giovedì 18 giugno 2015

Il libro della settimana: Paolo Ferrari, Alessandro Massignani, 1914-1918. La guerra moderna,  Franco Angeli, Milano 2014, pp. 288, Euro 29,00.  


http://www.francoangeli.it/Ricerca/scheda_libro.aspx?CodiceLibro=1573.437


Si può parlare  della  guerra in una società “debellicizzata” come la nostra ?  Dove la pace è giudicata un bene non negoziabile? No.  Ed eventualmente, come se ne potrebbe parlare?  Male.  A questo (e altro) pensavamo leggendo  1914-1918. La guerra moderna (Franco Angeli),  volume con documenti inediti, curato da Paolo Ferrari e Alessandro Massignani,  storici universitari. 
A onor del vero  Ferrari e Massignani  hanno prodotto un volume interessante, da leggere. Perché  la “Grande Guerra”,  vista  in particolare  dal fronte italiano,  è analizzata  come fenomeno collettivo, economico e tecnologico. Detto altrimenti:  il taglio dell’indagine è di tipo storico- sociologico.  Un approccio  che consente  alla scansione cronologica (capitoli 1 e  7: come si giunge all’intervento 1914-1915; crisi e vittoria 1917-1918), di  cedere elegantemente  il passo all’analisi spettrale delle trasformazioni sociologiche (capitoli 2-3-4-5-6: la trincea; la guerra tecnologica e industriale; il nemico, dal punto di vista militare; la guerra in cielo e in mare; la  gestione di  un esercito di massa). 
Ecco un esempio, anche stilistico, del modus operandi  di  Ferrari e Massignani. La citazione è lunga ma merita.

Non [si] deve dimenticare la logica militare ed  economica  sottesa alla continua pressione esercitata sul nemico anche con attacchi in apparenza inefficaci.  Le guerre tradizionali,  di breve durata,  erano condotte  attingendo le risorse  necessarie dai materiali prodotti negli arsenali in tempo di pace. Già nei primi mesi  dopo lo scoppio del conflitto mondiale, la guerra  di trincea iniziò ad assorbire risorse crescenti (in particolare munizionamento di ogni tipo), svuotando  le riserve  e ponendo una nuova necessità: provvedere con la produzione corrente al rifornimento del fronte. Si andò  in questo modo affermando il fenomeno delle offensive  garantite soltanto  da un precedente accumulo  gigantesco  di munizioni e la cui durata era commisurata dalle scorte. La guerra iniziò così  a richiedere la mobilitazione di settori sempre più vasti  dell’industria e poi di tutta l’economia e via via si trasformò   in un confronto tra sistemi industriali ed economici. L’esito del conflitto sempre più finì  per dipendere dalla crisi del sistema militare e industriale del nemico. Da qui la necessità  di esercitare al fronte una pressione continua  sul nemico, per costringerlo a impiegare  fino in fondo il propri sistema industriale e portarlo  a un collasso che si sarebbe  manifestato con l’incapacità di opporre  risorse adeguate in uno o nell’altro  punto del fronte. In questa prospettiva, anche attacchi percepiti  come inutili, così come le grandi  battaglie, che costarono un numero di morti mai visto in tutta la storia europea avevano lo scopo di mettere in crisi l’avversario concentrando al fronte grandi risorse materiali nonché accettando  che decine se non centinaia di migliaia i soldati morissero.                                 


Uomini come carne da cannone. O se si preferisce: proletariato militare. Insomma, niente di nuovo sul fronte Occidentale...  Però resta un problema:  l’insistenza sulla  questione  della “logica” (le cose sono più forti degli uomini), che pure ha un suo fondamento - e asseriamo questo da sociologi mai pentiti -   rischia di  appiattire  le grandi  ragioni ideali, che pure ci furono, come provò , prima, durante e dopo,  il carattere  mazziniano  e risorgimentale dell’interventismo liberaldemocratico e socialriformista: difensore del principio di nazionalità per tutti,  e non  del nazionalismo autoreferenziale.   Ad esempio Bissolati ( di cui Mursia  ha ripubblicato  il Diario di Guerra*),  non figura neppure nell’Indice dei nomi.  
Insomma,  non neghiamo che il volume racchiuda tanto  materiale significativo  (documenti ufficiali, rapporti militari, testimonianze pubbliche e private, raccolte di dati statistici),  ben introdotto e ottimamente inquadrato, però…   Ecco, c’è un però:  l’ottica storiografica  di fondo  è da articolo 11 della Costituzione (perdendo forse d’occhio l’articolo 52…):  quel “tagliare”  con tutte le guerre risorgimentali (e non), e di conseguenza anche  con la Prima,  per i suoi  pennacchi imperialisti;  guerra  che per giunta avrebbe condotto al fascismo, di cui l’interventismo, anche quello democratico,   non poteva non essere l’ inevitabile e gelatinoso  incunabolo…  Per  la riprova  delle  critiche qui avanzate rinviamo alla bibliografia in calce al volume (comunque, dignitosa): a parte l’imprescindibile Piero Pieri (un vero  caposcuola),  niente  De Felice, molto Collotti;   Rochat e Isnenghi  a pioggia,  Romeo, altro caduto, ex post,  sul Carso storiografico.  Stupisce  quel Piero Melograni  (Storia politica della Grande Guerra 1915-1919),  che  chiude, come l'ultimo sfollato di Caporetto,  gli studi generali sull’Italia  (p. 275): grande  libro  quello di Melograni . Clio avrebbe gridato vendetta.
Naturalmente,  tutte le opinioni, anche quelle storiografiche sono lecite. Ci mancherebbe altro.  Del resto è comprensibile che chiunque  “tifi”  per la pace,  sia portato a demonizzare  gli ultrà della guerra. E viceversa.   Tuttavia, un saggio storico,  che per giunta  desideri a un  pubblico più largo, dovrebbe mettere a confronto tesi diverse, anche  opposte. O comunque, come dire, proporsi una terza via storiografica  di equidistanza  tra  visioni  differenti ( e poi  programmi di ricerca). Esemplari al riguardo restano  le  bellissime di  pagine di Rosario Romeo (L’Italia e la prima Guerra mondiale, Laterza  1978,  pp. 141-160).   Sintetizzando,  né Remarque né Jünger.  O no?



Carlo Gambescia

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