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sabato 22 giugno 2024

Il domani potrebbe ( di nuovo) appartenere "a loro"

 


Chi scrive conosce bene la destra. Sul punto rimandiamo al nostro A destra per caso, un dialogo con Nicola Vacca, poeta e scrittore, pamphlet scritto a quattro mani che risale al 2009.

L’inchiesta di Fanpage (*) sui giovani di Fratelli d’Italia che cambiano il pelo ma non il vizio, in fondo,  non dice nulla di nuovo. Basta fare un giro in rete (case editrici, siti, gruppi e organizzazioni), per capire che la cultura fascista e della tentazione fascista è così ramificata che va ben oltre i quadri giovanili di Fratelli d’Italia. Partito che al momento vanta un nucleo duro di duecentomila iscritti. E  nel tempo del mugugno e del disimpegno non sono pochi.

Solo per dirne una, su YouTube è possibile visionare migliaia di video di ogni genere (documentari storici, inni, rivisitazioni musicali) con milioni di visualizzazioni e commenti a dir poco agghiaccianti. Perché non si tratta, come nell’inchiesta di Fanpage, di giovani, per così dire “acculturati”, che studiano da politici, e che quindi giocano su due tavoli, ma di gente comune, che non si fa troppe domande, che inneggia a Mussolini, Hitler, odia gli ebrei, i migranti, i “diversi” e soprattutto disprezza chiunque non sia fascista e nazista (**). La parola d'ordine, come nel Ventennio, è quella di dare addosso all' "anti-italiano".

Esiste un fascismo diffuso, per alcuni acquisito, per altri a livello di tentazione, che dal punto di vista quantitativo rinvia ai sette milioni di voti ricevuti da Fratelli d’Italia. Sappiamo di semplificare, però i numeri sono comunque interessanti perché spiegano, ad esempio, la capillarità dei commenti su YouTube. Su 50 milioni di potenziali elettori (inclusi gli italiani all’estero), una settima parte (7 milioni) vota per Fratelli d’Italia. Se poi si considera un 30 per cento di astenuti, il voto a Fratelli d’Italia rappresenta una quinta parte del totale dei votanti.

Perciò esiste una forte componente quantitativa di fascisti convinti e simpatizzanti, a vari livelli sociali, dentro e soprattutto fuori il partito, con prevalenza e provenienza dalla piccola e media borghesia, (ceto sociale maggioritario), di età media, pronta a fare il passo del gambero.

Non crediamo ci sia possibilità di conversione, ragionamento, comprensione, scambio di idee. L’odio verso la sinistra e i migranti, in nome del vecchio sogno ( o meglio incubo) di un’ Italia più grande e rispettata nel mondo (perché prepotente, ma questo ora non si dice) rappresenta il collante pseudo-ideologico che tiene insieme, studenti che inneggiano a Hitler, ragionieri che amano Mussolini, commercianti che disprezzano i migranti, artigiani e disoccupati anticapitalisti, militari che vogliono tornare  a comandare, pensionati arrabbiati con il mondo a prescindere, infine spostati di ogni genere, pronti a cogliere l’occasione (***).
.
Qual è stata la riposta ottusa di Fratelli d’Italia all’inchiesta di Fanpage? Che è tutto falso (negando ogni evidenza) e che, se certe inchieste si devono fare, si facciano allora a sinistra, perché messa peggio.

Ora, un conto è il fascismo, che è reazione politica pura e semplice, quindi neppure conservazione, un altro il progressismo, che può essere contaminato dall’ estremismo, ma che non è sicuramente un fenomeno reazionario, regressivo, nemico della modernità.

Il problema che divide, se si vuole dirimente,  resta quello del giudizio storico sulla modernità. Il fascista è contro, il progressista a favore. Ovviamente la gente comune, pur vivendo di e nella modernità, neppure si rende conto della fortuna. Oggi qual è l’espressione più comune? “Le cose vanno sempre peggio”… In questo qualunquismo quotidiano per il fascista è facile catturare  il voto  del tentato dal fascismo.

Sì, come si canta in “Cabaret”, famosa pellicola sulla Germania weimariana, Il domani potrebbe (di nuovo) appartenere “a loro”.

 Carlo Ganmbescia


(*) Qui: https://www.fanpage.it/backstair/story/gioventu-meloniana-inchiesta-su-giovani-di-fdi/ .

(**) Per un esempio di “commenti tipo”: https://www.youtube.com/watch?v=YwsngZ57Gh4

(***) Qui per farsi rapida idea sulla composizione sociale dell’elettorato di Fratelli d’Italia: https://www.demopolis.it/?p=10613 .

 Sull'evoluzione sociopolitica di Fratelli d'Italia, si veda ma con cautela: https://rtsa.eu/RTSA_1_2023_Canzano.pdf . In questo saggio, pur interessante, non si considera dirimente la questione del giudizio negativo o meno sulla modernità, parificando così concettualmente conservatori  e reazionari fascisti.

 

domenica 30 giugno 2024

Fratelli d’Italia, il vittimismo paga

 


Le vie della politica sono complicate. E lo sono ancora di più quando vengono meno le coordinate politiche generali, cioè un quadro di riferimento comune, in termini di valori, spesso anche di interessi.

L’incipit è criptico. Ci spieghiamo subito. Si consideri la posizione filoisraeliana di Fratelli d'Italia che riflette al momento quella americana.  Atteggiamento che viene rilanciato dalla stampa,  non solo compiacente, sul piano della bilancia politica, pubblica diciamo, come un indicatore. Di cosa? Che l’antisemitismo fascista è ormai alle spalle  o che addirittura non sia mai esistito. 

Tutto bene allora? No. Perché poi si scopre, che all’interno di Fratelli d’Italia, l’odio verso gli ebrei ( e non solo) è immutato. Alla scoperta pubblica – l’inchiesta di Fanpage – si replica che si tratta di idioti, marginali, che comunque saranno cacciati a calci. Oppure, toppa peggiore  del buco, come asserisce un telecretino,  che Fanpage deve indagare i centri sociali, per scoprirne l'antisemitismo. Certo, l'antisemitismo fascista, quello  del rastrellamento degli  ebrei al fianco dei nazisti,  come  una  questioncella di par condicio giornalistica...

In effetti Fratelli d’Italia è in ottimi rapporti con la Comunità ebraica italiana, attualmente divisa, così almeno sembra, tra una destra maggioritaria, filogovernativa, e un sinistra minoritaria che non si fida del partito di Giorgia Meloni. Un atteggiamento che può essere esteso a tutti gli italiani. Segnale questo, tra l’altro, di quanto sia infondato il pregiudizio antisemita. Tra il micro e il macro, quando si vota, non c’è alcuna differenza.

Chi ha ragione? Difficile rispondere su due piedi. Figurarsi nei pochi minuti del voto, quando si traccia una croce su un simbolo e si infila la scheda nell’urna. Ecco le complicazioni della politica. Ciò che sembra facile – votare – in realtà è complicatissimo.

Complicazioni, attenzione, che possono essere usate in quanto tali, per imbrogliare le acque. Come risorsa politica.

Fratelli d’Italia è antisemita? O filosemita? Non si capisce. E sull’equivoco, che nel partito e fuori (tra i gruppetti, ancora più estremi) accontenta tutti, si macinano consensi.

Si rifletta.  A livello di elettorato di massa non c’è attitudine a sciogliere l’ambiguità. Se si preferisce,  voglia o capacità.  Del resto i media, per non parlare dei social, non aiutano, sicché, pur di evitare un mal di testa (del resto per l’elettore democratico tipo, “I veri problemi sono altri, la politica è una cosa sporca signora mia”), ci si rifugia nel semplicistico “acqua passata non macina più”.

Del resto l’equivoco “funziona” anche perché – qui l’assenza di un quadro di valori comuni liberal-democratici – la questione del fascismo o meno di Fratelli d’Italia si è tramutata in una non notizia. Non se ne parla, e quando se ne parla, la vera notizia è quella della persecuzione da parte della sinistra della destra. 

L’antifascismo, che come antitotalitarismo dovrebbe essere il  punto di riferimento all'interno di un quadro comune di valori politici, condivisi da progressisti e conservatori, è uscito o sta per uscire di scena. 

Qui la vera vittoria della strategia politica di Giorgia Meloni, che ha fatto dell’ambiguità politica – cioè le complicazioni di cui parlavamo sopra – un fattore di forza. Il suo ragionamento vincente, soprattutto sul piano elettorale, è questo: non dobbiamo difenderci dalle accuse, ma semplicemente presentarci come vittime della sinistra. A quel punto, ci verrà perdonato tutto.

E i risultati elettorali sembrano darle ragione. Per un verso, l’ambiguità impedisce qualsiasi giudizio definitivo sulla vera natura di questa destra, e nell’ambiguità, che provoca il mal di testa all' elettore, prevale il pari sono, che consente a Fratelli d’Italia, di competere per l’appunto alla pari con la sinistra. Per l’altro, la cappa di ambiguità copre il valore liberal-democratico dell’antifascismo (come pure quello totalitario del fascismo), valore che una volta venuto meno, favorisce l’interpretazione vittimistica privilegiata da Fratelli d’Italia.

C’è un passaggio, purtroppo passato inosservato, nella seconda parte dell’inchiesta di Fanpage, in cui si sente un militante dire “dobbiamo fare le vittime, perché se tu fai la vittima la gente è con te, altrimenti poi veramente ci danno dei fascisti” (*).

Si rifletta su come la strategia di Giorgia Meloni, un mix di ambiguità, subdola rimozione del fascismo ( e quindi dell’antifascismo), vittimismo, sia riuscita a radicarsi addirittura tra le giovani leve del partito.

Però, attenzione, parliamo di vittime, molto speciali, nel senso che possono di nuovo trasformarsi in carnefici.

Carlo Gambescia

(*) Qui (9:13): https://www.youtube.com/watch?v=0J6nA_UcT2k .

mercoledì 14 gennaio 2026

Acca Larenzia. La strategia emotiva con cui Fratelli d’Italia normalizza il fascismo

 


C’è un errore diffuso nel leggere la strategia della memoria di Fratelli d’Italia: pensare che il partito di governo stia semplicemente “sdoganando” il fascismo. In realtà sta facendo qualcosa di più sottile e più efficace. Non lo riabilita: lo normalizza. Non lo difende: lo assorbe.

E lo fa attraverso una duplice politica della memoria, divisa tra ritualità identitaria interna e costruzione di una nuova memoria nazionale condivisa. Una divisione del lavoro simbolico che consente, da un lato, di conservare il nucleo militante, dall’altro di renderne l’eredità politicamente presentabile.

Il primo pilastro di questa strategia è la commemorazione di Acca Larenzia. Non un momento di lutto civile, né una richiesta di verità storica condivisa, ma un rito politico chiuso, che si ripete identico a se stesso da quasi cinquant’anni. Saluti romani, “presente”, schieramenti, simboli: una liturgia che non dialoga con la Repubblica, ma la sospende.



La strage del 7 gennaio 1978 resta, sul piano storico, torbida e irrisolta. Stefano Recchioni fu probabilmente ucciso da un colpo esploso da un carabiniere; gli altri due giovani missini caddero sotto il fuoco di un gruppo armato la cui collocazione politica non è mai stata definitivamente chiarita. Eppure questa complessità non è mai diventata domanda di giustizia o di chiarimento istituzionale.

È stata trasformata in mito vittimologico. Non una tragedia italiana, ma “i nostri morti”.

Non una ferita della Repubblica, ma un’offesa subita da una comunità politica che continua a percepirsi separata dallo Stato. Qui la memoria non serve a elaborare: serve a marcare l’identità.

Accanto a questo primo livello, se ne sviluppa un secondo, apparentemente opposto e in realtà complementare. È la memoria nazionale, sentimentale, inclusiva, messa in scena al cimitero del Verano: bandiera piegata, bambini, canti, Mameli, i caduti di tutte le guerre, le missioni di pace, la lotta alla mafia. Qui non c’è simbologia fascista esplicita, non c’è sfida, non c’è rottura. C’è la nazione come comunità emotiva.

Il passaggio è rivelatore: “Intonare Il mio canto libero di Lucio Battisti davanti all’altorilievo realizzato dalla mamma di Stefano Recchioni per suo figlio… ha fatto vibrare il muro del Sacrario”. Tra bandiere e canti, Stefano Recchioni diventa parte di un racconto nazionale più che di una storia politica.



Il militante missino, morto, come detto, in uno scontro politico violentissimo – viene sottratto al suo contesto storico e ricollocato in uno spazio emotivo nazionale, accanto ai caduti delle guerre, alle missioni di pace, agli “eroi italiani”. La distinzione scompare. Non c’è più differenza tra chi è morto per la Repubblica e chi militava in un’organizzazione, il Movimento Sociale Italiano, che della Repubblica riconosceva solo quella Sociale, l’ultima di Mussolini, sotto tutela nazista.

La memoria di Acca Larenzia, ripetiamo, viene qui traslata in emozione condivisa: Recchioni tra i caduti di tutte le guerre.

Qui sta il nodo decisivo. Il fascismo non viene riabilitato come progetto politico: viene depoliticizzato come esperienza storica.

Non più regime, responsabilità, scelta. Ma dolore, affetto, sacrificio, famiglia, figli. Non più un nemico della Repubblica, ma un frammento della sua genealogia emotiva.



Questa non è una semplice operazione retorica. È una forma di egemonia emotiva. Poiché imporre una revisione storica è più complicato, almeno per ora, si costruisce un regime degli affetti condivisi. Il conflitto politico viene disciolto nella commozione, la responsabilità storica nella partecipazione sentimentale. Non si chiede adesione ideologica, ma sintonia emotiva. Non di pensare allo stesso modo, ma di sentire insieme.

In questo dispositivo un ruolo centrale lo svolge Fabio Rampelli. Non una figura marginale, ma uno dei dirigenti storici di Fratelli d’Italia, vicepresidente della Camera dei deputati, architetto, uomo di apparato e di cultura politica, cresciuto nella tradizione missina e oggi pienamente integrato nella gestione istituzionale del potere.

Rampelli non è un nostalgico folcloristico: è un mediatore culturale consapevole, capace di tradurre e ricomporre accezioni differenti di uno stesso linguaggio simbolico. Un linguaggio che, al netto delle sue riformulazioni, resta quello tipico del fascismo: il linguaggio delle idee senza parole. Come osservava Furio Jesi in Cultura di destra (Garzanti, 1979), la destra fascista non ha bisogno di concetti articolati né di dottrine coerenti: le sue idee viaggiano attraverso simboli, gesti, rituali, liturgie, capaci di aggirare la razionalità e di parlare direttamente all’inconscio mitologico della comunità (*).



Sotto questo aspetto il lavoro di mediazione non consiste nel prendere le distanze da quel linguaggio, ma nel ricodificarlo: depotenziarlo sul piano esplicito e rilanciarlo su quello emotivo. Il mito non scompare, viene reso presentabile. Si traduce in un linguaggio anestetizzante di emozioni condivise – lutto, appartenenza, rispetto, memoria – che sospende il giudizio critico e costruisce consenso non attraverso l’argomentazione, ma attraverso l’identificazione affettiva. È qui che si gioca l’egemonia: non nella persuasione razionale, ma nella normalizzazione sentimentale di un immaginario che resta intatto nella sua struttura profonda.

Il che spiega la sua doppia presenza. Rampelli partecipa alla commemorazione “istituzionale”, non apertamente fascista, al Verano, l’11 gennaio. Ma, pur mantenendo una distanza formale dalle celebrazioni dei “duri e puri”, è presente anche ad Acca Larenzia, il giorno 7, anniversario dell’uccisione dei tre attivisti missini, in una manifestazione distinta da quella apertamente nostalgica, ma inserita nello stesso perimetro simbolico. Accompagnato, nelle due manifestazioni, da esponenti di Fratelli d’Italia e della Regione Lazio, trasformando così la sua presenza in un gesto politico-istituzionale calibrato. Attenzione però: non è ambiguità personale: è strategia. Ovviamente, conoscendo la struttura verticale di Fratelli d’Italia, condivisa in alto.



Acca Larenzia resta il luogo della fedeltà e della memoria militante; il Verano diventa lo spazio della tradizione nazionale, della pedagogia emotiva, della costruzione dell’egemonia. Rampelli incarna il passaggio dalla micro-cultura di partito alla macro-cultura della nazione: non rinnega il nucleo identitario, diciamo fascista, lo rende compatibile con il nuovo linguaggio dello Stato che va plasmando Fratelli d’Italia, partito, che nulla ha rinnegato, nulla ha dimenticato.

Il radicalismo non viene negato: viene messo al riparo. La sua eredità, però, viene diluita nella memoria comune. Intesa come fatto emozionale.

Ma una memoria che include tutto senza distinguere, tra ragione e assemblearismo emotivo, neutralizza. E una democrazia che rinuncia a giudicare la propria storia, in nome dell’emozione condivisa, smette lentamente di sapere perché esiste.

Carlo Gambescia

(*) Del seminale libro di Jesi si veda la nuova edizione accresciuta Cultura di destra.Con tre inediti e un’intervista, a cura di A. Cavalletti, Nottetempo, Roma 2011. Jesi probabilmente, nonostante i lavoro successivi di altri, resta lo studioso che ha saputo individuare, con maggior precisione e in tempi non sospetti, le radici mitologiche, o se si preferisce mitopoietiche, della destra fascista. Si veda, come propedeutica al suo approccio in argomento, F. Jesi, Mito, ISEDI, Milano 1973 (e successive edizioni) .

lunedì 3 luglio 2023

Fratelli d’Italia, gente ignorante e pericolosa

 


Il MAXXI venne ufficialmente inaugurato il 28 maggio 2010 con le mostre di Luigi Moretti (tra l'altro fascista e non per caso), Dal Razionalismo all’informale; Gino De Dominicis, L’immortale;  Kutluğ Ataman, Mesopotamian Dramaturgies e infine Spazio. Dalle collezioni di arte e architettura del MAXXI.

Parliamo di una piattaforma culturale di altissimo livello per un museo di architettura, il primo di questo tipo in Italia. All’epoca ne parlarono i giornali di mezzo mondo. E fino al dicembre 2022, sotto la direzione di Giovanna Melandri, piaccia o meno, ha dato grandi prove di una qualità culturale non seconda ad altri musei similari all'estero. Diciamo pure di intelligente ecumenicità. Si chiama anche intelligenza della cultura.

Ora, dopo la  conversazione tra Sgarbi e Morgan  da   scapoli sporcaccioni  frequentatori  del  bar sport,  che non merita alcun commento,  Alessandro Giuli,  che ricordiamo come compito studioso di Julius Evola, dovrebbe dimettersi.  Che, detto  per inciso, se fosse caduto su Evola  avremmo capito e  perdonato.  E con lui, altro pozzo di scienza  il  ministro Sangiuliano che lo ha nominato. Altro che intelligenza della cultura:  da Moretti a Sgarbi e Morgan…

Ovviamente non si dimetteranno. Il che in fondo è un bene. Perché, solo in questo modo, continuando a danneggiare l’immagine dell’Italia all’estero, immagine alla quale dicono invece di tenere, Sangiuliano e accoliti potranno dimostrare la pochezza intellettuale di una destra, che rischia veramente, questa volta, di toccare il fondo. 

Ma non è tutto.  Questa destra “culturale” di Fratelli d’Italia, campione di originalità (si fa per dire)  ne ha combinata un'altra. Tra l'altro la cosa ci era sfuggita. Abbiamo  fatto la scoperta in occasione di Fenix,  la festa dei giovani di Fratelli d'Italia.  Il  suo movimento giovanile  ha ripreso il  nome di “Gioventù Nazionale” che riporta addirittura la storia  ai tempi del   Movimento Sociale Italiano di Michelini. Quindi  ben prima del Fronte della Gioventù, altra organizzazione giovanile  missina.  

Gli appartenenti   alla "Gioventù  nazionale” di allora, che si qualificavano come "volontari",   erano  energumeni, tutti giovanissimi,  in divisa cachi,  che negli anni Cinquanta-Sessanta presenziavano come servizio d’ordine alle manifestazioni del Movimento Sociale, in particolare ai comizi. Ragazzi, tra un colpo al sacco e un giro di corda, tutti  dediti alla lettura di Montesquieu e Tocqueville.

Ripetiamo, questa è gente ignorante e pericolosa.

Carlo Gambescia

martedì 20 febbraio 2024

Il “Secolo” è servito…

 


Come i lettori sanno, un tempo scrivevo anch’io su questo giornale. Alla direzione c’era Flavia Perina, brillante giornalista, oggi editorialista de “La Stampa”.

Il “Secolo d’Italia”, nella seconda metà degli anni Duemila, era un bel giornale. Vi scrivevano colleghi di valore. Alleanza Nazionale, di cui il “ Secolo” era l’organo di stampa, parlava la lingua, o quanto meno si sforzava, dei liberali. Soprattutto sul piano dei diritti civili. Ma più in generale stava cambiando, e radicalmente, la sua visione del mondo. Fu una bella avventura.

Nulla a che vedere con i retrogradi di oggi. Tuttavia allora  ritenevo  che Gianfranco Fini non dovesse uscire dal Popolo della libertà: il partito unico lanciato da Berlusconi nel 2009. Credevo – nessuno è perfetto – che restando all’interno del partito berlusconiano si potesse addirittura favorire un’ ulteriore svolta liberale.

Utopie. Dietro non c’era alcun desiderio di fare un grande partito liberale, addirittura libertario secondo alcuni. Cioè di lottare “dentro” il Popolo della Libertà, fino al punto di mettere con le spalle al muro il Cavaliere. Vinsero gli opportunismi individuali e le ristrettezze mentali collettive. Di conseguenza Futuro e Libertà, fondato in fretta e furia da Fini, andò a fondo. Cose che evidenziai in A destra per caso, uscito nel 2010 per i tipi del Foglio,  scritto a quattro mani con Nicola Vacca.

Da allora iniziò quel passo del gambero che portò alla nascita di Fratelli d’Italia e al tacito recupero dell’identità missina e di tutto quel che c’era dietro: statalismo, nazionalismo (oggi si chiama sovranismo), populismo, passatismo e bigotteria. Una specifica forma mentis che, nonostante le professioni di occidentalismo, riporta “per li rami” al fascismo regime, quello dei “treni in orario”, del “Mare Nostrum, dell’Italia “temuta all’estero”. Luoghi comuni fascistoidi duri a morire. Per capirsi: un uomo cattivo di cento anni, è un uomo cattivo di cento anni. Il tempo nulla toglie nulla aggiunge agli uomini come alle ideologie sociali. Si potrebbe cambiare, e per tempo, quando ancora si è giovani o quasi, ma resta difficile… Come si dice,  il duro peso delle abitudini. Anche politiche.

E qui vengo alle osservazioni di questa mattina. Non so se “Il Secolo d’Italia” esca ancora in edicola, e neppure mi interessa, però la prima pagina di oggi mi rattrista. Ovviamente non è neppure una novità. Perché è indicativa della linea editoriale ormai prevalente nel giornale che un tempo fu di Flavia Perina.

In primo luogo, per l’infantile, politicamente infantile, culto della bella statuina Giorgia Meloni. Una liturgia giornalistica che riporta non tanto al berlusconismo (ultimo arrivato, in fondo), ma addirittura alla propaganda fascista e neofascista. Insomma, dentro Fratelli d’Italia si respira un’aria di famiglia, dal culto di Mussolini a quello di Giorgio Almirante (ma anche Fini ne approfittò: dipinto come il “genero” ideale d’Italia), per alcuni tragicomica, alla Catenacci-Bracardi, del “Quando c’era Lui, caro lei”… E che ora sia il turno celebrativo  di Giorgia Meloni, con di rimbalzo il collier di diamanti CNN, una specie di Bulgari dell’informazione,  non mi fa ridere.

In secondo luogo, per l’avvilente mezzuccio giornalistico di riprendere e rilanciare mezza o un quarto di dichiarazione altrui. E solo per magnificare e gratificare una specie di Super Frodo in tailleur pantalone. Che i riti cultuali “a trecentosessanta gradi” (per citare Super Frodo ) siano praticati qualche volta anche dai giornali, persino a grande tiratura, non è una giustificazione valida. Il vecchio proverbio, mal comune, mezzo gaudio, dipende dal mal comune: se mal comune significa chiamarsi Hannibal Lecter non si può assolutamente parlare di mezzo gaudio.

In realtà, il punto della questione non è la verità o meno di quel che si riporta, o la possibile autorevolezza della fonte, ma la cornice servile, a comando.  Però potrebbe anche non essere così. Dal momento che  la principale caratteristica di un buon servitore, quindi saremmo oltre il comando, è di anticipare i desideri del padrone di casa. "Battista, già  qui con un buon calice  di  Porto, Lei  è un angelo, precede i miei desideri".  E il Porto viene servito. 

Pardon  il "Secolo"...

Carlo Gambescia

mercoledì 23 luglio 2025

Fratelli d’Italia: Pasolini come Oriani

 


La cosa, a dire il vero, fa sorridere. La destra di Fratelli d’Italia – parente stretta di quella missina che fino all’ultimo ha bollato Pasolini come un degenerato – ora pretende di annoverarlo tra le proprie fila ideologiche.

Si è persino tenuto un convegno al Senato dove, presentando un libro del giornalista Gianfranco Palazzolo, di Radio Radicale (Il Parlamento contro Pasolini. Ostilità in forma di prosa verso PPP, Nuova Palomar), si è sostenuto apertamente che oggi Pasolini sarebbe uno dei loro (*).

Ed è qui che si scivola nel grottesco: si è arrivati persino a rivendicare, con enfasi, i meriti di un “fine intellettuale” come Teodoro Bontempo, detto “Er Pecora”, per aver riscoperto Pasolini in un convegno-dibattito organizzato nella sezione missina di Acca Larenzia… nel lontano 1988 (**).

Per inciso, esiste, tra i tanti volumi pubblicati su di lui, almeno un libro recente e originale su Pasolini: Pier Paolo Pasolini, il cinema, l’amore e Roma, di Patrizio Avella e Gordiano Lupi (Edizioni Il Foglio). Lo si legga, non è un ordine, però… Chiuso inciso.

Ora, tornando a noi, è vero: una certa simpatia della destra missina verso Pasolini c’è stata: si pensi a figure come Niccolai, o a giornalisti di valore come Accame e Baldoni. Ma di cosa si trattava in realtà?

Di una fascinazione per l’aspetto antisistemico del personaggio: nemico della partitocrazia, del capitalismo, nostalgico di un’Italia rurale, povera ma onesta.

Diciamola tutta: il Pasolini che piaceva era quello piccolo-borghese, capace di intercettare i sentimenti dei piccoli borghesi disillusi, soprattutto tra i giovani simpatizzanti del Movimento Sociale, insofferenti verso il doppiopetto di Almirante.

In sostanza, si apprezzava il suo odio contro il sistema, sorvolando però sul fatto che, per Pasolini, anche i missini facevano parte di quel sistema, visti come “Guardia Bianca” del capitale e della Democrazia Cristiana. Lo testimoniano chiaramente film come Salò e, seppure incompiuto, un romanzo come Petrolio.

Perciò parlare di appropriazione indebita è forse riduttivo. Sono cose che accadono, non tanto per mancanza di cultura, quanto per quella peculiare capacità del fascismo storico – e post-storico – di captare “spiriti della vigilia” un po’ ovunque, come si usava dire con toni altisonanti.

Prendiamo, ad esempio, Alfredo Oriani, scrittore oggi del tutto dimenticato, morto nel 1909. Il fascismo ne oscurò il lato libertario-romantico, valorizzandone solo la carica antiliberale e distorcendone il patriottismo in chiave nazionalista e imperialista. Mussolini arrivò a imporre la pubblicazione della sua Opera Omnia, con tagli e censure evidenti (***).

Insomma, la cultura erede del fascismo – oggi incarnata da Fratelli d’Italia – non è nuova a simili operazioni. Pasolini come Oriani? Perché no. Chissà se anche Giorgia Meloni, come fece il duce, patrocinerà un bel dì la pubblicazione delle opere complete di Pasolini…

Concludendo, cosa non secondaria: male ha fatto Palazzolo a prestarsi a questa pagliacciata. Con gente come Fratelli d’Italia, maestra nell’arte della mistificazione, non si dovrebbe mai abbassare la guardia.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://www.secoloditalia.it/2025/07/la-destra-ricorda-pasolini-il-magnifico-in-senato-oggi-sarebbe-contrario-alleutanasia/   .

(**). La perla è di quell’aquila di Federico Mollicone, qui: https://www.secoloditalia.it/2025/07/pasolini-mollicone-finalmente-il-parlamento-ricuce-una-ferita-dopo-la-cacciata-dal-pci/?utm_source=content&utm_medium=related&utm_campaign=bottom .

(***) Sul punto si veda il solido studio, mai invecchiato, di Massimo Baioni, Il fascismo e Alfredo Oriani. Il Mito del precursore, Angelo Longo Editore, Ravenna 1988.

venerdì 28 giugno 2024

Fanpage e il Golia fascista

 


Partiamo da un titolo. Quello del  celebre libro di Giuseppe Antonio Borgese, Golia. Marcia del fascismo . Che consigliamo di leggere. 

Diciamo allora  che il gigante è di nuovo in cammino, pronto a schiacciare ogni libertà. Sul fatto che ai comandi vi sia una donna che fisicamente ricorda Davide, fa parte, come vedremo, dell’imbroglio.

A che punto è la marcia di Golia?  Va fatto il punto della situazione. Diciamo subito che la seconda puntata dell’inchiesta di Fanpage sull’organizzazione giovanile di Fratelli d’Italia non dice nulla di nuovo (*). Almeno agli studiosi del neofascismo. Giovani nazisti crescono. E da un pezzo. Brutte carte per la liberal-democrazia.

Però una cosa è che gli addetti ai lavori (politici e intellettuali) sappiano come stanno veramente le cose “dentro” Fratelli d’Italia, un’altra come far circolare “fuori”, tra gli elettori, i cittadini, la gente, il popolo, queste informazioni, diciamo, sulla natura nazifascista di un partito al governo da più di due anni, che per ora ha sposato l’astuta strategia del vittimismo (poi vedremo).

Come può una verità di "nicchia" (politici e intellettuali) diventare di "massa". Si tratta di una questione di comunicazione sociale e soprattutto di mezzi di comunicazione di massa. E qui l’Italia è messa molto male. Un pericolo che però riguarda anche l’Europa e l’Occidente. In Francia a breve potrebbe vincere un altro partito dalle radici fasciste. E negli Stati Uniti, questione di mesi, potrebbe toccare un’altra volta a Trump, che non democratico né liberale.

Ecco lo stato delle cose. Le masse dell’Occidente, per una serie di ragioni (stupidità, supinità, smemoratezza, ingraditudine) tendono a mettere sullo stesso piano fascisti (semplifichiamo) e antifascisti. La sinistra, si avvede del pericolo, però ha sempre meno presa sulla gente. Si lascia andare a crisi isteriche, che favoriscono (come poi vedremo) il vittimismo dei fascisti.

Che cosa è accaduto?

I social hanno normalizzato la destra dalle radici fasciste: si leggono e si scrivono cose tremende, con una naturalezza che lascia basiti (ovviamente “color che sanno”…). Il fascismo è tornato di moda ma la famigerata “gente” non si è ancora resa conto.

Ormai, a livello di massa, nessuno sembra capire che declinarsi fascisti e nazionalisti, o come si usa adesso, populisti e sovranisti, è una cosa politicamente anormale. Perché in questo modo si recidono le basi liberal-democratiche dell’Italia e dell’Occidente. Si va contro la lezione del 1945. Lezione di libertà impartita con il sangue con l’inchiostro a fascisti e nazisti. E invece sta accadendo l’esatto contrario. Cioè sta diventando normale, come spesso scriviamo e corroboriamo, dire cose fasciste. Si badi bene: mettere sullo stesso piano destra e sinistra, come spesso si legge, significa sposare, la vecchia tesi controrivoluzionaria e antiparlamentare alle origini del fascismo, del né destra né sinistra. In fondo la gente comune chiede solo di farsi i fatti propri.

Come prova un astensionismo storico, non dell’altro ieri, ma che risale addirittura alle origini settecentesche, persino britanniche, della democrazia parlamentare. Al famigerato “po-po-lo”, chiuso nell’inerzia del quotidiano, cosa che può anche essere piacevole, non è mai importato nulla di non poter votare, di esprimere il proprio pensiero. Roba da professori, da chiacchieroni, cose inutili. “Chi tène pane e vvino, ‘e sicuro è giacubbino”, urlavano i cafoni controrivoluzionari, lunga mano sanfedista dei Borboni napoletani. La polemica fascista sui radical chic viene da lontano. Altro che Tom Wolfe.

Parlamento e libero voto sono il miracolo dell’Occidente, al quale, nonostante tutto, hanno sempre creduto in pochi veri liberali.

La gente comune non si avvede del pericolo. E dove l’informazione, come in Italia, è nelle mani della destra, viene disinformata  o non informata.

In questo quadro, in cui sembra avere la meglio, una specie di pensiero unico di destra, che, attenzione, condanna l’antifascismo ma non il fascismo, la strategia scelta da Fratelli d’Italia rinvia al vittimismo di cui dicevamo.

Si idealizza un partito, le cui origini, quando si dice il caso, si perdono nel tempo, vittima dell’antifascismo, che si accanisce perché nemico dell’Italia, dei buoni valori, della dignità del popolo italiano. Insomma, senza dirlo ufficialmente, si rispolvera tutta la paccottiglia ideologica fascista. E la si vende di contrabbando sui social, sui i tg e sui giornali controllati dalla destra e dai portatori d’acqua al mulino della destra. In Italia, l’ottanta per cento dello spettro informativo a tutti i livelli.

Golia, anche se questa volta si atteggia a vittima, è di nuovo in marcia. Ed è un Golia di massa, pigro, ignorante e conformista. Certo, come dicevamo, fisicamente parlando, vi è stata una inversione di ruoli, Giorgia Meloni ricorda Davide, e l’antifascismo, viene dipinto come Golia. Il vittimismo imbroglia le acque. E anche questo è un segnale del vicolo cieco fascista in cui ci siamo cacciati.

Al momento possiamo solo riassumere i termini della questione: i social normalizzano, le televisioni non informano, i giornali rilanciano, il contesto sociale, come c’è da aspettarsi sociologicamente, procede in modo inerziale. Tutto congiura perché l’Italia slitti, diciamo, verso il fascismo o comunque un pesantissimo autoritarismo prefascista. Un pericolo, come detto, che riguarda l’Europa e persino gli Stati Uniti.

Politicamente parlando, chi ucciderà e taglierà la testa a Golia? Difficile se non impossibile dire. 

Purtroppo, così stanno le cose.

Carlo Gambescia

(*) Qui un nostro precedente articolo: https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2024/06/chi-scrive-conosce-bene-la-destra.html . Qui la seconda puntata dell’inchiesta di Fanpage: https://www.youtube.com/watch?v=h1X-g7YbJzQ&t=303s .

mercoledì 26 novembre 2025

Pasolini, la destra furba e i giornalisti che non studiano

 


Quel che dispiace è l’incultura giornalistica. E, attenzione, non ne facciamo una questione generazionale.

Non ci piace il cliché del “vecchio trombone” che se la prende con i giovani, anche perché, questa volta, saremmo noi a “tromboneggiare”.

Veniamo subito al punto.

Una destra che ormai non conosce più vergogna. Parliamo di terze file della cultura che hanno accettato e vinto la sfida politica di Giorgia Meloni. Miracolati insomma. E che ora si spartiscono le spoglie: presidenti di qua, incarichi di là. E che fanno? Nel delirio di onnipotenza, tipico dei nuovi ricchi, scoprono di aver parlato sempre in prosa. E così si inventano un convegno su Pasolini.

Sede degnissima: Sala Koch di Palazzo Madama. Titolo: “Pasolini conservatore”. Organizza la Fondazione Alleanza Nazionale. 

Pasolini. A nostro avviso un fascista rosso (1). E proprio per questo attira la destra reazionaria di Fratelli d’Italia. Che di conservatore ha ben poco: non ha fatto i conti né con il fascismo né con la modernità. E che sul rosso è furbamente disposta a chiudere un occhio. In fondo i "rossi" erano antiliberali... 



Dicevamo dell’incultura o ignoranza giornalistica. La Russa – che ovviamente non poteva mancare, essendo Presidente del Senato – interviene. 

Si legga qui:

Parla della ‘spocchia’ della sinistra che si è presa Pasolini e non vuole condividerlo […] Ricorda che Pasolini ‘nel ’49 fu cacciato dal Pci per indegnità morale, mentre il Movimento sociale non ha mai cacciato un omosessuale’. Gli piacciono la sua ‘critica alla modernità, l’amore per la vita contadina e le sue tradizioni’ ” (2).

Ci vuole un bel coraggio a dipingere la destra missina come più tollerante del Partito Comunista. La letteratura storica dice l’esatto contrario: il fascismo confinava gli “omosessuali” (3). E basta sfogliare  il “Secolo d’Italia”, “Il Borghese”, “Lo Specchio”, “Candido” per capire il trattamento riservato a Pasolini, “corruttore di giovani”. Ricordiamo ancora un fascicolo del "Borghese", anno 1976 – il lettore confidi nella nostra memoria – con i dettagli più crudi sui fatti che portarono all’espulsione del giovane Pasolini dal Pci.

Sono cose che un giornalista dovrebbe sapere prima di stendere un pezzo su certa gente. Altrimenti i fascisti di Fratelli d’Italia vincono facile.



Ma non è tutto.

La Russa elenca una serie di intellettuali (Papini, Prezzolini, Marinetti, Mameli, Adriano Romualdi, D’Annunzio) di cui, magnanimo com’è, la sinistra “potrebbe appropriarsi”.

Ora: (a) la logica infantile dello scambio di figurine non si addice a un Presidente del Senato; (b) Mameli rimanda alla Repubblica Romana, l’esatto opposto ideologico della Repubblica di Salò.

 


A quest’ultimo proposito,  dimenticavamo  una cosa: (c) Mussolini – altro mito di La Russa – quando diventò fantoccio dei tedeschi rispolverò pure l’anticlericalismo. Voleva far pagare il tradimento al Re e al Papa. Il quadrumviro del Garda… Ridicolo. Per uno che fu arrestato dai partigiani con addosso un cappotto tedesco, con tanto di elmetto.

E passi pure per Papini, Prezzolini e D’Annunzio: inclassificabili, certo, ma non esattamente paladini della democrazia liberale.

Marinetti però  celebrò la Decima Mas. Quella che rastrellava e massacrava partigiani insieme ai nazisti, partendo proprio su quei camion a cui inneggia nei suoi versi (4).


Infine, Adriano Romualdi,  grande ammiratore della  divisione Charlemagne: volontari europei delle Waffen-SS visti come precursori di un’Europa “spirituale” contro comunismo e liberalismo (5). Purissimo distillato Drieu La Rochelle.

 


Che un Presidente del Senato esprima pubblicamente certe simpatie è gravissimo. Ma ancor più grave è questo fatto del giornalista che non lo segnala, perché non ha studiato abbastanza.

Delle due l’una: ignoranza – come dicevamo – oppure malafede.

Non c’è molto altro. E chi fa questo mestiere dovrebbe saperlo.

Carlo Gambescia

 

(1) Qui: https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2025/11/pasolini-ideologo-un-fascista-rosso.html .
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(2) Qui: https://www.dire.it/25-11-2025/1199175-un-profeta-dallerotismo-dannunziano-cosi-per-una-sera-la-destra-prova-a-prendersi-pasolini/ .

(3) Si vedano: Marco Fraquelli, Omosessuali di destra, Rubbettino, 2007; Danilo Ceirani e Pierluigi Rocchetti, L’amore pregiudicato. Donne e omosessuali sotto il fascismo, Il Levante, 2015; Gianfranco Goretti e Tommaso Giartosio, pref. Vittorio Lingiardi, La città e l’isola. Omosessuali al confino nell’Italia fascista, Donzelli Editore, 2022.

(4) Cfr. Filippo Tommaso Marinetti, Quarto d’ora di Poesia della X Mas (1944), anche qui: https://www.aphorism.it/poesie/quarto-d-ora-di-poesia-della-x-mas/ .

(5) Quanto al "camerata" Adriano Romualdi, Ultime ore d’Europa, Settimo Sigillo, 2023 (Ciarrapico, 1976, 1° ed.), è un testo che continua a circolare e ristampare da decenni. Romualdi morì nel 1973, in un incidente stradale, a soli trent’anni. A proposito di Romualdi e della recente “passione” della destra per Pasolini, vale ricordare un episodio riportato da Wikipedia. Nel 1964 Romualdi fu coinvolto in un caso di violenza politica: era alla guida di una Fiat 600 con i neofascisti Paolo Pecoriello e Flavio Campo quando l’auto si lanciò contro un gruppo di persone che scortavano Pasolini e lo proteggevano da un agguato fascista. Pasolini, alla fine, scelse di non sporgere querela (https://it.wikipedia.org/wiki/Adriano_Romualdi ).