Sia subito chiaro: Berlusconi, per il liberalismo italiano, è stato una disgrazia. Però, quando troppo è troppo.
La grazia presidenziale concessa a Nicole Minetti arriva dopo una vicenda giudiziaria durata anni e relativa a una condanna per abuso d’ufficio. Al di là del merito del provvedimento, colpisce il fatto che la sua figura continui a funzionare come un simbolo politico prima ancora che come una persona. Ed è proprio questo slittamento dal fatto al simbolo che rende interessante il caso.
La vicenda offre uno spunto che va ben oltre il destino personale dell’ex consigliera regionale. Riguarda infatti un modo di fare giornalismo e di interpretare la realtà politica che negli ultimi trent’anni ha trovato in Marco Travaglio il suo rappresentante più noto.
Ripetiamo: Berlusconi non era un santo. E neppure la Minetti è mai stata presentata come una figura esemplare. Ma proprio per questo il caso è interessante.
Quando perfino personaggi percepiti come emblemi di una stagione politica controversa continuano a essere inseguiti da sospetti anche dopo verifiche, smentite e accertamenti, il problema non riguarda più loro. Riguarda chi continua a inseguirli.
Lo storico americano Richard Hofstadter, nel celebre saggio The Paranoid Style in American Politics (ed. it. Adelphi), descriveva una particolare forma mentis. Non una malattia mentale, ma una disposizione culturale. Lo “stile paranoide” consiste nella tendenza a interpretare la realtà come una trama permanente di connessioni nascoste, interessi occulti e colpe mai del tutto provate ma sempre presunte.
In questa prospettiva, l’assenza di prove non diventa una confutazione. Diventa una prova ulteriore. Se non si trova nulla, significa che qualcuno ha nascosto qualcosa. Se le verifiche smentiscono il sospetto, significa che le verifiche sono state insufficienti. Se l’accusa cade, la colpa rimane comunque nell’aria.
È un meccanismo intellettuale affascinante perché è praticamente inattaccabile. Ogni smentita viene incorporata nel sistema come conferma.
Per capirsi: dopo Hofstadter, il paragone letterario più immediato è Ahab. Non perché la preda sia gigantesca, ma perché l’ossessione finisce per contare più della balena stessa. A un certo punto non importa più ciò che si trova. Importa soltanto continuare la caccia.
Da anni Travaglio sembra muoversi entro questo schema.Berlusconi non è più un politico o un imprenditore. È diventato il principio esplicativo universale di un’intera epoca. Minetti non è una persona. È un simbolo.
Un capro espiatorio, per dirla con Girard. E i simboli, a differenza delle persone reali, non possono mai essere assolti. Devono continuare a rappresentare il male che si è deciso di combattere. Un simbolo negativo per ogni vero credente, per dirla con Hoffer, per il quale il nemico è una necessità vitale.
Il risultato è un giornalismo che rischia di trasformarsi in una forma di teologia morale, più che in un’indagine sui fatti.
Naturalmente il giornalismo d’inchiesta deve essere ostinato. Senza ostinazione non si scopre nulla. Ma esiste una differenza tra ostinazione e ossessione. La prima cerca fatti. La seconda cerca conferme.
Quando un’inchiesta continua anche dopo che i fatti sembrano aver preso una direzione diversa da quella attesa, si entra in un territorio delicato. Il rischio è che il giornalista finisca per innamorarsi della propria ipotesi più di quanto ami la verità che intende cercare.
Ed è qui che la lezione di Hofstadter conserva tutta la sua attualità. Lo stile paranoico non consiste nel vedere complotti inesistenti. Consiste nel non riuscire più a immaginare che, qualche volta, il mondo sia meno complesso, meno oscuro e meno colpevole di quanto si desideri dimostrare.
Forse il caso Minetti non riguarda la Minetti. Riguarda il ritardo con cui una parte del giornalismo italiano accetta che una stagione politica sia finita. E che non tutto ciò che resta debba essere ancora processato. Insomma si fatica ad accettare che il berlusconismo, piaccia o meno sia diventato storia e non più una categoria metafisica buona per spiegare tutto.
Carlo Gambescia




Forse il punto è proprio quello: data per finita una stagione politica (ma sarà vero, visto che nella coalizione di governo c'è un partito di proprietà di un gruppo editoriale/bancario che ne è stato protagonista?), perché o, meglio, come mai occuparsi (nel senso di graziare) proprio di una persona che di quella stagione ha fatto parte? Considerato che non pare se la stese passando poi tanto male....
RispondiEliminaGrazie del commento. Capisco e rispetto la sua opinione. Rovescia la mia "logica", che però continua a valere: questione di presupposti. O pre-assunti. Perciò sul piano argomentativo, ci muoviamo entrambi sul " piano del né vero, né falso".. Quindi verso l'indeterminato. Quel che conta, è che, pur mantenendo posizioni differenti, sia sia coscienti, che nessune detiene la verità assoluta. Se poi si vuole rientrare nella logica giuridica; un tempo si diceva c'è un giudice a Berlino. Che tutti, piaccia o meno, dobbiamo rispettare. Però anche come dice lei, a pensar male... :-)
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