Il problema, a nostro avviso, è un altro. Da anni crescono generazioni educate all’idea che la pace sia una condizione antropologica costitutiva e, di conseguenza, un diritto naturale la cui semplice rivendicazione basterebbe a realizzarla. Si immagina, con la bocca a cuoricino, una specie di civiltà pacifista dei balocchi, nella quale la guerra sia sempre colpa di qualcuno, le armi siano sempre inutili e la buona volontà basti a mettere d’accordo tutti. Peccato che la realtà, con la sua proverbiale mancanza di educazione, non collabori. Detto altrimenti: la verità antropologica — l’uomo non è completamente né buono né cattivo — finisce prima o poi per vendicarsi di chi pretende di ignorarla.
Sia chiaro: non rimpiangiamo affatto le piazze militariste e belliciste. Non abbiamo nostalgia delle giornate del “maggio radioso” del 1915, quando l’interventismo nazionalista celebrava la guerra come una palingenesi, né dei giovani fascisti che nel 1940 acclamarono l’ingresso dell’Italia nel conflitto voluto da Mussolini. Anche allora, come spesso accade, l’entusiasmo collettivo si nutriva di certezze e semplificazioni. La storia avrebbe presentato il conto.
Il punto è proprio questo. Il pacifismo assoluto e il bellicismo assoluto sono due facce di una medesima incapacità di fare i conti con la realtà. Non hanno necessariamente le stesse responsabilità storiche e morali, ma condividono la rinuncia al giudizio concreto. Il primo immagina una pace possibile a prescindere dalla volontà altrui; il secondo trasforma la guerra in una prova di grandezza nazionale. Entrambi sacrificano il giudizio alla fede. Cambiano le bandiere, non il meccanismo mentale, degno del peggiore infantilismo politico. Come nel caso dell’alternativa secca scuola o armi. Che potrebbe tranquillamente essere rovesciata in armi o scuola…
Una cultura liberale dovrebbe insegnare qualcosa di meno consolatorio. La pace è un bene prezioso, ma non è un incantesimo. Può richiedere compromessi, diplomazia, deterrenza e, in determinate circostanze, la difesa armata di chi è aggredito. Non tutte le guerre sono giuste, così come non ogni pace è giusta. Una pace ottenuta consegnando l’aggredito alla volontà dell’aggressore può essere soltanto il nome elegante della resa.
Ma c’è un altro aspetto che merita attenzione: la presenza degli adulti nelle manifestazioni studentesche. Genitori e insegnanti possono certamente accompagnare i ragazzi, tutelarne l’incolumità e riconoscere il loro diritto di protestare. Non c’è niente di scandaloso. Il problema nasce quando la protezione diventa una forma di tutela ideologica, quando gli adulti non aiutano i giovani a giudicare, ma confermano loro che la causa per cui manifestano è necessariamente giusta perché moralmente rassicurante.
Viene da chiedersi se non stiamo assistendo a una curiosa evoluzione dell’educazione contemporanea. Un tempo i genitori andavano a riprendere i figli dopo una serata in discoteca, per assicurarsi che tornassero a casa sani e salvi. Oggi rischiamo di ritrovarceli anche in piazza, non soltanto per proteggerli dai pericoli, ma per condividere con loro la certezza di essere dalla parte giusta della storia. La differenza non è irrilevante: nel primo caso si protegge un ragazzo; nel secondo si può finire per proteggerlo persino dal dubbio.
E gli insegnanti? Il loro compito non è certamente quello di fabbricare piccoli conformisti, né di impedire agli studenti di occuparsi della politica. È, al contrario, quello di insegnare loro a distinguere un fatto da uno slogan, una responsabilità da un pregiudizio, una rivendicazione legittima da una pretesa infondata. Soprattutto, aiutarli a comprendere che il dissenso non esonera dal ragionamento e che la buona fede non garantisce la bontà delle conseguenze.
Da liberali, non chiediamo ai ragazzi di stare a casa. Chiediamo loro di imparare a stare in piazza da cittadini, non da comparse di una rappresentazione morale già scritta dagli adulti. E chiediamo agli adulti di non confondere l’educazione con l’accompagnamento permanente, come se la maturità consistesse nel non lasciare mai soli i giovani, neppure davanti alle proprie idee.
Una società normale, se vogliamo usare questa espressione, non è una società senza conflitti, né una società nella quale tutti la pensano allo stesso modo. È una società capace di discutere dei conflitti senza trasformarli in crociate, di riconoscere i limiti delle proprie convinzioni e di accettare che la politica non offra soluzioni innocenti.
La pace non si costruisce fingendo che la guerra non esista. È vero che la nostra Costituzione ripudia la guerra, ma è altrettanto vero che considera sacro dovere del cittadino la difesa della Patria. I due principi non si contraddicono: ripudiare la guerra non significa rinunciare a difendersi. E oggi la difesa della nostra libertà, pur restando nazionale nelle sue responsabilità costituzionali, ha anche una dimensione europea, perché europea è ormai una parte essenziale della sicurezza che dobbiamo saper garantire.
Insomma, la libertà non si difende dispensando i giovani dalla fatica di pensare. Altrimenti, una volta usciti dai balocchi, potrebbero scoprire che la realtà è assai più complicata dei miti nei quali sono cresciuti. E che, purtroppo, non basta gridare uno slogan per cambiarla.
Carlo Gambescia





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