La sconfitta di Donald Trump nelle elezioni di metà mandato del 3 novembre ha consegnato ai democratici la maggioranza in entrambe le Camere del Congresso. Un risultato politico importante, che tuttavia non autorizza a parlare di una conversione socialista degli Stati Uniti. Gli elettori hanno espresso un giudizio sull’amministrazione repubblicana, sul costo della vita, sull’inflazione, sui dazi e sulla guerra con l’Iran. Hanno votato contro Trump e il suo partito, ma non necessariamente a favore di un programma socialista. Confondere le due cose sarebbe un errore di prospettiva.
È interessante, a questo proposito, il podcast di Tony Quattrone, “La politica americana vista da Houston”, dedicato alle possibili nuove esperienze del socialismo democratico nelle amministrazioni locali (*). Quattrone ha il merito di distinguere le diverse anime della sinistra americana, senza trasformare ogni successo elettorale democratico in una vittoria socialista. Il confronto con la prima pagina de “il manifesto”, che saluta l’avanzata con il titolo Qualcosa di sinistra e il volto di Bernie Sanders, suggerisce invece un richiamo più identitario: il ritorno di una parola, «socialismo», che una parte della sinistra europea considera ancora capace di riassumere aspirazioni e speranze politiche. Ma fra una parola d’ordine e un’analisi delle esperienze concrete passa una bella differenza.
Il punto, infatti, non è stabilire se negli Stati Uniti stia arrivando il socialismo. È capire quale socialismo, con quali obiettivi e attraverso quali strumenti. I Democratic Socialists of America (DSA) non costituiscono un blocco omogeneo. Al loro interno convivono orientamenti diversi, da quelli che puntano a una profonda regolazione del mercato a quelli che propongono forme di proprietà pubblica o cooperativa. E non tutti i progressisti americani sono socialisti democratici, così come non tutti i socialisti democratici appartengono ai DSA.
Anche Bernie Sanders va collocato con precisione. Non è mai stato membro dei Democratic Socialists of America. È un senatore indipendente del Vermont, che si definisce socialista democratico e che ha contribuito in modo decisivo a dare visibilità a questa corrente politica. La sua influenza sui DSA e sulle nuove generazioni di militanti è indubbia, ma influenza e appartenenza organizzativa non sono la stessa cosa. Non è una sottigliezza anagrafica: serve a capire quanto sia composito il panorama politico americano.
Anche il crescente interesse dei giovani americani per il socialismo, segnalato dai sondaggi citati da Quattrone, merita attenzione. Ma simpatia per un’etichetta e adesione a un progetto politico sono due cose diverse: occorrerà capire se dietro quel consenso vi sia una scelta consapevole di superamento del capitalismo o, più semplicemente, la protesta di una generazione alle prese con il costo della vita, la precarietà e le difficoltà di accesso alla casa. Il disagio generazionale, insomma, non fa ancora un socialista.
Ma veniamo alle questioni storiche. La differenza con l’Europa è rilevante. La sinistra europea porta con sé una storia assai più direttamente segnata dal marxismo, dal comunismo, dalla socialdemocrazia e dai partiti di massa. Negli Stati Uniti, invece, il socialismo non ha mai occupato la stessa posizione strutturale. La tradizione progressista americana si è sviluppata anche attraverso il populismo agrario, il movimento sindacale, il New Deal, le battaglie per i diritti civili e una cultura politica che, pur criticando il capitalismo, non ha sempre assunto come obiettivo il suo superamento. Naturalmente, anche negli Stati Uniti sono esistite tradizioni radicali e rivoluzionarie; e in Europa il riformismo ha avuto un peso enorme. Non si tratta di contrapporre due mondi senza comunicazione, ma di riconoscere storie e linguaggi politici differenti.
Come ricorda Tony Quattrone, il caso di Zohran Mamdani, sindaco di New York, è istruttivo. Il 26 febbraio ha incontrato Donald Trump per presentare una proposta di investimento federale superiore a 21 miliardi di dollari destinata al progetto di Sunnyside Yard, nel Queens. L’intervento prevede la realizzazione di una piattaforma sopra lo scalo ferroviario, sulla quale costruire 12.000 abitazioni accessibili, 6.000 delle quali sul modello Mitchell-Lama (edilizia sovvenzionata e affitti calmierati), oltre a parchi, scuole, strutture sanitarie e 30.000 posti di lavoro sindacalizzati. Il progetto, peraltro, non nasce dal nulla con Mamdani: ha una storia precedente e si inserisce in una lunga discussione urbanistica sulla trasformazione dell’area. Il sindaco ha chiesto il sostegno federale e le parti hanno concordato di proseguire il confronto. Non è stato annunciato un finanziamento già concesso, né un accordo definitivo.
Il fatto politicamente interessante è un altro: un sindaco socialista democratico che tratta con un presidente repubblicano per ottenere risorse federali. Non c’è da scandalizzarsi. È la politica, quando abbandona la posa e si misura con le istituzioni. Ma non si deve neppure scambiare il pragmatismo amministrativo per una conversione ideologica. Mamdani cerca di realizzare un progetto della propria amministrazione attraverso gli strumenti disponibili. Resta da vedere quanto costerà, come sarà finanziato e quali effetti produrrà. Le etichette, da sole, non costruiscono case.
Qui si apre una questione più generale, che riguarda il rapporto fra mercato e politica. Nel podcast viene richiamato Robert Reich, autore di Saving Capitalism: For the Many, Not the Few (2015), secondo il quale non esiste un mercato libero in natura, indipendente dalle istituzioni: ogni mercato è definito da regole, leggi, diritti di proprietà, contratti e procedure che stabiliscono chi può fare che cosa e a quali condizioni. È un’osservazione corretta, purché non la si trasformi nella giustificazione di un controllo politico capillare dell’economia. Il mercato non è un fenomeno naturale nel senso di qualcosa che esiste fuori dalla società; è un ordine istituzionale, ma non per questo deve diventare un’organizzazione amministrata dall’alto.
È qui che il confronto con Friedrich Hayek diventa utile. In The Constitution of Liberty (1960)e soprattutto in Law, Legislation and Liberty (1973-1979), Hayek distingue l’ordine spontaneo, il cosmos, dall’organizzazione deliberata, la taxis. Il mercato appartiene al primo tipo: nasce dall’interazione di individui che perseguono fini diversi, sulla base di regole generali, astratte e relativamente stabili, si pensi a una costituzione breve come quella americana. La spontaneità, dunque, non significa assenza di regole. Significa che le regole non devono prescrivere in dettaglio i risultati, né pretendere di dirigere ogni singola scelta economica. Devono rendere possibile la cooperazione, tutelare i diritti e impedire che il potere politico sostituisca le proprie decisioni alle scelte individuali. Per Hayek, inoltre, queste regole non sono soltanto il prodotto della legislazione deliberata: molte si sono evolute storicamente attraverso consuetudini e pratiche sociali. E qui si pensi, se ci si passa il termine, a una costituzione tacita come quella britannica.
La rivoluzione industriale, del resto, non si è svolta in un vuoto normativo. Proprietà, contratti, norme commerciali, brevetti e forme societarie esistevano già. Ciò che è arrivato più tardi, e in modo progressivo, è stato un sistema più articolato di tutele per i lavoratori e di limiti agli abusi. Il Factory Act britannico del 1833, per esempio, introdusse limiti all’impiego e agli orari di lavoro dei minori nell’industria tessile e istituì un sistema di ispettori. Non si trattò di inventare il mercato, ma di intervenire su condizioni concrete che la sua espansione aveva reso sempre più visibili. La distinzione è importante: le regole possono rendere il mercato più aperto e concorrenziale, oppure possono trasformarsi in strumenti di protezione degli interessi già insediati.
È proprio su questo terreno che il richiamo a Hayek può essere integrato con una lettura metapolitica. L’ordine spontaneo non è necessariamente un ordine armonico, né garantisce da solo l’assenza di concentrazioni di potere. Le interazioni sociali producono effetti compositivi che nessun individuo ha progettato, ma che possono consolidare posizioni di vantaggio, generare stratificazioni e stabilire nuove forme di inclusione ed esclusione. La persistenza del potere non scompare perché il mercato è spontaneo. Può anzi servirsi delle istituzioni, delle consuetudini e delle retoriche che giustificano l’assetto esistente.
Il problema, allora, non è scegliere fra mercato senza regole e Stato che regola tutto. È distinguere le regole generali, che consentono l’apertura e la concorrenza, dalle norme particolari che proteggono rendite e posizioni acquisite. Una società di mercato può essere dinamica e centrifuga, moltiplicare iniziative e opportunità; ma può anche produrre tendenze centripete, quando il potere economico si concentra e cerca di tradurre la propria forza in privilegio politico. Non c’è alcuna garanzia automatica che il risultato sia sempre quello desiderabile. È una delle ragioni per cui servono istituzioni liberali, concorrenza, separazione dei poteri e Stato di diritto.
A questo punto ritorna la vecchia domanda: riforme o rivoluzione? Nel movimento socialista europeo essa ha assunto forme diverse. Eduard Bernstein, in I presupposti del socialismo e i compiti della socialdemocrazia del 1899, mise in discussione l’idea che il capitalismo fosse destinato a crollare secondo una necessità storica e sostenne una strategia di trasformazione graduale attraverso le istituzioni democratiche e le riforme. Lenin, in Che fare? del 1902 e poi in Stato e rivoluzione del 1918, si collocò su un terreno profondamente diverso: centralità del partito rivoluzionario, conquista del potere e rottura con lo Stato borghese. Non sono due autori da mettere meccanicamente sullo stesso piano, né due caselle in cui sistemare ogni esperienza contemporanea. Rappresentano però due diverse concezioni della trasformazione socialista: una che accetta il pluralismo politico e la democrazia rappresentativa come terreno permanente dell’azione, l’altra che considera la conquista del potere e il superamento dell’ordinamento capitalistico come passaggi decisivi.
Non dimentichiamo, inoltre, un’altra scorciatoia polemica che circola soprattutto in alcuni ambienti della destra: la rappresentazione di un’alleanza organica fra islam e comunismo, fino alla costruzione di un indistinto «pericolo islamico» che dovrebbe spiegare ogni dinamica politica contemporanea. Nella storia sono esistite convergenze tattiche e collaborazioni fra organizzazioni comuniste e movimenti islamisti, spesso in funzione antioccidentale o contro un avversario comune. Ma una convergenza contingente non dimostra l’esistenza di un blocco ideologico permanente. Le differenze fra marxismo, socialismo democratico, islam e islamismo sono profonde; e anche quest’ultimo comprende realtà politiche assai diverse. Si può e si deve discutere criticamente il fondamentalismo e i movimenti islamisti, senza attribuire a intere popolazioni una responsabilità collettiva e senza inventare una congiura planetaria. La critica del socialismo non ha bisogno di nemici immaginari: deve misurarsi con programmi, idee, istituzioni e rapporti di potere effettivi.
La sinistra americana si trova dunque davanti a un bivio che non è nuovo, ma che oggi torna a manifestarsi in forme diverse. Può scegliere di riformare il capitalismo, correggerne gli squilibri, ampliare le opportunità e rafforzare le garanzie sociali entro un ordinamento pluralista. Oppure può considerare le riforme soltanto come tappe di una trasformazione più radicale, destinata a modificare la proprietà, il mercato e la struttura stessa del potere economico. Le due prospettive possono talvolta convivere nella stessa coalizione elettorale, ma non sono la stessa cosa.
La sconfitta di Trump non risolve questo dilemma. Semmai lo rende più visibile. La questione non è se la sinistra americana sia tornata, ma quale sinistra stia tornando e che cosa intenda fare una volta conquistate le amministrazioni e le istituzioni. Il socialismo democratico può essere un’etichetta per una politica riformatrice, oppure il nome di una strategia che mira a superare il capitalismo attraverso una successione di riforme. Saranno le scelte concrete, non gli slogan, a chiarirlo.
Da una prospettiva liberale, il criterio resta semplice, anche se non sempre facile da applicare: difendere la libertà individuale, il pluralismo, la concorrenza e lo Stato di diritto; correggere le rendite e le concentrazioni di potere; impedire che la tutela sociale diventi un pretesto per subordinare l’individuo all’apparato politico. Non occorre essere socialisti per riconoscere che il mercato ha bisogno di istituzioni e che la società produce diseguaglianze e rapporti di forza. Ma non occorre neppure diventare dirigisti per riconoscere che le istituzioni possono essere catturate da interessi particolari.
Il vero discrimine, insomma, non è fra chi vuole cambiare e chi vuole conservare tutto com’è. È fra chi intende riformare una società aperta, mantenendo la libertà come limite al potere, e chi pensa che per realizzare la propria idea di giustizia sia necessario concentrare il potere nelle mani di chi pretende di rappresentarla. La storia del socialismo, da Bernstein a Lenin, continua a porre questa domanda. E le nuove esperienze americane, prima ancora di offrire risposte, ci ricordano che non basta vincere un’elezione per aver risolto il problema.
Carlo Gambescia




.jpg)


Nessun commento:
Posta un commento