giovedì 31 marzo 2011

Il libro e la mostra della settimana: Il futuro nelle mani. Artieri domani , mostra aperta a Torino dal 17 marzo al 20 novembre 2011 presso le Officine Grandi Riparazioni - http://www.italia150.it/Officine-Grandi-Riparazioni/Il-futuro-nelle-mani - http://www.facebook.com/Ilfuturonellemani ; Il Futuro nelle mani. Artieri domani. Album rosso, a cura di Enzo Biffi Gentili, Comitato Italia Centocinquanta, pp. 100.





Unità d’Italia, perché non possiamo non dirci italiani; Artigianato, come manualità capace di andare oltre la routine dell’ arte borghese; e… Fascismo immenso e rosso, dunque rosso e nero. Ecco le tre note distintive de “Il futuro nelle mani. Artieri domani”. Mostra aperta lo scorso 17 marzo, in occasione delle celebrazioni del Centocinquant’anni, presso le Officine Grandi Riparazioni di Torino. E curata da Enzo Biffi Gentili, direttore del MIAAO (Museo Internazionale delle Arti Applicate). Si dirà, ma gli antifascisti di ordinanza - poi a Torino… - non hanno protestato? No. Probabilmente perché hanno finalmente capito che quello di Biffi Gentili, come per il comune e compianto amico Giano Accame, è per l’appunto un fascismo solare e democratico mai lugubre e dittatoriale. Un fascismo però, che come il «rock bambino» di Ivano Fossati, era «soltanto un po’ latino/una musica che è speranza/una musica che è pazienza/E’ come un treno che è passato/con un carico di frutti/eravamo alla stazione, sì/ma dormivano tutti».
 A dirla tutta: un fascismo immaginario e politicamente inoffensivo… Come, per farla breve, se l’esperienza fascista si fosse sviluppata e conclusa, in modo solare tra piazza San Sepolcro e Fiume… E non fra le fosche nebbie di Salò.
 La mostra si sviluppa lungo tre sezioni espositive: Le nuove officine, « per documentare Laboratori, progetti e prodotti di architetti, artisti e artieri di chiara fama, ma soprattutto di giovani creativi e molti “emigrati e oriundi” che hanno illustrato questa tipica forma di “genio italiano” nel mondo, tra meccanica, motori e creazioni di effetti speciali, tra artefatti tradizionali e sperimentazioni musicali ». Il tunnel del treno fantasma, dove si valorizza il lavoro digitale come moderna espressione dell’artigianato. La galleria delle botteghe, spazio occupato a rotazione dall’ «eccellenza dell’eccellenza artigiana». Un percorso, quest’ultimo, che mette insieme bisogni culturali e patrimonio territoriale.
 Ma lasciamo la parola al pirotecnico uscocco post-fiumano Enzo Biffi Gentili. Il quale nella Prefazione all’agile veliero-catalogo della mostra (Album rosso, Comitato Italia 150), sciabola subito senza pietà: qui “ci si occupa di arti meccaniche non liberali”. Il che significa, continua il nostro prode, arrampicandosi sull’albero maestro con la rapidità di un gatto, che « l’intento è quello di dimostrare per “campioni” l’alto valore qualitativo estetico ed esistenziale di lavori ‘fatti ad arte’ e le loro positive prospettive creative, economiche e occupazionali» al fine di verificare la «teoria di un recente libro di grande successo del filosofo - e meccanico-americano - Matthew Crawford, su Il lavoro manuale come medicina dell’anima, uscito nel 2009 » .
 Una prospettiva, ricca di concretezza che in Biffi Gentili rinvia a Pound ai futuristi ma anche - crediamo - a William Morris: un mix di moderno e post-moderno, capace però di rilanciare l’idea di uno scintillante medioevo post-industriale, dai tempi di vita lenti e armoniosi , dove l’uomo, con il suo lavoro, possa finalmente tornare epocale misura di se stesso. Perché, a dire il vero, esiste anche una quarta nota o cifra della Mostra: quella del riciclo dei materiali. Una tecnica, decrescista per eccellenza, ma qui riproposta senza integralismi, che sembra vivificare i diversi contributi: da Paolo Gallerani, che riflette sulle macchine, a Lora Totino, che eccelle in splendidi collage di ruote e rotismi, E poi via via: Umberto Cavenago, magico assemblatore, Giancarlo de Astis, specialista nel costruire arredi utilizzando componenti di aerei rottamati, Alfonso Leoni, Danilo Melandri… Solo per citare alcuni maestri…
 Insomma, una Mostra all’insegna della tradizione vivente e della continuità tra manualità eterna e gusto moderno della scoperta. Insomma, uno “spettacolo” in movimento verso un post-moderno immenso e rosso. Anche perché, come conferma Biffi Gentili, all’ Album rosso seguirà un Album nero

Carlo Gambescia

mercoledì 30 marzo 2011

Sbarchi a Lampedusa 
Le “leggi” della sociologia



 Dal punto di vista di una sociologia naturalistica, i flussi migratori corrispondono a spostamenti spaziali di masse. La regoletta è la seguente: quanto più le dimensioni dell’ area interessata sono ridotte tanto più aumenta il rischio del conflitto tra popolazione stabile e migrante. E per ragioni oggettive, legate al dover vivere fianco a fianco in condizioni di spazio limitato. Viceversa, quanto più le dimensioni crescono, tanto più il rischio del conflitto diminuisce.
 Tuttavia, al fattore naturalistico (spaziale) va affiancato e sommato quello culturale. Infatti, a parità di spazio limitato, il rischio del conflitto è maggiore dove non prevalga una cultura - semplificando - dell’accoglienza. Fermo però restando un fatto: che la cultura può mediare o mitigare all’interno di un minimo e massimo, diciamo così, di spazialità: minimo che coincide con l’impossibilità di fare qualsiasi movimento, massimo che collima con la possibilità di non incontrarsi mai.
 Ora, nel caso di Lampedusa, il rischio è quello che si raggiunga la “soglia minima” di spazialità: la più pericolosa. Perciò le proteste in corso degli abitanti di un’isola, un tempo felice, non possono essere liquidate come forme di razzismo e intolleranza. Ma come evidente esito del rischio di raggiungimento della “soglia minima”. Quindi che nessuno peschi nel torbido… Si pensi ad esempio alla reazione di Bossi che non vive sull’isola. Né però si può sperare che gli abitanti di Lampedusa accettino, ancora a lungo e di buon grado, gli appelli, spesso ipocriti, alla tolleranza da parte delle istituzioni.
 Va comunque detto che finora gli isolani hanno mostrato una tolleranza che sfida le “costanti” o “leggi” della sociologia. Ma fino a quando?


Carlo Gambescia

martedì 29 marzo 2011

Tremonti, Sarkozy e List



 Qualche giorno fa Tremonti ha presentato il decreto che, a proposito della Parmalat aggredita da francesi, fa slittare di due mesi l’Assemblea. Ad essere sinceri il Ministro dell’Economia ha praticamente preso tempo, come un pugile, che dopo aver subito un paio di cazzotti bene assestati - di quelli che quasi mettono a tappeto - si appoggi all’avversario, pesantemente, nella speranza di tenerlo a bada… In realtà, il vero punto della questione, al di là delle regole che verranno o meno, è quello classico, ma oggi dimenticato, del ruolo fondamentale dello Stato nell’economia. E in particolare, dell’ essenziale difesa dei settori strategici, come ad esempio l’energia e la tecnologia militare. E perché no? Anche la devastante fuga dei giovani cervelli all’estero. Su questi argomenti, Tremonti, che spesso si vanta asserendo di aver letto e riletto Friedrich List, il padre del protezionismo liberale dell’Ottocento e dell’unificazione economica delle Germania, sembra invece navigare vista. Qualche malevolo parla addirittura di un suo brancolare nel buio… Su List consigliamo di leggere, anche se in un'ottica geopolitica, l'ottimo contributo di Giacomo Gabellini (http://conflittiestrategie.splinder.com/post/23947705/lamerica-di-friedrich-list-di-g-gabellini ).
Qui il vero rischio non è rappresentato dal tentativo di scippo francese della nostra busta della spesa piena di latte e derivati, quanto dal pericolo che in futuro, molto vicino, siano cinese, indiani a fare shopping in casa nostra e di ben altri prodotti. Per non parlare degli americani, in ribasso ultimamente, ma sempre pericolosi.
 Di conseguenza la necessità, se non l'urgenza, di una politica comune europea, capace di ritornare alla lezione di List: massimo liberismo all’interno, ma, se non proprio protezionismo verso il resto del mondo, massima attenzione verso furbi che vogliono venire in Europa, per comprare e vedere ai nostri danni. Marchionne, che s’atteggia a “foresto” è perciò avvisato. E invece che accade? Che i professori neo-liberisti che comandano la Banca Centrale Europea e le altre istituzioni economiche Ue, credono peggio delle beghine nella religione del liberismo assoluto E quindi impongono all’Europa di aprirsi non solo all’interno ma anche all’esterno. Il che tradotto, significa colonizzazione da parte di affamate multinazionali e giganteschi fondi sovrani extracomunitari.
Bisogna reagire. Ma come? Recuperando la cultura di un’economia sociale mercato, attenta principalmente ai bisogni degli europei e delle nazioni che compongono e vivificano l’Europa. Impresa non facile, se non impossibile, in tempi in cui il neo-liberismo, come abbiamo detto, sembra farla da padrone. Attenzione però: economia sociale di mercato, significa, per noi italiani, economia nazionalpopolare, parola oggi in disuso, spesso fraintesa se non addirittura maledetta.
 Se ricordiamo bene, Tremonti, in uno dei suoi libri, ha spezzato una lancia in favore di un’economia rispettosa delle diverse identità, catturando così il consenso trasversale dell'intero fronte politico, da destra e sinistra, leghisti compresi. E come? In chiave, per l' appunto, nazionale e popolare. Perché non ripartire da lì? Guardando ovviamente in prospettiva a una patria-nazione ancora più grande? Quale? La “Nazione-Europa”, naturalmente.

Carlo Gambescia

giovedì 24 marzo 2011

Oggi ci sostituisce Giacomo Gabellini. E bene.
Il libro di Raffaele D'Agata, certamente interessante, ha però un difetto fondamentale. Quello di confondere il liberalismo ( nella sua generalità o politico ) con il liberismo (economico)... Il liberalismo tout court, a differenza dell'utopico e pericoloso democraticismo giacobino, spiccò il volo proprio negli anni della Restaurazione, conquistando prima la società civile e in seguito quella politica, grazie alla rivoluzione "moderata" del Luglio 1830. La stessa cosa non si può dire - a vent'anni dalla caduta dell'Unione Sovietica - dell'ideologia comunista. Finita invece nel dimenticatoio e attualmente patrimonio di lunatic fringes che la interpretano in senso assolutamente anarcoide: il grado zero o preistorico (non in senso marxiano) della politica.
E poi diciamola tutta: a prescindere dalle diverse ideologie, tra padri del liberalismo politico come Constant, Guizot, Tocqueville e nipotini di Marx e Lenin come Negri, Žižek Badiou resta una colossale differenza. Qualitativa.
Buona lettura. (C.G.)


Il libro della settimana: Raffaele D'Agata, La restaurazione imperfetta (1990 – 2010), Manifestolibri 2011, pp. 200, euro 24,00.


http://www.manifestolibri.it/novita.php



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Il professor Raffaele D’Agata, ordinario di storia contemporanea all’università di Sassari, è uno storico attento, ed estremamente portato a cogliere i minimi comun denominatori che molto spesso collegano i fatti del presente con quelli del passato. D’altra parte, se non a comprendere il presente, a che cosa dovrebbe servire lo studio della Storia? D’Agata prova allora a dare un personalissima interpretazione in chiave metastorica degli eventi che hanno avuto luogo in Russia subito dopo la caduta dell’Unione Sovietica, proponendo di colpo una strabiliante analogia con ciò che avvenne in Francia durante la Restaurazione. Lasciamo a lui la parola:
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“Si può osservare una certa somiglianza tra il discredito che cominciò a colpire la rivoluzione russa d’ottobre a partire dagli anni novanta del Novecento e quello che toccò largamente la rivoluzione francese dopo la caduta di Napoleone. In entrambi i casi, gran parte delle idee critiche e delle azioni contestative nei confronti dei fondamenti stabiliti dall’ordine sociale globalmente predominante si trovarono ad essere associate in modo più o meno appropriato con le fortune e poi con la caduta di una potenza mondiale di tipo imperiale”.
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Tuttavia, malgrado le analogie tra i due colossali eventi storici non manchino, D’Agata ritiene che la Restaurazione ottocentesca abbia comunque lasciato volontariamente ampi spazi di manovra alle idee illuministe che si erano affermate nel passato recente, mentre la "restaurazione" avviata ovunque dopo il fallimento del “socialismo reale” ha propugnato una capillare e onnicomprensiva demonizzazione di tutti i protagonisti e di tutte le dinamiche su cui era strutturata l’ideologia sovietica, sepolte sotto la valanga di lodi sperticate spese senza ritegno dai ministri del pensiero unico nei confronti del dogma liberista, presentato come un vero e proprio elisir di lunga vita per tutti coloro che “scelgano” di aderirvi.
L’autore dimostra, naturalmente, che gli orizzonti di gloria promessi da economisti e analisti politici, autentici profeti e indovini del nostro tempo, non sono altro che colossali illusioni. Il fallimento escatologico del credo liberista ha iniziato a delinearsi in corrispondenza di numerosi passaggi, come le crisi jugoslave e le due spedizioni punitive contro l’Iraq, che secondo D’Agata vanno iscritti a pieno titolo nel novero delle operazioni finalizzate ad affermare il predominio statunitense a discapito di un Vecchio Continente imbelle e incapace di andare oltre un' Unione Europea formata da una congrega di burocrati ed affaristi più realisti del re. Il non edificante quadro dipinto nel libro finisce però per tingersi di tinte leggermente più rosee, ovvero quando D’Agata tira in ballo una sorta opposizione al potere costituito di tipo camusiano per concludere che, in definitiva, non tutto è perduto:
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In profondità, tra l’una e l’altra manifestazione, qualcosa continuava ad accadere, in modo sparso, locale, determinato, e anche e soprattutto in quelle forme non militanti e apparentemente perfino non politiche in cui si manifesta il nucleo più profondo e vitale di ogni resistenza alla hybris del potere: l’adesione alla sublime necessità del quotidiano”.
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Effettivamente, esiste la possibilità che questa hybris di esiodea memoria finisca per autodistruggersi, come insegnano gli antichi sapienti greci. A noi, non rimane che osservare con freddo distacco la realtà, con l’auspicio che D’Agata non sia incappato nel peggiore degli abbagli: l’innata fede nell’uomo.

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Giacomo Gabellini


Giacomo Gabellini si interessa di filosofia, storia, politica e geopolitica. Autore di numerosi articoli che toccano i temi indicati per il blog Conflitti & Strategie (www.conlittiestrategie.splinder.com), con il quale collabora attualmente.

martedì 22 marzo 2011

Un grande economista e tante altre cose 
Ricordo di Giuseppe Palomba


Giuseppe Palomba, un meraviglioso cervello in continua ebollizione, 
come il curioso, ma rispettoso,  fotomontaggio sembra voler  provare... 


Un economista refrattario

Venticinque anni fa, ad essere precisi il 30 gennaio 1986, moriva Giuseppe Palomba, economista refrattario, dal momento che sarebbe improprio definirlo eretico… Anche perché parliamo di un professore ordinario non di outsider come Gesell e Douglas, soldati «del coraggioso esercito degli eretici », secondo la classica definizione di Keynes a pagina 542 della General Theory ( Utet).
Ma refrattario a che cosa? Alle alte temperature dei luoghi comuni. E per questo incompreso, perfino da economisti aspiranti eretici, come Geminello Alvi. Il quale, una volta, quando ancora spezzavamo il pane insieme, lo bollò come confusionario.
Di regola, gli economisti non leggevano Palomba perché troppo filosofo, mentre i non economisti, non lo capivano, perché troppo matematico. E ancora oggi è così.



Galeotta fu la biblioteca
Chi scrive ha scoperto Palomba per puro caso (quando si dice la serendipità…). Dove? Biblioteca della Fondazione Sturzo, fine anni Ottanta: mentre lavoravamo su altre cose, dal catalogo spuntò, come in una storia di Harry Potter, un suo estratto dalla “Rivista di Politica Economica”, anno 1934, dal titolo demodée: L’eterogeneità sociale e l’economia corporativa”… Dove Palomba estendeva la teoria della circolazione delle élite allo studio della società corporativa. Ponendo fondati dubbi sulla possibilità di creare un’economia corporativa integrale (spunto poi ripreso nel suo Corso di economia politica corporativa , uscito in due volumi nel 1940). Fu un colpo di fulmine. Dovuto alla sua brillante capacità, rara negli economisti, di estendere la riflessione sociologica all’ economia, senza fare a sconti nessuno. E nel 1934 al potere c’era Mussolini…



Biografia in pillole
Qualche notizia biografica. Giuseppe Palomba, nasce in provincia di Caserta (San Nicola La Strada) il 9 maggio del 1908, si laurea giovanissimo in economia a Napoli nel 1929. Studia con big come Corbino Niceforo, Barbagallo e Amoroso, economista allievo di Pareto. Nel 1932 frequenta la London School of Economics. Nel 1935 consegue la libera docenza in Economia politica e si dedica in particolare agli studi di economia matematica. Nel 1939 è in cattedra a Catania. Nel dopoguerra insegna a Napoli (Facoltà di Economia) e negli anni Settanta a Roma (Facoltà di Scienze Politiche). Socio dell’Accademia dei Lincei e di numerose istituzioni internazionali è autore di una ventina di libri. Nei ricordiamo tre, particolarmente lussureggianti: Fisica economica (1970); Morfologia economica (1970); L’espansione capitalistica (1973), tutti pubblicati dalla Utet, e purtroppo esauriti da anni.


Un'economia applicata ai problemi concreti
La galoppata teorica di Palomba non conosce steccati: tre i principali campi d’indagine.
Il primo è quello dei rapporti tra sociologia ed economia. Accurato lettore di Pareto, Leone, Michels, Perroux, Palomba non crede nell’esistenza di un’economia astratta e separata dalle istituzioni sociali. Di qui l’interesse per lo studio dei rapporti tra classi sociali, strutture di potere e teoria economica. Per Palomba è sempre necessario distinguere tra economia politica e politica economica. La prima ha valenza teorica, la seconda pratica. La prima implica l’impiego della spiegazione scientifica, la seconda talvolta l’ uso della forza. E il ruolo dell’economista è di mediare tra i due aspetti, puntando sull’economia applicata ai problemi concreti. Detto altrimenti: sull’economia sociale di mercato. Per capirsi, secondo Palomba non esistono economisti puri (come oggi predica il neoliberismo) né politici puri (come in passato propugnava il fascismo), ma economisti e politici che si sporcano le mani con la politica economica. Ad esempio, per venire all’oggi, elaborando concretamente quel piano industriale di cui tutti parlano a vanvera…


Economia ed entropia
Il secondo filone è quello dell’economia matematica. A giudizio di Palomba, quando si studia l’ economia teorica, va conservata l'analogia tra scienze fisiche ed economiche, estendendola però ai principi einsteiniani di relatività speciale e generale, usando il linguaggio dell’algebra tensoriale e la teoria dei gruppi di trasformazione. Tutta roba molto complicata… Ma quest’ultimo filone rinvia al terzo. Palomba, partendo dal concetto di relatività, giunge a sostenere che i sistemi economici, sono sistemi chiusi, e dunque soggetti a entropia: una crescente “disorganizzazione” che implica, tra le varie ipotesi, anche quella del declino. Tesi poi sostenuta, e con maggiore fortuna, da Georgescu-Roegen.


Una curiosità senza limiti
Lettore onnivoro, Palomba si è confrontato con autori come Evola, Guénon, Spengler, i classici del pensiero islamico e cristiano, Donoso Cortés, Lenin, Marx. Inoltre chiunque abbia assistito alle sue lezioni universitarie o partecipato agli incontri organizzati nella sua casa napoletana di Monte di Dio, come ricorda l’allievo Eugenio Zagari, ne rimpiange le doti umane. E, cosa non secondaria, l’ incontenibile desiderio di interrogarsi e interrogare gli altri. Come prova l’evoluzione del suo pensiero. Che, semplificando al massimo, passa prima per una fase spengleriana, però con inflessioni evoliane-toynbeeiane (anni Quaranta) e poi guénoniana, di avvicinamento e conversione (?) all’Islam (prima metà anni Cinquanta).


Palomba e Guénon
Una chicca. La sua Introduzione all’economica ( Pellerano - Del Gaudio 1950), appena uscita gli valse il plauso di René Guénon: “Ci felicitiamo vivamente con il professor Palomba per il coraggio di cui dà prova reagendo così in pieno ambiente universitario, alle idee moderne e ammesse ufficialmente, e possiamo solo consigliare la lettura del suo libro a tutti quelli che si interessano a questi problemi e conoscono la lingua italiana, poiché ne trarranno grande profitto” (R. Guénon, Recensioni, Edizioni all’Insegna del Veltro 1981).
L’Introduzione è tuttora apprezzata negli ambienti tradizionalisti Perché racchiude una piccola parte dedicata all’economia medievale… Dove Palomba, muovendosi abilmente tra esoterismo ed economia, oppone in modo convincente l’organicità del mondo tradizionale all’individualismo dell’economia borghese.


Economista del dialogo

Si tratta di una fase, complessivamente tradizionalista, che l’economista supera nella seconda metà degli anni Cinquanta, aprendosi alla filosofia cristiana della storia, agostiniana in particolare. Puntando però sul dialogo con la modernità piuttosto che sul conflitto. Tuttavia il suo giudizio sul Sessantotto resta negativo, al punto di scorgere nella reciproca violenza tra giovani e polizia, l’incarnarsi dello spirito stesso dell’Anticristo. Negli anni Settanta si rafforza la sua amicizia con Silvano Panunzio, pensatore cristiano, alla cui rivista "Metapolitica" l’economista accetta di collaborare.
Palomba piuttosto che nella rivolta crede nel dialogo, e con tutti, dal tradizionalista al marxista. Il suo è un personalismo cristiano, dunque non ateo, ma aperto al mondo. Come prova questa dedica: “Umile omaggio di un timido tentativo. Giuseppe Palomba” . Scritta di suo pugno, anno di grazia 1978, su un estratto inviato in dono all’Istituto Gramsci, dove ora è consultabile. Si tratta dei Dialoghi fra un cattolico e un marxista, testo che poi confluirà insieme ad altri simili nella raccolta Tra Marx e Pareto (De Simone 1980). Insomma, un economista da leggere e rileggere. E magari da consigliare a Tremonti. Il quale pur andando notoriamente pazzo per le citazioni colte, quelle che fanno tanto Ministro Illuminato, finora ha snobbato Palomba. C’è però sempre tempo per rimediare. 


Carlo Gambescia

lunedì 21 marzo 2011


Anatomia del pacifismo


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Che cos’è il pacifismo? È una dottrina politica, capace di ispirare veri e propri movimenti sociali, puntando sull’abolizione di qualsiasi atto di guerra tra le nazioni e sulla risoluzione dei conflitti attraverso pacifici arbitrati. Ma su come perseguire l' obiettivo il pacifismo si divide. Due le scuole di pensiero.
La prima scuola, che rinvia alla politica e ai governi, è quella che sostiene le guerre difensive, o comunque le famigerate guerre “che devono mettere fine a tutte la guerre”. Esemplare, sotto questo aspetto, lo spirito wilsoniano. Si tratta della stessa vulgata che oggi innerva ideologicamente le guerre umanitarie contro gli “stati canaglia”. Di regola sottoposti, come sta accadendo alla Libia, a pesanti bombardamenti. Al lato opposto - e ciò valga intanto come pericolosa controindicazione - resta la scelta pacifista in toto di un grande socialista italiano, Filippo Turati. Il quale peccando di grave ingenuità, insegnava in giro che il famoso si vis pacem para bellum, non era “che un giuoco di parole da oracolo di Delfo”. E infatti i fascisti, che non erano sicuramente pacifisti, vinsero. E lui morì in esilio…
Il “caso Turati” introduce alla seconda scuola di pensiero, più radicale. Quella dei movimenti sociali pacifisti che professano, a differenza dei governi, la via della non violenza come unico strumento atto a perseguire la pace. Di solito, come esempio tipico, viene indicato il movimento di indipendenza indiano dalla Gran Bretagna. Che in realtà, nel suo complesso, non fu “non violento”, né prima né dopo. Fermo restando anche un fatto molto importante. Che, come riportano varie biografie, Gandhi negli anni della guerra scorse, in Hitler e nell’imperialismo giapponese, due nemici che dovevano essere messi fuori gioco ad ogni costo, anche ricorrendo all’uso della forza armata.
Quanto sopra significa che il pacifismo puro non esiste, e che, come insegnavano i Romani, se si vuole la pace, vanno sempre preparati gli armamenti necessari per fare la guerra.
Il che significa, tradotto in storia contemporanea, che l’Europa, dopo un secolo di guerre distruttive non può non amare giustamente la pace. Però, se vuole difenderla dai diktat dell’alleato più armato, deve farsi più forte degli Stati Uniti, e proprio sul piano militare. Il che tuttavia non significa cedere di schianto alle confuse e spesso assurde argomentazioni dell’antiamericanismo, ma più semplicemente cercare di perseguire in concreto le giuste condizioni militari per poi “trattare” su un piano di parità con un alleato, con il quale abbiamo indubbi legami storici e comuni tradizioni.
Come si dice, le alleanze e le amicizie, valgono e funzionano solo se fondate sulla parità e sull’equilibrio tra i partner. Quindi fare la guerra, per poter vivere in pace. Ma su un piede di parità.

Carlo Gambescia

domenica 20 marzo 2011

La petizione Giulietto Chiesa-Massimo Fini & Company contro l'intervento in Libia
Aria fritta



Non firmeremo la petizione Chiesa-Fini e compagnia cantante di ambulanti del rivoluzionarismo, tipo “donne arriva l’arrotino della rivoluzione”… Perché è pura aria fritta. Ad esempio si legga qui:

“Noi, che siamo cittadini di un paese che porta grandi responsabilità per la situazione che storicamente si è creata in quel paese, ci dichiariamo disponibili a sostenere ogni azione legittima che contribuisca a fermare lo spargimento di sangue e a trovare una soluzione politica alla crisi, mentre dichiariamo la nostra ferma contrarietà a ogni azione bellica condotta dall’esterno contro un paese sovrano“ (http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=37872 )

Chi fissa la differenza tra “azione legittima” e “azione bellica dall’esterno contro un paese sovrano”? La pura e semplice forza. E a cosa rinvia il concetto di “paese sovrano”? Alla pura e semplice capacità di difendersi da soli. E chi stabilisce la legittimità di un' impresa. Piaccia o meno: il vincitore.
Che poi dietro la guerra a Gheddafi, come si legge nella Petizione, vi siano questioni materiali di interessi francesi e britannici è cosa scontatissima. E per una semplice ragione: perché allo stato dei fatti manca un qualsiasi autentico interesse comune europeo in grado di contrapporsi in termini di potenza agli Stati Uniti e ai cani sciolti della politica europea, come nel caso Francia e Gran Bretagna. Oppure di far ragionare la Germania - cosa non facile, vista la sua "stazza" economica - sull'importanza del non correre da sola.
Il potere - si ricordi - è sempre di chi, di volta in volta, si mostri in grado di raccoglierlo… E l’ Europa attualmente ne è incapace. Come esempio di mentalità perdente, si pensi alla dichiarazione dell’Alto Rappresentante per la Politica estera Catherine Ashton. Una molliccia baronetta laburista che si è limitata a dire che in questa fase la “Ue deve concentrarsi sugli aspetti nei quali può veramente rappresentare un valore aggiunto: ossia sanzioni economiche, aiuto umanitario e, a più lungo termine, la democrazia e la crescita economica”… Chiaro no? L’ Europa invece di unirsi e armarsi fino ai denti, si deve occupare dei pannolini…
Un’ultima cosa, importantissima: come conciliare una politica europea di potenza, l’unica in grado di salvare tante future nazioni come la Libia, includendole in un sistema di alleanze, con le stupidaggini decresciste, condivise dai firmatari della petizione?
Aria fritta, come per l’appunto dicevamo…

Carlo Gambescia

P.S.
A proposito, Franco Cardini ancora non ha firmato la petizione. Lui che firma pure la carta igienica... Che sia improvvisamente rinsavito?

sabato 19 marzo 2011

L’Italia è in guerra!




Quel che non viene detto - ma che è possibile leggere in tutti i manuali di diritto internazionale - è che l’istituzione di una zona area limitata è un atto di guerra. Quindi tecnicamente, visto che i caccia dell’alleato francese stanno sorvolando la Libia, e non importa su mandato chi, fosse pure il Padreterno, l’Italia, che l’ha condiviso (il mandato) e in guerra con l’ex alleato libico.
Una guerra che inizia, quasi per caso (visto che non si capisce quali siano gli interessi italiani) e che potrebbe non finire più... Perché, anche ammesso che Gheddafi venga, in qualche modo, destituito, la Libia, ancora divisa in tribù, rischia di trasformarsi, secondo alcuni specialisti della materia, in una nuova Somalia…
Alcuni sostengono, appoggiandosi a Machiavelli, che l’Italia non poteva tirarsi indietro. È la sciagurata logica mussoliniana del pugno di morti per sedersi al tavolo della pace. Con un differenza che la Francia nel 1940 era ridotta in cenere, la Libia invece non ancora.
Quanto a Machiavelli, va ricordato che il padre del pensiero politico moderno riteneva giusto per un Principe battersi, ma solo quando questi era sicuro di vincere un nemico ben visibile e perciò facile da individuare. Qui la vittoria è ancora da venire. Inoltre la Libia, ripetiamo, è una società invisibile, perché clanica e tribale.
Si può essere alleati degli Usa, come la Germania che è la nazione europea più filoamericana, senza per questo dover mandare giù tutto. E invece no. L’Italia, da destra a sinistra, vuole giocare alla guerra. E per giunta contro un ex alleato che, piaccia o meno, resta indispensabile dal punto di vista delle politiche energetiche e del controllo dei flussi migratori.
Tutto ciò significa veramente farsi del male da soli.


Carlo Gambescia

venerdì 18 marzo 2011





Perché non abolire il monopolio dell’azione penale - attualmente attribuito ai P.M. - e istituire una concorrente azione penale, concessa a tutte le parti lese? Di più: per alcuni reati, particolarmente gravi e riguardanti interessi pubblici fondamentali, perché non introdurre anche l’azione popolare?
Una provocazione? Può darsi. Ma la "modesta proposta" dell'amico Teodoro Klitsche de la Grange (*) sembra degna di attenzione e comunque di confronto.
Buona lettura. (C.G.)
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Riforma della giustizia. Una modesta proposta
di Teodoro Klitsche de la Grange
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La riforma “epocale” della giustizia pare sulla rampa di lancio; alcune indiscrezioni permettono – fino ad un certo punto – di capirne le principali innovazioni. Ma ce n’è una, mai oggetto di dibattito, che mi pare importante e che non risulta inclusa tra le cose da fare. È importante perché, a dispetto dell’obbligatorietà dell’azione penale, quasi il novanta per cento dei reati denunziati sono archiviati in istruttoria dal P.M. (cioè sono dei processi abortiti, perché mai superano la fase di gestazione). Onde quell’“obbligatorietà” dell’azione penale è una solenne esternazione costituzionale, che copre una pratica di proscioglimenti - assoluzioni di fatto.
Cui si potrebbe porre qualche rimedio non “disobbligando” il P.M. ma “facultando” la vittima del reato a esercitare l’azione penale. Com’è in molti paesi civili (e liberali).
In alcuni ordinamenti (come in quello romano negli statuti dei Comuni italiani medievali e, oggigiorno, in diversi Stati) l’azione penale non è esercitata (solo) da organi pubblici, com’è adesso dagli attuali P.M., ma, come quella civile, è nella disponibilità giuridica di qualsiasi cittadino, leso dall’azione del reo. Un romano della repubblica, o un fiorentino del Rinascimento, citava in giudizio il (presunto) reo, né più né meno come avrebbe fatto con un debitore moroso.
Questo assetto, tipico dei popoli (ed epoche) con forte senso del diritto e della libertà, fu scalzato via, in molti Stati dell’epoca moderna, dallo sviluppo dello Stato di polizia, che assunse il monopolio dell’azione penale, esercitata da un’apposita burocrazia specializzata. La quale ha dato soddisfacenti risultati.
Così un giurista di grande valore come Jhering, vissuto nel periodo “d’oro” dello Stato moderno, rimetteva all’azione civile esercitata dalla parte privata l’effettivo concretarsi del diritto; ma non a quella penale perché “l’attuazione del diritto pubblico e del punitivo è assicurata, per questo ch’è imposta come dovere ai rappresentanti del potere politico; quella invece del diritto privato prende la forma di un diritto delle persone, vale a dire, abbandonato completamente alla loro propria iniziativa, alla spontanea attività loro. Nel primo caso l’attuazione del diritto dipende da ciò, che le autorità ufficiali e gli ufficiali dello Stato compiono il dover loro”.
E il problema sta tutto qui: laddove di converso, le autorità e gli ufficiali dello Stato non compiono il dovere loro, non solo ( e non tanto) per malizia ma, in larga parte “pour la disposition des choses”. In questo caso, ch’è quello dell’Italia repubblicana e non della Germania di Bismarck, occorre trovare dei meccanismi che consentano una migliore attuazione del diritto. Un risultato utile, ancorché limitato, perché la giustizia penale d’ufficio è tuttora il modello (teoricamente e generalmente) più efficiente, potrebbe averlo, l’abolizione del monopolio dell’azione penale attribuito ai P.M., e l’istituzione di una (concorrente) azione penale concessa a (tutte) le parti lese; e , per alcuni reati, particolarmente gravi e incidenti su primari interessi pubblici, prevedere anche l’azione popolare.
Certo, l’effetto di una riforma del genere sarebbe non determinante, ma neppure del tutto trascurabile. In primo luogo perché indipendentemente dai (probabilmente) modesti effetti sulla situazione in generale, avrebbe il pregio di rendere più efficace la tutela del diritto laddove non occorrono particolari investigazioni (per parecchi illeciti penali il responsabile della condotta lesiva è noto), dato che il colpevole sa bene che è assai più rischioso vedersela con la parte lesa, che lotta per l’affermazione del suo diritto, che con uffici pubblici (spesso oberati di lavoro) per cui un reato denunziato è solo una pratica da (istruire ed) evadere.
Perseguendo il reo, la parte lesa, facendo valere il proprio diritto (soggettivo) alla riparazione del torto diventa anche un “organo” del diritto oggettivo, come scriveva, per l’appunto Jhering (per il diritto civile): collabora all’attuazione dell’interesse generale all’applicazione del diritto, tutelando i propri jura particolari. Tutto il contrario di quanto succede – spesso - nella sfera pubblica, dove sotto il pretesto di perseguire interessi generali, si cerca, al contrario, di conseguire solo il proprio utile particolare.
D’altra parte l’abolizione del monopolio dell’azione penale presenterebbe altri vantaggi: non solo di far collaborare all’attuazione del diritto tanti che ne sono esclusi. Ma anche a fugare - o almeno a ridurre – il dubbio, spesso affacciatosi che, in particolare per certe inchieste, vi siano delle indagini privilegiate, percorse di preferenza, e altre abitualmente neglette. E’ chiaro che se il regime d’esercizio non è monopolistico, possono arrivare in dibattimento questioni che “riequilibrerebbero”, almeno in parte, l’indirizzo punitivo della giustizia penale, e fugherebbero (o alleggerirebbero) il dubbio di strumentalizzazioni politiche e/o d’altro genere. Infine occorre notare come la compressione del diritto d’azione è caratteristica frequente nei regimi politici autoritari, totalitari o dispotici. E in questo c’è una logica, non solo evidentemente nel caso di un regime totalitario dove l’applicazione del diritto è opera di una burocrazia dipendente dal potere governativo.
Queste cose chi scrive le va ripetendo da anni (devo dire del tutto inutilmente). Ma il fatto che una soluzione del genere sia adottata in Stati cui, notoriamente, noi italiani non possiamo dare lezioni di liberaldemocrazia come la Gran Bretagna, la Francia, il Belgio; che fosse patrimonio del diritto romano (ve lo ricordate il processo a Verre? con i siciliani che pagano profumatamente e con successo il giovane avvocato rampante – Cicerone – per far condannare Verre?); mi induce a riproporlo in ogni occasione. Certo non posso sperare in nuovi processi alla Verre. Ma almeno che si facciano quelli all’amministratore di condominio che scappa con la cassa o al debitore che non esegue la sentenza (già frutto di un processo civile decennale), è ragionevole aspettarselo. E con ciò un miglioramento del tasso – così basso in Italia – dell’effettiva vigenza nei comportamenti sociali, e non solo nelle gazzette ufficiali, del diritto.
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Teodoro Klitsche de la Grange

(*) Avvocato, giurista, direttore del trimestrale di cultura politica“Behemoth" (http://www.behemoth.it/ ). Tra i suoi libri: Lo specchio infranto (1998), Il salto di Rodi (1999), Il Doppio Stato (2001), L'apologia della cattiveria (2003), L'inferno dell'intellettuale (2007), Dove va lo Stato? (2009).
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Pubblichiamo la risposta di Teodoro Klitsche de la Grange ai commenti di Giacomo Gabellini, Luca Ceccarelli e Luigi Puddu.

Ringrazio il giovanissimo - così mi viene presentato da Carlo - Giacomo Gabellini per i lusinghieri giudizi. Sono perplesso, tuttavia, per quelli sul mio italiano. Mi spiego: leggo subito dopo il commento del dr. Ceccarelli e ho l’impressione di non essermi spiegato, perché scrive di cose e giudizi che non ho espresso, e non corrispondono comunque alla realtà. Ad esempio parlare di monopolio dell’azione penale come principio di civiltà giuridico-moderna è fuori bersaglio perché la funzione che è stata monopolizzata dallo Stato moderno (una delle tante) è la giurisdizionale (cioè il “giudice”), sottraendola a quei soggetti che ne erano titolari (da alcuni signori feudali alla Chiesa); ma non l’azione penale. Tant’è che in molti Stati moderni l’azione penale è esercitabile anche dalle vittime del reato. Gli posso consigliare di leggere, tra la (non molta) letteratura in merito il volume collettaneo Procedure penali a confronto (Cedam 1998) dove potrà farsi un’idea della situazione, almeno in cinque Stati d’Europa, in tre dei quali vige un sistema simile a quello da me caldeggiato.
Quanto al dr. Puddu, che mi chiede “esempi concreti”, rispondo: tanti. Se si leggono le statistiche del Ministero della Giustizia, quasi il 90% dei reati vengono archiviati su richiesta del P.M. Il che significa o che i denunzianti/querelanti/refertanti sono (quasi tutti) dei sognatori un po’ paranoici che vedono (crimini e) criminali dove non ci sono (ma con queste frequenze statistiche siamo alla paranoia… di massa) ovvero che l’archiviazione – che colpisce soprattutto i piccoli reati – è uno strumento dei P.M. per dedicarsi ai reati che generano “allarme sociale”. Per cui conferire alle vittime l’esercizio dell’azione penale (e non la mera costituzione di parte civile nel processo “azionato” dal P.M.) può essere una via per far ottenere la soddisfazione ai danneggiati del loro interesse personale così come collaborare all’interesse generale all’efficacia del diritto (Jhering docet).
Pertanto non può essere visto come “privatizzazione del pubblico” una proposta che non toglie nessuna competenza al P.M. ma aggiunge una facoltà ai cittadini (vittime del reato).
Per il resto chiederei al dr. Puddu, per rispondergli, di chiarire cosa intende per “capacità” (il termine è polisenso, specie nel diritto) e l’ “effettività della ri-attribuzione” che talvolta è possibile, talaltra non lo è: e allora si passa al risarcimento per equivalente.
Cordialità
Teodoro Klitsche de la Grange


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mercoledì 16 marzo 2011

Italiani per caso?


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Domani, 17 marzo, celebreremo ufficialmente l’Unità d’Italia (nella foto a sinistra, "meringhe tricolore", ideate per l'occasione...). Tutto bene allora? No, perché la si festeggerà passeggiando tra le rovine di una crisi politica che per alcuni si trascina da Tangentopoli, per altri dal 1945, per altri ancora dal 1922… E così via fino al 1861, dando la stura a rancori di ogni tipo.
Certo, dal 1861 l’Italia è mutata: siamo tutti più istruiti e ricchi, i dati statistici sono chiari. Ma è sufficiente per parlare di idem sentire? No. Come del resto provano le polemiche che hanno preceduto l’istituzione della Festa Nazionale del 17 marzo, tra l’altro decisa in poco più di un mese…
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Istituzioni in cerca di affetto
Questo essere italiani quasi per caso, rinvia a tre motivazioni di ordine storico e sociologico. Il lettore è perciò pregato di allacciarsi le cinture.
In primo luogo, l’idea repubblicana è da sempre poco creduta e praticata: a tutt’oggi non esiste una religione civile condivisa della patria repubblicana. Cosa del resto già abbondantemente verificatisi con le tradizioni monarchica e fascista, finite malissimo.
Esiste, per dirla in sociologhese, un deficit storico e collettivo di affezione alle istituzioni. Probabilmente causato dal tardivo conseguimento dell’unità nazionale, privo di adeguata partecipazione popolare. Di riflesso, Stato e Patria non sono mai entrati nel cuore degli italiani. Oppure, forse, sotto sotto c’è una questione di Dna italico? Secondo Prezzolini: « l’Italia non è democratica né aristocratica. È anarchica » (Codice della vita italiana), geneticamente anarchica.
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Lo Stato Esattore
Comunque sia, gli italiani hanno sempre visto nello Stato e nella Patria solo il Poliziotto, il Soldato, l’Esattore delle Imposte ( figure, in effetti, spesso schierate con i ceti socialmente privilegiati…). E non i rappresentanti di istituzioni preposte al buongoverno. Ancora oggi, come emerge da studi e ricerche, il primo valore resta la famiglia, ma in senso particolaristico ( «Prima noi, poi tutti gli altri»): familismo allo stato puro. Dopo di che seguono le reti amicali e professionali, nell’ordine amici, colleghi e clienti. Sono atteggiamenti e comportamenti molto diffusi anche all’interno della classe dirigente politica ed economica. Popolata di capi e capetti sempre a caccia di rendite, spesso immeritate, per se stessi, familiari e sodali. Rendite ovviamente collegate alle posizioni di potere conseguite o ricoperte, magari solo perché servilmente sottomessi al cooptatore di turno. Quanto all’economia italiana, basti ricordare che gli studiosi hanno coniato il termine di capitalismo familiare.
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Gli amici degli amici…
In secondo luogo, sul piano locale, anche dove è viva la tradizione civica, sono tuttora attive, come veicolo di cooptazione economica e politica, le reti familiari, amicali e professionali. Insomma, per parenti, amici e colleghi, soprattutto se socialmente cospicui, le istituzioni (dai partiti alle banche) continuano ad avere un occhio di riguardo. Il che può essere comprensibile ( ma non giustificabile) nella gestione di realtà locali minori, segnate dal faccia a faccia comunitario. Mentre può essere pericoloso dove le tradizioni civiche sono più deboli, come nel Mezzogiorno: terra fin troppo caratterizzata, secondo alcuni celebri studi, da un’antica tradizione di familismo amorale. E dove l’assenza di un solido tessuto civile continua a facilitare infiltrazioni di tipo criminale, promosse da organizzazioni dalle antiche radici claniche. Ma di peggio accade a livello nazionale dove familismo e clientelismo politico, che per certi aspetti è il prolungamento del primo, impediscono di gestire l’amministrazione pubblica in termini di efficienza, correttezza ed eguaglianza di accesso alle prestazioni. Alimentando negli esclusi uno spirito di rivalsa verso le istituzioni, contrastante con lo sviluppo di qualsiasi senso civico. Dal momento che lo Stato - ripetiamo - continua ad essere visto quale entità estranea o dispensatrice di favori economici e politici: o carabiniere o vacca da mungere…
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Modernizzazione compromissoria
In terzo e ultimo luogo, il sistema dei partiti privo di salde radici rivoluzionarie (come nell’esperienza francese) o di consolidate tradizioni parlamentari (come nell’esperienza britannica) si è adattato alla logica familistica. In che modo? Trasferendola all’interno di un contesto economico e sociale moderno segnato dalla democrazia rappresentativa, dove però, come accennato, l’arcaica logica clanico-fiduciaria patteggia con la moderna logica partitocratica. Si potrebbe parlare di una modernizzazione compromissoria, ossia basata sul compromesso tra Vecchio e Nuovo dove però vince il Medesimo: il familismo. Il che nel Sud produce pericolose commistioni tra politica e criminalità organizzata. Mentre in quelle più evolute del Nord e del Centro provoca immorali matrimoni di interesse tra partitocrazia e capitalismo familiare. Accoppiamenti poco giudiziosi che finiscono per sconfinare, di ritorno, anche al Sud. E qui, purtroppo, c’è un filo rosso che va dallo scandalo della Banca Romana alle ruberie delle cricche di oggi.Insomma, una situazione, per alcuni, priva di vie d’uscita. Figurarsi, perciò, se potrà bastare l’istituzione di una Festa dell’Unità Nazionale paracadutata in tutta fretta dall’alto.
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“Conosci qualcuno che…”
In Italia, purtroppo, la prima cosa a cui si pensa prima di intraprendere qualsiasi attività (la ricerca di un lavoro, la prenotazione di una visita medica, la richiesta di un passaporto, un prestito bancario, eccetera) è trovare “ la raccomandazione” nel giro dei parenti, amici, conoscenti, eccetera. Parliamo del famigerato “Conosci qualcuno che…” . Ecco il vero problema da risolvere… E comunque non con l’istituzione, in fretta e furia, di una Festa Nazionale.
C’è poi un altro fatto: la globalizzazione economica tende a dissolvere in misura crescente i legami tra cittadino e Stato-Nazione, persino dove sono ancora saldi. Di conseguenza per l’italiano medio, così poco nazionalizzato, in futuro sarà sempre più difficile socializzare politicamente i valori di patria, rispetto civico e di buon governo. Ma a che prezzo?Quello di ritrovarsi un bel giorno né cittadino del mondo né italiano: apolide abitante di un’espressione geografica, esportatrice di stilisti, attori, cervelli, prodotti di lusso, criminalità. Il che implica una cosa sola, e molto brutta: lo scivolamento dell’Italia in una frammentazione politica peggiore di quella pre-unitaria.
Un processo di questo tipo potrebbe spianare la strada a coloro che ritengono - in primis banchieri e finanzieri - troppo costoso il mantenimento di una classe politica autoctona. Fino al punto di spingere il capitalismo familiare italiano a puntare per la sicurezza interna ed esterna su partner politici stranieri, magari anglo-americani, perché ritenuti più dinamici, capaci e sicuri sul piano organizzativo. O peggio ancora, di considerare superate e costose le elezioni politiche. Se sono i mercati a votare tutti i giorni - ecco il ragionamento tipo del plutocrate - la democrazia è inutile.
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Una federazione di (grandi) famiglie
Fantapolitica? Forse. Tuttavia, dietro gli attacchi confindustriali alle caste politiche, si scorge il forte desiderio di farla finita con una classe politica giudicata - il più delle volte non a torto - incapace e dedita al vivere a sbafo…Altro che Festa del 17 Marzo… L’Italia rischia di tornare indietro fino a diventare quel che era nell’Alto Medioevo: una federazione di famiglie, di grandi famiglie. E non è una battuta.


Carlo Gambescia

martedì 15 marzo 2011


Il nucleare? 
Paura da secolarizzazione


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Quale può essere l’apporto specifico della sociologia alla soluzione del quesito nucleare sì-nucleare no?
In primo luogo, c’è una branca della sociologia che studia i processi organizzativi quale rapporto tra comportamenti burocratici e disfunzioni: una centrale atomica è un’ organizzazione, produttrice di regole e comportamenti, che interagisce con altre istituzioni, e come tale va studiata, soprattutto come possibile teatro sociale di errori collegati a comportamenti di routine. Potremmo chiamarla “sociologia del giorno prima”.
In terzo luogo, la sociologia si occupa anche del “dopo”, purtroppo. Esiste un’altra disciplina, la sociologia delle catastrofi, che studia le reazioni psicosociali a eventi socialmente distruttivi, come un’esplosione nucleare, Ma si occupa anche degli aspetti organizzativi concernenti i soccorsi, morali e materiali. Potremmo chiamarla “sociologia del giorno dopo”.
In terzo e ultimo luogo, la sociologia dei processi culturali (un tempo sociologia della conoscenza) studia il perché del diffondersi della paura dell’atomo tra intellettuali e collettività in termini di valori e di interazione tra valori e società. Potremmo chiamarla “sociologia del giorno prima e del giorno dopo”.
Le tre branche della sociologia, pur muovendosi su terreni diversi, convergono analiticamente su un punto specifico. Quale? Che i toni esasperati assunti dal dibattito sul nucleare sono un portato del processo di secolarizzazione, particolarmente incrudelitosi nella seconda metà del Novecento, dopo la scoperta della potenza dell’atomo.
Alla base della secolarizzazione, come è noto, c’è la rivendicazione di forza assoluta, da parte dell’uomo, nei riguardi di Dio. Con la scoperta della potenza dell’atomo, si è però fatto un passo ulteriore: l’uomo ha conseguito poteri distruttivi in passato attribuiti solo a Dio.
Di qui un senso di onnipotenza nell’ al di qua, senza alcuna redenzione nell’al di là. La redenzione a metà - solo nell’ al di qua - ha creato un vuoto culturale e psicosociale, contraddistinto per un verso dalla costante paura di fare scelte sbagliate e pericolose (antinuclearisti), per l’altro dal senso di onnipotenza di cui sopra (nuclearisti).
Una contraddizione, piaccia o meno, causata dall’ auto-attribuzione - per capirsi: dell’uomo a se stesso - di un compito sicuramente superiore alle forze umane. Uno stallo - tra onnipotenza e paura della propria onnipotenza - dal quale l’uomo contemporaneo (nuclearista o meno), essere per natura imperfetto, difficilmente uscirà.
Che serva di nuovo un Dio?

Carlo Gambescia

venerdì 11 marzo 2011

Rivoluzionari (dilettanti) 
allo sbaraglio

Le famose "Guerre pacioccone" di Attalo 


Auspicare, come abbiamo letto nei giorni scorsi, che quel che è avvenuto in Libia possa accadere anche in Italia è degno di incolti come Antonio Di Pietro. Oppure di confusionari come Massimo Fini, il piccolo Georges Sorel della Bovisa. Vista la tenacia, ma non il rigore teorico, con cui invoca, quasi ogni giorno su Internet, l’uso della violenza risolutrice contro il Governo Berlusconi.

Violenza e politica
Ovviamente, nessuno disconosce il ruolo della violenza in politica, come mezzo, tra gli altri, per agguantare il potere. Secondo Pareto, Mosca, Michels, che se ne intendevano, la storia è il cimitero delle aristocrazie politiche, anche nel senso dell’ eliminazione fisica. Però una cosa è studiare l’uso della violenza in politica, un’altra farne la quotidiana e stupida apologia. Dimenticando, per dirla con un Padre della Chiesa, che «l’ira è un’erbaccia, l’odio un albero». Detto altrimenti: l’odio resta, l’ira passa. L’odio è una disposizione permanente a infierire sull’altro. Mentre un momento d’ira, di cui dopo ragionando ci si pente, può capitare a tutti, l’odio rischia sempre di trasformarsi in quercia secolare: un albero gigantesco i cui rami impediscono ai raggi della ragione umana di filtrare. Altro che erbaccia…
Ma c’è anche un altro aspetto, ancora più importante. Antonio Di Pietro e Massimo Fini giocano alla rivoluzione: vogliono azione… Se la ridono dei ritualismi della democrazia rappresentativa. E immaginano che le classi dirigenti, nascano come per incanto, spuntando dal nulla come il coniglietto bianco dal cilindro del prestigiatore… Di più: sproloquiano sulla rivoluzione come giusta occasione per sfasciare tutto e ricominciare da capo.

La macchina tritacarne della rivoluzione
Ma come nasce una classe dirigente? Attraverso quali canali si forma e sale a posizioni di comando? Qual è il suo rapporto con l’idea di rivoluzione?
Sono domande fondate, che purtroppo i rivoluzionari un tanto al chilo non si pongono. A Di Pietro e Fini basta sbraitare contro la classe dirigente, anzi dominante, ritenuta inetta, corrotta, eccetera. Purtroppo, per dirla con Camus, che sostanzialmente ripeteva la lezione di Tocqueville, «tutte le rivoluzioni moderne, hanno avuto per risultato un rafforzamento del potere statale» (L’uomo in rivolta). Ciò significa, come aveva intuito anche Joseph de Maistre, ancora prima di Tocqueville e Camus, che «non sono gli uomini che guidano la rivoluzione, è la rivoluzione che guida gli uomini» (Considerazioni sulla Francia). Insomma le rivoluzioni, se sono tali, non si fanno mai a metà… Una volta avviata la macchina tritacarne rivoluzionaria non è facile fermarla.
Ma entriamo nel cuore della questione. Oggi in Occidente le classi dirigenti - semplifichiamo ovviamente - provengono da due canali principali, la politica (i partiti), l’economia (industrie e banche). Sullo sfondo di una società di ceti medi, dove le élite (politiche ed economiche) usano un linguaggio universalista, consumista e democratico. Una retorica politica, dai detrattori definita buonista, che, almeno per ora e nonostante la crisi economica, sembra godere di largo consenso.Per contro, le possibili crepe del sistema vanno ravvisate nell’ eccessiva rilevanza, assunta dalle classi dirigenti economiche su quelle politiche. Uno spostamento di baricentro dalla politica all’economia del resto inevitabile. Perché i canali di formazione delle élite sono economici (facoltà di economia, scuole di specializzazione, banche, imprese industriali, società finanziarie). È perciò ovvio che dirigenti politici, così plasmati, privilegino una visione economicistica, dal momento che - ripetiamo - dipendono strettamente, per dirla in sociologhese, dal sottosistema economico.



Rivoluzioni: istruzioni per l’uso
Ora, dove nascono e si formano - chiamiamole così - le contro-élite rivoluzionarie?Di regola, nascono o sul campo, durante la rivoluzione. E qui l’ esempio classico e quello delle rivoluzioni borghesi (inglese, americana e francese). Oppure provengono da strutture politiche preesistenti, come nel caso della minoranza bolscevica russa, poi costituitasi in partito comunista. Infine, va ricordata, come sintesi delle due forme precedenti, l’esistenza di formazioni armate partigiane, partitiche e ideologiche, come nel caso dei fronti di liberazione nelle guerre di indipendenza nazionale. Naturalmente le contro-élite rivoluzionarie devono rispecchiare una reale situazione di disagio sociale (di ceti e classi a rischio) e attingere a un serbatoio di valori consensuali capaci di mobilitare, altrimenti il pericolo resta quello della rivoluzione di vertice, a base burocratica, in genere guidata dai militari. Di solito ciò avviene nei paesi in cui le forze armate sono l’unica struttura sociale di riferimento. Si pensi a certe rivoluzioni latino-americane, a cominciare dal peronismo (che però fu appoggiato anche dai sindacati), oppure a ciò che ora sta accadendo in Africa. Naturalmente, il rischio-verticismo riguarda anche i partiti rivoluzionari preesistenti a ranghi ridotti, come prova il fallimento del socialismo reale, finito nelle mani di una elefantiaca e improduttiva burocrazia di partito.In ultima istanza, il destino istituzionale di una rivoluzione è legato al grado di effettivo consenso sociale che il nuovo ordine riesce a incarnare e capitalizzare nel tempo. E qui si pensi anche all’ impopolare involuzione burocratico-bellicista - per alcuni già implicita nel Dna - di fascismo e nazismo.
Una capacità che dipende dalla reale volontà delle contro-élite rivoluzionarie di stabilizzarsi, armonizzando bisogni reali e valori, come è avvenuto nel caso delle rivoluzioni borghesi. Una volontà spesso condizionata, ma non determinata, dal gioco delle circostanze storiche.

Dilettanti allo sbaraglio
Resta poi un aspetto sociologico-generazionale, individuato da Ortega y Gasset. Il quale sosteneva che « una rivoluzione dura soltanto quindici anni: un periodo che coincide con l’efficienza di una generazione» (La ribellione delle masse) . Ora, si può discutere sulle cifre fornite dal filosofo spagnolo (quanto dura una generazione quindici anni? Venticinque? Trenta? ), ma non sul principio: perché il vero problema, per la contro-élite rivoluzionaria, non è solo la conquista del potere, ma come trasmetterlo alle generazioni successive, di regola, poco desiderose di bruciarsi le giovani manine al sacro fuoco di una rivoluzione accesa da altri, nel caso specifico da padri liquidati come antiquati.
Per tornare a noi, dal momento che nell’Europa attuale non c’è alcun partito bolscevico, probabilmente le contro-élite rivoluzionarie dovranno, se rivoluzione vi sarà, formarsi sul campo. Ma se la rivoluzione, come alcuni sostengono può nascere solo dal cataclisma economico, quanto più la situazione economica si stabilizzerà, tanto più la rivoluzione diverrà remota. Detto altrimenti: niente rivoluzione, niente contro-élite rivoluzionarie. Da questo punto di vista la credenza che dal disordine (le due crisi: economica e rivoluzionaria) possa nascere spontaneamente l’ordine (le contro-élite rivoluzionarie) ricorda quella cristiana nella provvidenza. Mentre servirebbe - ma molto prima del possibile cataclisma - la presenza di organizzatori del calibro di Lenin o del «Mussolini il rivoluzionario» (fino al 1920), ben descritto dallo storico De Felice.
Insomma, la rivoluzione è cosa troppo seria, per lasciarla nelle mani di dilettanti allo sbaraglio come Antonio Di Pietro e Massimo Fini. 

Carlo Gambescia