sabato 14 luglio 2018

 Liberilibri  pubblica  La politica come destino di Valitutti
Liberali con l’elmetto?





Ottima  l’idea,  dopo la pubblicazione de  La Libertà della scuola, (Liberilibri, Macerata  2009 *),  di riproporre, benché a una certa distanza,  il Salvatore Valitutti  attentissimo  filosofo  liberale della politica.  Tra l’altro,  la scelta di  rieditare  La politica come destino (Liberilibri, Macerata 2018 **), preceduta,  da un’ introduzione di Teodoro Klitsche de la Grange, giunge puntualissima in un momento in cui il liberalismo italiano sembra non sapersi decidere tra il populismo e l’antipopulismo,  e proprio  dinanzi a  un governo giallo-verde che  in realtà è tutto, eccetto che liberale.

Non ci si accusi  però  di inquinare la nostra  recensione, scivolando nella triviale attualità  politica. I lettori sono avvisati: piaccia o meno,  i nodi, che a nostro modesto avviso,  Salvatore Valitutti scioglie, diremmo limpidamente,  sono  proprio quelli del romanticismo politico e dell’occasionalismo, criticati da Carl Schmitt, il cui pensiero è al centro di questo studio,  ma  purtroppo da lui praticati, come perpiscacemente mostra Valitutti. Schmitt, al riguardo,  se ci si perdona la battuta, predicava bene e razzolava male.
In sintesi: il nodo attualissimo che Valitutti dipana è  quello di un liberalismo, che, addirittura tra i liberali, si vorrebbe romanticamente  vedere per questa primavera-estate,   con  indosso l'ornamento  di un  elmetto. Populista  o  chissà anche di altro tipo... Corsi e ricorsi, roba da liceo. Però...
Va ricordato che il saggio di Valitutti, in prima battuta uscì per Bulzoni nel 1976, abbinato a un interessantissimo e tagliente studio di Karl Löwith sempre su Schmitt, uscito nel 1935.  Operazione, che forse Liberilibri, avrebbe potuto ripetere e completare.  Ma non è questo il vero punto. Löwith può anche attendere tempi, economicamente, migliori.
Grazie alla  rigorosa e chirurgica dissezione del pensiero schmttiano,  che ruota intorno, come ben si sa,  al concetto di amico-nemico,  Valitutti  prova una cosa fondamentale:  che quest’ultima dicotomia, in sé, se non interpretata, oggi diremmo,  come regolarità o costante, quindi come categoria euristica della scienza  politica,  rischia inevitabilmente  di  trasformarsi  in   una scatola vuota che, di volta in volta,  si può riempire con qualsiasi contenuto.  Di qui,  l’occasionalismo romantico, che scorge nel politico vincente di turno  il protagonista della lotta dicotomica.
Che cosa vogliamo dire?  Se, come nel caso di Schmitt, una grande scoperta (la dicotomia amico-nemico come caratterizzazione del politico), manca di una adeguata accettazione del pluralismo sociale e di una separazione tra morale e politica le cose rischiano sempre di mettersi male. E non solo sul piano scientifico, euristico, se si vuole.  
Innanzitutto,  come mostra Valitutti, con grande finezza,   l’antropologia negativa ( o pessimistica che è alla base della dicotomia amico-nemico) è di  tipo morale.  Sicché,  Schimtt  reintroduce, se ci  si passa la caduta di stile, dalla finestra ciò che precedentemente  scaccia dalla porta: c’è un nemico perché l’uomo è cattivo. Ma  "cattivo" resta categoria "morale", non  "politica".   E allora dov’è l’autonomia del politico? Insomma, la grande intuizione schmittiana -  ecco la  superba  lezione di Valitutti -   pur  essendo feconda, resta tale, probabilmente insoluta,  perché ignora sia l’autonomia del  politico, sia, come ora vedremo,  l’importanza del pluralismo sociale.
Salvatore Valitutti

Quest’ultimo punto, rappresenta un altro nodo cruciale del pensiero schmittiano,  che mal si concilia con il pensiero liberale, nonché con la scienza politica.  Per Schmitt  il politico, implica l’unità interna, per poter meglio agire  verso il nemico esterno. Il che è vero sul  piano militare (quando tuona il cannone, ci si stringe, eccetera, eccetera), ma non su quello della vita civile (dove le divisioni sono feconde, eccetera, eccetera). E, come mostra Valitutti,  probabilmente  riprendendo alcune osservazioni di Löwith,  non si può ridurre l’agire politico all’agire militare:  c’è la milizia, quando occorre (quindi l'eccezione), c’è il civile, borghese o meno, che costituisce la norma (dunque la regola). Ora, fare della milizia, la regola o comunque  un dispositivo (quello del conflitto amico-nemico), in grado di coonestare un approccio bellico alla vita civile è completamente  fuori luogo.  Di più:   portò Schmitt, per primo, nelle braccia di Hitler, o comunque  -  certo, indirettamente,  per contiguità, diciamo atmosferica, antiliberale  -   ne favorì l’ascesa.
Ed è questo, crediamo,  sia   l’errore commesso anche  da  Teodoro Klitsche de la Grange, che nella sua dotta introduzione, evoca, distinguendoli,  un liberalismo “esangue” che rifiuta Schmitt, e un “liberalismo “forte” che invece  ne accetta i principi dicotomici. Ora,  una cosa  è accettare una teoria del politico, che ha tra le sue regolarità e costanti  ( Freund e  Miglio)  anche quella del conflitto amico-nemico, un’altra quella di ridurre la politica a pura e semplice milizia innervata come un tumore  sulla onnipotente  dialettica amico-nemico. Dialettica - ecco il vero punto -  “nemica” a sua volta di quel pluralismo, che stando,  non proprio all'ultimo arrivato,  Tocqueville, rappresenta  il sale stesso della democrazia liberale.  Una lezione, poi ribadita anche da Max Weber (tra l'altro, sul punto, citatissimo da Valitutti).  
A tale  proposito, non è fuori luogo segnalare  un altro ottimo volume di Valitutti, I partiti politici e la libertà (Armando Armando Editore, Roma 1966) -  per inciso,  crediamo sia, davvero, il suo magnus opus,  che  meriterebbe di tornare in libreria.  Perché ricordarlo?  In quel libro, Valitutti,  fornisce, tra le altre tantissime  intuizioni,    una  preziosa  separazione concettuale  tra  partito burocratico e partito militarizzato. Un'indicazione che sembra delineare  la sua  critica, in nome del pluralismo liberale, alla dicotomia schmittiana.   Nel partito burocratico c’è una distinzione tra organismi burocratici (come puri congegni) e associati, invece  nel partito militarizzato -  ecco l’ infeconda unità  schmittiana -   una totalitaria identità tra disciplina militare di partito e associati.

In fondo, la “politica come destino”,  paventata  da Valitutti,  è ben rappresentata proprio da questo rapporto identitario, assoluto, quindi oggettivamente  l' opposto,  ripetiamo,  di qualsiasi pluralismo liberale.  Si torna, insomma, al nodo del romanticismo politico e dell'occasionalismo. Ai vagheggiamenti di  un qualche ordine salvifico che unisca  contro  un capro espiatorio. Con l'elmetto, ovviamente.  
Su queste basi, Schmitt, come detto, abbracciò  Hitler,  Klitsche de la Grange -  l’amico  non ce ne voglia, la nostra stima è immutata -  rischia di abbracciare Salvini e Di Maio, quali improbabili  portatori, soprattutto il primo,  di  un “liberalismo forte”.  Che ci dovrebbe eroicamente  difendere dalle insidie di una potenza aeronavale come  Malta.  
Insomma,  da Cavour a  Salvini, passando per Schmitt.  Che dire?Evoluzione al contrario: dall'uomo alla scimmia. Purtroppo, al peggio non c’è mai fine.    Povero liberalismo italiano…

Carlo Gambescia

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