martedì 6 gennaio 2026

Dittatura contro dittatura non fa liberalismo

 


Purtroppo non è la prima volta che il liberalismo sembra venire a patti con i dittatori. Ovviamente non ci riferiamo a Maduro, ma al consenso che Trump raccoglie fra i liberali. Proprio Trump, che aspirante dittatore lo è,

Come si può definire Trump un liberale? Eppure dietro l’uso di questa etichetta contraffatta si nascondono non pochi finti liberali, sparsi per il mondo, quindi anche in Italia. Liberali di cartapesta, che come i mascheroni del carnevale viareggino, vengono a patti con i dittatori, come accadde in Italia con Mussolini.

La cosa vergognosa è la mancanza di pudore politico. Si dice che Maduro era un dittatore e che Trump ha aiutato il popolo venezuelano a liberarsi da un pericoloso tagliagole. Ma Trump che sta distruggendo la prima costituzione liberale scritta del mondo che cos’è?

I conti non tornano. E qui si passa alla politica di fatto, che rinvia ai rapporti di potenza. Detto altrimenti: al vince chi è più forte.

Trump che è più forte di Maduro lo ha tolto di mezzo. E probabilmente, visto che Danimarca ed Europa sono debolissime, si prenderà anche la Groenlandia.

Usare la forza è liberale?



In linea di principio no. Perché il liberalismo – semplificando – è sostituzione del contratto alla guerra, dello scambio non solo economico allo scambio di pistolettate. Però, ecco il punto, la politica è fatta anche di rapporti di forza.

E allora quando il liberalismo può ricorrere alla forza? In primo luogo, quando è minacciato, in forma organizzata, dai nemici del liberalismo, ad esempio fascisti e comunisti. In secondo luogo, quando si tratta di popoli ai quali è stata sottratta la libertà, e questo potrebbe essere il caso del Venezuela, ma anche – per volare alto – della Russia, della Cina, dell’Ucraina, della Corea del Nord, e così via.

Allora il gesto di Trump, di colpire il Venezuela, sarebbe giusto? No.

Non perché Maduro non fosse un dittatore – lo era ed è – ma perché non ogni colpo inferto a una dittatura è automaticamente liberale. Qui sta l’equivoco decisivo, che i liberali senza pudore fingono di non vedere.

Quando una dittatura attacca un’altra dittatura, non nasce un atto di liberazione, ma uno scontro tra poteri illiberali, ciascuno dei quali usa la retorica dei diritti come foglia di fico. La forza, in questo caso, non è strumento della libertà, ma semplice prosecuzione del dominio con altri mezzi. Non si esporta la democrazia quando chi colpisce sta contemporaneamente svuotando dall’interno le proprie istituzioni costituzionali, come nel caso di Trump.

 


Qualcuno obietterà che Trump, piaccia o meno, avrebbe comunque contribuito a liberare il Venezuela dal regime di Maduro. Anche concedendo – per pura ipotesi argomentativa – che ciò sia avvenuto, resta il punto essenziale: liberare un popolo non basta, se chi lo fa nega altrove (e in casa propria) i principi che rendono quella liberazione qualcosa di più di un cambio di padrone. Senza stato di diritto, senza separazione dei poteri, senza rispetto delle regole, l’intervento non è liberale: è solo efficace, forse, ma politicamente corrotto alla radice.

Diciamo che la forza, quando c’è, deve essere sempre usata a fin di bene, nel senso dell’instaurazione o appoggio alla democrazia liberale. Ad esempio, la difesa Ucraina, da parte dell’Europa e degli Stati Uniti di Biden, un liberale rispettoso delle istituzioni, resta sacrosanta, perché le due cause liberali, quella dell’ Occidente liberale e dell’Ucraina liberale si coniugano perfettamente. Cosa – quando si dice il caso… – che invece non sembra valere per Trump.

Quindi il vero problema, non è quello del rispetto dell’ ordine internazionale e della sovranità nazionale ( o comunque non solo), ma della “qualità” liberale del possibile intervento militare in aiuto del popolo oppresso. Un esempio di grande guerra liberale, almeno dal punto di vista dell’Occidente, fu la Seconda guerra mondiale, che si concluse con la sconfitta di tre regimi fascisti oppressivi e nemici giurati della civiltà liberale.

 


Purtroppo la Russia, sovietizzata, allora costretta, per non soccombere alle armate di Hitler, ad allearsi con l’Occidente, resta ancora oggi, nonostante il crollo del regime comunista, un pericolo per l’Occidente. E il discorso può essere esteso a tutte le dittature antiliberali del mondo.

Ovviamente, al di là delle scelte delle classi dirigenti, non tutti popoli possono amare il liberalismo, per ovvie ragioni di cultura, tradizioni, usi e costumi. Sicché la democrazia liberale non può essere imposta a tutti.

Sul punto specifico il liberalismo sembra dividersi tra coloro che puntano sulla forza come strumento di conversione al liberalismo (si pensi alla sfortunata guerra americana in Vietnam e in Afghanistan o alla tragedia del “colonialismo” francese) e coloro che invece credono nel potere pacifico dell’egemonia culturale ( e qui si pensi alla seduttività dei valori occidentali per molti popoli, come ad esempio alla trasformazione dei costumi avvenuta in molti paesi asiatici).

 


I primi sono impazienti, i secondo  pazienti. Chi scrive è  per la “seduzione”, con la postilla, che se e quando minacciato, il liberalismo deve difendersi, anche attaccando preventivamente. Però, va osservato, che i due liberalismi, l’impaziente e il paziente, restano comunque tali. Nulla hanno a che vedere con le frenetiche propensioni dittatoriali e belliciste di Trump.

Pertanto ogni vero liberale non può che essere un fiero nemico di Trump e dell’idea reazionaria, intollerante e per certi versi parafascista dell’America che egli vuole imporre. Non si può venire a patti con un Presidente che rinnega i grandi valori di libertà celebrati nella Costituzione americana, massima e prima espressione di un liberalismo che ha cambiato il mondo, e in meglio.

 


A questo proposito, e al di là della politologia liberale americana, che sulla scia di Tocqueville ha comunque prodotto fino a oggi buoni studi, si legga quel monumento di sapienza politico-giuridica che è The Federalist. Solo allora si capirà quanto Trump sia nemico giurato della separazione e del conseguente equilibrio fra i tre poteri.

Un’opera da tenere sul comodino in compagnia di un altro capolavoro: De l’esprit des loix di Montesquieu, opera che illuminò le pagine di Hamilton, Jay e Madison e che fa tuttora risplendere la stessa grammatica politica della civiltà liberale.

 


Civiltà, si badi bene, che ha pochi secoli di vita. Perciò difendiamola. Perché è come un bimbo ancora in fasce. Anche da Trump ovviamente.

Qualche lettore disattento ora alzerà la manina per ricordare che Trump ha comunque liberato il Venezuela da Maduro.

Sì, ma dal resto?

Carlo Gambescia

lunedì 5 gennaio 2026

La tormenta Trump. Perché non è un presidente come gli altri

 


Gli osservatori da destra a sinistra non sembrano cogliere la particolare gravità della tormenta Trump. Insomma non si capisce il senso profondo di ciò che sta accadendo.

Si lascino da parte le tesi fasciste e comuniste (semplifichiamo), legate a interpretazioni desuete, spesso viziate dalla fortissima rabbia legata al castigo, più che giustificato, del 1945 e del 1989-1991. Il primo diretto, con le armi, il secondo indiretto, con i frigoriferi.



Ovviamente va respinto ogni riduzionismo: mascalzone, oligarca, ladrone, mafioso, termini da lasciare agli appassionati di fumetti politici e al pulp di serie B.

Quel che stupisce, a proposito dell’aggressione a Caracas, è il gioire di non pochi pseudo-liberali, anche di casa nostra. Trump avrebbe riportato la libertà… A parte che è ancora presto per un giudicare cosa accadrà in Venezuela. Inoltre Trump ha già mostrato di ignorare le richieste dell’opposizione democratica venezuelana.

Qui il vero punto è che Trump non ha nulla in comune con i 46 presidenti che lo hanno preceduto. Dei Padri  fondatori neppure a parlarne.  Ma Trump non è nemmeno  Thomas Woodrow Wilson, Franklin Delano Roosvelt.  Non è Kennedy, Clinton, Obama, ma non è neppure Reagan, i due Bush. Trump è qualcosa che purtroppo va al di là della destra e della sinistra e della storia istituzionale americana.


Come abbiamo scritto più volte siamo davanti un uomo che oltre a incarnare una volontà di potenza, basica, addirittura infantile, si identifica con gli Stati Uniti, come proprietà assoluta di un uomo solo al comando, circondato da un’élite reazionaria, nemica del liberalismo e della modernità. Quel fare l’America più grande significa fare Trump – e i suoi fedelissimi – più grande. Non in puro senso economico, ma in quello che ricorda la grandezza a cui aspiravano Napoleone e Hitler. Con una differenza che sulle baionette di Trump non marciano i valori della Rivoluzione francese: Liberté, Egalité, Fraternité.

Mi si spezza il cuore nel dire questo: ma un liberalismo ridotto a tifo geopolitico è un liberalismo morto.

 


Ciò che sta accadendo richiama il bruttissimo fatto di cronaca di pochi giorni fa: la discoteca svizzera minacciata dalle fiamme, con i ragazzi che, come si vede in un video, riprendono le prime scintille col cellulare. Morti viventi, e ancora ignari del pericolo. Proprio come chi continua a non comprendere la gravità della tormenta Trump.

Qual è la cosa più grave? È che per pigrizia mentale, ma anche per calcolo politico, realismo da quattro soldi, malafede, paura, servilismo, autentica ottusità mescolata a fascino per i capi ritenuti carismatici ci si rifiuta di capire che Trump è per l’Occidente, quello che fu Hitler. Sembra sia in atto una specie di disgraziatissima rimozione collettiva.



Domina un cieco rifiuto di vedere il pericolo. E così si riprendono la fiamme con il cellulare di idee sorpassate.

Si ignora, intenzionalmente o meno, un fatto fondamentale: che un personaggio come Trump, dalle idee reazionarie e da uno sconcertante linguaggio violento è - ripetiamo -  qualcosa, come ci insegna lo studio della storia americana, di totalmente differente dai 46 presidenti che lo hanno preceduto.

Gli Stati Uniti hanno avuto presidenti duri e persino controversi. Andrew Jackson forzò le istituzioni pur rispettandone formalmente la legittimità. Abraham Lincoln sospese libertà fondamentali durante la Guerra Civile, sempre rivendicando la fedeltà alla Costituzione. Theodore Roosevelt ampliò in modo aggressivo il potere esecutivo, guidandolo con forte personalità senza arrivare a violare le regole istituzionali. Richard Nixon abusò dell’autorità, ma si dimise quando il sistema costituzionale lo mise alle strette. George W. Bush intraprese guerre contestate e rafforzò uno Stato securitario, pur mantenendo formalmente intatti elezioni, stampa e trasferimento del potere.



Donald Trump è il primo presidente americano a superare questa linea rossa: non limitarsi a forzare le istituzioni, ma delegittimarle; non governare il sistema, ma contestarne la validità quando non gli obbedisce.

Questa rottura investe direttamente anche la politica estera. Anche i presidenti americani più aggressivi agirono entro un quadro di alleanze stabili, di regole condivise e di un riconoscimento, almeno formale, dell’ordine internazionale occidentale.

Trump rompe anche questo schema: le alleanze diventano rapporti di forza, il diritto internazionale un ostacolo, la cooperazione un costo inutile. Ma il punto decisivo è un altro. Anche se la sua politica estera fosse meno bellicosa, resterebbe comunque pericolosa, perché esercitata da un leader che non riconosce limiti istituzionali, non accetta vincoli giuridici e subordina le decisioni internazionali alla propria volontà personale. Un potere senza freni all’interno diventa, all’esterno, un fattore permanente di instabilità.

 


A fronte di questo, tutte le precedenti interpretazioni della politica estera statunitense, in particolare quelle strettamente geopolitiche,  (gendarmismo, petrolismo, risorsismo, democraticismo) diventano irrilevanti, perché siamo davanti non a una strategia, ma a una mutazione del potere.

Trump non interpreta l’egemonia americana: la svuota di ogni cornice razionale e normativa, riducendola a esercizio personale della forza. Non gendarme del mondo, non paladino della democrazia, non realista cinico, Ma come detto, piuttosto un capo che tratta la politica estera come un prolungamento della propria volontà, privo di mediazioni, di freni, di responsabilità storica. È questo che rende irrilevanti le vecchie categorie e pericolosa ogni sottovalutazione.



Quando il potere non riconosce più limiti al proprio interno, diventa all’esterno imprevedibile, instabile, potenzialmente distruttivo. E la vera illusione, oggi, è credere che basti analizzarne le mosse per capirlo: qui il problema non è che cosa farà, ma chi è Trump e come concepisce il potere.

Chi continua a non vederlo, continua a filmare le fiamme, convinto che il fuoco riguardi sempre qualcun altro.

E ieri Trump ha dichiarato che ora vuole la Groenlandia…

Carlo Gambescia

 

Nota.  Nelle foto a corredo dell’articolo sono raffigurati i seguenti presidenti degli Stati Uniti (in ordine di pubblicazione): Donald J. Trump,  Andrew Jackson, Abrahm Lincoln, Theodore Roosevelt, Franklin D. Roosevelt,  Ronald ReaganBarack Obama.  L’ultima  immagine ritrae un ragazzo che filma le fiamme nel locale Le Constellation a Crans-Montana (Svizzera), distrutto da un incendio la notte di Capodanno 2026, con decine di vittime e numerosi feriti.

 

domenica 4 gennaio 2026

Caracas: Trump contro il liberalismo

 


Crediamo che un’umiliazione di proporzioni gigantesche l’abbia subita Putin. Che nel febbraio di quattro anni fa non riuscì a decapitare l’Ucraina. Zelensky, anch’egli minacciato di deportazione e processo a Mosca (si fa per dire), restò in sella, reagendo, insieme con il suo paese, come un leone.

Quindi ieri non è stata una buona giornata per Putin. Ovviamente non lo è stata per Maduro ( e consorte), i suoi militari e scherani, che dovevano difenderlo, come pure per i venezuelani, duramente bombardati dagli americani.

Gli Stati Uniti hanno ieri provato di possedere quella che un tempo i brigatisti rossi, a proposito del rapimento Moro, denominarono geometrica potenza. E verso chi? Un’ Europa in rottami, una Russia, come si dice a Roma, al di là delle chiacchiere, “con una scarpa e una ciavatta”, e infine  il  resto del mondo, Cina compresa.

Washington è potente, molto potente. Le istituzioni liberali americane sembrano invece contare sempre meno. Come prova la risibile giustificazione dell' attacco, nche costituzionalmente parlando, propugnata dinanzi al Congresso: proteggere coloro che dovevano consegnare il mandato d’arresto a Maduro e consorte, e quindi prelevarli.



Inoltre è in atto il riarmo americano, cosa di cui si parla ancora poco. Un processo di crescita che ha riguardato persino il nome del dipartimento della Difesa, tramutato in dipartimento della Guerra.

Non si tratta della solite cose (o accuse): imperialismo, capitalismo, dottrina di Monroe, gendarmeria mondiale, eccetera, ma della volontà di un potenza e dell’identificazione con gli Stati Uniti di un uomo solo al comando, circondato da un’élite reazionaria, nemica del liberalismo e della modernità (come insieme di valori).

Ciò che la maggior parte degli osservatori sembra non capire e che ci troviamo dinanzi a un fatto nuovo. Si pensi al risveglio di un dinosauro, sepolto, perché creduto morto nel 1945. Lo stesso Trump, cosa non da poco, ha sottolineato che un attacco come quello a Caracas non si vedeva dalla Seconda guerra mondiale.



Però – ecco il punto – non si tratta degli Stati Uniti liberali del 1945. Perché a rialzare la testa, stando al tipo cultura politica (razzista, autoritaria, militarista e diciamolo pure parafascista) che anima culturalmente la Casa Bianca, il dinosauro è tutto eccetto che liberale. Del resto Trump, seppure pubblicamente repressa, non ha mai nascosto in privato la sua ammirazione per Hitler.

E il padre del nazionalsocialismo non era esattamente un gendarme del mondo, un imperialista, un capitalista, eccetera. Hitler era una specie di barbaro che godeva a calpestare i popoli da lui ritenuti inferiori. Persino quello tedesco, se non si fosse ritenuto degno di lottare per la sua sopravvivenza (come ancora sosteneva nei giorni della sua caduta).

Trump, purtroppo per noi, si muove in questa direzione. Non ci stancheremo mai di ripetere che Trump non ha nulla in comune con i 46 presidenti che lo hanno preceduto. Trump sta distruggendo, e in modo sistematico, la Costituzione liberale scritta, più antica del mondo. Il che la dice lunga sul suo inesistente liberalismo, con buona pace di alcuni suoi fans, anche in Italia, che si dichiarano liberali e trumpiani al tempo stesso: un ossimoro.

Di conseguenza, siamo così sicuri che se sconfitto elettoralmente un personaggio del genere passerà la mano come un Churchill qualsiasi? Che vinse la Seconda guerra mondiale, perse però le elezioni e si dimise? Ovviamente la partita di Trump, proprio perché basata esclusivamente sul piano militare, è una partita complicata. Chi punta solo sulla forza deve sempre vincere. Una battuta di arresto non gioverebbe alla sua leadership. Due o tre potrebbero essere letali.



Tuttavia Trump può contare sulla debolezza di tutti gli altri antagonisti, interni e ed esterni, a cominciare dai Democratici, che persero l’occasione di distruggerlo politicamente, mettendolo sotto processo, dopo il tentato colpo di stato di Capitol Hill.

Un atto sovversivo, che è bene ricordarlo non fu una specie di protesta degenerata, ma un’azione mirata a impedire con la forza un atto costituzionale dovuto: la certificazione del risultato elettorale da parte del Congresso. E nella storia americana non c’era mai stato un assalto interno al Campidoglio con l’obiettivo esplicito di bloccare la transizione del potere e sovvertire l’esito del voto: questa fu la vera, e inquietante, novità.



E ora un uomo del genere si trova di nuovo al potere. E ha attaccato Caracas. A chi toccherà la prossima volta? Che ci vuole a tramutare in narcotrafficante chiunque finisca per ritrovarsi sulla sua strada?

Si noti anche la natura antiproibizionista, tipicamente di destra, della giustificazione evocata da Trump. Altra prova che non ha nulla di liberale. Su questo punto specifico, al posto dei liberali venezuelani, come pure degli oppositori di Maduro, che festeggiamo, anche giustamente per carità, non saremmo così sicuri, anche in caso di definitiva vittoria militare di Trump, di un pronto ritorno alla libertà. Solo un traditore dell’idea liberale come Milei, può credere in questo.





Altra cosa: Trump, come ogni nemico del liberalismo, può contare sull’onda lunga di quella internazionale delle destre, oggi definite sovraniste, ma in realtà parafasciste, molte al potere nei rispettivi paesi, che ne celebrano e giustificano “le gesta”.

Paradigmatica sotto questo aspetto la reazione di Giorgia Meloni, quella del Mussolini che ha fatto anche cose buone: “L’azione militare esterna non è la strada da percorrere”, tuttavia “il governo italiano considera legittimo un intervento di natura difensiva contro attacchi ibridi alla propria sicurezza, come nel caso di entità statuali che alimentano e favoriscono il narcotraffico” .

Non meno istruttiva quella della sinistra, che riflette il lato ingenuo della sinistra mondiale. Ecco, ad esempio, le parole della Schlein: “L’azione militare di Trump in Venezuela configura un’aggressione a uno Stato sovrano che viola palesemente il diritto internazionale. La nostra Costituzione è chiara: ripudia la guerra come strumento per regolare le controversie” (*).

Il che non è falso, ma non tiene conto, che Trump ha sì violato il diritto internazionale, ma prima ancora il liberalismo, sul quale esso si fonda. Di qui la necessità, di essere pronti, anche alla guerra, se si vuole difendere il quasi miracoloso esperimento liberale, che ha due-tre secoli di vita su cinquemila anni di storia documentata. Anche contro Trump. Altro che pacifismo…

 


Fino a quando non si capirà che Trump è un pericolo non inferiore a quello hitleriano, e che il liberalismo non muore per un colpo di Stato improvviso ( o comunque non solo), ma per l’incapacità dei suoi difensori di riconoscere il nemico, continueremo a scambiare la prudenza per saggezza e la neutralità per realismo. Nel 1939 il mondo libero pagò carissimo questo equivoco.

Oggi rischia di ripeterlo, con una differenza decisiva: il nemico non bussa più alle porte, ma governa dall’interno. E quando il potere illiberale si presenta in uniforme pseudo-democratica, l’attesa non è una virtù: è complicità.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://www.agi.it/politica/news/2026-01-03/venezuela-meloni-legittima–azione-trump-schlein-critica-34920012/ .

sabato 3 gennaio 2026

Buon 2026? Bah…

 L' articolo è stato scritto quando ancora non sapevamo dell’attacco di Trump al Venezuela. Peggio di così, l’anno non poteva iniziare… (Carlo Gambescia)

 


Il nuovo anno sembra incominciare sotto i peggiori auspici. Farsi gli auguri? Certo, ma solo per scongiurare il peggio. Una specie di atto di superstizione che però  può valere solo per chi crede in queste cose.

I motivi per essere pessimisti non sono pochi: elezioni che potrebbero produrre esiti rischiosi per la democrazia in diversi paesi europei; una riforma elettorale pensata per blindare un governo di destra parafascista in un’Italia che ormai sembra disinteressarsi di una politica che non sia fatta solo di insulti; un’Ucraina sempre più sola che rischia, nella tarda primavera, una offensiva russa su vasta scala; un Trump che minaccia guerre e protezionismo alla stregua di un Napoleone di strapazzo, che sulle sue baionette cerca di imporre non i valori della rivoluzione francese ma quelli della più bieca controrivoluzione.



Come anticipato, a peggiorare questo quadro,  contribuisce un calendario elettorale europeo tutt’altro che rassicurante. Nel 2026 sono già previste consultazioni politiche in diversi paesi, a partire dalle elezioni parlamentari in Slovenia (marzo) e da quelle cipriote nel mese di maggio, oltre a importanti elezioni regionali in Germania e in Spagna, dove il voto nelle comunità autonome continuerà a fungere da termometro politico nazionale. Ma, al di là delle scadenze formalmente fissate, pesa soprattutto il rischio concreto di elezioni anticipate in alcuni grandi paesi dell’Unione: in Francia, l’instabilità parlamentare e la fragilità degli equilibri di governo mantengono aperta l’ipotesi di uno scioglimento anticipato dell’Assemblea nazionale; in Spagna, un esecutivo strutturalmente debole e logorato da tensioni interne e scandali è sottoposto a pressioni crescenti per un ritorno alle urne prima della scadenza naturale della legislatura. Un insieme di fattori che rende il 2026 un anno potenzialmente decisivo anche sul terreno europeo, dove la tenuta delle democrazie liberali appare tutt’altro che scontata.

Il mondo potrebbe trasformarsi in un inferno, eppure si parla di pace come se fosse un obiettivo perseguibile grazie a una buona volontà che in realtà non esiste più, sostituita da una volontà di potenza che sembra animare le principali potenze (Stati Uniti, Russia, Cina), eccezion fatta per un’Europa che si prepara a vivere a rimorchio di una filosofia politica che è l’esatto contrario della filosofia liberale incarnata dai vincitori del 1945 — esclusa, ovviamente, la Russia sovietica, che resta impermeabile ai valori di libertà nonostante la caduta del comunismo.



Come si può essere ottimisti di fronte a un completo rovesciamento di valori? Gioire — per dire le cose pane al pane, vino al vino — di fronte a figure come Trump, che dichiara di voler riportare la libertà in Venezuela e Iran (per non parlare dell’appoggio fornito a un nazionalista della peggiore specie come Netanyahu, preferito all’Israele liberale), mentre tenta di schiacciare ogni libertà negli Stati Uniti? Come si può parlare di libertà se si è tra i primi a non crederci? Come ci si può definire liberali e poi schierarsi con un personaggio come Putin, difendere un nazionalista della peggiore specie come Netanyahu, minacciare l’invasione della Groenlandia e andare a braccetto con i leader della peggiore destra parafascista europea, a partire da Giorgia Meloni? Per inciso, tragicomica la propaganda della Rai e della stampa organica a Fratelli d’Italia sull’abbassamento dei dazi sulla pastasciutta italiana. Grande gesto di magnanimità dell’Imperatore Trump I, grazie anche all’opera del proconsoleFranciscus Lollobrigidius Maximus.



Ovviamente non tutto accadrà quest’anno: forse l’Ucraina potrebbe cadere e l’Europa tingersi sempre più di nero (quel maledetto orbace che gli italiani oggi hanno dimenticato). I processi politici hanno tempi non brevi. Però la direzione pare quella, se non proprio una fotocopia, almeno un’eco distante degli anni Venti e Trenta del Novecento, magari in versione digitalizzata. Purtroppo si respira, tra la gente, un’aria di rassegnazione, egoismo e depoliticizzazione: i tre fattori alla base dei processi politici che portano alla diffusione di un clima autoritario, che poi regolarmente sfocia nelle dittature.

Alcuni analisti della situazione politica americana confidano nei sondaggi, non favorevoli a Trump, e nelle elezioni di midterm che si terranno quest’anno, nonché nel pericoloso folclore politico parasocialista di Mamdani, fresco sindaco di New York. Ma siamo così sicuri che, in caso di sconfitta nel 2028, Trump cederà il potere?

Non ne siamo così certi. Applicare, anche in chiave analitica, il paradigma liberal-democratico a chi lo disprezza può tramutarsi in un grave errore previsionale. Quanti dittatori, o aspiranti tali, pur di non rinunciare al potere hanno scatenato guerre esterne per ricompattare il popolo contro un presunto nemico esterno?

 


Nel quadro di una “democrazia emotiva” (*), non è facile far ragionare la gente. Proprio in questi giorni, parlando di queste cose con un giovane professore di economia — attento, virtù rara in un economista, a ciò che accade fuori dall’economia — mi sono sentito rispondere che bisogna spiegare, far capire alla gente il senso delle misure e delle scelte politiche. Il che è giustissimo. Ma potrebbe essere troppo tardi. E il 2026 ce lo dirà.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/search?q=democrazia+emotiva .