giovedì 3 settembre 2026

Tito Boeri: “Salvare lo Stato sociale”. Ma chi salva la produttività?

 

“Salvare lo Stato sociale”. È questo il titolo della quinta edizione del Festival Internazionale dell’Economia di Torino, che si terrà dal 22 al 25 ottobre 2026, sotto la direzione scientifica di Tito Boeri. Non stiamo dunque commentando un Festival già svolto, ma le dichiarazioni di Boeri in occasione della presentazione dell’edizione di quest’anno.

Il tema è importante. E Boeri lo presenta con parole difficilmente contestabili: il welfare state è un tratto distintivo dell’identità europea; protegge dai rischi, riduce la povertà e contiene le disuguaglianze, cercando nello stesso tempo di non scoraggiare la partecipazione al mercato del lavoro. Ma proprio perché lo Stato sociale è sottoposto a molte pressioni, sostiene Boeri, occorre riformarlo per salvarlo (1).

Boeri, del resto, non è un economista dell’estrema sinistra. È, come è noto, un riformista, e la sua stessa riflessione sul welfare insiste da anni sulla necessità di correggerne gli squilibri e renderlo sostenibile. Ed è proprio qui che emerge il paradosso: a un economista più radicalmente redistributivo si potrebbe rimproverare di partire dalla distribuzione; a un riformista come Boeri, invece, si può chiedere di ricordare che, prima ancora di redistribuire la ricchezza, bisogna creare le condizioni perché essa continui a essere prodotta.

Quindi la domanda preliminare che bisognerebbe porsi è questa: con quali risorse salviamo il welfare state?
Un passo indietro. Prima di cominciare il consueto “pippone” sulla produttività — parola che gli economisti pronunciano con la stessa naturalezza con cui il portinaio parla di condominio — conviene spiegare che cosa significhi.

Detta nel modo più semplice possibile, la produttività misura quanto riusciamo a produrre utilizzando una determinata quantità di risorse. Quando parliamo di produttività del lavoro, guardiamo a quanto valore viene prodotto per ogni ora lavorata. L’Istat la definisce, appunto, come il rapporto tra il valore aggiunto e le ore lavorate.

Facciamo un esempio elementare. Se un portinaio, lavorando otto ore, riesce a pulire dieci scale, quella è la sua produttività. Se, grazie a un’attrezzatura migliore, a una diversa organizzazione del lavoro o semplicemente a un metodo più efficiente, nelle stesse otto ore riesce a pulirne quindici, la produttività è aumentata.

Non ha necessariamente lavorato di più. Ha prodotto di più nello stesso tempo.

È questo il punto che spesso si perde nelle discussioni economiche. La crescita di un’economia non dipende soltanto dal numero delle persone che lavorano. Dipende anche dalla capacità di produrre più beni e servizi con le risorse disponibili. E questa capacità dipende dalla tecnologia, dagli investimenti, dall’organizzazione delle imprese, dalle competenze, dal capitale e dalla qualità del lavoro.

Ora possiamo affrontare il problema italiano. E qui i numeri sono poco allegri.

Secondo l’Istat, tra il 1995 e il 2024 la produttività del lavoro italiana è cresciuta in media appena dello 0,3 per cento all’anno. Nello stesso periodo, la media dell’Unione europea a 27 è stata dell’1,5 per cento annuo. Nel 2024, inoltre, la produttività del lavoro italiana è diminuita dell’1,9 per cento, dopo il -2,7 per cento del 2023. (2)

I dati più recenti confermano, però, che non siamo di fronte a una semplice difficoltà congiunturale. Nel decennio 2014-2024, inoltre, la produttività del lavoro è cresciuta in media appena dello 0,3 per cento all’anno. Istat sottolinea inoltre che, negli anni più recenti, sia la produttività totale dei fattori sia l’intensità di capitale hanno fornito un contributo negativo alla dinamica della produttività del lavoro. I dati relativi al 2025, per non parlare di quelli del 2026, sono preliminari.

C’è un dato che rende ancora più evidente il problema. Nel 2024 le ore lavorate sono aumentate del 2,3 per cento, mentre il valore aggiunto è cresciuto soltanto dello 0,4 per cento (un punto  sopra la media del decennio). In parole povere: abbiamo lavorato molto di più, ma prodotto relativamente poco di più. Un dato che aiuta a spiegare la stagnazione dei salari italiani e che, soprattutto, stride parecchio con le ditirambiche dichiarazioni di Giorgia Meloni.



Del resto, come detto non
è soltanto un problema dell’ultimo biennio. L’OCSE osserva che la crescita della produttività del lavoro italiana è debole dalla metà degli anni Novanta e che le prospettive di medio-lungo periodo continuano a essere frenate dalla sua dinamica insufficiente. Tra i problemi strutturali vengono indicati anche la ridotta presenza di imprese di grandi dimensioni, gli ostacoli alla crescita delle aziende, gli oneri regolamentari e fiscali e le carenze nelle capacità manageriali e nell’innovazione (3). Il che, ed è questo il secondo e ultimo inciso, mette seriamente in discussione — per non dire altro — la coerenza di un governo di destra, populisteggiante quanto si vuole, che pretende di finanziare il welfare attraverso una maggiore tassazione dei “ricchi”.

Si rifletta: se il problema strutturale dell’economia italiana è, infatti, la scarsa capacità di crescere, investire, innovare e aumentare la produttività, la risposta non può essere quella di considerare il profitto come una risorsa fiscale da spremere, anziché come uno dei presupposti dell’accumulazione, dell’investimento e della crescita. Qui l’analfabetismo economico di Giorgia Meloni assume dimensioni epocali.

E adesso torniamo al welfare.

Perché lo Stato sociale non è una macchina che produce automaticamente le risorse che distribuisce. Le risorse devono essere prodotte prima di poter essere redistribuite.

 

Pensioni, sanità, scuola, assistenza, trasferimenti: tutto questo richiede denaro pubblico. E il denaro pubblico proviene, direttamente o indirettamente, dalla capacità dell’economia di produrre redditi, valore aggiunto e quindi gettito fiscale.

Se la produttività cresce poco, il problema diventa enorme. Ancora di più quando la popolazione invecchia.

L’Italia si trova infatti davanti a una combinazione particolarmente difficile: meno persone in età lavorativa e più persone anziane, con una spesa pensionistica già elevata e destinata a esercitare forti pressioni sui conti pubblici. È precisamente una delle criticità sottolineate dall’OCSE nel suo ultimo rapporto sull’Italia. E allora la domanda diventa quasi brutale nella sua semplicità: chi pagherà il welfare di domani?

Possiamo aumentare le tasse. Possiamo aumentare il debito. Possiamo ridurre altre spese. Possiamo aumentare l’occupazione. Possiamo lavorare più a lungo. Possiamo combinare tutte queste possibilità.

Ma nessuna di esse elimina il problema fondamentale: bisogna produrre abbastanza ricchezza.

 

 

Ed è qui che la produttività diventa una questione politica, non soltanto economica. Boeri dice giustamente che bisogna “proteggere” lo Stato sociale e che, per salvarlo, occorre riformarlo. Ma se non affrontiamo contemporaneamente la debolezza della produttività, rischiamo di discutere soltanto come distribuire una ricchezza che cresce troppo lentamente.

È curioso, allora, che nella presentazione del Festival la produttività non sembri occupare il posto centrale che meriterebbe. Il programma, che sarà presentato integralmente il 15, comprende naturalmente temi come lavoro, imprese, competitività, innovazione e produttività. Ma la questione è più radicale: la produttività non è semplicemente uno dei capitoli del welfare. È una delle sue condizioni di possibilità.

E qui arriviamo a un altro passaggio delle dichiarazioni di Boeri, decisamente più discutibile. Il welfare sarebbe un tratto distintivo dell’identità europea e, secondo Boeri, ci verrebbe “invidiato da tutto il mondo”. Dietro l’antieuropeismo della nuova amministrazione americana si potrebbe leggere, a suo giudizio, anche una sorta di “invidia” per il welfare europeo, costruito mentre gli Stati Uniti garantivano all’Europa la protezione militare.

Lasciamo perdere, per il momento, la psicologia dell’amministrazione americana. L’idea dell’ “invidia” è un’interpretazione politica, non un dato economico. E può essere discussa.

Molto più interessante è invece la questione che precede tutto il resto: il welfare europeo può essere certamente considerato una grande conquista sociale. Ma non vive di identità. Vive di produttività.

Un sistema previdenziale generoso, una sanità universalistica, una scuola pubblica efficiente, un sistema di assistenza capillare richiedono una base economica sufficientemente solida. Se quella base si restringe, prima o poi anche il welfare entra in crisi.

Perciò il problema non è soltanto come redistribuire la ricchezza. È come produrla. Ed è qui che il discorso sul welfare rischia di capovolgersi.

Perché possiamo passare mesi a discutere di pensioni, sanità, immigrazione, disuguaglianze, trasferimenti e mercato del lavoro. Ma alla fine ritorna sempre la stessa domanda: chi paga?

La risposta non può essere “lo Stato”. Lo Stato non è un produttore magico di ricchezza. È soprattutto un redistributore di risorse che devono essere generate dall’economia.

Il problema italiano, allora, non consiste soltanto nell’avere uno Stato sociale troppo costoso o troppo generoso. Consiste anche nell’avere un’economia che da troppo tempo produce troppo poco aumento di produttività.  Non si può prima imprecare contro il profitto, per poi accendere candele affinché il San Gennaro capitalista  compia l'ennesimo miracolo.

Ed ecco il paradosso. Si vuole salvare lo Stato sociale senza mettere abbastanza al centro la macchina economica che deve finanziarlo. È come preoccuparsi della distribuzione delle razioni senza domandarsi se il forno continui a produrre pane.

Forse, allora, la domanda del Festival di Torino dovrebbe essere leggermente modificata. Non soltanto: "Come salvare lo Stato sociale?" Ma anche: "Come salvare la produttività che deve finanziarlo".  Perché senza produttività, alla lunga, il welfare rischia di diventare una gigantesca discussione sulla redistribuzione della stagnazione (4).

E questa, più che una questione tecnica, è una questione politica. Anzi metapolitica.

Carlo Gambescia

1) Qui: https://askanews.it/2026/09/02/festival-internazionale-delleconomiasalviamo-lo-stato-sociale/ .

2) Istat, Misure di produttività – Anni 1995-2024, 12 dicembre 2025, e Istat, Rapporto annuale 2026 – La situazione del Paese. La produttività del lavoro è cresciuta in media dello 0,3% annuo nel periodo 1995-2024 e nel 2024 è diminuita dell’1,9%, dopo il -2,7% del 2023. Nel periodo 2015-2025 la crescita media annua è stata appena dello 0,2%; i dati relativi al 2025, per non parlare di quelli del 2026, sono preliminari (https://www.istat.it/comunicato-stampa/misure-di-produttivita-anni-1995-2024/ ).

3) OCSE, Studi economici dell’OCSE: Italia 2026, 23 aprile 2026 . (https://www.oecd.org/it/publications/studi-economici-dell-ocse-italia-2026_fea691db-it.html ).

4) A dire il vero, il programma del Festival 2026 comprende anche incontri dedicati a produttività, competitività, imprese e innovazione. Il programma completo sarà reso disponibile soltanto dal 15 settembre.



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