lunedì 17 febbraio 2020

Roma, da Virginia  Raggi a Matteo Salvini 
Dal nulla-nulla 
al nulla-strutturato

Con l’occupazione militare del Palazzo dei Congressi all’Eur e con il consueto repertorio di stupidaggini, Salvini purtroppo si appresta a conquistare il Campidoglio.
Troverà un candidato qualsiasi, un suo ventriloquo che come  il Nerone di Petrolini prometterà di  far tornare Roma "più bella e più superba  che pria"…  E i romani cadranno nella trappola...  
In realtà, la scelta   è tra il nulla-nulla e il nulla-strutturato. Da una parte c’è il nulla-nulla rappresentato dall’immobilismo sotto vuoto della giunta  Raggi,  dall’altra il nulla-strutturato delle sparate acchiappavoti  di Salvini. Insomma, due nullismi  populisti  inconcludenti.   
Dicevamo nulla-strutturato… In che senso? Per capire,  cosa  potremmo aspettarci  se alle prossime comunali dovesse vincere la Lega, si  presti attenzione al modo di fare campagna elettorale di Salvini, anzi politica tout court.  Ad esempio, ieri all’Eur ha parlato dell’interruzione di gravidanza.  Tema a prima vista, non di attinenza locale. Però quel che qui interessa sottolineare  è  il genere di  retorica  e il tipo  di argomentazione  usati da Salvini.   Si legga qui:

«L'aborto “è una scelta che spetta solo alla donna, alla coscienza, alla libertà di scelta della donna, semplicemente ritengo che arrivare alla quinta, sesta, settima interruzione di gravidanza, come molti medici mi hanno segnalato, non faccia bene alla salute e meriti una riflessione”. In una diretta su Facebook il leader della Lega ribadisce la sua posizione e quella del suo partito dopo le polemiche sollevate dalle dichiarazioni rilasciate all'evento 'Roma torna Capitale' all'Eur […]- “Io non sono nessuno per dare lezioni di morale - sostiene - mi sono permesso di dire che evidentemente c'è un tema culturale da affrontare se qualcuno abusa di un'operazione che fa male alla salute. Figurati se Salvini si mette contro l'aborto o il divorzio, sono l'ultimo che può dare lezioni, ma raccolgo il grido d'allarme che arriva da tanti pronto soccorso, ospedali, consultori, che chiedono di fare il possibile per tutelare la vita". La precisazione arriva dopo le dichiarazioni dal palco della manifestazione dell'Eur a Roma, dove aveva parlato di donne che sono andate “sei volte al pronto soccorso per l'aborto”, puntando il dito contro l'affollamento dei pronto soccorso anche da parte di chi chiede l'interruzione di gravidanza. “Non mi spetta giudicare, è giusto che sia la donna a scegliere, ma non puoi arrivare a prendere il pronto soccorso come la soluzione a uno stile di vita incivile per il 2020” ».
          
Decriptiamo. La storia delle donne al Pronto Soccorso per abortire è una leggenda metropolitana o comunque, se vera, non nei termini dell’affollamento evocati da Salvini, addirittura tali da minacciare il sistema sanitario nazionale.  Quanto alle  “sei volte”,  è  solo un modo per attaccare  l’interruzione di gravidanza, tirando il sasso del caso limite, per poi nascondere la manina…   
Dal punto di vista retorico la forma privilegiata da Salvini è quella dell’iperbole: del tipo gli aborti sono arrivati alle stelle… Mentre sul piano argomentativo il leader leghista ricorre  invece al classico argumentum ad hominem: una donna che abortisce sei volte è una donnaccia indegna di essere creduta e aiutata…
Ecco perché parliamo di "nulla-strutturato", ossia di  nulla strutturato, fitto fitto,  di  menzogne, o meglio di  "casi limite", elevati  a  "norma statistica":  mezze verità (o meglio un quarto di verità) presentate come   verità “intere”.  Una “tecnica” disinformativa che Salvini  usa sempre e da sempre. Non importa dove si trovi, a Milano, Roma, Cerignola, Pordenone.  
Riassumendo: il nullismo della “Sindaca”  Raggi è frutto di totale impreparazione, mancano i fondamentali del ragionamento; il nullismo di Salvini invece è strutturato di mezzi ragionamenti. Di qui però la comune improvvisazione, sicché gli uni e gli altri  possono causare solo danni.
Come si può capire, Roma rischia, comunque vadano le cose, di sprofondare nel nulla. Naturalmente, non si sprofonda nel nulla da soli. I romani  sembra infatti abbiano perso la testa per Matteo Salvini, come prima per Virginia Raggi. 
Che tristezza.  Dal nulla al nulla. Strutturato.

Carlo Gambescia     


domenica 16 febbraio 2020

Riflessioni
La solitudine del liberale europeista

Quando  ci  capita di difendere l’idea europea  la mente va subito, e tristemente, a certo establishment europeo,  soprattutto nella versione italiana.  Si pensi a un Sassoli  che non riceve Guaidò, perseguitato da  Maduro,  per esporsi, per carità giustamente, per lo studente egiziano, finito nella rete della polizia  del generale Abdel Fattah al-Sisi.
Per quale ragione? Semplificando,  perché  il Venezuela è di sinistra, l’Egitto di destra.  Sassoli, che  da  giovane  giornalista del “Popolo” democristiano  si schierò contro De Felice  nella campagna storiografica della sinistra contro lo storico liberale,  sembra essere  rimasto  fedele alle origini. Che tristezza.
E di Gualtieri, ne vogliamo parlare?  Storico di professione, per alcuni mediocre. Di economia non capisce nulla. Però, come parlamentare europeo era ben incistato dentro  il blocco socialdemocratico, conosceva gente, faceva cose. Sicché, nel Conte Bis,  è finito all’Economia, dove come certi avvocati non va in aula ma porta tanti buoni clienti allo studio. Che tristezza.
Insomma,  Sassoli e  Gualtieri,  due classici  esempi di quella rete  di connivenze  politiche a sinistra  nel mirino dei sovranisti.  Che a loro volta però sono  soltanto capaci di battere i piedi  come tanti bambini capricciosi.
Che resta allora  di liberale nell’idea europea?  Perché il punto è questo. A destra i sovranisti spingono per  cambiare tutto -  come ieri Salvini -  a sinistra gli eredi del catto-comunismo, prigionieri dei loro riflessi condizionati,   non vogliono invece cambiare nulla.

Il discorso si è insabbiato intorno al senso  delle istituzioni. La sinistra difende l’esistente, senza guardare al futuro,  la destra  invece vuole tornare indietro.  In realtà, quali sono i nervi di uno stato, storicamente parlando? Finanze e  forze armate, o detto altrimenti  economia e  guerra.  Sulle finanze europee, non c’è accordo tra destra e sinistra. Sulla guerra,  invece sì.  Sovranisti e  cattocomunisti non  sono forse pacifisti a oltranza?   Si dividono infatti solo sull’accoglienza. Di conseguenza, immigrati a parte, l’assenza di un politica estera comune, quella che decide le ragioni delle pace e della guerra, è purtroppo  gradita a destra e sinistra.  
Si lascino pure da parte le favole sovraniste  sulla mitica Europa delle Nazioni, dal momento che l’unica possibilità -  logica - è rappresentata dall’Europa come è dopo un processo di unificazione durato più di sessant’anni.  Una dinamica del contratto che ha prodotto, per vie di pace importanti istituzioni  politiche ed economiche.  Su questo la  sinistra  ha ragione.  Ciò che però  che  va evitato, come dicevano,  è la discussione sul  senso delle istituzioni.   Ci spieghiamo meglio.     
Il problema purtroppo è rappresentato dal fatto che le stesse forze che sono pro o contro l’ unificazione,  sono divise  su quel che invece dovrebbero condividere (buone  finanze) e unite su tutto il resto (il nullismo pacifista).  La sinistra, ripetiamo è schiacciata sul presente, la destra sul passato. Invece che alla logica  - ciò che l'Unione europea può essere in futuro per implicazioni storico-processuali  -    si guarda al  senso   passato (nazionalista) o presente (welfarista) delle sue istituzioni.  Insomma, l'esatto contrario di  una  logica storica  della libertà...

Sicché, chiunque sia liberale, liberale realista, archico insomma, si ritrova preso nel mezzo, si sente solo:  non ama la presbite destra sovranista, ma neppure la miope sinistra catto-comunista. Ama invece l’Europa e le sue istituzioni che affondano le radici nella logica storica - attenzione, non senso - della tradizione liberale, l’unica vera grande rivoluzione dei tempi moderni.   Un’ Europa, logica anche nei comportamenti,  che  può tornare grande,  solo   puntando razionalmente, dunque logicamente,  su buone finanze, il che significa bilanci in regola e tagli alle tasse, per attirare capitali da tutto il mondo,  nonché  su una politica estera, né di destra né di sinistra, ma europea, comune.  Ovviamente prudente,  che però  non abbia timore di usare la forza quando serve.   
L’ Europa vuole  tornare grande? Allora, dovrà  guardare alla logica e non al senso dell'unificazione.  
Certo, con Sassoli, Gualtieri e  Salvini,  la vediamo dura…

Carlo Gambescia       

                                                  

venerdì 14 febbraio 2020

Perché si scrive?
La lezione di Ayn Rand


Ieri, sulla mia pagina Fb, Mauro Munari, poeta-quando-mi-va-se- mi-va, ha lasciato un commento interessante. Il  Carlo, al quale Mauro si riferisce, non sono io, ma Carlo Pompei, altra persona di valore,  che sta lavorando a un  libro. 

"Carlo...
l'analisi che fai è corretta.Spero tanto tu riesca a pubblicarlo e riesca a venderlo ....ma spero ancor di più che il libro sia letto perché....di leggere e di mettere in duscussione le proprie convinzioni, purtroppo, c’e’ sempre meno voglia.
Mauro Munari "

Piccola  premessa.  Su  Facebook c’è di tutto (non dico nulla di nuovo): dal professore mai cresciuto che annuncia il "nuovo giocattolo", magari una  Croce di Cavaliere,  al rivoluzionario depresso che sogna la ghigliottina. Seguono truffatori, svitati, perdigiorno, mariti e mogli tradite,  playboy, immobiliaristi, cacciatori e vegani, eccetera, eccetera. Raramente capita di interloquire  con sconosciuti di valore, cioè persone che non conosci nella vita, ma che incontri su Fb, riuscendo a stabilire rapporti intellettualmente  fruttuosi. Per quel che mi riguarda si contano sulle punta della dita. In genere chi si avvicina, lo fa per fama riflessa. Nel senso della ricerca della gratificazione personale che nasce dall’accostamento a persone comunque note.  Notorietà intesa  principalmente  in chiave televisiva.
Però non bisogna disperare. Ad esempio Mauro Munari, che non conosco di persona,  non è mai banale né interessato. E  il suo  commento  mi ha fatto subito pensare a una pagina di  Aynd Rand, la grande scrittrice liberale.  Perché si scrive?  La risposta si può rivenire nel suo capolavoro,  La fonte meravigliosa.
Parla Howard  Roark, l'architetto protagonista,  il cui epico discorso finale davanti ai giudici, dal quale è tratta la citazione, vale filosoficamente l’intero romanzo. Una grande  lezione di filosofia liberale. 

“Una sinfonia, un libro, un motore, un sistema filosofico, un aeroplano, un edificio: quelli erano la sua meta  e la sua vita, non gli esseri che leggevano, suonavano, volavano, credevano, e abitavano la casa che egli aveva costruito. La creazione, non chi se ne doveva servire. La creazione, non i benefici che ne sarebbero derivati per gli  altri. La creazione che dava forma alla sua verità. Questa andava mantenuta al di  sopra di tutto. La sue fede la sua energia, il suo coraggio venivano dal suo spirito. E lo spirito di un uomo  è la sua forza vitale, la sua fonte meravigliosa di vita, la sua personalità, il suo egoismo. Quell’entità spirituale che gli dà la certezza, la consapevolezza di esistere. Una prima causa, una fonte di energia, il motore dell’anima. Il creatore vive per se stesso. E solo vivendo così egli riesce a raggiungere quelle conquiste che  sono la gloria dell’umanità. L’uomo non può sopravvivere che attraverso il suo pensiero” (*)


Se non c’è questa energia interiore,  non c’è scrittore né scrittura. Un’energia che prescinde dal risultato, possibile, diciamo perseguibile nella durata delle nostre brevi vite.  Uno scrittore vero, se ci si perdona l’espressione un poco retorica, non parla in televisione  parla ai secoli.   E per nutrire questa certezza,  contro tutto e tutti - certezza che non può essere che frutto di una volontà ferrea che deve permeare tutta la vita -   ci si deve occupare solo di se stessi, come scrittori,  attingendo alla fonte meravigliosa della forza vitale,  quale consapevolezza di esistere, di fare la cosa giusta, per la quale siamo portati: la scrittura. Una specie di circolo virtuoso dell'interiorità.
Una forza interna, non esterna, che quindi  non nasce dall’imitazione, né dall’emulazione,  né ad altri  "nobili" o "luridi" moventi (esterni). C’è o non c’è.  E c’è quando la scrittura, senza mai stancarci  ha arricchito la nostra vita interiore, ci ha fatto sentire vivi e creativi.
Ma c’è  un altro punto interessante  sottolineato dalla Rand. A parlare è sempre  il protagonista del romanzo.  

“Agli uomini è stato insegnato che la più nobile virtù consiste non nel conquistare ma nel dare. Però non si può dare  quello che non è stato creato. La creazione viene prima della distribuzione. Il bisogno del creatore viene prima del bisogno di un qualsiasi beneficiario. Tuttavia, ci viene insegnato ad ammirare il parassita che dispensa beni che non ha prodotto senza preoccuparsi  dell’uomo che li ha procurati. Noi lodiamo un atto caritatevole. Noi scrolliamo le  spalle davanti a un atto di conquista. Il nostro scopo primo, ci viene detto, è quello di dar sollievo alle miserie altrui. Ma la sofferenza è una malattia. Fare di un gesto di carità la più alta prova della virtù significa fare della sofferenza  la parte più importante della vita . L’uomo deve desiderare di vedere gli altri soffrire, per poter essere virtuoso? Tale è la natura dell’altruismo. Il creatore [invece] non si interessa del male, ma della vita. Però il lavoro dei creatori ha eliminato una forma del male dopo l’altro, nel corpo e nello spirito, e ha portato sollievo alle sofferenza più  di quanto gli altruisti abbiano saputo concepire.” (**). 

Il che chiarisce il significato che la Rand attribuisce  a ciò che potremmo chiamare l’egoismo della creazione. Egoismo che può assumere tratti benefici. Ma come, ora è chiaro, non si crea per agli altri, ma per se stessi. L’atto creativo è sempre un atto, se ci si passa l’espressione, egoico.  Autosufficiente, indipendente nella sua genesi da qualsiasi implicazione sociale.  
Un ultimo punto ancora. Osserva  la Rand, sempre per bocca di Howard Roark, 

“agli uomini è stato insegnato che è una virtù andare d’accordo  con gli altri. Ma il creatore è l’uomo che non va d’accordo. Agli uomini  è stato insegnato che è una virtù nuotare con la corrente. Ma il creatore è l’uomo che va controcorrente. Agli uomini è stato insegnato che è una virtù sapere stare insieme. Ma il creatore è l’uomo che sta da solo. Agli uomini è stato insegnato che ‘io’ è sinonimo di male, e l’altruismo sinonimo di virtù. Ma il creatore  è l’egoista nel senso assoluto e l’altruista è colui che non pensa, non crede, non giudica e non agisce. Queste sono le funzioni dell’individualità” (***).


Con ciò credo sia tutto. Mi scuso con  Mauro Munari, per aver risposto al suo breve commento con una enciclica... Ma lo ringrazio, perché mi ha consentito di approfondire un tema che ho particolarmente a cuore. Ringrazio anche l’amico Carlo Pompei che ha favorito indirettamente con il suo post il mio di  oggi.

Carlo Gambescia

(*) Ayn Rand, La fonte meravigliosa, Corbaccio, Milano 1996, p. 669. "Quelli erano la  sua meta".  La meta del protagonista del libro,  come detto,  l’eroico   architetto  Howard Roark.  Eroe del pensiero, attaccato e criticato per la sua indipendenza intellettuale. Si parva licet, chi scrive ne sa qualcosa... Dal romanzo  il regista King Vidor  trasse nel 1949  un intenso  film dal titolo omonimo interpretato da un grandissimo Gary Cooper, ovviamente nei panni di Roark.  
(**) Ibid., p. 671.
(***) Ibid.               

giovedì 13 febbraio 2020

Salvini a processo
A brigante, brigante e mezzo

Sarebbe interessante scoprire quando si parlò  per la prima volta nella storia della Repubblica di persecuzione giudiziaria di un politico. Probabilmente negli anni di Tangentopoli  quando  Craxi  rivendicò  la sua condizione di vittima di una magistratura politicizzata. Dopo venne il turno di Berlusconi. E ora tocca a Salvini. 
C’ è però una differenza, fermo restando che la magistratura è strabica, dal momento che continua  a colpire -  parliamo dei politici importanti -  sempre a destra. 
Dicevamo che c’è una differenza tra Craxi, Berlusconi da una parte, e Salvini dall’altra.  Quale? Che se per il leader  socialista, prima, e per il Cavaliere dopo, in gioco vi  erano in ballo  questioni di soldi (semplificando), contro Salvini la discriminante è schiettamente costituzionale. Il leader leghista  rappresenta intellettualmente  l’antitesi politica   dei valori di tolleranza e solidarietà racchiusi nella Costituzione repubblicana.   Non è più questione di soldi sottobanco, evasione fiscale e frequentazioni di minorenni, sono in causa  i diritti dell’uomo. Ovviamente, sul piano legale, una volta in tribunale,  si possono fare distinzioni sottili. Detto brutalmente,  buttarla in caciara… E in ciò spera Salvini.  Torneremo su questo più avanti.  

Insomma,  il punto è  politico-ideologico non giuridico (sì, sì sappiamo che la forma è sostanza, ma non deve  neppure essere un  nodo scorsoio al quale appendersi...). E  rinvia allo stesso gigantesco  contrasto di valori  che caratterizzò l’immane conflitto tra la liberal-democrazia  e i fascismi.  Il che, sebbene non giustificabile dal punto di vista delle regole,   aiuta però  a capire come l'extrema ratio dell’uso politico (mai dimenticare questo aspetto di ultima possibile linea di azione) abbia una sua ragione “alta”: eliminare un avversario  antisistemico, pericolosissimo,  che con il suo fare e dire ci riporta indietro  alla cultura politica della tentazione fascista. 
Certo, ripetiamo,  anche  il tentativo di eliminare  politicamente Salvini (perché se condannato sarebbe fuori) rischia di violare le regole dello stato di diritto. Sotto questo aspetto condividiamo in modo spudorato il titolo di oggi di “Libero”, rovesciandone però  il senso politico: "Ottimo: Salvini in galera".  
Insomma,  come si dice,  a brigante, brigante e mezzo. Siamo in pieno stato di eccezione, la democrazia liberale è in pericolo, realmente (altro che Craxi e Berlusconi…), e deve difendersi anche ricorrendo all’uso politico della giustizia.  Di cui, indubbiamente, in Italia si è fatto spreco se non strame... Nessuno qui lo nega per carità.
Alcuni  sostengono che l'antipolitica giudiziaria  rischia di rafforzare politicamente Salvini quando si andrà  al voto. Perché  ne seguirebbe un governo di destra che lo tirerebbe fuori dai guai.  Può darsi.   Salvini  del resto  lo spera.   Ma, ripetiamo,  "questa volta",   siamo in pieno stato di eccezione. La cosa è seria.  E si deve tentare di fermare un nemico (attenzione, non un avversario...) sistemico.

Per capire la gravità della situazione, si pensi solo a una cosa: quale politico italiano di vertice, nella storia della Repubblica, neofascisti a  parte,  ha  mai citato  a sua difesa  Ezra  Pound - il Pound mussoliniano al cento per cento -  come Salvini ieri su Twitter?  
Da un personaggio così pericoloso  la Repubblica e ogni vero liberale devono difendersi con qualunque  mezzo, a prescindere dalla compagnia politica del momento. Chi scrive non ha mai amato la sinistra  e i suoi ipocriti  metodi  politico-giudiziari, molto spesso usati a sproposito, di cui il titolo di “Repubblica” è l'ennesima prova.   Ma Salvini va fermato.
Del resto, pur di battere  Hitler,  le liberal-democrazie non si allearono con Stalin? Si dirà  che Salvini non è Hitler. E sia. Ma neppure Travaglio è Stalin...     

Carlo Gambescia
  

mercoledì 12 febbraio 2020

Rapporto Istat sulla popolazione
Basta con i piagnistei


Il declino demografico  rende più difficili le guerre. Gli stessi effetti sono prodotti  da un'elevata  età media  della popolazione. Come noto,  l’indice di bellicosità è direttamente proporzionale  alla prevalenza nella popolazione delle classi di età più giovani.  Pertanto i dati  riportati dall’ Istat, nel suo ultimo rapporto, di un’ Italia dall’età media  intorno ai  45, dove nascono meno bambini vanno interpretati in tutt’altro modo   Sicuramente  non in chiave catastrofica, come invece si legge nelle prime pagine di oggi.
Del resto, storicamente parlando, il nesso  tra declino demografico come causa del declino politico non è provato. Per contro  è dimostrato l’altro nesso causale, quello  tra  declino politico e demografico. Guerre e  invasioni, fatti eminentemente politici,  sono la prima causa  del declino demografico.  
La retorica  moralista  sulle  “società che fanno meno figli”, "sulla paura",  "sulle élite egoiste" non ha alcun fondamento reale.  Del resto la demografia storica, come scienza, si avvale  non di puntuali statistiche sulla popolazione, ma di ipotesi estrapolate da una  letteratura storica, spesso frammentaria, che riflette sempre il  modo di pensare del tempo. Un solo dato però è certo: quello che guerre e invasioni sono causa di spopolamento.

Per fare un esempio, della natura ciclica della morale ( e quindi della sua scarsa affidabilità cognitiva),  il cristianesimo che oggi  invoca provvedimenti  in favore delle famiglie,  nei primi secoli della sua esistenza,   difendeva castità,  nubilato e celibato.  E non solo di preti, monaci e monache.  Al riguardo esiste  la testimonianza scritta di numerosi  Padri della Chiesa.
Ovviamente,  non tutto è  così  roseo.  Resta il problema di come difendersi dai popoli  con  alto indice di  bellicosità e basso indice di età.  Come comportarsi?
Sul piano economico e culturale la diffusione del modello di vita  moderno  fondato sulla libertà di scelta  può essere  di grande aiuto. Ad esempio, come provano indagini demoscopiche,  le famiglie di  immigrati  di religione islamica, dunque tradizionaliste, una volta stabilitesi in Occidente, seppure lentamente (dopo una generazione forse due), cambiano costume di vita, uniformandosi ai tassi di natalità delle famiglie moderne. Sul piano politico-militare la superiorità tecnologica, se consapevolmente impiegata,  può addirittura essere  determinante. Oggi  nelle guerre il numero  non fa più la forza.

Quel che riteniamo importante sottolineare  è l’impossibilità di  prevedere  cosa accadrà  in futuro. Perché è vero che  la curva demografica, storicamente parlando, nell’Ottocento e  soprattutto nel Novecento, ha subito una notevolissima impennata, ma è altrettanto vero  che  le catastrofiche previsioni del Rapporto Mit, pubblicato  all'inizio degli  anni Settanta del secolo scorso,  non si sono assolutamente  verificate.  Anzi,  oggi si ravvisa un inversione di tendenza, soprattutto dove si va sviluppando il modello culturale moderno. In questo senso l’Occidente è all’avanguardia.
Pertanto basta con i piagnistei  

Carlo Gambescia         



martedì 11 febbraio 2020

Grillo e la democrazia diretta
Come parlare a vanvera

Sui risultati della banalizzazione della politica introdotta in Italia da Beppe Grillo,  Roma ne sa qualcosa.  Un Sindaco a Cinque Stelle incapace, un giunta ancora meno. Mentre per il Governo nazionale parlano i fatti. Disastrosi.
La cosiddetta scossa grillina alla politica italiana si è risolta nella caduta verticale del Pil.  L’Italia regge ancora  perché gode  di una proficua  rete  fiduciaria di scambi economici, politici e culturali internazionali. Se dovesse disgregarsi l’Unione Europea e gli Stati Uniti dovessero continuare a marciare per la propria strada, come sta avvenendo, , sarebbe la fine. Si riaffaccerebbero subito  i vecchi demoni  autarchici del nazionalismo in un mondo dove non conteremmo assolutamente nulla. 
Il populismo non funziona. Una volta al  governo, sia nella  versione sinistra che destra,  porta alla paralisi.  A Roma come altrove. E dove ci sono i mezzi economici, come negli Stati Uniti di Trump (altro "Grande Semplificatore"), si  pone l’economia al servizio di prossime venture guerre nazionalistiche prive totalmente di senso.    
Eppure Grillo, come nell’ articolo di ieri (" Il Re dei Ratti"),  continua a inneggiare alla democrazia diretta digitale. Parla di un  fantomatico megapanel  di mille persone, estratte a sorte da un campione rappresentativo della società italiana.  Persone  che dopo breve discussione dovrebbero votare le leggi (*). Il tutto, ovviamente,  in tempo reale:  di ora in ora, di giorno di giorno, in omaggio a una democrazia finalmente  senza partiti, ma nelle solide  mani (si fa per dire)  di una democrazia da mega-assemblea condominiale. 
Grillo non inventa niente, il sistema del tirare a sorte e  delle deliberazioni popolari  fu sperimentato nella città-stato greca del  V secolo e nel comune italiano del Basso medioevo. E come gli storici sanno i risultati non furono buoni:  nell’ipotesi migliore città-stato e comuni  si trasformarono in signorie di un uomo e   nella  peggiore in dure  tirannie, proprio  a causa dell’incapacità manifesta dei cittadini di governarsi da soli. La ferocia delle lotte intestine  in Grecia e nei comuni italiani del Due-Trecento è memorabile.  Altro che templi di libertà. 
Altra cosa che la storia mostra, è che sia nella città stato sia nel comune medievale, il potere  alla fin fine  veniva comunque gestito da pochi. E per ragioni legate alle competenze.  I comandanti militari non venivano tirati a sorte.  Ci si rivolgeva a  capi collaudati. Il che, come per certi  aspetti, prova  l'esperienza storica,  introduceva un fattore di tipo militaristico nella politica,  come provano le figure di Temistocle e  Alcibiade (un democratico e un aristocratico) e dei tanti condottieri divenuti signori, come  quelle  dei  Gonzaga e dei Montefeltro. Nonché sia detto per inciso, e facendo un passo storico indietro, come il  "democraticissimo" Pericle che  in tema di navi e "cannoni" per così dire,  non scherzava. 
Beppe  Grillo che cosa ne  sa?  Parla a vanvera. E non capisce che la democrazia rappresentativa è un magnifico e delicato esperimento liberale   in corso neppure due secoli: un unicum storico, per parlare difficile.  Certo, la democrazia liberale,  può essere integrata e  migliorata, sempre prudentemente, con l’adozione di tecniche come quelle dei  micropanel consultivi (tesi già avanzata dal politologo Robert  Dahl una  ventina di anni fa: nulla di nuovo sotto il sole).  Giammai  puntando, come evoca Grillo, sulla deriva digital-plebiscitaria del macropanel deliberativo di mille persone.
Un serpentone digitale - come insegna  Roberto Michels -   che  finirebbe inevitabilmente,  seppure a rotazione, nelle mani di una specie di élite che però  non avrebbe le qualità dell' élite perché frutto del caso. Ne nascerebbe un’ignoranza diffusa capace solo di condurre  prima al caos e poi all’ascesa  di  tiranni e signori. 
Quest’uomo, Grillo, finge o crede veramente in quel che dice? Nelle sue parole a vanvera? Propendiamo per la prima ipotesi. Finge. Anche perché  tutti sappiamo come funziona la democrazia digitale nel  Movimento Cinque Stelle…

Carlo Gambescia       

domenica 9 febbraio 2020

Riflessioni (anche su Sanremo)
Il sociologo e la gente

Il titolo del nostro  articolo riprende quello di un libro importante di José Ortega y Gasset, L’uomo e la gente (El Hombre y la Gente, "Obras", VII),  e non per caso.   Chi scrive  ha però sostituito il sociologo all’uomo.  E in un senso preciso.  Chi studia la  gente come inquadra la gente? Che  tipo di rapporto  ha con  la gente?
Ma prima di tutto cos’è  la “gente” per Ortega?  La gente è “chi dice quel  che si dice”.  La gente, la società, la collettività,  sono tali “nella misura in cui io penso e parlo, non per mia propria ed individuale evidenza, ma ripetendo quel che si dice e si discute, la mia vita cessa di essere mia, cesso di essere il personaggio individualissimo che sono, agisco per conto della società: sono un automa sociale, sono socializzato” (*) .
E quel che “si dice”,  non è buono né cattivo, è… Esiste, fa la storia, talvolta suo malgrado e al contrario.  Pertanto il sociologo deve sempre  indirizzare le sue antenne  verso “chi dice quel che si dice”: la gente.
E qui viene il bello, perché il punto è proprio il "come". Quale atteggiamento deve assumere il sociologo verso la gente? Dal momento che quel che “si dice” raramente risponde al criterio di verità (in senso scientifico, del capire), ma a quello dell’opinione (in senso sociale, del credere)? 
A grandi linee si danno tre casi.
Può assumere un atteggiamento di superiorità, di chi la sappia lunga sulla “gente”, una posizione,  per così dire, scientifico-cinica, del genere “ da che mondo è mondo…”.  Oppure sposare l’atteggiamento di  chi voglia   aiutare la “gente” a conoscere meglio se stessa, quindi a cambiare, distinguendo tra opinione e verità. Siamo dinanzi a  una posizione di tipo scientifico-riformista,  sulla falsariga del “possiamo migliorare tutti insieme”. Infine, il sociologo può assumere l’atteggiamento di chi, scambiando la verità con una delle tante opinioni in discussione,  voglia imporla  alla “gente” per il “suo bene”. Siamo davanti  a una posizione di natura scientifico-rivoluzionaria,  del tipo  “fidatevi di noi perché cambieremo il mondo”.

Per fare qualche nome, Ortega  gravita per tutta la vita tra il cinismo scientifico e il riformismo scientifico. Max Weber resta l’esponente classico del riformismo scientifico, come Pareto del cinismo scientifico,  Marx, il Marx sociologo suo malgrado, rimane il massimo esponente di una sociologia scientifica e rivoluzionaria al tempo stesso.
Chi scrive -  tanto per essere onesti -  si sente, a metà strada tra  Weber e Pareto, in qualche misura assai vicino  a Ortega (si parva licet…).
Però  in concreto cosa significano questi tre atteggiamenti? Facciamo un esempio banale: il Festival di Sanremo.
Per  il sociologo cinico la “gente” da che mondo e mondo si è sempre divertita in modo semplice se non volgare, quindi non c’è nulla di strano che si facciano le due di notte, per sapere con andrà  a finire il Festival.
Per il sociologo riformista, Sanremo invece può essere un ottimo veicolo per trasmettere valori capaci di migliorare la “gente”.  Quindi serietà e tutti a letto alle undici di sera.
Per il sociologo rivoluzionario, Sanremo non è altro che una  versione dell’oppio dei popoli, quindi va cancellato dal palinsesto,  tutti a letto alle nove di sera.
Come il lettore avrà compreso la cattiva sociologia ha un versante pedagogico che va assolutamente evitato.  Oggi, purtroppo, la sociologia  serve due padroni:   o il braccio disarmato del welfare state o quello armato della  rivoluzione.  La  “gente” o viene coccolata o catechizzata. Ovviamente anche l'approccio cinico non aiuta  perché spesso porta con sé il disprezzo per la "gente". Però probabilmente fa meno danni degli altri due approcci.
Che altro dire?  Hic sunt leones.    

Carlo Gambescia                   


(*) Josè Ortega y Gasset, L’uomo e la gente, Giuffrè, Milano 1978, p. 153.