua richiesta di scioglimento delle Camere, spetta al capo dello Stato di esaminare la possibilità che la maggioranza esistente esprima un altro premier o che si possa formare in Parlamento un'altra maggioranza. Solo nel caso che entrambe le possibilità si rivelino impraticabili il capo dello Stato procede allo scioglimento. In tal caso è possibile che il Quirinale designi una figura istituzionale che conduca il paese alle urne.
Nel caso specifico la figura istituzionale si può ravvisare nel presidente della Camera, che assomma in sé un duplice requisito: è la terza carica dello Stato ed è anche il co-fondatore, insieme a Berlusconi, del partito di maggioranza relativa. Può dunque essere incaricato di portare il paese al voto immediato o anche di portarcelo dopo avere adempiuto ad altre gravissime emergenze connesse con la crisi recessiva che non consente pausa nella gestione della politica economica”.
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Altro che scioglimento delle Camere… Scalfari promuove sul campo Fini, a successore di Berlusconi, ma a una condizione: il “ragazzo” deve prima far fuori il Cavaliere. Quanto alle elezioni, sì, ma solo “dopo aver adempiuto ad altre gravissime emergenze”.
Tradotto: si voterà solo quando, si sarà sicuri di aver messo politicamente a nanna Berlusconi, grazie magari a un’alleanza alla tedesca, tra pezzi di un Pdl “finizzato” e di un Pd “rutellizzato”, con la benedizione dell’Udc di Casini.
Altro che rivoluzione morale e politica... Qui si prepara, se ci si passa la grave caduta di stile (ma quasi dovuta quando si parla di certi personaggi...) , la solita “pippa antica” al servizio dei potenti di sempre. Certo, Fini, Rutelli e Casini sono tre personaggi affidabili. Ma solo dal punto di vista dei poteri forti, a partire dalla Banca d’Italia…
Ma perché Scalfari parla tanto dell’importanza istituzionale della “ Terza Carica dello Stato”? Quando un ruolo del genere può essere assolto anche dalla “Seconda Carica dello Stato”? Che stando all’articolo 88 della Costituzione è convocato, al pari del Presidente della Camera dei deputati, dal Presidente della Repubblica prima di sciogliere il Parlamento o anche una sola di esse ?
Perché il Presidente del Senato si chiama Schifani. E potrebbe - il condizionale è d’obbligo - essere ancora fedele a Berlusconi.

Mentre a Scalfari (e ai poteri da cui dipende) occorre uno che sia nato in livrea.

Carlo Gambescia

venerdì 19 giugno 2009

Berlusconi e Ahmadinejad 
Esame di coscienza (di un democratico)




Non è sempre facile occuparsi in modo neutrale di politica interna e internazionale. Come non è altrettanto facile prendere posizioni nette di tipo ideologico. Oggi però ne vogliamo prendere una, “secca”, in favore della democrazia, sicuramente scomoda. E per una semplice ragione. Perché riteniamo che il voto dell’elettore, debba sempre essere rispettato, anche quando riflette posizioni politiche che possono non piacere.
Sotto questo aspetto due vicende in corso ci stanno procurando gravi problemi di coscienza (democratica).
La prima è quella di Berlusconi, legata all’inchiesta di Bari su squillo e feste. La seconda è quella riguardante la situazione iraniana.
Nel primo caso, pur non credendo alla tesi del complotto né alle argomentazioni difensive dell’avvocato Ghedini, iniziamo a sospettare che nonostante gli italiani si siano espressi democraticamente un anno fa e anche nelle recenti amministrative votando in massa Berlusconi, lo si voglia togliere di mezzo a ogni costo, attraverso una mirata campagna giudiziaria e di stampa. Come dire: “Cari italiani la democrazia vale solo quando il voto è in sintonia con il “voto nostro”. Ovvero quello delle dominanti élite economiche, che appoggiano - quando torni loro comodo ovviamente - i poteri mediatici e giudiziari.
Nel secondo caso, pur non apprezzando umanamente e politicamente un personaggio come Ahmadinejad, riteniamo che anche in Iran sia in atto un tentativo di toglierlo di mezzo a ogni costo, attraverso una campagna mirata di tutta la stampa occidentale. Perciò anche in questo caso la democrazia sembra valere solo quando il voto del popolo risulti in sintonia con il “voto” delle dominanti élite economiche filo-occidentali, nazionali e internazionali.
Il che è inaccettabile dal punto di vista di una teoria pura della democrazia. Perché se democrazia deve essere, e se il valore delle regole della democrazia è assoluto ( nel senso di accettare sempre il responso delle urne, anche quando non piace), rigore vuole che Berlusconi e Ahmadinejad possano e debbano governare: il popolo ne ha sancito, con il voto, il democratico diritto-dovere.
Di conseguenza ogni tentativo di delegittimarli, per così dire, a mezzo stampa è antidemocratico. Soprattutto perché violare la democrazia, non fa bene alla democrazia. E spieghiamo perché.
Si dirà: Berlusconi e Ahmadinejad sono due pericoli per la democrazia, e quindi ci si deve difendere a ogni costo, anche ricorrendo all’antidemocrazia.
D’accordo, ma poi come giustificare “democraticamente”, un potere conquistato antidemocraticamente? La famosa "gente" non è stupida, né in Italia né in Persia.
La democrazia, purtroppo, è un rischio. E se non si è capaci di accettarlo, se ne corre uno ancora più grande: che la "gente" di cui sopra, stufa di essere presa per il naso, finisca per accettare, prima o poi, perché “ tanto votare non serve…”, i "buoni" uffici di qualche "buon" tiranno.
Il che però significa - sia chiaro - dire poi addio anche alla sola idea di una stampa e di una magistratura libere…

Carlo Gambescia 

giovedì 18 giugno 2009

Il libro della settimana: Slavoj Žižek, In difesa della cause perse. Materiali per la rivoluzione globale, Ponte alle Grazie, Milano 2009, pp. 640, euro 26,00.


www.ponteallegrazie.it

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Slavoj Žižek è un marxista post-moderno? No, perché la sua visione del potere è molto realista e non "liquida", per usare un termine alla moda. Allora è un marxista classico che vivacchia sull'onda sempre più corta di Marx ed Engels? No, perché non ha alcuna fiducia nella scienza e nei determinismi conoscitivi. Forse il suo pensiero può essere ricondotto a Lenin? Ancora no, perché il barbuto filosofo sloveno ha letto troppo Lacan e, in ultima istanza, al potere degli uomini preferisce quello della parola. Ma fino a un certo punto come vedremo.
In realtà, Žižek è il prototipo dell’ intellettuale sciamano, che rischia di scatenare forze incontrollabili : filosoficamente indefinibile ma capace di evocare, attraverso la "sciamanzia", l'anima del "trapassato-comunismo". Insomma, di rianimare, partendo dalla realtà di oggi, molto liberamente interpretata (Žižek è un Harry Potter del collage intellettuale), “mondi lontanissimi”, per dirla con il titolo di una classica raccolta anni Ottanta di Battiato.
Ecco lontanissimi e rischiosi. Il suo, infatti, è un comunismo intergalattico, ma con pericolose ricadute sulla Terra, come poi vedremo. E per il lettore i conti intellettuali possono tornare soltanto nel caso in cui condivida i presupposti lacaniani della sua filosofia. E ovviamente la fede nel comunismo, come padre, madre, sorella, eccetera di tutte le ideologie. Altrimenti il rischio è quello di ritrovarsi sul treno sbagliato, senza avere la possibilità di scendere se non dopo seicento pagine, pardon chilometri.
Presupposti lacaniani, dicevamo, che conducono Žižek a sviluppare una specie di psicanalisi della rivoluzione permanente. Come in quest’ultimo libro In difesa della cause perse. Materiali per la rivoluzione globale (Ponte alle Grazie, Milano 2009, pp. 640, euro 26,00).
Dove Žižek difende il comunismo - la causa persa - sulla base dell’esistenza nell’uomo di un sempiterno desiderio lacaniano di “godimento” (la “jouissance”). Un desiderio che può essere soddisfatto solo con la liberazione da quelle costrizioni sociali imposte non tanto ( o non solo) dal "Significante Maestro" (altro termine lacaniano, che sta indicare, semplificando, una specie di Super Io freudiano...), quanto dall’ assenza, per così dire, di "Significanti Maestri" (tradotto: punti di riferimento alternativi...), oggi imposta da un capitalismo capace di colonizzare e dominare monoliticamente, attraverso l’immaginario, la psiche umana. Nulla di nuovo, se non il linguaggio, rispetto alla vulgata francofortese.
Di qui però, secondo Žižek, la difficoltà per il comunismo di conquistare il potere, se non, come lascia intendere, con metodi violenti, o comunque attraverso una rottura rivoluzionaria, sulla cui dinamica però non si pronuncia. Ma soprattutto la necessità, una volta conquistato, di gestirlo con mano ferma nei termini di rivoluzione culturale e politica permanente, capace di imporre al Pianeta Terra attraverso il “terrore” ( Žižek è un ammiratore di Robespierre, Lenin, Stalin, Mao, e ultimamente Chavez)), l’ “eguaglianza” e il necessario equilibrio ecologico. Due mete che designerebbero il cammino di tutta la storia dell’umanità.
Žižek sembra propugnare una specie di comunismo ecologista, fortemente centralizzato e affidato a un capo carismatico (si vedano le pagine elogiative dedicate al carisma di Chavez), capace, attraverso decisioni non democratiche, di realizzare la democrazia. Sulla cui articolazione futura il filosofo sloveno però non si diffonde; mostrando così di non saper controllare le forze da lui evocate.
Per usare una metafora che a lui piacerebbe, Žižek si sente il comandante unico in pectore dell'Enterprise-Comunismo: si vedano, ad esempio, le pagine in cui polemizza duramente con Negri e gli altri dottor Spock del fantacomunismo, inclusi quei lacaniani che non la pensano come lui. Un viaggio intellettuale e politico che sulla scia del conflitto hegeliano tra idea e concetto, recepito da filosofo sloveno, rischia di però di avere una durata sicuramente più lunga della saga di Star Trek. Ed esiti sicuramente disastrosi.
Ovviamente abbiamo semplificato 600 chilometri, pardon pagine, di non sempre facile lettura, questa volta, complicate anche dall’apporto linguistico e concettuale di Alain Badiou, altro sciamano, mai completamente guarito dal maoismo, verso il quale Žižek mostra, da vice-sciamano, grande rispetto e amicizia (al punto di dedicargli il libro).
Quel che va assolutamente rilevato è che Žižek, come tutti gli sciamani, quando dalla teoria passa alla prassi politica, nel senso di fare esempi con nomi e cognomi, se ne esce con affermazioni del genere:
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“Uno degli argomenti di coloro che insistono che fu il comunismo, e non il fascismo, la vera catastrofe etico-politica del ventesimo secolo, si basa sul fatto che in tutta la Germania nazista c’erano solo 25.000 poliziotti segreti della Gestapo per il controllo delle popolazione, mentre la solo piccola DDR impiegò 100.000 poliziotti segreti per controllare una popolazione molto meno numerosa – chiara prova della natura molto più oppressiva del regime comunista. E se, invece, si leggesse questo fatto in modo diverso? Furono necessari meno agenti della Gestapo perché la popolazione tedesca era molto più corrotta moralmente dal sostegno al regime nazista (e dunque collaborò con il regime) rispetto alla popolazione della DDR. Perché la popolazione della DDR resistette molto di più? La riposta è paradossale: il fatto non è che il popolo mantenne semplicemente la sua indipendenza etica, al punto che il regime era alienato dalla ‘vita etica sostanziale’ della maggioranza; al contrario, la resistenza era un indizio del successo dell’ideologia dominante. Nella loro resistenza al regime comunista, le persone si basavano sulla stessa ideologia ufficiale che spesso contraddiceva sfacciatamente la realtà: la libertà reale, solidarietà sociale, vera democrazia…” (p. 324).
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Giusto. Infatti, al comunismo ufficiale, dopo la caduta, il popolo della DDR ne ha sostituito un altro, in nome dei veri ideali comunisti… Ecco questo è Žižek, il filosofo sciamano. A chi piace il genere, si accomodi pure. 

Carlo Gambescia

mercoledì 17 giugno 2009

Incontri su YouTube 
L'ultimo bacio:
l'amaro destino dei collabo...



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Parigi insorge il 18 agosto del 1944. Il 25 agosto i tedeschi si arrendono. Mentre i "collabo" non possono...
E così la resa tedesca rappresenta l'inizio della fine anche per quei collaborazionisti molto giovani, alcuni probabilmente fascisti per caso, come il "Lacombe Lucien" del film di Louis Malle.
Il video trovato su YouTube riguarda la città di Marsiglia e si intitola "1944 France - French Nazi Sniper Bound to be Executed" ( http://www.youtube.com/watch?v=-_FdBoZwlwU ). Le immagini consegnano alla storia minore, quella degli sconfitti, gli ultimi momenti di vita di un franco tiratore “French Nazi”…, o più probabilmente di un fascista puro e semplice. Insomma, un Lacombe Lucien in carne e ossa...
Il video si apre con le immagini di una città insorta. Issata sul tetto di un' automobile, sventola una bandiera francese con la croce di Lorena, simbolo del movimento di liberazione Francia Libera. Si vedono carri armati alleati. Ma anche pattuglie partigiane su automobili mimetizzate. Un vecchio combattente con barba d'antan, elmetto in stile Verdun, giacca e cravatta rossa, sorride per la storia ... Fumo di esplosioni. Si spara e si indica verso l'alto: dove sono i cecchini. Altri partigiani si ammucchiano davanti all'ingresso di un edificio. Si scorgono anche soldati americani. Tutti insieme - liberati e liberatori - cercano di forzare il portone.
All'improvviso la scena cambia. Tre “collabo” già in piedi davanti a un muro: segno premonitore. Intorno gruppi di partigiani, armati alla meno peggio; in pantaloncini corti o rivestiti di improbabili uniformi militari; alcuni hanno in testa elmetti della "Grande Guerra". Trapela euforia, come negli spogliatoi di un dopopartita vittorioso.
Ecco lo “sniper” avanzare, guardato a vista, in mezzo ai partigiani: molto giovane, avrà vent’anni appena, capelli nerissimi, con un ciuffo che gli ricade continuamente sulla fronte, viso lungo e pallido, baffetti appena accenati, indossa una specie di tuta blu da lavoro. Non sembra un borghese. Gesticola, come se volesse spiegare le sue ragioni. Ma con poca convinzione. Probabilmente perché, dall’indifferenza di chi fa finta di ascoltarlo, ha già capito che il suo destino è segnato. Uno gli tiene puntata contro la pistola.
A meno di un metro, la madre, sessant'anni o forse più: dimessa, piccolina, dai capelli bianchi e spettinati, vestita di nero. Sembra capitata lì per caso, forse sospinta dalla folla, strappata alla quotidianità domestica. Fissa il figlio come se con gli occhi volesse farlo volare altrove: lontano e al sicuro. Alcuni le dicono qualcosa, ma sembra non ascoltare. Probabilmente ha compreso che al suo ragazzo è rimasto poco da vivere. Fascista o no per caso.
All’improvviso, seguendo l'impulso antico del cuore, protende prima un braccio poi l’altro, fino a cingere con le mani unite la nuca del figlio. Lui, più alto, lascia a fare, e meccanicamente piega la testa, per farsi baciare sulla guancia. Come tante altre volte... Mentre lo bacia la madre sussurra qualcosa.
Quello è l’ultimo bacio.

Carlo Gambescia 

martedì 16 giugno 2009

Contrappunti
Leggere Lolita a Teheran? 
No grazie



L’amico Attilio Mangano si chiede, alla luce di quello che sta accadendo in Iran, se la sinistra sarà in grado di capire che “la domanda da porsi comincia a essere questa, la sinistra del futuro si chiama Lolita a Teheran” ( http://isintellettualistoria2.myblog.it/archive/2009/06/13/attilio-mangano-come-discutere-della-sinistra-del-futuro-sen.html ). Nel senso, se abbiamo capito bene, di una chiara scelta di campo in favore di quel diritto alla felicità, difeso da Azar Nafisi in Leggere Lolita a Teheran, e non di discussione, autenticamente liberale, sulla necessità di non imporre mai alle persone, come invece pare avvenire nell’Iran di Ahmadinejad, una certa idea di cosa "debba essere" il bene e la felicità per loro.
Crediamo, infatti, che il problema sia molto più complesso. E che riguardi il diritto o meno per ogni popolo di scegliere la sua strada, sulla base dei propri valori storici. Fermo restando(ecco il punto), all’interno di una scelta collettiva condivisa democraticamente, il diritto per ogni cittadino di dissentire.
Il che significa che il futuro della sinistra, non può essere rappresentato dalla difesa di un astratto diritto alla felicità buono per ogni latitudine, sostanzialmente occidentalista, ma dalla difesa dei concreti diritti individuali (di pensiero, parola, voto, eccetera), quando e se minacciati da un visione monolitica di ciò che "debba essere il bene per il popolo”. Dal momento che è giusto che ogni popolo scelga il proprio cammino, ma è altrettanto giusto che siano tutelate le minoranze dissenzienti.

Insomma, l'occidentalismo come pensiero unico, è una cosa, il liberalismo come tutela del pluralismo di pensiero, un'altra. Mai dimenticarlo.
Ora, non sappiamo di preciso che cosa stia accadendo in Iran: il velo occidentalista, ben più spesso di quello islamico, che caratterizza l’informazione, impedisce qualsiasi forma di documentazione oggettiva sulla situazione iraniana, ma di una cosa siamo sicuri: se la "battaglia" post-elettorale in corso, come sembra ritenere Mangano, è solo quella tra un astratto diritto alla felicità e il diritto di un popolo a vivere come democraticamente decide, allora crediamo che l’Iran debba essere lasciato libero di scegliere. O, se si preferisce, di sbagliare da solo…
Per contro, desiderando andare oltre questa scelta secca, si può sostenere che vero punto della questione, non sia quello, come suggerisce Mangano, di sposare una delle due cause (o il diritto dei popolo, o il diritto alla felicità), ma di individuare il "punto critico" dove il diritto di un popolo, facendosi opprimente sconfini nella tirannia e nell’oppressione del singolo.
Un’opera che di regola viene concretamente affidata e svolta da apposite commissioni Onu di controllo elettorale . Ma si pensi anche al ruolo innovativo che potrebbe giocare una vera internazionale socialista e liberale, capace di porsi, quantomeno moralmente, al di là degli schieramenti, e così svolgere attività di Terzo Garante, come dire, Elettorale. E qui piace ricordare il nome di Lelio Basso, che tanto fece per coniugare, pur combattendo un astratto diritto alla felicità, diritti dei popoli e diritti individuali.
Ovviamente, anche qui c’è una controindicazione: siamo infatti assolutamente consapevoli che proporre commissioni "neutrali" - già difficilmente proponibili in tempi normali - in un mondo in guerra e diviso blocchi, ( di qua l’Occidente, di là l’Islam) può sembrare molto ingenuo. E lo è.
Cosa che però non implica il dover essere d’accordo con la scelta puramente occidentalista, racchiusa nell’idea di un astratto diritto alla felicità “a prescindere”, che Mangano sembra considerare la via maestra per la sinistra.
Concludendo: Leggere Lolita a Teheran? No grazie.
Carlo Gambescia 

lunedì 15 giugno 2009

Berlusconi
Il "Bau Bau " del golpe



Ci risiamo con la teoria del complotto. Questa volta è toccato a Berlusconi ricorrervi. Il quale senza mezzi termini ha parlato addirittura di un pericoloso tentativo di golpe contro di lui.

Non possiamo perciò non dire la nostra. La prendiamo però da lontano. Perché al di là di qualsiasi ragionamento sul “complottismo” di Berlusconi, sul quale torneremo nelle conclusioni, riteniamo importante proporre una riflessione generale sulla questione.
In primo luogo, l’idea cospirativa, in quanto compiuta o totale (nel senso che la sua vaghezza la rende inconfutabile) colpisce l’immaginazione collettiva perché indica il nemico ( l’opposizione, i comunisti, i fascisti, i massoni, eccetera). E’ un esempio classico di idea-forza. Che accresce la coesione intorno alla persona (o al gruppo sociale) vittima del presunto complotto. E per contro rafforza pure la compattezza di coloro che ne siano eventualmente ritenuti autori. La teoria cospirativa è conflittuale per eccellenza: unisce e divide a un tempo.
In secondo luogo, l’idea di complotto, ha una funzione, in qualche modo, socialmente esplicativa: rende chiaro quel che a prima vista appare incomprensibile e rassicura, "attribuendo" le eventuali colpe. Basti ricordare che le interpretazioni complottistiche della rivoluzione francese, furono dovute al fatto che molti monarchici continuarono per anni a ritenere inaudito il crollo improvviso di un antico regno europeo: non credevano ai loro occhi. Cosicché l’attribuzione della caduta alle trame massoniche svolse una funzione esplicativa e, tutto sommato, di rassicurazione emotiva e politica nei riguardi del mondo aristocratico. Che poteva auto-assolversi e così puntare sul suo riscatto sociale e storico.
Il complottismo, in certo qual modo, è una scorciatoia emotiva. Semplificando: è il "Bau Bau", entità senza una definizione ed un contorno immaginabili, che serve a tenere buono un "popolo bambino".
Sul piano personale non escludiamo che gruppi di persone possano "complottare", eccetera... Ma ci limitiamo a constatare empiricamente la presenza, fra gli uomini, del cosiddetto istinto delle combinazioni (per dirla con il vecchio Pareto), che implica, nel caso, due tipi di azioni sociali : “fare complotti” e “scorgere complotti”. Sulla predominanza dell'una o dell'altra azione sociale decide la “concezione del mondo” degli attori sociali e degli osservatori. E quindi il modo di concepire il senso delle azioni umane.
Da buoni lettori di Guerra e Pace, crediamo che in ultima istanza, come capitava ai generali di Tolstoj, sia facile organizzare una strategia, ma difficile condurla a termine. Perché una battaglia si svolge spesso in modo casuale. il che non significa che non si possa vincerla. E lo stesso vale – crediamo – per i complotti: l'uomo propone, il caso dispone... Di qui, il nostro ripiegamento sull'analisi, empiricamente più appagante, del perché si “scorgono complotti". E, in questo caso, di rispondere alla domanda perché Berlusconi “scorge complotti”.
A questo punto dovrebbe perciò essere chiaro come il perché sia nella volontà berlusconiana di ricompattare la maggioranza, discreditare l’opposizione e rassicurare gli elettori. E probabilmente anche se stesso.
Ma si tratta di una scelta - una specie di "richiamo della foresta" - che fa male alla democrazia, soprattutto se intesa come appello alla ragionevolezza, al rispetto dell’avversario e delle regole.
Rispetto che non è il forte del Cavaliere. Di qui il suo complottismo. E visto che vi si presta anche l’opposizione (si pensi all’intervista “sulle scosse” di D’Alema), si tratta di un "vizio" collettivo, tipico di una democrazia immatura. Ancora bambina, purtroppo.

Carlo Gambescia

venerdì 12 giugno 2009

Il Ddl sulle intercettazioni 
Tre veloci riflessioni


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La Camera ha approvato il Ddl sulle intercettazioni (http://www.ansa.it/opencms/export/site/notizie/rubriche/daassociare/visualizza_new.html_988600131.html ). Si può parlare di “morte della giustizia penale” come afferma l’Associazione Nazionale Magistrati (http://www.ansa.it/opencms/export/site/notizie/rubriche/daassociare/visualizza_new.html_988576047.html ) ?
Tre veloci riflessioni.
In primo luogo, si tratta di un altro provvedimento che Berlusconi si è fatto fare su misura. E sicuramente di natura vendicativa nei riguardi dei "magistrati comunisti". Su questo non c’è dubbio.
In secondo luogo, è altrettanto esatto giudicare particolarmente restrittivo il Ddl, perché il provvedimento riduce in modo notevole la discrezionalità dei giudici in materia. Far però combaciare la giustizia penale con la "libertà di intercettazione" sembra eccessivo. Come i giudici ben sanno, esistono altri strumenti di indagine. Certo, bisogna far lavorare di più il cervello.
Comunque sia, tra un colpevole in libertà e un innocente in prigione, preferiamo un colpevole in libertà, ovviamente è un’opinione personale. La prigione, soprattutto, se ingiusta, può distruggere la vita di uomo. Si dirà: ma lo strumento delle intercettazioni può favorire la qualità delle indagini, e quindi ridurre il rischio di errori giudiziari. Anche questo è vero. Ma la qualità dipende dal senso di reponsabilità e dall'umanità del singolo giudice. Nonché, last but not least , dalla sua voglia di lavorare.
In terzo luogo, il Ddl contrasta e in modo piuttosto duro, forse troppo, quello che è il versante “giornalistico” delle intercettazioni. Finora, in verità, spesso usate illecitamente, e a orologeria, dai media per ragioni politiche o scandalistiche. Qui il giro di vite era perciò necessario. Chiunque abbia frequentato le redazioni dei giornali, e in particolare, la cosiddetta “giudiziaria”, è al corrente - e ci scusiamo per l’espressione - di quale merdaio di complicità vi sia sotto. Perciò le (finte) verginelle delle carta stampata, che ora parlano scandalizzate di “bavaglio alla libertà di stampa”, con gli editori in testa - il cui scopo era ed è solo quello di non tirare fuori un euro - , sono chiaramente in malafede.
Tutto qui. O no?


Carlo Gambescia 

giovedì 11 giugno 2009

Il libro della settimana: Mario La Ferla, L’altro Che. Ernesto Guevara mito e simbolo della destra militante, Stampa Alternativa, Viterbo 2009, pp. 216 , euro 14,00.


www.stampaalternativa.it/

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Dispiace non poter recensire positivamente L’altro Che. Ernesto Guevara mito e simbolo della destra militante, (Stampa Alternativa, Viterbo 2009, pp. 216 , euro 14,00), scritto da un bravo giornalista come Mario La Ferla, già inviato speciale dell’ “Espresso”. Forse perché, dopo per aver letto alcune recensioni favorevoli, ci aspettavamo troppo. Pertanto La Ferla non ce ne voglia. Del resto nessuno è perfetto, incluso l'autore di questa recensione.
Si tratta di un libro, per dirla subito fuori dai denti, che rappresenta il meglio e il peggio di certo giornalismo culturale. Dedito alla celebrazione feticista del come eravamo, senza preoccuparsi troppo del come siamo diventati.
Ma veniamo al dunque.
Lato positivo: La Ferla si occupa in modo post-ideologico e sciolto di un tema caldo, quello del mito del Che nella destra fascista e postfascista.
Lato negativo: lo svolge però in modo impolitico. Trascura le differenze politiche tra destra e sinistra, diluendole nel solito brodo generazionale comune, targato Sessantotto, in bilico, come per decreto legge, tra il c’eravamo tanto armati e il c’eravamo tanto amati.
Da questa angolatura quelli che hanno letto Fascisti immaginari di Luciano Lanna e Filippo Rossi (Vallecchi 2003), vera e propria enciclopedia del destro-pensiero in stile "Gambero Rosso", non troveranno nulla nuovo. Anche in termini di un' atmosfera, molto romanesca, all'insegna del "volemose bene, semo tutti sessantottini, pure i fasci"...
Oddìo, sempre meglio delle bombe. Però si muore anche di diabete.
Mentre quelli che non hanno neppure spulciato il Lanna-Rossi, scopriranno con stupore il cuore nazionalrivoluzionario di Pier Francesco Pingitore, fondatore del Bagaglino, che scrisse nel 1967 una toccante canzone in memoria del Che, cantata con voce non ancora arrochita da Gabriella Ferri: Addio Che/la gente/come te/ non muore/ nel suo letto/ non crepa di vecchiaia. Addio Che/sei morto nella valle/e non vedrai morire/la tua rivoluzione. E cosi via, lungo le corde del sincero e ribelle rimpianto per un eroe di sempre.
Ma veniamo alla “ciccia” del libro. Rappresentata da un non banale capitolo sulla passione per il Che di Gabriele Adinolfi, già Terza Posizione e tante altre cose, oggi lucido ideologo di un argomentatissimo fascismo postmoderno. Un bel pezzo di giornalismo d’inchiesta che però va a incagliarsi in un testo a tratti prolisso e dall’andamento discontinuo, se non caotico . Che fa pensare a una specie di lunghissimo articolo, dilatato fino a superare le duecento pagine.
Perché - in contrasto con il pronunciato ecumenismo del libro - proprio la cristallina passione adinolfiana per il Che, fa capire come a destra il mito del Comandante, sviluppatosi negli anni Sessanta all’interno del fascismo di sinistra, sociale, rivoluzionario e antiamericano, sia tuttora vissuto e coltivato dagli ultimi moicani, di un fascismo immenso e rosso, come una cameratesca propaggine del romanticismo fascista. Un Che assai diverso da quello marxista, terzomondista e antimperialista, caro alla sinistra, pur con sfumature differenti, dettate dal tempo, dagli incerti della storia e dai Veltroni di turno. Ma comunque sia, esito di due di concezioni della politica e della società molto diverse: gerarchica a destra, egualitaria a sinistra.
In Adinolfi, di cui vengono citati alcuni scritti importanti sul Comandante, il mito del Che, eroe romantico (comunista per caso, pare di capire), poggia su una visione guerriera e differenzialista, per usare un lessico più alla moda, che piacerebbe a Lanna. E solo i guerrieri, come nell' antica Sparta (altro mito, fascistissimo...) , sono eguali tra di loro... Insomma l'eguaglianza è fra guerrieri, non fra proletari e guerrieri. E il punto purtroppo non è colto da La Ferla. Il quale sembra più attento a scorgere le superficiali somiglianze modaiole tra una destra e una sinistra "post-tutto", che le importanti diversità di fondo, politiche e sociologiche, qui ricordate.
Quanto al Mito del Che all'interno di An, oggi PdL in tenuta extralarge Fini-Berlusconi, La Ferla sembra accettare la versione del Lanna-Rossi (da lui considerato come una specie di "Castiglioni-Mariotti" della lingua post-fascista ...) , di un Che digerito e inserito a pieno titolo nel Pantheon della destra, in particolare giovanile.
Cosa in parte vera e in parte falsa. E non lo si può capire se non si coglie, come appunto succede a La Ferla, la differenza politica e ideologica tra quel che resta della destra extraparlamentare, dura e pura, e quella parlamentare e giornalistica, dedita al modernariato politico. Ci spieghiamo.
Se per Adinolfi il Che resta un eroe guerriero in carne e ossa, il cui mito potrebbe tornare buono, per la rivoluzione prossima ventura; per Lanna e Rossi, ormai sedutisi, e da un pezzo, il Che è più che altro un gadget, da esibire insieme a Tex Willer e Corto Maltese sul paginone del Secolo d'Italia. Un eroe di carta. Anzi una miniatura in plastica di un improbabile "Subbuteo" delle idee, con cui divertirsi e far divertire, qualche ragazzotto incravattato e in rigato che studia da parlamentare o da ministro del PdL. Sempre ammesso che apra il Secolo.
Povero Che. Da Castro a Berlusconi.

Carlo Gambescia 

mercoledì 10 giugno 2009

Incontri su YouTube 
Reds


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Ieri sera, nel tentativo di combattere certa malinconia post-elettorale, ci siamo imbattuti su YouTube in questo bellissimo frammento di Reds ( http://www.youtube.com/watch?v=c13q2wYZr_0 ).
Un film del 1981 sull’ultimo periodo della vita di John Reed (1887-1920), giornalista americano, comunista, autore di un epico resoconto della Rivoluzione d’Ottobre: I dieci giorni che sconvolsero il mondo (1919). Ma non è del libro che desideriamo qui parlare, bensì della potenza di questo frammento, che in poche battute, e grazie al travolgente sottofondo musicale di un’Internazionale cantata nella lingua di Lenin, si avvicina a cogliere il senso profondo di quelle giornate. Si avvicina...
Il frammento, ci restituisce, per dirla con Claudia Salaris, l’idea della “festa della rivoluzione”. Dipinta dal regista ( l’attore Warren Beatty) come un specie di allegra ricreazione scolastica, ma che avviene nel Palazzo d’Inverno, dove si applaude, si ride, ci si guarda intorno, si crede e si spera, chiedendosi con gli occhi: mica torneranno i professori?

Ma no. Tranquilli. I professori si guarderanno bene dall’interromperla (almeno per i successivi ottant'anni). Perché o già lontani o pacificamente convertiti dagli infuocati ma convincenti discorsi di Lenin e Trotsky... E pedagogicamente pronti a sostituire la bombetta borghese con il proletario berretto a visiera rigida del rivoluzionario-tipo, a cominciare da quello usato da Lenin. Inchinandosi così alla Superiore Logica del Progresso (con le iniziali maiuscole...) . Per poi marciare tutti insieme cantando nelle strade innevate, al lume ipnotico delle torce. Efficacissime, dal punto di vista della sociologia visuale, le immagini del corteo rivoluzionario che costringe un tram pieno zeppo di borghesi, impauriti e naturalmente in bombetta, ad arrestarsi, per far passare in religioso silenzio la Storia (sempre con la esse maiuscola…).
E sullo sfondo l’ amore tra John Reed ( un bellissimo Warren Beatty ) e Louise Bryant ( una dolce e devota Diane Keaton), equamente distribuito tra marce, studio e camera da letto. Ma sobriamente, senza scadere nell’ erotomania alla Bertolucci… Un amore romantico fatto di tenerezze, palle di neve, scherzi sotto l'Albero Natale…
Dunque festa, epicità e amore, tutto molto bello e vero, eppure manca qualcosa...



Carlo Gambescia

martedì 9 giugno 2009

Legge sulle intercettazioni
Ricomincia la telenovelas



Prima che la questione sollevata da Berlusconi sulla necessità di limitare solo ad alcuni reati l'uso delle intercettazioni telefoniche, si trasformi, come di regola, nel solito polverone italiano cerchiamo di fissare alcuni punti fermi.
Primo punto. Il Cavaliere, come al solito, “rema” per se stesso e pochi altri suoi sodali. Ad esempio cercare di tener fuori dalle intercettazioni le indagini sui reati di corruzione, significa soltanto dare una bella mano a certa Italia dei furbetti.
Secondo punto. La sinistra non può però usare la questione delle intercettazioni come un clava contro il governo di destra. Soprattutto perché il problema dell’uso strumentale di tali mezzi investigativi, riguarda il "prodotto (giornalistico) finale": le famigerate paginate ad hoc. Finora usate dai giornali per “intortare” gli avversari politici di chi paga il borderò: a destra come a sinistra… Ma non solo: fino ad oggi la pubblicazione a pioggia delle intercettazioni, si è spesso risolta nell'attacco all'onorabilità di persone estranee alle indagini. Il che, per usare un parolone, non è bello sotto l'aspetto etico-politico.
Terzo punto. Se, come abbiamo appena osservato, l’anello debole della catena è quello giudiziario-giornalistico, si dovrebbe intervenire, aumentando le pene, già previste, (ma non vietando le intercettazioni alla fonte, come vorrebbe il Cavaliere), per i giornalisti che le pubblicano, e soprattutto per le cosiddette “talpe”, interne all’ordinamento giudiziario, che forniscono sottobanco le intercettazioni ai giornali.
Quarto punto. Si critica, e giustamente, la cosiddetta “società della sorveglianza”. Inutile aggiungere che anche le intercettazioni telefoniche possono essere incluse tra gli strumenti di controllo a distanza. Si sostiene addirittura che due italiani su tre siano regolarmente intercettati… E’ probabile che si tratti di una esagerazione. Ma comunque sia, sarebbe necessario, come si dice, aprire un pacato dibattito giuridico e politico sulla questione. E purtroppo il governo Berlusconi, per le ragioni che tutti sappiamo, è il meno adatto al compito. Ecco un’altra contraddizione (per alcuni anomalia) italiana.


Sulla quale riflettere.
Carlo Gambescia 
Elezioni europee
Il partito del non voto



C’è chi gioisce perché un europeo su due non ha votato. Si legge, particolarmente in Rete: ecco, signori, questa è la sacrosanta risposta, di un elettore idealmente tradito, alla mancata democraticità delle “costruzione” europea. Il che in parte può essere vero, ma in minima parte.
Esistono numerosi studi empirici e teorici (Flora, Rokkan, Crouch, Esping-Andersen, Sartori, solo per citarne alcuni) che comprovano che nelle democrazie rappresentative post-belliche il voto si è gradualmente trasformato da voto identitario (per semplificare, voto di fede) in voto di scambio (voto di calcolo, sempre semplificando). E in particolare negli ultimi trent’anni, soprattutto dopo la caduta del comunismo russo e la progressiva crisi della Chiesa post-conciliare, già acuitasi negli anni Settanta-Ottanta. E ovviamente - questo è vero - con grande gaudio dei candidati politici ( i rappresentanti), finalmente liberi da qualsiasi mandato imperativo ideologico. Ma come vedremo, cio è avvenuto anche con la complicità di elettori (i rappresentati), altrettanto felici, dopo due guerre colossali, di godersi finalmente, senza farsi troppe domande sui destini del mondo, qualche piccola fetta di pace e benessere.
Il voto di scambio è legato, appunto, a uno scambio (io ti do la preferenza e tu in cambio, ad esempio mi abbassi le tasse, ) tra elettore e candidato, in genere fondato su precisi interessi materiali, più che ideali. Che spesso, nel voto locale, dove il voto di scambio, l’ha sempre fatta da padrone, sconfina nell’illecito.
Il voto identitario è invece l’esatto contrario, non c’è scambio ma elargizione unilaterale, si potrebbe parlare di “quasi dono” (io ti do la preferenza, perché mi identifico nella causa ideale che tu rappresenti, a prescindere da quello che una volta eletto farai, e in questo senso sacrifico all’"idea" i miei interessi materiali…). Pertanto si tratta di un voto basato su precisi, e spesso alti, valori ideali.
Il che però non significa che le due tipologie qui descritte allo stato "puro", nella realtà spesso non finiscano per mescolarsi. Resta tuttavia il fatto, che stando ai più accreditati studi sociologici, negli ultimi trent’anni ha prevalso la prima tipologia, quella del voto di scambio.
Ora, stante quel che fin qui abbiamo detto, parlare, anche in questa occasione, di un voto distinto dalla crescente sfiducia ideale nei riguardi delle istituzioni europee, significa attribuire al voto europeo un valore identitario e politico, allo stato attuale inesistente. E non perché si sia votato, diciamo così, "per l’Europa", ma perché, anche quando si vota "per l’Italia", gli elettori, semplificando, vogliono solo pagare meno tasse o godere di maggiore protezione sociale (anzi spesso chiedono, in modo contraddittorio, le due cose insieme).
Se oggi l’Europa delle istituzioni è distante dai cittadini, lo è come può esserlo un centro servizi assicurativi… E se i cittadini sono distanti dall’Europa, lo sono come possono esserlo i clienti di un assicuratore poco serio. Quindi basta con i piagnistei sull’assenza di una identità europea ( andata distrutta, forse irreparabilmente, in due guerre colossali e fratricide), e soprattutto con i tentativi di sfruttare politicamente il voto di domenica, da parte dei soliti gruppetti in cerca di action, politica, attribuendo ad esso una valenza di protesta ideale.
Protesta sì, ma egoistica.


Carlo Gambescia 

lunedì 8 giugno 2009

Elezioni europee 2009 

Qualche riflessione a caldo.
La marcia di Berlusconi si è arrestata(http://www.ansa.it/opencms/export/site/visualizza_fdg.html_987710245.html ) , ma non è il caso di gioire, perché nel resto dell’Europa, e come vederemo anche in Italia, la destra continua ad avanzare (http://www.ansa.it/opencms/export/site/visualizza_fdg.html_987680545.html ).
Anche perché la sinistra esce sconfitta dalla tornata elettorale, e non solo in Italia. Appunto perché non è riuscita a intercettare il partito del non voto, mai numeroso come in queste elezioni. Ad esempio, in Italia, il successo di Di Pietro è frutto del dissanguamento del Pd in favore del partito dell'ex magistrato. E lo stesso si può dire a proposito della crescita dei Verdi francesi, per nulla estremisti sul piano economico, a spese dei socialisti e del voto post-comunista.
In generale il quadro politico post-europee, indica la sfiducia degli elettori europei, dove governava, per la sinistra. E questo ci sembra un primo elemento significativo. Al quale va aggiunto il dato sulla bassissima affluenza elettorale. Che denota stanchezza e sfiducia nelle istituzioni politiche rappresentative. E speriamo non nella democrazia in quanto tale.
Quanto all' Italia la crescita della Lega e il successo dell’Italia dei Valori indicano che un diciotto/venti per cento dell’elettorato (votante) è su brutali posizioni law and order . Un voto che può essere sommato al trentacinque per cento del Pdl, partito altrettanto prigioniero di pulsioni autoritarie .
Il che significa che il cuore di un italiano su due, tra coloro che hanno votato, batte a destra. Mentre sul partito del non voto, si può soltanto dire, che resta difficile individuare al suo interno la linea di confine tra occasionale stanchezza e ingiustificato disprezzo per la democrazia... Si spera - ripetiamo - sia solo momentanea stanchezza.
In questo senso, al di là della battuta di arresto del PdL, anche l’Italia si è spostata ancora di più a destra, come il resto d’Europa.
Pertanto c'è poco da festeggiare.

Carlo Gambescia