giovedì 3 aprile 2025

Dazi. Donald Trump o dell’inesistenza dell’ uomo economico

 


Ieri abbiamo affrontato i dazi dal punto di vista metapolitico, oggi vorremmo discutere la questione sotto l’aspetto economico, in particolare quello dell’ inflazione.

In linea generale l’inflazione non è mai cosa positiva, soprattutto perché all’ incertezza connaturata ai mercati ( come risponderà il consumatore?) aggiunge l’incertezza dei prezzi (di quanto saliranno?). Ovviamente esistono indici e previsioni. Tuttavia, per una legge sociologica, che insegna che se un uomo ritiene un fenomeno reale allora lo diventa per davvero, l’inflazione può autoalimentarsi, per via psicologica, fino a provocare imprevedibili e rilevanti danni socio-economici.

Si pensi a una asticella dei prezzi, come nel salto in lungo, che viene alzata continuamente, senza però avvisare l’atleta produttore-consumatore che si prepara al salto. Non si sa mai cosa si troverà davanti al momento di spiccare il salto. Di qui i crescenti margini di incertezza di cui sopra.

Perciò, come nel caso di Trump, giocare con l’asticella dei prezzi, è un comportamento autodistruttivo. Trump, pur avendo un passato da uomo economico, una specie di Paperon de’ Paperoni, non ha saputo resistire al richiamo forestale della politica, che ha nel protezionismo una specie di antidiluviana clava che spesso i politici si danno sui piedi. Purtroppo, l’istinto politico, se non ben addomesticato, come saggiamente impone la ricetta liberale, finisce sempre per avere la meglio sulla ragione economica.

Perché non si deve mai giocare con l’inflazione? Per la semplice ragione che i dazi sono una tassa e perciò fanno crescere i prezzi. Per capirsi: se si impone una tassa su un bene, da chi verrà pagata? Dal consumatore. Perché il costo del dazio viene scaricato sul consumatore. Se un certo bene costa 20 dollari e su questo bene viene imposto un dazio che, come nel caso delle misure varate da Trump, parte dal 10 per cento (per giungere al 50 per cento), il prezzo finale salirà a 22 dollari (fino a 30 nel caso di dazi al 50 per cento).

Il che implica una inevitabile ascesa dei prezzi che non premia il produttore “nazionale”, che se godrà di un incremento, lo perderà a causa dall’inflazione. Mentre il consumatore sarà costretto ad acquistare prodotti interni comunque costosi, pagando pegno due volte:  sia a causa dell'inflazione, sia per  l' assenza di una concorrenza estera. 

Quanto alla tesi di Trump (“Il mondo ci sfrutta”), rivolta a giustificare i dazi, sorge una seria questione interpretativa. Si rifletta sui seguenti punti: 

1) Se finora alcuni paesi hanno imposto tariffe più alte su determinati prodotti, gli Stati Uniti, a loro volta, hanno applicato dazi elevati su altre specie di beni. Per capirsi se l’Unione Europea ha storicamente imposto dazi più alti su automobili americane, gli USA ne hanno imposti di elevati sui prodotti agricoli europei; 

2) In alcuni paesi come come la Cina si sono applicate tariffe elevate proprio in risposta ai dazi imposti da Trump, come accaduto durante il primo mandato, nel corso della guerra commerciale 2018-2019, con conseguenze negative per tutti; 

3) In base ai dati dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC), le tariffe medie imposte dagli Stati Uniti sui beni importati sono relativamente basse rispetto alla media globale, ma ci sono eccezioni in settori specifici, come ad esempio i prodotti agricoli. Ma anche per acciaio e alluminio. Per dire una banalità, l’odiatissimo Canada imponeva alte tariffe sui latticini americani, ma gli USA, per la serie scagli la prima pietra, facevano la stessa cosa su alcuni prodotti canadesi; 

4) Infine le  nuove  tariffe sono state calcolate in base al modo in cui ogni paese tassa i beni americani. La Casa Bianca ha calcolato quel che altri paesi hanno addebitato sulle merci statunitensi utilizzando non solo  i dazi, ma anche “barriere non monetarie e altre forme di imbroglio”, che in realtà  rinviano a necessari regolamenti  di tipo sanitario o di altro genere, quindi si tratta misure indirette.  E non è corretto da parte di Trump includerle nel computo generale (*).

Si dirà che l'Europa, ad esempio, potrebbe rispondere azzerando i propri  dazi. Diciamo porgendo l'altra guancia. Spingendo così gli Stati Uniti a fare altrettanto. Purtroppo, l'altra guancia - come per l'idea pacifista di abolire la guerra  -  non viene mai porta da tutti e soprattutto alla stessa ora.  La mamma dei prepotenti, come quella degli imbecilli, è sempre incinta.  Insomma,  non c'è alcuna certezza che Trump rinunci a sua  volta a usare la pistola dei dazi.  Chi rinuncia spontaneamente al potere?  In 5000 anni vi ha rinunciato  un solo "Signore" nato a Betlemme.  Quindi si  eviti di dire stupidaggini anarco-libertarie.

Il quadro insomma non è quello della congiura contro gli Stati Uniti, dipinto da Trump. Il magnate drammatizza per implementare una politica protezionistica, frutto venefico di una visione ideologica che sul piano economico ha molti punti in comune con la politica autarchica dei fascismi.

Tutto questo, come detto, farà più male che bene al mercato mondiale, e, cosa più grave, ne farà di più grande ancora all’economia americana, perché penalizzerà soprattutto i consumatori.

Se la cosa non fosse così grave, la politica protezionista di Trump, potrebbe rappresentare un ottimo caso di studio per stabilire una volta per sempre che purtroppo la politica, se si vuole le passioni, hanno sempre la meglio sull’economia, gli interessi.

Come scrivevano ieri, magari esistesse veramente l’Homo oeconomicus, il mondo funzionerebbe come un orologio.

Ma non è così.

Carlo Gambescia 

 

(*) Sul punto specifico qui: https://www.investopedia.com/how-much-reciprocal-tariff-will-be-for-each-country-trump-trade-11708072?utm_source=chatgpt.com

mercoledì 2 aprile 2025

Dazi. L’altra faccia della guerra

 


Cosa pensano i pacifisti dei dazi? Per ora tacciono. Eppure i famigerati dazi di Trump, annunciati per oggi, sono l’altra faccia della guerra. Dimenticavamo, adesso si parla di “tariffe”. Ma se non è zuppa è pan bagnato.

Il giro del nostro ragionamento è lungo. Ma merita.

Intanto va sottolineato che negli ultimi ottant’anni, dopo trent’anni di guerre e frontiere chiuse, si è fatto il possibile, riuscendovi in larga parte, per favorire la libera circolazione di uomini e merci. Fino all’inizio degli anni Dieci del nostro secolo, grazie all’illuminato pensiero di Obama, si è perseguita la grande idea di creare un’area di libero scambio, transatlantica, tra Europa e Stati Uniti (*).

Dopo di che, con il primo mandato di Trump e i tentennamenti di Biden, l’idea è finita in soffitta. Di più: il magnate americano, una volta tornato al potere, ha addirittura dichiarato guerra economica all’Europa.

E qui veniamo a un punto particolarmente interessante, spesso ignorato: il protezionismo non è l’altra faccia del capitalismo, ma il suo nemico principale. Il protezionismo, come vedremo, è l’altra faccia della guerra.

Intanto va sottolineato un aspetto importante. Che dal punto di vista della mentalità culturale la chiusura delle frontiere, o comunque la limitazione delle merci estere, elimina il rischio imprenditoriale che è fonte di profitti.

Cioè parliamo di un rischio capace di generare un flusso di redditi che – lo ammettiamo – può essere incostante. Però senza profitti, se si vuole senza alti e bassi, il capitalismo vegeta, protetto in una specie di serra calda ma dall’aria viziata.

Il capitalismo si fa parassitario perché si lega alle rendite, cioè a un flusso di reddito costante, assicurato però da prezzi artificialmente tenuti alti dalle barriere economiche all’ingresso. Di conseguenza, a perdere la “guerra” economica è il consumatore penalizzato da prezzi più alti per acquistare beni di mediocre qualità, perchè non c’è reale concorrenza economica. A vincere invece sono i produttori nazionali protetti dallo stato, che, al riparo dalle merci straniere, non rischiano assolutamente nulla.

Ci limitiamo, tra i tanti, solo a questi due aspetti economici perché quel che desideriamo sottolineare è il cambio di mentalità culturale legato alla sostituzione dell’imprenditore che rischia con l’ imprenditore parassita.

Sembra incredibile. Si scatena una guerra economica, frutto di un meccanismo a spirale (ai dazi si risponde con altri dazi e così via), che non aumenta la qualità della vita. Anzi la peggiora. Il colmo dell’imbecillità.

Un meccanismo che come prova la storia della prima metà del Novecento favorisce conflitti e guerre. Si badi bene: dietro il protezionismo si nasconde il nazionalismo: il pessimo e stupido gusto di piantare bandierine, a prescindere dal ritorno economico. Cosa molto diversa dall’ottocentesco spirito di nazionalità, oggi difeso in Ucraina dagli artigli dell’imperialismo russo in antieconomico stile  "Terza Roma". Che dire? Magari esistesse veramente il cosiddetto Homo oeconomicus.

La questione dell’imperialismo riporta alla domanda iniziale. Per quale ragione i pacifisti non protestano contro la guerra economica? Perché di regola sono anticapitalisti, in blocco diciamo, e non distinguono tra capitalismo buono (profitti) e capitalismo cattivo (rendite). E soprattutto non intuiscono il nesso tra capitalismo cattivo e guerre. Detto altrimenti: il famigerato imperialismo che avvelenò la vita politica internazionale dalla fine dell’Ottocento fu il prodotto di un velenoso combinato disposto tra nazionalismo e protezionismo.

Il pacifista è contro le guerre ma anche contro il capitalismo, che condanna in blocco come guerrafondaio e imperialista. Il che però spiega l’incongruenza, tipica di certo pacifismo, soprattutto di sinistra (ma anche "rossobruno"), che definisce Trump un liberista selvaggio, glissando, più o meno consapevolmente, sul suo protezionismo.

Trump, in realtà, per parafrasare una vecchia formula marxista, è per il liberismo in un solo paese. Nel senso che, senza tanti complimenti, mette insieme tre fattori: capitalismo parassitario, meno stato all’interno e più stato all’esterno.

Di conseguenza il capitalismo trumpiano è un capitalismo assistito che vuole vivere di rendita e che teme il confronto esterno su un piano di parità, tipico invece del libero scambio. Ma non teme, visto che ne ha i mezzi, il confronto sul piano militare. Trump non dichiara forse ai quattro venti di essere sempre "pronto a  tutto"?  

E qui torniamo al disgraziato imperialismo di fine Ottocento: un venefico mix di nazionalismo e protezionismo che portò a due guerre rovinose.

Dopo di che, come detto, tornarono la pace e il capitalismo del rischio e dei profitti. Per ottant’anni.

E ora un imbecille, votato da altri imbecilli, che ne pagheranno le conseguenze, vuole ricominciare da capo.

Così è.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2014/05/il-libro-della-settimana-italico.html .

martedì 1 aprile 2025

Trump e Le Pen. La neolingua della destra

 


L’impressione è che non ci sia più nulla da fare. La destra dilaga. Erompe nei cervelli. La neolingua, per dirla con Orwell, è un fiume in piena.

Esageriamo? Si rifletta.

Come non essere pessimisti quando negli Stati Uniti il giorno dell’introduzione dei famigerati dazi viene celebrato da Trump come “Giorno della liberazione”? Quando invece è cosa acclarata, almeno da alcuni secoli, che il protezionismo ingabbia e impoverisce i popoli? E nessuno contesta? O comunque non fino a punto di denunciare Trump come una specie di Grande Fratello orwelliano? (*) .

Come non essere pessimisti quando la sacrosanta condanna per appropriazione indebita di Marine Le Pen viene dipinta come un complotto? (*). E rischia di tramutarsi in una specie di medaglia da appuntarsi sul petto? Perché nessuno ha il coraggio di dire che è pienamente meritata? O peggio ancora si beatifica Marine Le Pen, quasi una nuova Giovanna D’Arco, secondo il dettato di una neolingua morale dal sapore orwelliano?

E potremmo continuare a lungo. Perché, come in 1984, nel corrotto neo-mondo della destra «La guerra è pace», «La libertà è schiavitù», «L’ignoranza è forza»…

Quando l’indistinzione tra verità e menzogna, come insegna la Arendt, e prima di lei George Orwell, diventa la regola, opporsi ai mentitori sistematici diventa difficile se non impossibile.

Dal punto di vista metapolitico della transizione da un regime politico all’altro ci troviamo nel preciso momento in cui la neolingua della destra si va consolidando, grazie a una propaganda che fa presa su un elettorato, impoverito mentalmente dai social e dal declino della cultura del libro. Parliamo di individui che a fatica riescono a concentrarsi per più di un minuto su un concetto o un’idea.

Se ci si passa la battuta, forse poco in sintonia con la gravità della situazione, viviamo nel tempo del cretino dalla risposta veloce.

Del resto come spiegare che una destra, dal torbido passato politico, come in Italia, Francia, Germania, mente sapendo di mentire? Si gioca sul risentimento, sull’odio politico, sul colpo su colpo, sul tanto peggio tanto meglio. Non si assisteva a uno spettacolo del genere dagli anni Venti e Trenta del Novecento: gli anni della guerra civile europea per dirla con Nolte.

Ieri, proprio qui a Roma, un incendio ha distrutto 17 veicoli Tesla presso una concessionaria. Elon Musk ha subito dipinto l’incidente come un atto di terrorismo. Il fatto, a dire il vero, si inserisce in un contesto più largo di atti vandalici e incendi contro Tesla in Europa e negli Stati Uniti.

Però, ecco il punto, si glissa sul pubblico sostegno di Musk ai movimenti politici razzisti, all’ uso di un linguaggio violento, addirittura al saluto fascista, che però, come si legge, non sarebbe tale, perché il mignolino della mano di Musk era rivolto verso il basso… Ridicolo, eppure…

Cioè qual è la questione? Che questa destra, che si dice perseguitata quando invece ad esempio  è al potere negli Stati Uniti e in Italia, riesce a tirare fuori il peggio dagli avversari, alimentando, la destra per prima, una spirale di odio che distrugge il discorso pubblico liberale. Detta alla buona: hanno cominciato “loro”. E chi semina vento raccoglie tempesta.

Il problema però è che la tempesta porta voti. Come contrastare questa destra, che per dirla alla buona, lancia il sasso per nascondere subito la mano? In Italia ne sappiamo qualcosa, perché Giorgia Meloni conosce questa tecnica a memoria. Si atteggia a vittima, poi però gli avversari politici sono spiati dai servizi segreti (***).

Non è facile, forse addirittura impossibile, replicare al subdolo vittimismo politico, perché, l’argomento liberal-democratico, ad esempio la libertà di pensiero, viene usato contro la liberal-democrazia. Cioè lo si impiega per demolirla. Perché, come prova quando sta accadendo negli Stati Uniti, la liberal-democrazia è sotto attacco. La si vuole smantellare. Il fiume in piena di una neoverità politica tentata dal fascismo sta travolgendo ogni cosa.

Ecco perché la condanna di Marine Le Pen, nemica della democrazia, viene dipinta dalla neolingua come un attentato alla democrazia. E purtroppo, come dicevamo,  un elettore che non riesce a concentrarsi per più di un minuto vi crede.

Una tragedia politica. Anzi metapolitica.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://edition.cnn.com/2025/03/31/business/liberation-day-announcement-trump/index.html .

(**) Qui: https://www.lefigaro.fr/actualite-france/proces-du-fn-marine-le-pen-condamnee-a-une-peine-d-ineligibilite-avec-execution-immediate-20250331 .

(***) Qui: https://www.lastampa.it/politica/2025/03/20/news/il_report_su_paragon_in_italia_si_spiano_i_nemici_del_governo-15062223/ .