giovedì 7 maggio 2009

Il libro della settimana: Guido Conti, Giovannino Guareschi. Biografia di uno scrittore, Rizzoli, Milano 20008,pp. 594, Euro 21,50. 

http://rizzoli.rcslibri.corriere.it/rizzoli/

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Qualche notte fa, dopo aver finito di leggere l’ avvincente biografia di Giovannino Guareschi, scritta da Guido Conti (Rizzoli 2008, pp. 594, Euro 21,50), abbiamo sognato proprio lui: classe 1908, in camicia a quadrettoni, baffoni e ciuffo spioventi, un pizzico di pinguedine, soprattutto dove finiscono per incidere tagliatelle e lambrusco, in quella zona del corpo, altrimenti detta della pancera…
Beh, Giovannino, sbucato dal buio, ci ha subito chiesto preoccupato: “Ma è vero che sono spariti comunisti?”. “Sì.”, abbiamo risposto. E lui: “Meno male che sono morto da quarant’anni. Altrimenti, ora rischierei, di morire un’altra volta di noia… Anche perché uno lassù mi ha detto che sono spariti anche i democristiani”. Dopodiché è scomparso di nuovo nel buio, smoccolando.
Non inventiamo: sì, abbiamo sognato il Giovannino. Probabilmente - misteri della psiche - grazie al libro di Conti. Dove viene fuori un Guareschi, grandissimo milite ignoto della battuta. Ignoto perché osteggiato, proprio da quei rossi e bianchi, che lui invece combatteva ma che in fondo rispettava. Soprattutto se idealisti come lui. E armati solo di buon senso. Come Peppone e Don Camillo..
Nel documentatissimo libro di Conti c’è anche dell’altro. Il Guareschi artista trasversale e moderno che si confronta con la radio, il cinema e la televisione. Il Guareschi artigiano della risata, chino per ore e ore, persino di notte, a lavorare alle sue vignette…
Il Guareschi uomo tutto d’un pezzo, che se ne va zitto zitto, col tascapane militare, a scontare un annetto abbondante, nelle prigioni degasperiane, dopo aver assaggiato quelle hitleriane, come prigioniero di guerra.
Il Guareschi papà dolcissimo dei pirotecnici Albertino e Carlotta, e marito affettuoso del “baccalà”, Ennia. La Margherita delle sue storie: una donna fortissima, che gli sarà sempre accanto fino a quel 22 luglio del 1968, quando il cuore di Giovannino se ne andrà in vacanza per sempre.
Il Guareschi, se ci passa l’espressione, incazzato nero con una modernità consumista e sciatta. Che non dava respiro a “tanti poveri cristi d’italiani” già negli anni Sessanta. Cosa che aveva capito anche Pasolini… Altro milite, forse in vita un po’ meno ignoto, della letteratura (ma questa è un’altra storia, “particolare”…). Di qui quel dirompente film a due “La Rabbia”, che scontentò tutti: rossi, bianchi e neri.
Insomma, il ritratto che ne fa il bravo Guido Conti, è, come si dice, in quel birignao letterario che Guareschi odiava ( così impara a disturbarci di notte…): a tutto tondo.
Scrive Conti: “ Questo scrittore ha lottato tanto per le sue idee e non si è mai piegato al male che distrugge la vitalità dell’uomo, la sua pietà profonda, lo sguardo libero, leggero sorridente sull’orrore e la meraviglia del mondo. I suoi racconti, i suoi personaggi, il suo modo di guardare il mondo parlano al nostro cuore di uomini in ogni tempo e latitudine”.
Sottoscriviamo. Però Giovannino di notte lasciaci dormire. 

Carlo Gambescia

mercoledì 6 maggio 2009

La sinistra e l’Afghanistan




"AFGHANISTAN: CICR, DECINE CIVILI MORTI IN RAID AEREI
KABUL - Decine di civili, inclusi donne e bambini, sono rimasti uccisi mentre cercavano riparo dai raid aerei compiuti tra lunedì e martedì nell'Afghanistan occidentale. Lo ha reso noto il Comitato della Croce Rossa Internazionale (Cicr). La portavoce del Cicr, Jessica Barry, ha detto che una squadra della Croce rossa si è recata ieri nel luogo in cui hanno avuto luogo i raid aerei delle forze americane e ha potuto constatare la presenza di diversi cadaveri oltre che la distruzione di alcune case. E' la prima conferma internazionale di un incidente su cui gli Stati Uniti e le autorità afghane stanno ancora indagando".
( http://www.ansa.it/opencms/export/site/visualizza_fdg.html_959145325.html )

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Le volutamente scarne notizie Ansa fanno comunque intuire che siamo davanti all’ennesima strage di una guerra, quella condotta dalle forze Nato in Afghanistan, priva di qualsiasi senso. Se non quello di permettere agli Stati Uniti di presentarsi, a spese degli altri alleati, come difensori di un povero Occidente aggredito dal terrorismo fondamentalista. Un mondo in bianco o nero, insomma.
Resta invece singolare il silenzio della pubblica opinione su tutto quel che accade in Afghanistan. Soprattutto quella di sinistra, e nei due versanti (radicale e riformista). E non è ( o almeno non solo) una questione di passaporti mediatici, negati da una stampa asservita, bla bla bla…
Perché le manifestazioni politiche “di massa” (come si diceva un tempo) davanti alle ambasciate americane e alle sedi Nato sono diventate negli ultimi anni sempre più rare. O patrimonio di certo neofascismo terzomondista.
Probabilmente nel caso dell’Afghanistan pesa a sinistra (una sinistra legata tuttora ai miti dell' illuminismo, anche nel suo versante radicale), l’impresentabilità ai suoi occhi, muniti di occhiali moderni, dell’universo politico e sociale talebano. Di qui la mancanza di una linea intellettuale e politica precisa, o comunque alternativa all’intervento militare. Il Governo Prodi non fece praticamente nulla. Se non sbracciarsi in nome di un dolciastro pacifismo generico, però impossibilitato a conciliare diritti dell’uomo (e della donna), difesi con pari energia anche dalla sinistra radicale, con l’interpretazione talebana della legge islamica. Semplificando: il femminismo moderno unisce la sinistra e la ricompatta in chiava antitalebana. Il che è nobilissimo, ma improduttivo sotto il profilo politico. Perché lascia campo libero alle bombe Nato.
Stante perciò questa situazione, il ruolo della sinistra nella "crisi afghana", continuerà a essere pari a zero. Permettendo così agli aerei Nato di continuare a massacrare quelle povere popolazioni. E alle truppe italiane di svolgere quel ruolo di polizia coloniale, culminato alcuni giorni fa nell’uccisione davanti a un posto di blocco di una inerme bambina afghana. Maldestramente giustificato dal Governo Berlusconi.
Il che significa che pure la destra ha le sue pesanti, anzi pesantissime responsabilità. Ma resta il fatto che la sinistra, proprio perché antitalebana quanto la destra, continua a tacere.
La sinistra dovrebbe rinunciare all’antitalebanismo. E invocare sul piano intellettuale - e poi politico - un sano relativismo, come dire post-illuminista, nel senso di riconoscere ai Talebani il diritto di autogovernarsi secondo le proprie leggi. Invece la sinistra preferisce o il silenzio o le vuote declamazioni moderniste.
E intanto gli afghani innocenti continuano a morire.

Carlo Gambescia 

martedì 5 maggio 2009

Fiat 
Tra monopolio legale 
e monopolio volontario



Il cosiddetto assalto della Fiat al “potere automobilistico” mondiale, ha dato luogo, grosso modo, a due interpretazioni principali. Vediamo quali.
La prima è quella dell’ “orgoglio italiano”. Tra fanfare, pifferi e applausi ci si compiace del fatto che una grande impresa nazionale stia finalmente mostrando di essere capace di dominare il mercato mondiale, o comunque di riuscire a determinarlo sul piano delle grandi alleanze internazionali. In genere, questa, è la posizione del centrodestra, di larga parte del centrosinistra e degli ambienti economici che contano. All’unisono, tutti sembrano servilmente ripetere il fastidiosissimo mantra, Fiat-Fiat-Fiat.
La seconda è quella del piagnonismo anticapitalista. Che, lacerandosi le vesti, scorge nella marcia (troppo) irresistibile della Fiat, una nuova conferma della natura monopolistica del capitalismo italiano e mondiale. In genere, questa, è la posizione della sinistra più accesa e delle lunatic fringes di vario colore politico (anarchici, fascisti, decrescisti, complottisti, eccetera). Di quelli che invocano “un mondo nuovo” o un "nuovo ordine", senza indicare concretamente come costruirlo.
Diciamo, subito, che hanno ragione ( o quasi) entrambi. Perché per un verso si tratta di un successo italiano, soprattutto di Marchionne, un manager di grande valore; ma per l’altro di una conferma della irrimediabile natura monopolistica del capitalismo. Ma non solo.

Perché il monopolismo economico indica, al di là dei fiumi di lacrime anticapitaliste e delle rumorose fanfare filocapitaliste, che il potere di mercato, come ogni altra forma di potere sociale, tende sempre a concentrarsi nelle mani di pochi. Mai dimenticarlo.
Insomma, non esistono eccezioni alla “regolarità” sociologica circa l’esistenza, in ogni campo, di una classe di governo politico, economico, culturale, religioso, eccetera. Certo, il “libero mercato” - cosa di cui presero atto liberali intelligenti come Hayek e Leoni - in alcuni settori può sfociare, anche legittimamente, dal punto di vista della teoria economica, in forme monopolistiche. Ma, attenzione, senza l’aiuto determinante dello stato… Di qui, ad esempio la distinzione leoniana, tra monopoli legali (sostenuti, in qualche modo, dalla coercizione statale) e monopoli volontari (frutto di accordi tra produttori e consumatori) .
E qui veniamo al punto. Perché la vera questione in gioco è che la Fiat punta a godere di appoggi e massicci finanziamenti pubblici (in Italia, Stati Uniti, Germania), frutto di inevitabili compromessi tra i “forti” (classi politiche ed economiche), a danno dei “deboli” (lavoratori, cittadini e consumatori). Rischiando così, dal punto di vista economico, di trasformare il monopolio volontario (in favore del consumatore) in monopolio legale ( contro il consumatore)…
Inoltre, al momento, resta sconosciuto il costo dell’intera operazione in termini di “ristrutturazioni”. Un “prezzo” che non potrà non essere pagato dalle maestranze. Perché è vero che il monopolio legale, spesso si risolve in una difesa parassitaria dell’occupazione. Ma nel caso della Fiat - semplificando - potremmo ritrovarci con un monopolio legale dal punto di vista dei finanziamenti pubblici, ma volontario, in quanto ai licenziamenti… Il peggio dei due sistemi. E per dirla fuori dai denti: sulla pelle dei lavoratori.
Concludendo, si rischia di favorire la materializzazione di una di quelle operazioni, tipicamente Fiat, dirette a privatizzare i profitti e socializzare le perdite.
Se fosse così, sarebbe una vergogna.

Carlo Gambescia

lunedì 4 maggio 2009

Ottimo  articolo di Ilvo Diamanti 
La "sinistra senza luoghi"



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A molti lettori non sarà sfuggito il notevole articolo di Ilvo Diamanti apparso ieri su "la Repubblica": I luoghi della destra e la sinistra senza luoghi.

Ma lasciamo la parola a Diamanti, affinché tutti possano direttamente farsi un'idea della sua tesi:
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“Silvio Berlusconi. Negli ultimi mesi, nell'ultimo anno, ha costruito la propria immagine - oltre a quella del governo - in rapporto diretto ai "luoghi" che hanno concentrato l'attenzione degli italiani. Nell'ultimo mese: l'Abruzzo e i luoghi del terremoto. La cui tragedia ha suscitato l'emozione e la solidarietà popolare. Il dolore e la distruzione: sotto i riflettori, le telecamere. Ogni giorno: L'Aquila, Onna. E Berlusconi. Questo legame - diretto, personale e politico - fra Berlusconi e i "luoghi", a nostro avviso, è all'origine della grande popolarità del premier in questo momento. L'Abruzzo ne è l'esempio recente, ma non unico. Basta pensare a Napoli, al tempo della campagna elettorale e all'indomani del voto. La città sommersa dai rifiuti, a sua volta palcoscenico e scenario mediatico frequentato da tutte le reti e da tutti i giornali. Non solo italiani. Più efficace di qualsiasi mobilitazione politica a raffigurare la sconfitta del progetto di "ricostruire" il Mezzogiorno. E, dunque, di Bassolino ma soprattutto della Sinistra. Pardon: del Centrosinistra. Napoli. Divenuta il simbolo dell'efficienza miracolosa e quasi taumaturgica di Berlusconi. Affiancato e sostenuto da Bertolaso. Sullo sfondo, invisibile e per questo più visibile, Gianni Letta. Da un anno, i rifiuti sembrano scomparsi. Almeno, dai media. E da un anno Silvio Berlusconi continua a recarsi con frequenza a Napoli. Vi riunisce il governo. Partecipa a feste private di compleanno. Semplicemente, ci passa. Un salto rapido per vedere come vanno le cose e via. (http://www.repubblica.it/2009/01/sezioni/politica/mappe/luoghi-destra-sinistra/luoghi-destra-sinistra.html ) .
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Per contro la sinistra, erede dei due più grandi partiti di massa della Prima Repubblica (Dc e Pci) avrebbe perso completamente contatto con il territorio. Come provano, secondo Diamanti, le candidature alle europee, scarsamente radicate, e la crescente impopolarità dei non molti sindaci del centrosinistra, soprattutto al Nord. Esemplare, a nostro avviso, la candidatura di personaggi politicamente incolori ma telegenici come David Sassoli, catapultato dall'alto perché vicino a Franceschini, e presentato addirittura come capolista in Centro Italia. Roba da pazzi. Anzi da suicidio politico.
Ma anche la guerra sbagliata al proporzionalismo: un metodo elettorale che invece potrebbe essere, in un'epoca post-ideologica come la nostra, importante fattore di collegamento con i bisogni del territorio. Certo, un fattore da reinventare nel quadro di una sinistra democratica e federalista sul piano delle alleanze elettorali. E invece no, anche per il centrosinistra il proporzionalismo, aprioristicamente, deve essere dato per morto...
Un altro segno di questa insufficienza simbolico-territoriale può essere ravvisato anche nell’ insistenza, molto GF, sui temi scandalistici, a sfondo tutto sommato (di pettegolezzo) “universalistico” : candidatura “velonze” e prossimamente il divorzio di Berlusconi. In questo senso, bene ha fatto il sindacato a festeggiare la Giornata del Lavoro all’Aquila. Come ad esempio fa bene Cacciari a ricordare al centrosinistra l’importanza del radicamento territoriale, soprattutto al Nord. Certo, resta sempre da capire come realizzarlo, soprattutto in assenza - bisogna ammetterlo - dell'abilità comunicativa del Cavaliere.
Perciò un Primo Maggio all’Aquila non può fare primavera. E su queste basi "territoriali" così ridotte, purtroppo, il centrosinistra rischia di uscire a pezzi dalle prossime europee. Consentendo a Berlusconi di continuare a fare il bello e il cattivo tempo.
Ovviamente, argomentazioni come quelle di Diamanti, da noi condivise e sviluppate, non possono suscitare l'interesse di quei duri e puri che un giorno sì e uno no prevedono il crollo del capitalismo e la nascita, come per incanto, di una società della decrescita.

Chi si contenta gode. Ma meno del Cavaliere.

Carlo Gambescia 

giovedì 30 aprile 2009

Il libro della settimana: Bruno Leoni: Il pensiero politico moderno e contemporaneo, a cura di Antonio Masala, introduz. di Luigi Marco Bassani, Liberilibri, Macerata 2009, pp. XLX-440, euro 22,00. 

http://www.liberilibri.it/bruno-leoni/128-il-pensiero-politico-moderno-e-contemporaneo.html


Bruno Leoni (1913-1967) è un pensatore liberale. Anzi, per molti dei suoi attuali estimatori è addirittura un Libertarian italiano, attivo, "purtroppo", in un periodo storico - gli anni Cinquanta e Sessanta - egemonizzato dal pensiero marxista e cattolico-sociale.
Sul suo libertarismo - in tempi in cui tutti si definiscono libertari, persino i postfascisti del Secolo d'Italia - non ci pronunciamo. Però riteniamo utile consigliare la lettura, anche ai non liberali, de Il pensiero politico moderno e contemporaneo, (a cura di Antonio Masala, introduz. di Luigi Marco Bassani, Liberilibri, Macerata 2009, pp. 440, euro 22,00). Dove sono raccolti alcuni importanti scritti di Bruno Leoni, risalenti appunto al periodo della dittatura culturale “olista” ( per alcuni malevoli: cattocomunista). Anche perché Leoni non nascose mai di essere un individualista metodologico, addirittura “integrale” secondo un suo interprete.
Per Leoni l’individuo precede la società. E lo stato non è che un gruppo sociale, puramente nominale, dietro il quale si cela il potere di precisi individui, con tanto di nome e cognome.
A fronte di una posizione così radicale, molti olisti, come chi scrive, avrebbero dovuto lasciar dormire i libri di Leoni tra la polvere degli scaffali. E invece no. Lo abbiamo sempre letto con interesse, anche quando non era famoso - ovviamente, quel poco che era in circolazione - apprezzandone lo stile di scrittura, l'arguzia e la profondità di ragionamento.
Prendiamo, ad esempio, il primo saggio riproposto in questo bel volume: “Storia del pensiero politico dell’Ottocento e del Novecento” (pp. 5-208). Ebbene, lo avevamo letto avidamente molti anni fa nelle Questioni di Storia Contemporanea di Marzorati (vol. II, pp. 1121-1264), dove era apparso per la prima volta nel 1952. Rimanendo colpiti dal suo taglio, tutto giocato sulla distinzione hayekiana, a quei tempi ignota in Italia, tra individualismo puro (buono) e individualismo spurio, costruttivista (cattivo). E in particolare dalla trattazione dell’utilitarismo, che pur con alcune riserve, Leoni riconduceva, molto prima di Alain Caillé e del Mauss, nell’ambito di un pericolosa visione politicamente moralistica, dove in nome della felicità dei “molti” lo Stato poteva "giustamente" sacrificare i “pochi”. Pertanto il volume andrebbe acquisito e letto solo per questa acuta analisi dell’utilitarismo, come forma di individualismo costruttivista, o come si direbbe oggi “protetto”.
Il pensiero politico moderno e contemporaneo offre anche alcuni saggi di analisi (pp. 213-284), severi quanto onesti, del pensiero marxiano, nonché un’ acutissima indagine dei rapporti tra liberismo e liberalismo, partendo dalla famosa polemica Croce-Einaudi.

Leoni sembra non dare ragione a entrambi. A Einaudi, per la timidezza nel ribadire il legame tra libertà politica e libertà economica. A Croce, per la filosofica veemenza nell’asserire la natura esclusivamente teoretica, quasi stellare del liberalismo. E perciò né politica, né economica.
Purtroppo crediamo che proprio in virtù del suo individualismo metodologico che ben si mescola con con la sua volontà professorale di tenere il pensiero liberale au-dessus de la mêlée, Leoni promuova il liberalismo - andando oltre la filosofia, la politica e in certo senso l'economia - al rango di scienza, confondendo così la norma con la descrizione di un fenomeno. E in questo senso, dispiace dirlo, sarebbe più giusto parlare di integralismo liberale invece che di liberalismo integrale. E come è noto l’integralismo non giova né alla ricerca né alla lotta politica.
Del resto, come mostra l’ultima parte del volume, dedicata alle questioni (più pratiche) della libertà economica, della democrazia e del socialismo (pp. 377-428), all'autore sembra sfuggire, almeno nei saggi qui pubblicati, la questione del potere come fattore di organizzazione, decisione e conflitto. Il che crediamo dipenda dal suo privilegiare l’ordine spontaneo della società rispetto a quello artificiale, se non talvolta artificioso della politica. Cosicché Leoni rischia di scorgere nell’organizzazione e nella decisione politiche solo un fattore di subordinazione dell’individuo a soffocanti entità collettive. E nel conflitto, solo una rivolta dell’individuo verso istituzioni altrettanto oppressive.
Il che può essere anche vero, ma come insegna Carl Schmitt, è solo una parte della storia.

Carlo Gambescia 

mercoledì 29 aprile 2009

Riflessioni
Tolleranza, intolleranza, ciclo politico




Che cosa vuol dire essere tolleranti? Sul piano umano e politico significa rispettare le idee degli altri, anche se diverse. Godere, come si legge, di un’ attitudine a mostrarsi ragionevoli, comprensivi verso idee, credenze religiose, sistemi politici diversi o contrari dai propri.
Ora, porremo alcuni quesiti che riguardano il rapporto tra ciclo politico, tolleranza e intolleranza. Domande talvolta ignorate dai politologi.
La tolleranza è un fatto di costume? Nel senso che dipende da abitudini storiche condivise? Oppure può essere sancita e rafforzata da leggi in grado di imporre ai cittadini il rispetto di alcune procedure? Ma fino a che punto si può essere tolleranti? Come fissare i confini tra tolleranza e intolleranza? Il costume richiede secoli. Una legge pochi giorni o mesi. E di regola le leggi non fondate su costumi consolidati sono disattese dagli stessi cittadini.
Va poi segnalata una contraddizione. La tolleranza rinvia a una visione relativistica della politica, capace di porre tutte le credenze sullo stesso piano. Mentre la politica - o il Politico se si preferisce - rinvia alla decisione. E la decisione implica la scelta fra credenze diverse, e quindi il “sacrificio” della credenza minoritaria.
La democrazia contemporanea, permeata di valori liberali, ha però tentato di aggirare l’ostacolo della decisione, imponendo per legge la mediazione procedurale. Nel senso di garantire in qualche modo una rappresentanza alle credenze minoritarie, duranti le fasi dibattimentali. Nel senso di ascoltare tutti, cercando di recepire le istanze di tutti. Al prezzo però, spesso, di annacquare i contenuti legislativi in discussione e approvazione. Alcuni ritengono che questo sia il giusto prezzo da pagare alla democrazia.
Ma come comportarsi con una credenza basata su aspirazioni di tipo monopolistico? Basterà escluderla dal gioco procedurale? Correndo però il rischio che la credenza minoritaria alla libera partecipazione alla democrazia sostituisca il colpo di forza?
Siamo davanti al più noto dilemma della democrazia moderna. Una democrazia illuminata e discorsiva che ha tentato - per certi aspetti eroicamente, per altri ingenuamente - di sostituire alla forza il ragionamento; alla decisione imperativa la mediazione procedurale.
Mediazione che purtroppo non sempre è condivisa da tutti e che spesso viene accettata strumentalmente dalle stesse credenze a tendenza monopolistica, una volta trasformatesi in movimenti politici, soltanto per agguantare il potere.
Di solito tali movimenti rischiano di rendere necessario l’uso della forza. Ma come definire una forza politica monopolistica? Basterà la sua volontà, pubblicamente espressa, di non rispettare le regole procedurali della democrazia?
No. Tale definizione e il conseguente intervento repressivo sarebbero giustificati solo nel momento in cui la volontà monopolistica si trasformasse in pratica individuale e collettiva, ad esempio terroristica.
Mentre non sarebbero giustificate se un tale movimento scegliesse di partecipare a libere elezioni. Ma come stabilire con sicurezza il "tasso di sincerità politica” e di "democraticità" di un movimento simile? O se si vuole di "conversione" alla democrazia?
I problemi però non finiscono qui. Perché coloro che sono pronti a reprimere in nome della democrazia, a loro volta, possono essere monopolisti della forza legale (perché al potere), ma non di quella legittima (perché non godono più del consenso della maggioranza dei cittadini). Esistono, infatti, anche le finte o false democrazie. Ma chi decide circa la qualità della democrazia? Gli elettori. Ma se gli elettori, ingannati, errano? Insomma, anche per i "democratici" vale lo stesso discorso che si è fatto a proposito dei movimenti politici a tendenza monopolistica. Come stabilire con sicurezza il loro "tasso di sincerità politica" e di "democraticità"?
Inoltre si tratta di valutazioni e decisioni - è bene ricordarlo - che devono essere fatte e prese in situazioni storiche spesso tumultuose. Perché legate, ad esempio, alle condizioni economiche, politiche e culturali, all’ abilità dei capi, all'amore per la libertà di un popolo e a fattori minori e contingenti. Di qui la possibilità di puntare sul cavallo politico sbagliato.

Il che significa che la qualità democratica di un sistema politico è frutto di circostanze storiche. E che principalmente è stabilita dai vincitori. I quali impongono una loro idea di tolleranza, che di regola penalizza o rimuove le ragioni dei vinti. 

Carlo Gambescia

martedì 28 aprile 2009

Polemiche
Le veline secondo la destra finiana




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Le critiche di "Fare Futuro", apparse sul magazine della Fondazione e sostanzialmente recepite da Gianfranco Fini, sulla candidatura alle europee nel Pdl di alcune veline e attrici ("Le donne non sono gingilli da utilizzare come specchietti per le allodole, non sono nemmeno fragili esserini bisognosi di protezione e promozione da parte di generosi e paterni signori maschi, le donne sono, banalmente, persone. Vorremmo che chi ha importanti responsabilità politiche qualche volta lo ricordasse"- http://www.farefuturofondazione.it/
 ), sollevano un problema di fondo. Quale? Quello della dignità del mestiere dell’attore, e nel caso, dell’attrice. E di certo razzismo che sembra oggi prevalere verso di esso.
Ma di quali signore e signorine parliamo? Presto detto: Barbara Matera, già "letteronza", Angela Sozio, ex del Grande Fratello, Camilla Ferranti, reduce da Incantesimo, Eleonora Gaggioli, direttamente dai set di Don Matteo ed Elisa di Rivombrosa. Volti purtroppo destinati - come scrive moralisticamente la Repubblica - “a rappresentare l'Italia in Europa. In quel Parlamento europeo che con le ribalte televisive ha poco da spartire. O almeno dovrebbe”. (http://www.repubblica.it/2009/04/sezioni/politica/elezioni-2009-1/futuro-veline/futuro-veline.html ).
Questo moralismo, secondo alcuni lodevolemente postfascista, non ci convince. Se c’è parità, tra uomini e donne, deve esserci anche parità tra lavori. E soprattutto rispetto per tutte le professioni. Non vorremmo sbagliare, ma in passato, a destra come a sinistra, sono state giustamente candidate, sia in Italia sia in Europa, attrici e conduttrici. Se un Parlamento deve essere lo specchio professionale di una società, è giusto che in esso siano presenti le varie anime lavorative. Soprattutto se femminili.
Naturalmente la tesi di coloro che si oppongono, a prescindere dal camaleontismo di Fini che sta studiando da prossimo segretario del Pdl, è frutto di profondo antiberlusconismo e di odio viscerale nei riguardi della televisione commerciale. In nome di certo superficiale anticapitalismo, che sembra oggi distinguere, a livello di contentino interno, la cosiddetta destra postfascista. Due atteggiamenti, diffusi anche a sinistra, e animati dalle storie intorno al Cavaliere-Sultano che tanto intrigano gli italiani. Atteggiamenti che possono anche essere plausibili sul piano della lotta politica, dove tutto è ammesso, pur di sconfiggere "l’odiato" avversario (nel caso Berlusconi). Ma solo al prezzo, spesso, di violare le libertà formali, come appunto in questo caso. Dove lo svolgimento di un lavoro, quello dell’attrice, che fino a prova contraria va giudicato onesto come tanti altri, viene usato per discriminare politicamente le donne, cercando di privarle di fatto del diritto di elettorato passivo. Che se ricordiamo bene, non riguarda la professione di “velonza” ma gli eventuali requisiti posseduti da un soggetto per potersi candidare, come l’età, la cittadinanza, la posizione giudiziaria. E non risulta che le attrici di cui sopra siano prive di tali requisiti.
Sarebbe onesto perciò che le organizzazioni femministe e i maschi ancora in grado di ragionare con la testa propria, invece di sbavare dietro a Fini, autentico Uriah Heep della politica italiana, prendessero posizione, condannando questa ennesima campagna razzista contro l’inserimento delle donne in politica. O chiediamo troppo?


Carlo Gambescia