martedì 24 marzo 2026

Non per virtù, ma per paura: così il No ha fermato (per ora) la deriva italiana

 


Subito due cose.

La prima è che è stato respinto un tentativo di dividere e ricondurre la magistratura sotto l’ala del governo.

La seconda è che questa destra, legata, bene o male, a Trump, fa paura agli italiani. Cosa che non è affatto sbagliata.

Che poi tutti coloro che hanno votato  No – tra i quali il sottoscritto – siano sinceri difensori della democrazia liberale, della divisione dei poteri, dello Stato di diritto, è un altro discorso.

Lo dimostra un Landini che esalta la democrazia diretta come base di ripartenza per un governo delle sinistre in stile fronte popolare. Ma lo stesso vale anche per il fronte del Sì, come prova Belpietro, che ringhia contro la Repubblica delle toghe rosse, facendo di tutta l’erba un fascio.



Ovviamente, quei giudici – pochi, per la verità – che cantano “Bella Ciao” per celebrare la vittoria del No non aiutano.

Ma così è.
 

Fermo restando che è sempre meglio qualche “toga rossa” che una magistratura requirente asservita all’Esecutivo. L’equilibrio dei poteri vale “Bella Ciao”,  che poi è anche un bel canto di libertà. Parere personale.

Dicevamo di Trump.

Il suo liberalismo delinquenziale – e lo diciamo da liberali convinti – ha fatto paura agli elettori italiani. Nonostante i silenzi del TG1, vedere giudici in manette, oppositori democratici uccisi in mezzo alla strada, migranti trattati come lebbrosi politici, il disimpegno verso l’Ucraina, le carezze a Putin e, infine, guerre e bombe a piacere, ha prodotto nell’elettore italiano – almeno da gennaio, quando il Sì era in vantaggio – il tipico dietrofront.



Di fronte a quello che per alcuni può chiamarsi il “sovranismo realizzato” dell’alleato americano di Giorgia Meloni, e per altri un fascismo – sia pure di nuovo conio – di nuovo in marcia come il Golia di Borgese, una parte dell’elettorato ha reagito.

E dato che in Italia in qualche famiglia si ricorda ancora il nonno, il fratello del nonno, il primo amore della nonna, esiliati o morti nel gelo in Russia, ci si è chiesti: “Ma questa  - Giorgia Meloni -  che dice che il fascismo è roba vecchia – non è che invece abbia interessi in ditta?”
Di qui la vittoria del No, contro quelli che – nei fuori onda – sostengono che Mussolini abbia fatto anche cose buone.



Ora, cosa accadrà?

È inutile farsi illusioni su possibili alternative liberali. Il Paese è diviso: circa 15 milioni di No contro 13 milioni di Sì. Si parla di una differenza di 2 milioni di voti. Ed è accomunato, sul piano politico, da un comune e odioso lessico populista, che vede una destra autoritaria, e per alcuni con propensioni fasciste, combattere contro una sinistra giustizialista, e viceversa.

Perché, si badi bene, molti a sinistra continuano a vedere nel giudice un amico del popolo, in stile Marat. Il che, con l’equilibrio dei poteri, non c’entra nulla.

Però, ripetiamo – cosa che la destra fatica a capire per vizioso  riflesso anticomunista – un pugno di toghe di sinistra val bene la messa della separazione dei poteri. Li si lasci pure inneggiare alla “Costituzione più bella del mondo”: l’importante è che i poteri restino separati. E se lo prescrive la Costituzione - come è  -  la Carta è bella anche per noi. Che avremmo voluto una Repubblica  - articolo 1 -   fondata sulla libertà. 



In questo contesto storico e politico, discutere di un anno di governo in più o in meno è cosa secondaria. Può avere un senso solo rispetto a una questione di fondo: la riforma elettorale caldeggiata dalla destra, che penalizza la sinistra e punta, in chiave maggioritaria, al rafforzamento dell’Esecutivo, almeno in Parlamento.

Meloni probabilmente andrà avanti, proprio per evitare che, sulla scia del fallimento referendario, possa perdere le elezioni del 2027. Si tratta di legge ordinaria e in Parlamento ha i numeri per farla passare. Fermo restando che la Corte costituzionale può annullare una legge elettorale se viola rappresentanza, uguaglianza del voto o ragionevolezza. E questa cosa, che alla destra non entra in testa, si chiama stato di diritto.

Quindi il governo deve sopravvivere almeno fino all’approvazione di una nuova legge elettorale favorevole alla destra. 

Disunirsi, in questo momento, significa perdere le elezioni. Quindi obtorto collo la Meloni, seppure politicamente azzoppata (ha interrotto la striscia vincente), va sostenuta dai suoi per ragioni di sopravvivenza.  O almeno così dovrebbe essere.  Il suicidio politico talvolta è all'ordine del giorno.



Ovviamente, la sinistra – che, anche se non lo dice, strizza l’occhio a una sorta di fronte popolare, peraltro rissoso – non è assolutamente pronta a governare in chiave riformista.

Questa mattina la sinistra è euforica come certi studenti di medicina che, al quarto tentativo, superano l’esame di anatomia patologica: "Miracolo, miracolo!"

Come si intuisce, e non da oggi, manca una vera alternativa liberale.

Per inciso, coloro che scorgono nella vittoria del No un risveglio degli elettori liberali di Forza Italia e della Lega prendono un grosso granchio: si tratta invece di un curioso mix di populismo giudiziario e di eredità, ora contestata, del “povero nonno”, il Cavaliere Silvio Berlusconi. Di cui però si evita di togliere il ritratto che tuttora troneggia in sala da pranzo: “Aveva i suoi difetti, ma era tanto bravo”…

Probabilmente i veri liberali, amici sinceri della separazione dei poteri – come chi scrive – si sono dovuti turare il naso e saltare contro Nordio, all’insegna dell’imbecille “chi non salta, eccetera eccetera”.

E di questo abbiamo vergogna.

Ma una vergogna più grande dovrebbe averla chi, in nome di un malinteso realismo politico, continua a legarsi – direttamente o indirettamente – a modelli come quello trumpiano.

 


Perché, alla fine, è proprio lì che il cerchio si chiude: un elettorato che magari non è liberale, che magari è contraddittorio, che magari canta “Bella Ciao” senza crederci fino in fondo, ma che, messo davanti all’idea concreta di un potere senza contrappesi, ha detto no.

Non per virtù. Per paura. E, in questo caso, è stata una paura salutare.

 

Carlo Gambescia

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