L’impressione è quella di assistere al dispiegarsi di uno tsunami: lo si vede arrivare, se ne intuisce la forza distruttiva, ma non si sa come fermarlo.
Forse, però, il problema è ancora più grave. Di fatto, i confini tra rappresentazione e percezione della realtà, da un lato, e realtà, dall’altro, sono stati superati da un pezzo. Non ci limitiamo più a discutere della realtà: discutiamo di rappresentazioni della realtà che, una volta costruite politicamente e mediaticamente, finiscono per sostituirla. La realtà, insomma, viene dopo il romanzo.
Prendiamo due esempi. Il primo riguarda la vicenda della tredicenne di Torino. Un uomo di 42 anni, originario del Bangladesh, è stato arrestato con l’accusa di avere costretto una minorenne a subire atti sessuali. Il gip ha ravvisato gravi indizi di colpevolezza, anche sulla base del racconto della ragazza e delle immagini delle telecamere, ma ha disposto per l’indagato l’obbligo di firma, ritenendo non necessaria la custodia cautelare in carcere.
Si può discutere, naturalmente, della decisione del giudice. La si può persino criticare duramente. Ma una cosa è la critica a una decisione giudiziaria; un’altra è trasformare immediatamente un’indagine in una sentenza definitiva, l’accusa in una condanna, gli atti sessuali in “stupro” e, soprattutto, la garanzia dell’indagato in una sorta di ostacolo morale alla giustizia.È precisamente qui che la rappresentazione comincia a divorare la realtà. Perché lo Stato di diritto non stabilisce che l’indagato sia innocente perché ci piace pensarlo innocente. Stabilisce che egli debba essere considerato innocente fino a una sentenza definitiva. È una differenza elementare, ma decisiva.
E quando anche il Presidente del Consiglio interviene nel dibattito pubblico e mette sotto accusa la decisione del giudice, anche di fatto, il problema non è più soltanto giudiziario. Diventa politico e culturale: la garanzia viene percepita come indulgenza, la prudenza processuale come debolezza, il giudice come nemico della sicurezza.
Il secondo esempio è ancora più istruttivo: la legge elettorale. Il testo approvato alla Camera prevedeva un premio di maggioranza per la coalizione capace di raggiungere il 42 per cento dei voti. Ora, al Senato, il quadro è nuovamente cambiato e si è riaperta la discussione sul ballottaggio, con proposte che prevedono soglie del 40 e perfino del 38 per cento.
E qui arriva il dettaglio politicamente più interessante: quelle percentuali assomigliano terribilmente alle percentuali che i sondaggi attribuiscono oggi alle forze di governo. Una coincidenza che non è sfuggita a diversi commentatori.
Ora, una legge elettorale dovrebbe essere pensata per durare oltre il governo che la approva, oltre la maggioranza parlamentare che la vota e, possibilmente, oltre gli uomini politici che l’hanno concepita. Se invece la soglia elettorale si muove insieme ai sondaggi, siamo davanti a qualcosa di diverso: non più la costruzione di una regola del gioco, ma l’adattamento delle regole del gioco alla situazione del giocatore.
E questo è precisamente il punto. La democrazia liberale presuppone che le regole vengano prima dei risultati. La demagogia fa il contrario: parte dal risultato che si desidera e costruisce intorno a esso il romanzo, la norma, perfino la percezione della realtà.Oggi questa cosa la chiamiamo “post-verità”. È un termine suggestivo, ma forse troppo nuovo per un fenomeno assai antico. Aristotele aveva già individuato il meccanismo della demagogia: il politico che non si limita a persuadere i cittadini, ma fa leva sulle loro passioni, ne asseconda i desideri e finisce per trasformare ciò che il popolo vuole sentirsi dire in una verità politica.
La post-verità, in fondo, è spesso demagogia più connessione Internet.
E qui torniamo alla sensazione iniziale: l’impotenza. Perché il vero problema non è che esistano cattivi argomenti. La democrazia liberale ha sempre convissuto con la propaganda, la demagogia, la menzogna politica e la manipolazione.
Il problema nasce quando viene meno la distinzione condivisa tra vero e falso, tra fatto e interpretazione, tra accusa e condanna, tra regola e convenienza, tra istituzione e parte politica.
Quando questa distinzione salta, ogni cosa diventa possibile. Un’indagine può diventare una condanna. Una critica a una sentenza può diventare un attacco all’indipendenza della magistratura. Un sondaggio può diventare un criterio per scrivere una legge elettorale. Una maggioranza parlamentare può finire per considerare le istituzioni come strumenti della propria convenienza. E la realtà, lentamente, diventa ciò che il potere riesce a far credere che sia.
È questo, forse, il passaggio più inquietante. Perché la liberal-democrazia non vive soltanto di elezioni. Vive di limiti, procedure, garanzie, istituzioni autonome e, soprattutto, di una distinzione elementare: quella fra il potere e la verità. Una verità di tipo logico. È qui che torna utile uno schema elaborato da un economista dalla cultura enciclopedica, oggi quasi dimenticato: Giuseppe Palomba, attentissimo alle grandi questioni politiche.“Muovendosi da sinistra a destra – scrive Palomba – i contenuti sono sempre più lontani dal ragionamento scientifico o logico. Mentre, muovendosi dall’alto verso il basso, si nota un arricchimento dei valori di verità e delle loro possibilità di enunciazione. Fermo restando che nell’ultima colonna questa proprietà va intesa con segno negativo e quindi come impoverimento progressivo e mistificazione crescente delle deteriori intenzioni di colui che enuncia false sentenze” (*)
Insomma, dalla verità logica alla post-verità. Sarebbe bastato, e basterebbe, aver letto il grandissimo Giuseppe Palomba, accademico, ricercatore inesauribile, capace di vedere ante litteram non pochi dei problemi che oggi attanagliano la vita politica.
Quando questa distinzione viene meno, la politica non diventa più forte. Diventa arbitraria. E l’arbitrio, prima o poi, presenta il conto. Per questo la sensazione di impotenza non è soltanto psicologica. È politica. È la sensazione di chi assiste alla lenta erosione delle regole che rendono possibile una società libera e scopre che, mentre le regole vengono erose, una parte crescente dell’opinione pubblica applaude.
Finirà male.
Carlo Gambescia
(*) Giuseppe Palomba, Lezioni di economia politica, Veschi Editore, Roma (s.d. ma 1976), p. 29. Ma si veda tutto il capitolo I, pp. 19-42.






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