Si potrebbe personalizzare la prima pagina de “Il Tempo” di oggi come un duello a distanza con il suo direttore. Ma sarebbe un errore.
Il problema non è chi colpisce chi. È come si colpisce, e soprattutto che cosa si smette di capire quando si colpisce in un certo modo.
Il termine “mafioso”, applicato alla politica, può essere una cosa seria. Oppure una scorciatoia pigra. Dipende dall’uso che se ne fa.
Chiamare “mafioso” un leader politico può avere senso se serve a descrivere una forma del potere: comando personale, fedeltà al capo, disprezzo delle regole, decisione senza responsabilità. In questo caso la metafora non assolve e non demonizza: spiega. Dice come si governa quando la politica smette di essere istituzione – si pensi allo stato di diritto – e torna puro rapporto di forza. È l’uso che abbiamo cercato di farne nel nostro articolo di ieri (*).
Un passo indietro. Per metodo liberale, in questo senso, non si intende una postura morale o un’etichetta identitaria, ma un insieme di dispositivi: limiti al potere, separazione delle funzioni, responsabilità delle decisioni, controllo pubblico degli effetti. Il liberalismo, insomma, non dice chi deve comandare, ma come e fino a dove può farlo.
Diverso è il caso in cui “mafioso” diventa una specie di avviso: come il teschio che campeggia ancora sugli sportelli delle centraline elettriche, simbolo di pericolo, paura e minaccia. O peggio ancora, anatema o rito apotropaico. Il leader nemico è il boss, punto. Il lettore è rassicurato: i cattivi stanno da una parte, i buoni dall’altra. Non c’è più nulla da capire, solo da applaudire o da indignarsi. Che c’è di liberale in questo rifiuto del ragionare? Nulla.
La politica viene così trattata come cronaca nera, come “romanzo criminale”: titoli a effetto, facce in prima pagina, linguaggio penale applicato al conflitto politico. Il risultato non è l’analisi del potere, ma la distribuzione di colpe come volantini.
In questo senso “Il Tempo” è interessante non per ciò che denuncia, ma per il modo in cui costruisce il conflitto politico: come imputazione permanente.
Le figure che lo animano – a partire dal suo direttore, Daniele Capezzone – contano meno per ciò che sono che per la funzione che svolgono. La funzione di tradurre la politica in accusa, il dissenso in colpa, la complessità in verdetto. Non è una questione personale: è una grammatica pubblica. Ed è singolare che questa grammatica venga praticata proprio da chi condanna, a giorni alterni, la politicizzazione della magistratura.
C’è però un distinguo interessante. Questa retorica che sembra aggressiva è in realtà tranquillizzante, perché solleva il lettore dalla fatica di capire come il potere funziona davvero. Qui emergono i limiti di un certo liberalismo che applaude Trump, che è tutto, tranne che liberale. Il paradosso è evidente.
Chi urla al “capomafia” crede di delegittimare il potere. In realtà lo protegge. Perché lo trasforma in mostro, quando invece è molto più pericoloso come modello normale, replicabile, esportabile.
Il potere davvero inquietante non è quello che appare criminale. È quello che funziona benissimo senza più regole, presentandosi come decisionismo, efficienza, forza. Un potere che proprio così produce risultati criminali. È qui che la metafora mafiosa diventa utile: non per insultare, ma per mostrare che cosa resta della politica quando spariscono limiti, mediazioni e responsabilità. Cioè quando sparisce l’approccio liberale.
Usare la mafia come randello serve a poco. Usarla come strumento analitico è scomodo. Perché costringe a riconoscere che quel modo di comandare non è un’eccezione, ma una tentazione permanente. Che cos’è, in fondo, il metodo liberale, se non il ragionare su come limitare il potere?
La domanda, allora, è semplice e brutale:
vogliamo capire come funziona il potere, o limitarci a dargli un nome che ci faccia sentire dalla parte giusta? Chi sceglie la seconda strada fa titoli. Chi sceglie la prima lavora sui problemi.
Carlo Gambescia

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