Purtroppo non è la prima volta che il liberalismo sembra venire a patti con i dittatori. Ovviamente non ci riferiamo a Maduro, ma al consenso che Trump raccoglie fra i liberali. Proprio Trump, che aspirante dittatore lo è,
Come si può definire Trump un liberale? Eppure dietro l’uso di questa etichetta contraffatta si nascondono non pochi finti liberali, sparsi per il mondo, quindi anche in Italia. Liberali di cartapesta, che come i mascheroni del carnevale viareggino, vengono a patti con i dittatori, come accadde in Italia con Mussolini.
La cosa vergognosa è la mancanza di pudore politico. Si dice che Maduro era un dittatore e che Trump ha aiutato il popolo venezuelano a liberarsi da un pericoloso tagliagole. Ma Trump che sta distruggendo la prima costituzione liberale scritta del mondo che cos’è?
I conti non tornano. E qui si passa alla politica di fatto, che rinvia ai rapporti di potenza. Detto altrimenti: al vince chi è più forte.
Trump che è più forte di Maduro lo ha tolto di mezzo. E probabilmente, visto che Danimarca ed Europa sono debolissime, si prenderà anche la Groenlandia.
Usare la forza è liberale?
In linea di principio no. Perché il liberalismo – semplificando – è sostituzione del contratto alla guerra, dello scambio non solo economico allo scambio di pistolettate. Però, ecco il punto, la politica è fatta anche di rapporti di forza.
E allora quando il liberalismo può ricorrere alla forza? In primo luogo, quando è minacciato, in forma organizzata, dai nemici del liberalismo, ad esempio fascisti e comunisti. In secondo luogo, quando si tratta di popoli ai quali è stata sottratta la libertà, e questo potrebbe essere il caso del Venezuela, ma anche – per volare alto – della Russia, della Cina, dell’Ucraina, della Corea del Nord, e così via.
Allora il gesto di Trump, di colpire il Venezuela, sarebbe giusto? No.
Non perché Maduro non fosse un dittatore – lo era ed è – ma perché non ogni colpo inferto a una dittatura è automaticamente liberale. Qui sta l’equivoco decisivo, che i liberali senza pudore fingono di non vedere.
Quando una dittatura attacca un’altra dittatura, non nasce un atto di liberazione, ma uno scontro tra poteri illiberali, ciascuno dei quali usa la retorica dei diritti come foglia di fico. La forza, in questo caso, non è strumento della libertà, ma semplice prosecuzione del dominio con altri mezzi. Non si esporta la democrazia quando chi colpisce sta contemporaneamente svuotando dall’interno le proprie istituzioni costituzionali, come nel caso di Trump.
Qualcuno obietterà che Trump, piaccia o meno, avrebbe comunque contribuito a liberare il Venezuela dal regime di Maduro. Anche concedendo – per pura ipotesi argomentativa – che ciò sia avvenuto, resta il punto essenziale: liberare un popolo non basta, se chi lo fa nega altrove (e in casa propria) i principi che rendono quella liberazione qualcosa di più di un cambio di padrone. Senza stato di diritto, senza separazione dei poteri, senza rispetto delle regole, l’intervento non è liberale: è solo efficace, forse, ma politicamente corrotto alla radice.
Diciamo che la forza, quando c’è, deve essere sempre usata a fin di bene, nel senso dell’instaurazione o appoggio alla democrazia liberale. Ad esempio, la difesa Ucraina, da parte dell’Europa e degli Stati Uniti di Biden, un liberale rispettoso delle istituzioni, resta sacrosanta, perché le due cause liberali, quella dell’ Occidente liberale e dell’Ucraina liberale si coniugano perfettamente. Cosa – quando si dice il caso… – che invece non sembra valere per Trump.
Quindi il vero problema, non è quello del rispetto dell’ ordine internazionale e della sovranità nazionale ( o comunque non solo), ma della “qualità” liberale del possibile intervento militare in aiuto del popolo oppresso. Un esempio di grande guerra liberale, almeno dal punto di vista dell’Occidente, fu la Seconda guerra mondiale, che si concluse con la sconfitta di tre regimi fascisti oppressivi e nemici giurati della civiltà liberale.
Purtroppo la Russia, sovietizzata, allora costretta, per non soccombere alle armate di Hitler, ad allearsi con l’Occidente, resta ancora oggi, nonostante il crollo del regime comunista, un pericolo per l’Occidente. E il discorso può essere esteso a tutte le dittature antiliberali del mondo.
Ovviamente, al di là delle scelte delle classi dirigenti, non tutti popoli possono amare il liberalismo, per ovvie ragioni di cultura, tradizioni, usi e costumi. Sicché la democrazia liberale non può essere imposta a tutti.
Sul punto specifico il liberalismo sembra dividersi tra coloro che puntano sulla forza come strumento di conversione al liberalismo (si pensi alla sfortunata guerra americana in Vietnam e in Afghanistan o alla tragedia del “colonialismo” francese) e coloro che invece credono nel potere pacifico dell’egemonia culturale ( e qui si pensi alla seduttività dei valori occidentali per molti popoli, come ad esempio alla trasformazione dei costumi avvenuta in molti paesi asiatici).
I primi sono impazienti, i secondo pazienti. Chi scrive è per la “seduzione”, con la postilla, che se e quando minacciato, il liberalismo deve difendersi, anche attaccando preventivamente. Però, va osservato, che i due liberalismi, l’impaziente e il paziente, restano comunque tali. Nulla hanno a che vedere con le frenetiche propensioni dittatoriali e belliciste di Trump.
Pertanto ogni vero liberale non può che essere un fiero nemico di Trump e dell’idea reazionaria, intollerante e per certi versi parafascista dell’America che egli vuole imporre. Non si può venire a patti con un Presidente che rinnega i grandi valori di libertà celebrati nella Costituzione americana, massima e prima espressione di un liberalismo che ha cambiato il mondo, e in meglio.
A questo proposito, e al di là della politologia liberale americana, che sulla scia di Tocqueville ha comunque prodotto fino a oggi buoni studi, si legga quel monumento di sapienza politico-giuridica che è The Federalist. Solo allora si capirà quanto Trump sia nemico giurato della separazione e del conseguente equilibrio fra i tre poteri.
Un’opera da tenere sul comodino in compagnia di un altro capolavoro: De l’esprit des loix di Montesquieu, opera che illuminò le pagine di Hamilton, Jay e Madison e che fa tuttora risplendere la stessa grammatica politica della civiltà liberale.
Civiltà, si badi bene, che ha pochi secoli di vita. Perciò difendiamola. Perché è come un bimbo ancora in fasce. Anche da Trump ovviamente.
Qualche lettore disattento ora alzerà la manina per ricordare che Trump ha comunque liberato il Venezuela da Maduro.
Sì, ma dal resto?
Carlo Gambescia












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