sabato 5 aprile 2025

Chi vincerà? Trump o i mercati?

 


Non pochi osservatori commettono un grave errore.

Per un verso interpretano giustamente la reazione dei mercati come il velenoso risultato dell’analfabetismo economico di Trump. Il che è vero.

Però per altro verso si confida, forse troppo (qui l’errore) nella forza della ragione economica.

Cioè si spera che alla fine i mercati, da quello borsistico che come si legge sta colando a picco, si vendicheranno, nel senso di fallimenti a catena, spingendo Trump nell’angolo, fino al punto di costringerlo a fare marcia indietro sulle tariffe.

Diciamo che ci uniamo all’augurio. Però con alcune riserve.

La tesi “mercatista” ha un suo giusto fondamento: l’economia per crescere e prosperare ha necessità di un governo che governi il meno possibile. Pura ragionevolezza. Cioè ragione applicata.

Qui però, regolarmente, cade l’asino dei cosiddetti governanti che prima si proclamano liberali, dopo di che non si comportano come tali. Ad esempio Trump, che tra le altre cose, si dice abilissimo uomo d’affari (come tanti repubblicani storici, grandi frequentatori delle camere di commercio), ha imposto una misura ultrastalista come quella delle tariffe. Con le conseguenze del caso.

Ora il punto non è l’analfabetismo di Trump, che giustamente si deride. Ma quanto sia forte, a livello di motivazione, la sua volontà di potenza. Cioè di perserverare nel conflitto che si sta aprendo tra logica di potenza e logica di mercato (*)

Una battaglia tra ragione e antiragione.

Da un lato il sogno palesemente irrazionale di fare più grande l’America, che, economicamente e storicamente parlando è già grande di suo, sotto ogni aspetto, dai valori di libertà alle risorse naturali. 

Come? Uno, con il protezionismo vecchio stile, da paese sottosviluppato politicamente: autolesionismo puro. E, due, con la minaccia, oggi si direbbe in stile Putin, di ricorrere alla forza militare sul piano esterno, fino al punto di asservire le finalità economiche alle finalità di potenza. Nazionalismo e autarchia come ricompattanti. Roba da ex sergenti coloniali autonominatisi generali e padri della patria come nelle dittature anni Sessanta, allora diffusissime nel Terzo mondo.

Dall’altro assistiamo invece alla sana reazione dei mercati, che temono le barriere politiche, e reagiscono, in nome della ragione economica, spingendo operatori e consumatori verso i beni rifugio. Si preferisce tirare i remi in barca, aspettando che la bufera passi.

Una notazione personale. Proprio il giorno prima del “Liberation Day” trumpiano, un appartamento,  qui vicino, è stato acquistato per fax, come si diceva un tempo. Insomma a scatola chiusa. E da chi? Da un famiglia americana, ovviamente benestante e desiderosa di investire nel centro storico, per evitare probabilmente di assistere senza poter fare nulla (come capita quando un suicida si lancia dal decimo piano) alla ulteriore perdita del potere d’acquisto di un dollaro in  calo.

Certo, gli americani già da anni comprano case a Roma, ma la rapidità dell’ operazione immobiliare indica che forse non si tratta solo di “amatori” ma di reazioni economiche, sanamente ragionevoli, probabilmente su larga scala, di chi vuole evitare che la irragionevole logica di potenza di Trump, intacchi o azzeri i patrimoni privati.

Inoltre potrebbe anche essere un modo per prepararsi a votare con i piedi. Nel senso di “scavarsi” una via di fuga se la situazione politica americana dovesse precipitare sia economicamente che politicamente.

Sotto questo aspetto le prossime elezioni di Midterm (**) potrebbero rappresentare un’importante opportunità politica per contrastare Trump tornando, finalmente, ai canoni della democrazia liberale. In tal senso sono giunti segnali incoraggianti dalle recenti elezioni suppletive in Florida e dal tracollo di Musk, impegnatosi, tra l’altro in modo farsesco e scorretto, nella campagna elettorale contro un giudice progressista, candidato alla Corte Suprema del Wisconsin (***).

Ciò significa che, se la tendenza sarà confermata, le prossime elezioni di metà mandato, che si terranno nel novembre del 2026, potrebbero rappresentare un’opportunità politica per rendere la vita difficile a Trump.

Però, ecco riproporsi il dilemma del conflitto tra logica di potenza e logica di mercato. Quanto è forte la motivazione di Trump? Se si vuole, la sua volontà di potenza? Quanto è coesa la classe politica che gli si stringe intorno? I suoi elettori fino a che punto sono disposti a spingersi, anche in termini di rispetto della soglia di legalità? Insomma Trump sarà in grado di resistere alla controffensiva dei mercati? E ovviamente a quella politica del partito democratico, che però, a sua volta, deve tenere conto, evitando divisive ricadute populiste, della logica dei mercati?

La deriva autoritaria, per alcuni osservatori parafascista, è evidente: si minacciano i giudici, si ricattano gli avvocati e le università, si disprezzano le minoranze, si deportano migranti e immigrati, e così via.

Il quadro delle tradizionali libertà americane è a rischio. Messo in pericolo dagli ordini esecutivi di Trump e dalle minacce contro i giudici che osano impugnarli.

La situazione, per gravità, non ha precedenti. Trump, a differenza, per così dire della media dei presidenti americani, non ha alcun rispetto per la legalità e per il diritto. Non sembra proccuparsi neppure di salvare le apparenze. Pare animato da una inestinguibile sete di potere. E il cammino verso le elezioni di metà mandato del novembre 2026 è ancora lungo. Da un uomo del genere ci si può aspettare di tutto. Anche interventi non ortodossi sui meccanismi elettorali ben oltre le pratiche di “gerrymandering” (di ridisegnare per fini di parte i confini delle circoscrizioni elettorali).

Chi vincerà? Trump o i mercati? L’antiragione o la ragione?

Carlo Gambescia

(*) Si veda qui: https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2025/04/prendere-sul-serio-trump.html .

(**) Sono elezioni che si tengono a due anni  di distanza da quelle presidenziali (si veda ad esempio qui sul 2018: https://www.treccani.it/magazine/atlante/geopolitica/Come_funziona_il_midterm_con_o_senza_Trump.html) . In occasione delle elezioni di Midterm o di metà mandato (presidenziale) si rinnovano tutti i seggi della Camera dei rappresentanti (435, con diritto di voto,  si resta in carica due anni), un terzo di quelli del Senato (33-34 su 100, si resta in carica sei anni ) e la maggior parte delle cariche esecutive dei singoli stati (a partire dai governatori, 36 su 50). 

(***) Si legga l’interessante commento di Anthony M. Quattrone: https://www.youtube.com/watch?v=P9EF0Y7TLSM&t=12s

 

venerdì 4 aprile 2025

Prendere sul serio Trump

 


Il Novecento, secolo del cinema, ha spesso deriso i dittatori: Hitler dai ridicoli baffetti, Mussolini in abiti circensi, Stalin un burocrate rivestito di lana grezza.

Si pensi alle reazioni nel mondo sui dazi. Al Trump liquidato come un matto, un folle, una specie di scemo del villaggio non più globale.

Si ride della capigliatura alla "Happy Days", eccetera, eccetera. In pratica Trump si pettina – così tra italiani ci capiamo – come Bobby Solo. Il soggetto si presta insomma.

In realtà, se follia c’è, c’è anche un metodo.

A differenza di altri analisti, comunque seri, e trascurando la folla dei tanti, troppi “ridicolizzatori”, crediamo che Trump sappia molto bene quello che vuole.

Si rifletta.

È un uomo d’affari, quindi abituato a ragionare, programmare, rischiare. È un uomo di televisione e spettacolo, quindi conosce le arti della retorica per conquistare il pubblico. È già stato presidente, quindi ormai conosce bene i meccanismi istituzionali e politici.

Inoltre se si leggono i suoi libri (meno di una ventina, alcuni scritti in collaborazione), che ruotano intorno agli affari, al golf e alla politica, si scopre che l’uomo ha una volontà di ferro. E che si è sempre preso ciò che voleva. E senza tanti complimenti. Si chiama coazione a ripetere. Trump odia il concetto stesso di legge. Detesta i giudici. Per lui lo stato di diritto è un macchina da smontare e rimontare secondo la bisogna.

Parleremmo di decisionismo programmatico pronto a spazzare qualsiasi ostacolo. Un decisionismo che Trump, da uomo d’affari e di spettacolo ha trasposto nei suoi libri politici, preparatori sul piano programmatico di campagne elettorali, via via di successo, che lo hanno portato alla Casa Bianca. E per due volte.

Scorriamo i titoli: The America We Deserve (2000); Time to Get Tough: Making America #1 Again (2011); Crippled America: How to Make America Great Again (2015), libro di duecento pagine, poi riedito con il titolo più ficcante di Great Again: How to Fix Our Crippled America (2016); Our Journey Together (2021), Save America (2024) due libri fotografici. Infine Letters to Trump (2023), comprende invece larghi brani tratti da scambi epistolari con personalità dello spettacolo, dell’economia e della politica, come Kim Jong, Richard Nixon, Ronald Reagan, Bill Clinton, la principessa Diana, Hillary Clinton, Mario Cuomo, Jay Leno, Liza Minnelli.

Leggendo si scopre l’ odio verso l’establishment politico liberal sprigionato ad esempio fin dal titolo di Great Again: How to Fix Our Crippled America.

“Crippled” sta per storpia, paralizzata, menomata, piena di debiti, decrepita, zoppa. Un’America da distruggere e ricostruire da capo.

Pertanto definire Trump un isolazionista è riduttivo. In Italia – ma anche in Europa – si è prestata scarsa attenzione alla venefica miscela di odio atavico, capacità di programmazione, anche in termini di organizzazione dell’entusiasmo, fluenti menzogne e decisionismo.

Siamo fuori dai principali filoni della politica estera americana (isolazionisti vs interventisti). Trump riscopre e rappresenta la logica di potenza allo stato puro. Siamo ben oltre “Teddy” Roosevelt.

Una cosa che non si vedeva in giro per il mondo dai tempi di Hitler, rispetto al quale la classe dirigente sovietica e russa, sembrava e sembra composta di dilettanti allo sbaraglio. Ovviamente i russi hanno le armi atomiche, cosa che ha anche l’Europa, però in minima parte. Il che spiega perché Trump sbeffeggia l’Europa e Zelensky e rispetta Putin. La logica di potenza ragiona solo in termini di potenza: o c’è o non c’è.

Inoltre logica di potenza significa che Trump in nome di una America più grande è pronto a distruggere ogni ostacolo che incontrerà sulla sua strada.

Trump, ripetiamo, non è un folle, nel senso di chi non sappia ciò che vuole per carenza di neuroni. E per capirlo basta leggere i suoi libri, in particolare quelli politici. Esiste un programma preciso, che precede addirittura Project 2025, il programma politico lanciato nel 2022 dalla Heritage Foundation, come sembra, apprezzato da Trump. Che però, ecco il punto, già aveva le idee chiare.

Pertanto crediamo sia Trump ad aver influenzato, anche sulla base degli ostacoli politici e istituzionali incontrati nel primo mandato, la Heritage Foundation e non viceversa. Per contro, andrebbe approfondito ideologicamente il rapporto fra Trump e Bannon, un autentico intellettuale reazionario (tra l’altro buon lettore di Evola), poche idee ma velenose, che, in termini di frequentazione, a quel che sembra quotidiana, può aver potenziato, al di là degli alti e bassi dell’ultimo decennio, l’odio di Trump verso la “Crippled America”.

Riteniamo che Bannon abbia giocato (e giochi) un ruolo più significativo di un saltimbanco come Musk, sopraggiunto negli ultimi tempi, che Trump sicuramente trattiene presso di sé per l’immensa ricchezza che il padrone di Tesla possiede. Altro interessante segno del realismo trumpiano. Ovviamente fino a quando reputerà Musk funzionale ai suoi disegni. Perché l’ altra caratteristica del decisionismo di Trump è di liberarsi immediatamente dei collaboratori inutili o scomodi, come del resto capitò a Bannon.

Quali sono i disegni di Trump? Per oggi limitiamoci alla politica estera.

Un passo indietro: la logica di potenza, come volontà di espandersi, senza dover rendere conto a nessuno, è difficile da spiegare, soprattutto nei dettagli, in quanto si articola attraverso mezzi, i più vari, piegati a un fine. Quale? Espandersi. Mezzi che quindi possono cambiare in continuazione.

Comunque sia Trump sta rafforzando le frontiere esterne più immediate (Groenlandia. Canada, eccetera) e i dazi protettivi sono una specie di assaggio dall'alto valore simbolico. Dopo di che girerà in modo definitivo le spalle all’Europa (i dazi, ripetiamo, sono un aperitivo). Uscirà dalla Nato (l’occasione potrebbe essere rappresentata dall’invasione americana della Groenlandia), per puntare su Pacifico e Cina.

Probabilmente Trump (che, nonostante l’età, già pensa a un terzo mandato, quindi otto anni in tutto) lavora  a una manovra a tenaglia che punta a colpire su due fianchi la Cina, in cooperazione con la Russia. La tempistica è difficile da quantificare. Trump, per dirla con Lasswell, è un decisionista “agitatore”, quindi imprevedibile nelle mosse, benché sappia bene ciò che vuole.

Trump, come provano i suoi libri politici, ha sempre considerato la Cina un infido nemico, da ridurre ai miti consigli di un terra di conquista.

Certo, messa così la nostra analisi del decisionismo trumpiano può sembrare roba da Bar Sport… E non a torto: perché definire in anticipo una politica, e per giunta passo dopo passo, può apparire frutto di improvvisazione o nella migliore delle ipotesi di fervida immaginazione. Può darsi. Nessuno è perfetto.

Tuttavia, e al di là dei particolari sui quali si può concordare o meno, riteniamo che gli Stati Uniti a differenza di quel che credono alcuni analisti, puntino a espandersi, non a ritirarsi, e in direzione della Cina.

Concludendo,  c’è poco da ridere. Bisogna prendere Trump sul serio. 

Una risata di sicuro non lo seppellirà.

Carlo Gambescia

giovedì 3 aprile 2025

Dazi. Donald Trump o dell’inesistenza dell’ uomo economico

 


Ieri abbiamo affrontato i dazi dal punto di vista metapolitico, oggi vorremmo discutere la questione sotto l’aspetto economico, in particolare quello dell’ inflazione.

In linea generale l’inflazione non è mai cosa positiva, soprattutto perché all’ incertezza connaturata ai mercati ( come risponderà il consumatore?) aggiunge l’incertezza dei prezzi (di quanto saliranno?). Ovviamente esistono indici e previsioni. Tuttavia, per una legge sociologica, che insegna che se un uomo ritiene un fenomeno reale allora lo diventa per davvero, l’inflazione può autoalimentarsi, per via psicologica, fino a provocare imprevedibili e rilevanti danni socio-economici.

Si pensi a una asticella dei prezzi, come nel salto in lungo, che viene alzata continuamente, senza però avvisare l’atleta produttore-consumatore che si prepara al salto. Non si sa mai cosa si troverà davanti al momento di spiccare il salto. Di qui i crescenti margini di incertezza di cui sopra.

Perciò, come nel caso di Trump, giocare con l’asticella dei prezzi, è un comportamento autodistruttivo. Trump, pur avendo un passato da uomo economico, una specie di Paperon de’ Paperoni, non ha saputo resistire al richiamo forestale della politica, che ha nel protezionismo una specie di antidiluviana clava che spesso i politici si danno sui piedi. Purtroppo, l’istinto politico, se non ben addomesticato, come saggiamente impone la ricetta liberale, finisce sempre per avere la meglio sulla ragione economica.

Perché non si deve mai giocare con l’inflazione? Per la semplice ragione che i dazi sono una tassa e perciò fanno crescere i prezzi. Per capirsi: se si impone una tassa su un bene, da chi verrà pagata? Dal consumatore. Perché il costo del dazio viene scaricato sul consumatore. Se un certo bene costa 20 dollari e su questo bene viene imposto un dazio che, come nel caso delle misure varate da Trump, parte dal 10 per cento (per giungere al 50 per cento), il prezzo finale salirà a 22 dollari (fino a 30 nel caso di dazi al 50 per cento).

Il che implica una inevitabile ascesa dei prezzi che non premia il produttore “nazionale”, che se godrà di un incremento, lo perderà a causa dall’inflazione. Mentre il consumatore sarà costretto ad acquistare prodotti interni comunque costosi, pagando pegno due volte:  sia a causa dell'inflazione, sia per  l' assenza di una concorrenza estera. 

Quanto alla tesi di Trump (“Il mondo ci sfrutta”), rivolta a giustificare i dazi, sorge una seria questione interpretativa. Si rifletta sui seguenti punti: 

1) Se finora alcuni paesi hanno imposto tariffe più alte su determinati prodotti, gli Stati Uniti, a loro volta, hanno applicato dazi elevati su altre specie di beni. Per capirsi se l’Unione Europea ha storicamente imposto dazi più alti su automobili americane, gli USA ne hanno imposti di elevati sui prodotti agricoli europei; 

2) In alcuni paesi come come la Cina si sono applicate tariffe elevate proprio in risposta ai dazi imposti da Trump, come accaduto durante il primo mandato, nel corso della guerra commerciale 2018-2019, con conseguenze negative per tutti; 

3) In base ai dati dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC), le tariffe medie imposte dagli Stati Uniti sui beni importati sono relativamente basse rispetto alla media globale, ma ci sono eccezioni in settori specifici, come ad esempio i prodotti agricoli. Ma anche per acciaio e alluminio. Per dire una banalità, l’odiatissimo Canada imponeva alte tariffe sui latticini americani, ma gli USA, per la serie scagli la prima pietra, facevano la stessa cosa su alcuni prodotti canadesi; 

4) Infine le  nuove  tariffe sono state calcolate in base al modo in cui ogni paese tassa i beni americani. La Casa Bianca ha calcolato quel che altri paesi hanno addebitato sulle merci statunitensi utilizzando non solo  i dazi, ma anche “barriere non monetarie e altre forme di imbroglio”, che in realtà  rinviano a necessari regolamenti  di tipo sanitario o di altro genere, quindi si tratta misure indirette.  E non è corretto da parte di Trump includerle nel computo generale (*).

Si dirà che l'Europa, ad esempio, potrebbe rispondere azzerando i propri  dazi. Diciamo porgendo l'altra guancia. Spingendo così gli Stati Uniti a fare altrettanto. Purtroppo, l'altra guancia - come per l'idea pacifista di abolire la guerra  -  non viene mai porta da tutti e soprattutto alla stessa ora.  La mamma dei prepotenti, come quella degli imbecilli, è sempre incinta.  Insomma,  non c'è alcuna certezza che Trump rinunci a sua  volta a usare la pistola dei dazi.  Chi rinuncia spontaneamente al potere?  In 5000 anni vi ha rinunciato  un solo "Signore" nato a Betlemme.  Quindi si  eviti di dire stupidaggini anarco-libertarie.

Il quadro insomma non è quello della congiura contro gli Stati Uniti, dipinto da Trump. Il magnate drammatizza per implementare una politica protezionistica, frutto venefico di una visione ideologica che sul piano economico ha molti punti in comune con la politica autarchica dei fascismi.

Tutto questo, come detto, farà più male che bene al mercato mondiale, e, cosa più grave, ne farà di più grande ancora all’economia americana, perché penalizzerà soprattutto i consumatori.

Se la cosa non fosse così grave, la politica protezionista di Trump, potrebbe rappresentare un ottimo caso di studio per stabilire una volta per sempre che purtroppo la politica, se si vuole le passioni, hanno sempre la meglio sull’economia, gli interessi.

Come scrivevano ieri, magari esistesse veramente l’Homo oeconomicus, il mondo funzionerebbe come un orologio.

Ma non è così.

Carlo Gambescia 

 

(*) Sul punto specifico qui: https://www.investopedia.com/how-much-reciprocal-tariff-will-be-for-each-country-trump-trade-11708072?utm_source=chatgpt.com

mercoledì 2 aprile 2025

Dazi. L’altra faccia della guerra

 


Cosa pensano i pacifisti dei dazi? Per ora tacciono. Eppure i famigerati dazi di Trump, annunciati per oggi, sono l’altra faccia della guerra. Dimenticavamo, adesso si parla di “tariffe”. Ma se non è zuppa è pan bagnato.

Il giro del nostro ragionamento è lungo. Ma merita.

Intanto va sottolineato che negli ultimi ottant’anni, dopo trent’anni di guerre e frontiere chiuse, si è fatto il possibile, riuscendovi in larga parte, per favorire la libera circolazione di uomini e merci. Fino all’inizio degli anni Dieci del nostro secolo, grazie all’illuminato pensiero di Obama, si è perseguita la grande idea di creare un’area di libero scambio, transatlantica, tra Europa e Stati Uniti (*).

Dopo di che, con il primo mandato di Trump e i tentennamenti di Biden, l’idea è finita in soffitta. Di più: il magnate americano, una volta tornato al potere, ha addirittura dichiarato guerra economica all’Europa.

E qui veniamo a un punto particolarmente interessante, spesso ignorato: il protezionismo non è l’altra faccia del capitalismo, ma il suo nemico principale. Il protezionismo, come vedremo, è l’altra faccia della guerra.

Intanto va sottolineato un aspetto importante. Che dal punto di vista della mentalità culturale la chiusura delle frontiere, o comunque la limitazione delle merci estere, elimina il rischio imprenditoriale che è fonte di profitti.

Cioè parliamo di un rischio capace di generare un flusso di redditi che – lo ammettiamo – può essere incostante. Però senza profitti, se si vuole senza alti e bassi, il capitalismo vegeta, protetto in una specie di serra calda ma dall’aria viziata.

Il capitalismo si fa parassitario perché si lega alle rendite, cioè a un flusso di reddito costante, assicurato però da prezzi artificialmente tenuti alti dalle barriere economiche all’ingresso. Di conseguenza, a perdere la “guerra” economica è il consumatore penalizzato da prezzi più alti per acquistare beni di mediocre qualità, perchè non c’è reale concorrenza economica. A vincere invece sono i produttori nazionali protetti dallo stato, che, al riparo dalle merci straniere, non rischiano assolutamente nulla.

Ci limitiamo, tra i tanti, solo a questi due aspetti economici perché quel che desideriamo sottolineare è il cambio di mentalità culturale legato alla sostituzione dell’imprenditore che rischia con l’ imprenditore parassita.

Sembra incredibile. Si scatena una guerra economica, frutto di un meccanismo a spirale (ai dazi si risponde con altri dazi e così via), che non aumenta la qualità della vita. Anzi la peggiora. Il colmo dell’imbecillità.

Un meccanismo che come prova la storia della prima metà del Novecento favorisce conflitti e guerre. Si badi bene: dietro il protezionismo si nasconde il nazionalismo: il pessimo e stupido gusto di piantare bandierine, a prescindere dal ritorno economico. Cosa molto diversa dall’ottocentesco spirito di nazionalità, oggi difeso in Ucraina dagli artigli dell’imperialismo russo in antieconomico stile  "Terza Roma". Che dire? Magari esistesse veramente il cosiddetto Homo oeconomicus.

La questione dell’imperialismo riporta alla domanda iniziale. Per quale ragione i pacifisti non protestano contro la guerra economica? Perché di regola sono anticapitalisti, in blocco diciamo, e non distinguono tra capitalismo buono (profitti) e capitalismo cattivo (rendite). E soprattutto non intuiscono il nesso tra capitalismo cattivo e guerre. Detto altrimenti: il famigerato imperialismo che avvelenò la vita politica internazionale dalla fine dell’Ottocento fu il prodotto di un velenoso combinato disposto tra nazionalismo e protezionismo.

Il pacifista è contro le guerre ma anche contro il capitalismo, che condanna in blocco come guerrafondaio e imperialista. Il che però spiega l’incongruenza, tipica di certo pacifismo, soprattutto di sinistra (ma anche "rossobruno"), che definisce Trump un liberista selvaggio, glissando, più o meno consapevolmente, sul suo protezionismo.

Trump, in realtà, per parafrasare una vecchia formula marxista, è per il liberismo in un solo paese. Nel senso che, senza tanti complimenti, mette insieme tre fattori: capitalismo parassitario, meno stato all’interno e più stato all’esterno.

Di conseguenza il capitalismo trumpiano è un capitalismo assistito che vuole vivere di rendita e che teme il confronto esterno su un piano di parità, tipico invece del libero scambio. Ma non teme, visto che ne ha i mezzi, il confronto sul piano militare. Trump non dichiara forse ai quattro venti di essere sempre "pronto a  tutto"?  

E qui torniamo al disgraziato imperialismo di fine Ottocento: un venefico mix di nazionalismo e protezionismo che portò a due guerre rovinose.

Dopo di che, come detto, tornarono la pace e il capitalismo del rischio e dei profitti. Per ottant’anni.

E ora un imbecille, votato da altri imbecilli, che ne pagheranno le conseguenze, vuole ricominciare da capo.

Così è.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2014/05/il-libro-della-settimana-italico.html .

martedì 1 aprile 2025

Trump e Le Pen. La neolingua della destra

 


L’impressione è che non ci sia più nulla da fare. La destra dilaga. Erompe nei cervelli. La neolingua, per dirla con Orwell, è un fiume in piena.

Esageriamo? Si rifletta.

Come non essere pessimisti quando negli Stati Uniti il giorno dell’introduzione dei famigerati dazi viene celebrato da Trump come “Giorno della liberazione”? Quando invece è cosa acclarata, almeno da alcuni secoli, che il protezionismo ingabbia e impoverisce i popoli? E nessuno contesta? O comunque non fino a punto di denunciare Trump come una specie di Grande Fratello orwelliano? (*) .

Come non essere pessimisti quando la sacrosanta condanna per appropriazione indebita di Marine Le Pen viene dipinta come un complotto? (*). E rischia di tramutarsi in una specie di medaglia da appuntarsi sul petto? Perché nessuno ha il coraggio di dire che è pienamente meritata? O peggio ancora si beatifica Marine Le Pen, quasi una nuova Giovanna D’Arco, secondo il dettato di una neolingua morale dal sapore orwelliano?

E potremmo continuare a lungo. Perché, come in 1984, nel corrotto neo-mondo della destra «La guerra è pace», «La libertà è schiavitù», «L’ignoranza è forza»…

Quando l’indistinzione tra verità e menzogna, come insegna la Arendt, e prima di lei George Orwell, diventa la regola, opporsi ai mentitori sistematici diventa difficile se non impossibile.

Dal punto di vista metapolitico della transizione da un regime politico all’altro ci troviamo nel preciso momento in cui la neolingua della destra si va consolidando, grazie a una propaganda che fa presa su un elettorato, impoverito mentalmente dai social e dal declino della cultura del libro. Parliamo di individui che a fatica riescono a concentrarsi per più di un minuto su un concetto o un’idea.

Se ci si passa la battuta, forse poco in sintonia con la gravità della situazione, viviamo nel tempo del cretino dalla risposta veloce.

Del resto come spiegare che una destra, dal torbido passato politico, come in Italia, Francia, Germania, mente sapendo di mentire? Si gioca sul risentimento, sull’odio politico, sul colpo su colpo, sul tanto peggio tanto meglio. Non si assisteva a uno spettacolo del genere dagli anni Venti e Trenta del Novecento: gli anni della guerra civile europea per dirla con Nolte.

Ieri, proprio qui a Roma, un incendio ha distrutto 17 veicoli Tesla presso una concessionaria. Elon Musk ha subito dipinto l’incidente come un atto di terrorismo. Il fatto, a dire il vero, si inserisce in un contesto più largo di atti vandalici e incendi contro Tesla in Europa e negli Stati Uniti.

Però, ecco il punto, si glissa sul pubblico sostegno di Musk ai movimenti politici razzisti, all’ uso di un linguaggio violento, addirittura al saluto fascista, che però, come si legge, non sarebbe tale, perché il mignolino della mano di Musk era rivolto verso il basso… Ridicolo, eppure…

Cioè qual è la questione? Che questa destra, che si dice perseguitata quando invece ad esempio  è al potere negli Stati Uniti e in Italia, riesce a tirare fuori il peggio dagli avversari, alimentando, la destra per prima, una spirale di odio che distrugge il discorso pubblico liberale. Detta alla buona: hanno cominciato “loro”. E chi semina vento raccoglie tempesta.

Il problema però è che la tempesta porta voti. Come contrastare questa destra, che per dirla alla buona, lancia il sasso per nascondere subito la mano? In Italia ne sappiamo qualcosa, perché Giorgia Meloni conosce questa tecnica a memoria. Si atteggia a vittima, poi però gli avversari politici sono spiati dai servizi segreti (***).

Non è facile, forse addirittura impossibile, replicare al subdolo vittimismo politico, perché, l’argomento liberal-democratico, ad esempio la libertà di pensiero, viene usato contro la liberal-democrazia. Cioè lo si impiega per demolirla. Perché, come prova quando sta accadendo negli Stati Uniti, la liberal-democrazia è sotto attacco. La si vuole smantellare. Il fiume in piena di una neoverità politica tentata dal fascismo sta travolgendo ogni cosa.

Ecco perché la condanna di Marine Le Pen, nemica della democrazia, viene dipinta dalla neolingua come un attentato alla democrazia. E purtroppo, come dicevamo,  un elettore che non riesce a concentrarsi per più di un minuto vi crede.

Una tragedia politica. Anzi metapolitica.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://edition.cnn.com/2025/03/31/business/liberation-day-announcement-trump/index.html .

(**) Qui: https://www.lefigaro.fr/actualite-france/proces-du-fn-marine-le-pen-condamnee-a-une-peine-d-ineligibilite-avec-execution-immediate-20250331 .

(***) Qui: https://www.lastampa.it/politica/2025/03/20/news/il_report_su_paragon_in_italia_si_spiano_i_nemici_del_governo-15062223/ .

lunedì 31 marzo 2025

Riarmo. L’Europa deve fare da sola. E in fretta

 


Diceva Julien Freund che nelle alleanze il nemico è sempre indicato dall’alleato più forte. Il che spiega perché questa mattina i titoli dei giornali, non solo italiani, sono appesi al filo, per così dire, del “sono molto arrabbiato con Putin” di Trump.

Si spera che il magnate, che usa comportarsi come un gangster politico, torni fra noi e ci difenda da Mosca. Che invece, per dirne una, non perde di tempo: è di ieri la “visita” di un drone russo sul Lago Maggiore, sede di un centro hight tech, in previsione di futuri scenari di guerra: leggasi, bombardamenti a tappeto.

Quest’ultima notizia è stata prontamente occultata nelle sue catastrofiche conseguenze militari a quel 94 per cento di italiani che, come riferisce un sondaggio, non vuol sentir parlare di guerra. Si demanda agli Stati Uniti. Molto più comodo. Ieri sera la tv di stato ha spiegato che si tratta di normalissimo spionaggio industriale. Cose che capitano. Magari.

Invece Trump, sì che farà da solo. Non ha alcuna voglia di indicare il nemico all’Europa e all’Italia perché già si ritiene fuori dalla Nato. Ha altri impegni e motivazioni. Deve concentrarsi militarmente sulla Groenlandia. Un’operazione militare che una volta condotta a termine sarà presentata al  suo paranoico  elettorato come un grande successo Maga. Dopo di che toccherà al Canada.

Tra l’altro, come da noi previsto, Trump ha iniziato a parlare di un terzo mandato (*). Non si sorrida ma i repubblicani Stati Uniti rischiano l’ascesa di una monarchia dinastica in scala Trump. E di un conseguente sommovimento generale non meno serio di quello che portò alla guerra di secessione. Ma di questo parleremo un’altra volta.

Pertanto, dazi o meno (poi, perché parlare di dazi, quando basterebbe appesantire le vigenti sanzioni economiche ?), Trump troverà un accordo con Putin sulla pelle dell’Ucraina. Ripetiamo, i suoi obiettivi immediati sono altri. Ne possiamo individuare almeno due: a) rafforzamendo dei confini per il momento a Nord (Canada e Groenlandia); b) progressiva instaurazione di un’ egemonia politica, economica e militare, in associazione con Israele e monarchia Saudita, sul Medio Oriente. Prossimo obiettivo: Iran.

Il simile va al simile. Dispiace dirlo ma l’Israele di Netanyahu, ora collocato all'estrema destra e dal bombardamento facile, sembra aver trovato negli Stati Uniti di Trump, altrettanto estremisti e dalla pistola  facile, il gemello separato alla nascita.

L’Europa, non è nei programmi di Trump. È sola. Di qui la necessità di quel rafforzamento militare, indispensabile, per evitare di finire nelle fauci della Russia. Espertissina in strategie di logoramento e di guerre convenzionali (al di là della minacce, puramente teoriche, sull'uso di armamenti non convenzionali). Per inciso, intorno ai caduti in Russia si erge un apparato simbolico-assistenziale di un'importanza pari a quello nazista e fascista. Sicché le famiglie dei caduti si stringono ancora di più intorno al regime.

La Russia è  animata da una specie di brutale protervia. I suoi obiettivi principali,  dopo aver recuperato l’Ucraina, restano, di passo ferrato in passo ferrato, Baltico, Adriatico e tutto ciò che potrà prendersi. Sotto questo aspetto vediamo possibili frizioni con Trump sull’Iran. Ma non è detto.

In questo contesto gli unici a vedere lungo sono Starmer e Macron. E forse i tedeschi, nonché tutti gli stati come Svezia, Finlandia, Polonia, Romania a portata di artiglio russo. Costretti a fare di necessità virtù.

Chi non ama la pace? Il riarmo significa fare di necessità virtù: lo si spieghi a quel 94 per certo. Capiranno? Ne dubitiamo. Però un giorno ringrazieranno.

Quanto alla questione cinese, l’Europa libera deve contare non tanto sull’alleanza con Pechino , quanto sulla storica diffidenza cinese verso le potenze straniere fattore centrifugo nella storia moderna cinese. Di più non può pretendere.

Del resto non potendo impegnarsi su due fronti, proprio per favorire la sua stabilità centripeta, la Cina continuerà a non sbilanciarsi. Il che è bene per l’Europa. Tuttavia la neutralità, cinese (con qualche aiuto sotto banco alla Russia), rischia di favorire l’allargamento di Mosca verso Occidente. Il che è male.

Quale può essere la risposta europea al neutralismo cinese? Una sola: riarmarsi.

Infine le destre nazionaliste che evocano la pace e deridono Macron, Starmer e l’Europa del “vorrei ma non posso” hanno un brutto precedente. Si comportano – quando si dice il caso – come i “collabo”, non solo francesi, che da ultranazionalisti si tramutarono in viscidi servitori di Hitler. Con una differenza che a Trump dell’Europa non importa nulla. Pertanto Fratelli d’Italia rischia di trasformarsi in Fratelli di Russia.

L’Europa deve fare da sola. Ne ha la forza economica. E in fretta.

Un’ ultima cosa, un’ anima bella si interrogava su come spiegare oggi a un ragazzo di vent’anni, cresciuto a pane e pacifismo, che qualche volta si deve fare la guerra.

La domanda è posta in modo sbagliato. Perché qui non si tratta di spiegare ma di sopravvivere.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2025/03/trump-e-i-nazisti-dellillinois.html. E qui: https://edition.cnn.com/2025/03/30/politics/trump-third-term-methods/index.html .

domenica 30 marzo 2025

“L’unità dell’Occidente” secondo Giorgia Meloni

 


Come battutista Giorgia Meloni è brava. Però al tempo stesso è abilissima nell’alterare il significato delle parole. Anche qui è prima della classe.

Due esempi, proprio di ieri.

La battuta. La sinistra auspica “che l’Europa diventi una grande comunità hippie demilitarizzata che spera nella buona fede delle altre potenze straniere”.

Alterazione di significato. “Qualcuno ha detto ‘è scandaloso’, che voglio stare con Trump. Non so cosa abbiano letto ma io ho detto una cosa diversa, che sto sempre con l’Italia, che sta con l’Europa, e che il ruolo dell’Italia deve essere quello di lavorare per rafforzare e difendere l’unità dell’Occidente, un bene molto prezioso” (*).

Uno. Che la sinistra pacifista proietti i suoi desideri su una realtà che è tutto eccetto che pacifista è verissimo. La battuta coglie nel segno. La sinistra è così. Non tutta magari. Diciamo in larga parte.

Due, e qui Giorgia Meloni mistifica. L’ idea di Occidente di Trump non è quella di Truman, Eisenhower, Kennedy, Johnson, Nixon, Ford, Carter, Reagan, i due Bush, Clinton, Obama, Biden. Attenzione, presi in blocco. C'è la svolta.

Infatti per  Trump non esiste alcun Occidente, né come comunità liberale e inclusiva, né come comunità transatlantica, e neppure come comunità d'affari. Trump vede solo nemici  e sottoposti.  Va addirittura oltre il tradizionale isolazionismo. Rispetta, se gli conviene, solo le canaglie come lui (trattamento Musk docet). Chi non obbedisce ai suoi ordini non è degno neppure di essere ricevuto e ascoltato ( trattamento  Zelensky docet).  Pertanto dichiarare di voler rafforzare l’Occidente lavorando con Trump è come dichiarare di voler lavorare con Hitler per combattere l’antisemitismo.

Ma “quale bene prezioso”… Il “nome”, Occidente, è quello, ma la “cosa”, calpestata da Trump, è un’altra. In questo modo però Giorgia Meloni può allinearsi, zitta zitta per così dire, alla brutale politica di Trump: una specie di boss, tra il politico e il criminale, che capisce solo l’uso della forza e dei “contratti” con la pistola puntata alla testa, tipo “proposta” che non si può rifutare.

Giorgia Meloni mistifica e in modo sfrontato. Eppure le credono. A cominciare dalla Von der Leyen. Che, in questo modo, spera di poter cooptare la Meloni nel risiko politico europeo. Un gioco di società in cui il vecchio centro del partito popolare si prepara ad aprire alla destra, ma non in tutte le sue espressioni. Si vuole “usare” Fratelli d’Italia, e di rimbalzo ECR, come scudo per contenere la destra più pericolosa, si dice, dei “Patrioti per l’Europa”. In realtà l’unica reale differenza tra Matteo Salvini e Giorgia Meloni è il quoziente di intelligenza: decisamente più alto quello della leader di Fratelli d’Italia.

Il vero problema è l’assegno in bianco politico emesso in suo favore. I moderati, o presunti tali (si pensi alla malinconica ma meritata fine di Forza Italia), anche questa volta sono caduti nell’inganno di poter recuperare al sistema liberale destre, come quella meloniana, che liberali non sono
 

In Italia c’è addirittura chi confida nella capacità melonina, largamente sopravvalutata, di ammansire Trump.

Ci si fida di una mistificatrice politica. Grave errore. Che può costare carissimo all’Italia e all’Europa. Perché Trump, per carattere (brutale e prepotente), temperamento (agitatorio), forza (militare e politica), ascolta solo se stesso. Il potere di Giorgia Meloni è pari a zero. 

Al massimo può fare la figura del classico parente povero, invitato, per errore,  alla festa organizzata dal parente ricco: si guarda intorno, ride continuamente, dice sempre di sì, felice del suo mezzo minuto di gloria alla tavola dei ricchi. Per una serie, non televisiva, che però i fascisti italiani da perfette canaglie conoscono molto bene, “Deboli con i forti, forti con i deboli”. Quindi meglio stare con i più forti. Per comandare almeno un po'.

Chi non ricorda il  "Che alleato forte ci siamo  scelti", a proposito di Hitler, del marito fascista della Loren, in "Una giornata particolare"?  Non sono mai cambiati.

In questi giorni si cita molto Hannah Arendt, grandissima pensatrice, che ogni tanto si tira fuori dalla naftalina dell’accademia. L’ultima volta quando impazzava Berlusconi. La si cita anche giustamente a proposito del rapporto tra verità e menzogna. Soprattutto in relazione alla politica gridata delle fake news. La Arendt, scomparsa nel 1975, sostiene che un popolo che confonde verità e menzogna, rischia la libertà. Scorge un processo di progressivo estraniamento dell’individuo da se stesso e dalla realtà che può condurre addirittura al totalitarismo.

Se le cose stanno così, diciamo pure che Giorgia Meloni non aiuta.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://www.adnkronos.com/politica/meloni-congresso-azione-calenda-difesa-ue-dazi-cosa-ha-detto_3X8E8s20hual3tJSdBgVmB .

sabato 29 marzo 2025

Europa e guerra per trascinamento

 


Al di là della tragicommedia sulla giusta pace in Ucraina, Putin e Trump stanno decidendo da soli e sulla pelle di Kiev. Stiano pure tranquilli i pacifisti europei, rosso-bruni, rossi, rosa e quant’altro, Zelensky ha i mesi contati. L’ordine regnerà a Kiev, come nella Varsavia del 1831 normalizzata dalla truppe dello Zar Nicola I. Dopo due secoli, chi ricorda, polacchi a parte, il nome di Piotr Wysocki, l’ufficiale che guidò la rivolta?

Anche l’ Ucraina rischia fortemente di essere smembrata e ricondotta sotto il controllo russo. Il valoroso Zelensky, come tutti i nemici dell’autocrazia russa rischia di fare una brutta fine. E così finire nel dimenticatoio della storia. Ovviamente non dei cuori ucraini.

Purtroppo la democrazia liberale, pacifica per sua natura, conosce solo le guerre per trascinamento. Che in Europa chiamano sempre in causa la Russia.

Si può risalire fino alla Guerra di Crimea (1853-1856). Dove al posto dell’Ucraina c’era il grande malato, il morente Impero ottomano, che faceva gola allo Zar. Di qui, per trascinamento, una coalizione, con a capo la superpotenza liberal-democratica dell’epoca, la Gran Bretagna, per impedire l’espansione dell' autocrazia russa verso il Mediterraneo. E i russi furono respinti.

Prima e Seconda guerra mondiale furono una replica metapolitica della guerra  di Crimea. Anch’esse frutto di trascinamento.

Il quadro è sempre lo stesso: la Russia che cerca di espandersi e le liberal-democrazie (Francia e Gran Bretagna, Italia, presente con il Piemonte anche in Crimea) che si fanno trascinare in guerra.

La Prima nasce dal conflitto sulla Serbia tra autocrazie (Austria, Germania, Russia ). La Seconda da quello tra totalitarismi, prima alleati (patto nazi-sovietico), poi nemici (invasione hitleriana della Russia).

In qualche misura il tentativo di Macron e Starmer si riallaccia a questa tradizione di contenimento dell’espansionismo russo. Di guerra, proprio quando non se può fare a meno.

Ma questa volta, purtroppo, gli Stati Uniti, sembrano schierati dalla parte dei russi, e fino in fondo. L’Italia per la seconda volta, sembra voler stare dalla parte dei cattivi (la prima fu con Mussolini).

La “Guerra Fredda”? Per Trump fu incidente di percorso. Kennedy che sui missili a Cuba si oppose con decisione a Mosca? Uno stupido idealista. Un inciso, se Biden, che comunque ha fatto del suo meglio, fosse stato con Putin irremovibile come Kennedy con Kruscev adesso non saremmo a questo punto.

Soprattutto ora che Washington, tradendo i principi della sua Costituzione, sembra condividere gli stessi ideali autocratici di Mosca. Come pure  una visione della politica estera fondata su un realismo politico criminogeno, pronto ad approfittare, godendone, dei vicini più deboli.

Per capirsi: Ucraina e Paesi baltici sono il corrispettivo di Canada e Groenlandia. Del resto il “compare” Putin ha dichiarato di non nutrire alcun interesse verso Groenlandia. Dopo di che ha subito accusato l’Europa di nutrire propositi egoistici… Anche qui in perfetto allineamento con il “compare” Trump.

Dicevamo guerra per trascinamento. Cioè guerra per costrizione, nel senso che si fa quando non se può fare a meno.

La crisi decisiva della prossima guerra per trascinamento può essere causata dall’annessione della Groenlandia. Altro piccolo inciso: Con la derisa Kamala Harris alla Casa Bianca non saremmo qui a discorrere di queste cose.

Annessione che inevitabilmente porterà al grave inasprimento dei rapporti Europa-Stati Uniti. Diciamo pure rottura completa. A tal punto che Washington per ritorsione potrebbero uscire dalla Nato. Dopo di che l’Europa rischia di ritrovarsi, e da sola, a fronteggiare una Russia, che dopo aver “pacificato” l’Ucraina, avrebbe la mani libere sull’ Europa orientale, costringendo l’Europa occidentale a difendersi, anche questa volta, per trascinamento.

Infine due cose.

La prima. Riteniamo che Trump aggredirà la Groenlandia dopo aver lasciato mani libere alla Russia in Ucraina e nell’Est. Anche il Canada è a rischio invasione, probabilmente dopo la conquista della Groenlandia.

La seconda. Sul piano militare, per ora, L’Europa non può assolutamente contare sull’aiuto della Cina che, per dirla con Churchill, politicamente parlando, è un rebus che sta dentro un enigma. A sua volta, ammesso e non concesso che esista, il progetto di Trump sulla Cina, al di là delle polemiche sui dazi e Panama, sembra altrettanto indecifrabile. Probabilmente, come impone, ogni buon disegno strategico, Trump prima punterà a fare pulizia in casa (Canada e Groenlandia), per poi occuparsi della corte esterna (Cina).

Tutto è perduto allora? Un volta preso atto del concetto di guerra per trascinamento, si apre la questione del quadro temporale. In poche parole quanto tempo resta all’Europa prima del “trascinamento”. Quanto possono ancora durare le pseudo-trattative di pace? E la “pazienza” di Trump verso la Groenlandia e il Canada?

Difficile dire. Proprio per questo l’Europa e gli stati decisi a battersi per la propria libertà dovrebbero, senza perdere un attimo, riarmarsi fino ai denti, spaziando dal convenzionale al non convenzionale.

Del resto Trump e Putin capiscono solo la forza. Probabilmente di tempo ne resta poco. Forse qualche mese, un anno, due… E riarmarsi non è uno scherzo. Si consideri anche l’appoggio politico di cui godono in Europa Trump e Putin. Giorgia Meloni è l’esempio più eclatante.

Un inciso: sembra ripetersi la tragedia dei fascisti ultranazionalisti finiti in livrea tra gli artigli di Hitler.

Un’ultima osservazione, diciamo antipatica:  guerra per trascinamento non significa vittoria in automatico. Gli americani, miracoli a parte, questa volta, come detto, sono dalla parte dei cattivi.  L’Europa è sola.

Carlo Gambescia

venerdì 28 marzo 2025

Kristi Noem e l’apologia della brutalità

 


La foto di Kristi Noem, Segretario per la Sicurezza degli Stati Uniti, scattata dinanzi a uomini seminudi, rinchiusi in gabbia, è rivoltante. A prescindere da qualsiasi colpa o reato loro addebitato. Siamo all’apologia della brutalità.

Perfino i nazisti erano più riguardosi: cercavano di far sparire corpi e tracce. Qui invece ci ritroviamo sotto gli occhi i nazisti dell’Illinois che dicono e fanno cose orribili. Una normalissima propaganda alla luce del sole. Che c’è di male?

Sfrontati. Perciò non si rida della definizione, tra l’altro tratta da un grandissimo film liberale: “The Blue Brothers”. Grande lezione: “Everybody needs somebody”…I need you you you/I need you you you/I need you you you”.

Quel che invece stiamo vivendo non è un film. Dietro questo comportamento a dir poco ripugnante c’è la iattanza del cowboy per la causa sbagliata ovviamente. O meglio ancora del pistolero, del gangster, del mafioso con il mitra a tamburo. Per inciso Kristi Noem è un’appassionata di armi da fuoco e dei modi sbrigativi per liberarsi degli animali domestici. E come sembra anche degli esseri umani. Però è contraria all’aborto…

Qui il lato oscuro del trumpismo, irrazionale fino all’indicibile, al quale noi “normali” e "razionali"  rifiutiamo di credere. Sicché parliamo di incubo.

Ripetiamo, non è un film, non è incubo, ma una corposa realtà che ha preso forma sotto i nostri occhi. E il peggio deve ancora venire.

In un momento così buio, vale perciò la pena di rileggere l’incipit della Dichiarazione d’Indipendenza americana. Può essere una buona guida per capire quel che sta accadendo.

Quando, nel corso degli eventi umani, diviene necessario per un popolo rescindere i legami politici che lo legavano ad un altro, ed assumere tra le Potenze della Terra la posizione separata ed eguale alla quale le Leggi della Natura e del Dio della Natura gli danno titolo, un giusto rispetto delle opinioni dell’Umanità richiede che essi manifestino le cause che li costringono alla separazione.
Noi riteniamo per certo che queste verità siano di per se stesse evidenti: che tutti gli uomini sono creati eguali, che essi sono dotati dal loro Creatore di certi Diritti inalienabili, che tra questi vi siano la Vita, la Libertà ed il Perseguimento della Felicità. Che per assicurare questi diritti sono istituiti tra gli Uomini i Governi, i quali derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati. Che quando un qualsiasi Sistema di Governo diventa distruttivo di questi fini, è Diritto del Popolo di alterarlo o di abolirlo e di istituire un nuovo Governo, ponendone il fondamento su questi princìpi ed organizzandone i poteri in una forma tale che gli sembri la più adeguata per garantire la propria sicurezza e la propria Felicità
”.

Un testo così potente merita due riflessioni.

La prima, più generale, riguarda l’Europa.

Macron e Starmer, per primi, hanno compreso, seppure imperfettamente, che l’Europa, la parte europea dell’Occidente, sta attraversando un momento del genere, come quello che portò alla Dichiarazione dei diritti. E agiscono di conseguenza.

Che questo recuperato spirito di indipendenza possa poi salvare l’Europa e l’Ucraina dall’abbraccio mortale, e ferrato, della Russia è altra cosa. Dipenderà da quanto faremo sul serio. E sul campo.

Però il sussulto di dignità, ieri a Parigi, piace agli esseri liberi e forti.

In realtà, pochi, molto pochi, colti quel che serve, con formazione sanamente elitaria e liberale, molti nei posti di comando, e per giusti meriti, a Bruxelles e nei rispettivi paesi: Francia, Regno Unito, Germania. Mai fare di tutta l’erba un fascio. Perché si rischia di fare il gioco dei populisti di destra e di sinistra.

Uomini e donne che a dire il vero faticano a parlare di guerra a un popolo europeo impaurito, angosciato, timoroso di tutto: folle solitarie di perfetti individualisti protetti disposti a rinunciare alla libertà pur di vivere in pace.

Purtroppo il potere di Giorgia Meloni, di Donald Trump e degli altri leader della destra mondiale si regge su questo pacifismo da disperati della vita. Salvo poi indirizzare gli istinti animali della destra, e delle folle, contro i nemici assoluti: la sinistra, i migranti, i giudici, gli intellettuali, i diversi e gli alieni di qualsiasi specie.

Insomma, opporsi alla svergognata America di Donald Trump, alla subdola melina di Giorgia Meloni, ai crimini di guerra di Putin significa capire che è giunto il momento di recuperare il senso profondo della Dichiarazione d’Indipendenza. Visto che Trump, in combutta, con Putin, non lo difende affatto.

Di qui la seconda riflessione. Che riguarda gli Stati Uniti.

Cogliere il senso autentico della Dichiarazione d’Indipendenza significa difendere il filone liberale e razionale della storia americana, quello che ha condotto gli Stati Uniti a impegnarsi per la libertà dell’Occidente e del mondo, per ben due volte, dalla tracotante offensiva del filone paranoico, irrazionale, complottista, isolazionista, brutale, oggi rappresentato dal trumpismo, che vede  Kristi Noem inneggiare in modo sfrontato alla brutalità.

Una donna, o meglio un essere umano che si fa ritrarre, come una specie di kapò nazista, dinanzi ad altri esseri umani,  rinchiusi in gabbia ai quali sono negati, a prescindere, quei “Diritti inalienabili” alla “Vita”, alla “Libertà”, al “Perseguimento della Felicità”. 

E per quale ragione?   Perché  non sono americani... O peggio ancora non più americani, grazie a qualche cavillo. Infine ammessa e non concessa la loro colpevolezza non si tratta così un essere umano. Addirittura godendone…

Probabilmente gli Stati Uniti stanno attraversando, a far tempo della Guerra di Secessione, il momento più complicato della loro storia. Più a rischio diciamo.

Sembra che per un misterioso sistema di ostili congiunzioni politiche, non ultima la rivincita dell’America irrazionale sull’ America razionale, spetti ora all’ Europa, ovviamente quella liberale, il compito di raccogliere la bandiera della libertà a stelle e strisce ricoperta da un fitto strato di “fango et di loto” trumpiano, per dirla con Machiavelli.

Siamo retorici? Esageriamo? Scorgiamo un pericolo che non esiste? 

Cari amici lettori, “quando nel corso di eventi umani sorge la necessità…".

Carlo Gambescia

giovedì 27 marzo 2025

In difesa di Romano Prodi

 


Su una cosa Prodi ha sempre mentito…  Probabilmente per umiltà cognitiva e personale.  Quale? Di essere un puro e semplice professore, insomma solo un tecnico che non amava e non ama fare  politica.

In realtà Prodi è il gigante che inventando l’Ulivo, come alleanza tra il Centro e la Sinistra, ha impedito, o quantomeno contrastato e diluito, la trasformazione dell’Italia in una repubblica populista e autoritaria. Proprio ciò che è oggi.

Purtroppo il professore mai amato dai social, che come ora si scopre sono da almeno un decennio negli artigli di un destra neofascista, ignorante e faziosa, viene dipinto come un mostro. 

Da ultima la grancassa del blocco giornalistico di destra lo liquida  come una specie di Jack lo Squartatore.

Perché? Per aver sfiorato i capelli di una giornalista di destra, politicamente analfabeta e fiera della sua ignoranza. Neppure in grado di formulare una domanda in modo corretto. Regola numero  1 della professione.

Non si dimentichi infatti la vergognosa manipolazione del passo citato del Manifesto di Ventotene per liquidare come comunisti Spinelli, Rossi e Colorni (*).  

“Tirata di capelli”?  E sia. Però a dirla tutta la manipolatrice, con quel piglio da asino sapiente,  si meritava due sonori schiaffoni. Dopo di che, dietro la lavagna. E invece viene dipinta come un'eroina. E non solo dalla destra. Prodi non piace neppure  a sinistra.

Perché?  In realtà Prodi resta uno dei più rigorosi politici italiani sul piano della spesa pubblica, delle privatizzazioni, della moneta unica. L’europeismo di Prodi è tuttora a prova di bomba.

Inoltre, nonostante la cagnara  scatenata periodicamente dalla stampa di destra, assecondata dai social, Prodi non ha riportato una, dicasi una, condanna.
 

Perché tutto quest’ odio? Evidentemente, nonostante l’età, si temono le grandi capacità politiche di Prodi, come pure la sua profonda conoscenza delle questioni tecniche.

Si faccia mente locale su un punto fondamentale: i governi Prodi sono caduti ad opera del cosiddetto partito della spesa pubblica (solo tre nomi di spicco: D’Alema, Bertinotti, Mastella ).

In Italia, i governi Prodi, hanno fatto quello che il centro-destra si è sempre rifiutato di fare, da Silvio Berlusconi a Giorgia Meloni: l’oculata gestione della spesa pubblica. 

Per inciso, non si dimentichi mai che Prodi fu nominato all’Iri da Giovanni Spadolini, rigorista sui bilanci, nonostante l’opposizione di Craxi, il mago dei titoli di stato a pioggia

Prodi invece, già negli anni Ottanta, privatizzò, facendosi nemico il partito dei finanziamenti pubblici a fondo perduto.

Solo grazie a una rigorosa politica di bilancio, condotta negli anni precedenti, prima da Dini poi da Prodi, e sebbene di malavoglia anche da una parte del centro-destra, l’Italia ha potuto puntare nel 2002, su una moneta unica forte, l’euro.

Scelta tuttora contestata, proprio dal partito della spesa pubblica, da Conte a Salvini, quello del voto di scambio, dei finanziamenti a pioggia, che tuttora rimpiange l’epoca delle svalutazioni competitive della lira e dell’inflazione a due cifre. Quando i risparmi degli italiani erano divorati dal crollo del potere d’acquisto, e solo per favorire gli esportatori, innescando una dinamica poco virtuosa perché non compensata dai prezzi stellari della importazioni. Insomma una bilancia commerciale da paese sottosviluppato.

Non solo oggi il potere d’acquisto dell’euro è nominalmente superiore a quello della lira. Ma anche quello reale è cresciuto, dal momento che la moneta unica ha portato maggiore stabilità economica e minore inflazione.

Negli anni Duemila grazie all’Euro Italia e Europa non sono sprofondate nell’inflazione galoppante da svalutazione competitiva, tipo anni settanta. Inflazione, come detto, che l’Italia dell’epoca tentò di contrastare con la pallottola spuntata della lira.

Si badi bene: l’odio di Trump verso l’Europa nasce proprio dalla forza dell’euro, in grado di mettere in difficoltà il dollaro. E di questo dobbiamo essere grati a Prodi.

Invece di ammirare la sua passione politica, che lo spinge a ottantacinque anni a mettersi in gioco, lo si denigra, attaccandolo alla prima occasione.

Di Prodi abbiamo un ricordo personale. Quando, Presidente del Consiglio, senza scorta, partecipò ai funerali religiosi di una “pia signora”, comune amica o sua conoscente. “Mortadella”, secondo l’etichetta affibbiatagli dalla destra, si comportò con la semplicità e la bontà della mortadella. Una brava persona.

Non il solito politico che finge di fare la brava persona, come Berlusconi e Giorgia Meloni. Per poi fregarti. Prodi nella sua carriera politica le pugnalate alla schiena le ha ricevute. Non le ha date.

Bisogna  essere veramente dei mascalzoni per dipingerlo a tinte fosche.

Grazie di tutto professore. Non potevano non scrivere queste poche righe in sua difesa.

Grazie soprattutto per l’euro. Solo gli imbecilli, gli ignoranti e i disonesti possono negare che Trump, senza l’euro, farebbe un sol boccone di venti monete nazionali.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2025/03/ritortno-weimar.html .

mercoledì 26 marzo 2025

Vacanze groenlandesi...

 


Nessun invito ufficiale. Anzi dure proteste in Danimarca e del governo locale. L’annunciata visita in Groenlandia dei coniugi Goebbels, pardon Vance, e del consigliere alla sicurezza Waltz è cosa grave. Il tour prevede un’ispezione alla base militare statunitense di Pituffik e generiche discussioni sulla sicurezza nell’Artico. Vacanze groenlandesi. Ma non proprio per riposarsi.

Per capirsi: è come se una delegazione statunitense di alto livello, si recasse in visita alla base militare di Vicenza, dopo annunciate opzioni annessioniste sull’Italia. E per giunta senza l’invito del governo italiano. Cosa nostra insomma.

Si dirà: all’Italia e all’Europa che importa della Groenlandia?

Ora la Danimarca è dal 1972 membro, dopo referendum, dell’Unione Europea. Quindi un “pezzo d’ Europa”. Ma lasciamo perdere il nazionalismo europeo.

Il punto è un altro. Trump ha la stessa forma mentis di Putin e di altri dittatori. Forma mentis espansionista che lo porta a violare l’altrui sovranità.

Esiste, di diritto, una normativa Onu che lo vieta. La cui applicazione risente, di fatto, della discrezionalità in materia di risoluzioni attribuite al Consiglio di Sicurezza. E soprattutto, cosa fondamentale per Trump, esiste il potere di veto attribuito a Stati Uniti, Russia, Cina, Regno Unito e Francia

Pertanto resta piuttosto blando, se non del  tutto inesistente, il potere di accertare, per poi intervenire, nei casi concreti, l’entità dell’atto d’aggressione all’altrui sovranità, in questo caso della Groenlandia, considerato, dal diritto internazionale contemporaneo, un crimine contro la pace.

Il che significa che gli Stati Uniti possono impunemente impossessarsi con la forza militare della Groenlandia.

Perché negli ultimi ottant’anni, nessun presidente americano ha pensato di puntare al bersaglio grosso? Per la semplice ragione che Trump non ragiona come tutti gli altri presidenti da Truman a Obama, ma ragiona come un autocrate. Vuole una cosa se la prende.

Trump, come presidente, per la prima volta, dal 1945 (ma il discorso potrebbe essere esteso all’intera storia politica degli Stati Uniti), rappresenta un figura sui generis. Come del resto si intuì dal suo primo mandato. Siamo davanti a un soggetto politico atipico, per via delle caratteristiche singolari, non facilmente definibili e raffrontabili con quella che si può definire la personalità politica “media” dei presidenti americani.

Solo per fare un esempio: se per gli altri presidenti americani, dopo il 1945, l’uso della forza era l’eccezione (il che non significa che non vi ricorressero), per Trump è la regola.

Si dirà che finora però, a parte l’attacco contro le forze Houthi, i militari americani non sono stati impiegati su larga scala. E che Trump in realtà predica il disimpegno statunitense. Verissimo. Però resta l’atteggiamento bellicoso che gli Stati Uniti vanno confermando e  pianificando nei fatti verso la Groenlandia e il Canada (“new entries”, rispetto a Panama).

E qui viene spontaneo il raffronto storico con l’avventuristica politica alla Guglielmo II, l’ultimo Kaiser, politica che fu alle origini, ovviamente in un clima surriscaldato, della “grande guerra”.

Guglielmo II, autocrate di stampo prussiano, era noto per le sue gaffes e per la brutalità dei modi, soprattutto verso le piccole nazioni. Dopo aver liquidato Bismarck e rappresentato per due decenni la mina vagante della politica europea, appoggiò lo sconsiderato ultimatum austriaco alla Serbia, che ne violava la sovranità. La Russia mobilitò, e fu la catastrofe.

Si può definire Guglielmo II un fallito di successo, quindi un insicuro, sempre in cerca di conferme, a ogni costo. Un leader agitato e agitatore. Di qui i suoi fallimenti, nonostante il consenso in patria intorno a un’idea pericolosa: il Kaiser voleva fare grande la Germania, proprio come l’aspirante Kaiser Trump vuole fare grande l'America. Per la gioia degli squilibrati profeti della  geopolitica. Tutti proni, "a tappetino",  specie i fascisti,  sul grande realismo geoartico di Trump.

Ricapitolando. Trump è una mina vagante, l’Europa debole e disunita. Perciò può prendersi la Groenlandia. Proprio come Putin si sta riprendendo l’Ucraina.

Quando si dice il caso.

Carlo Gambescia

martedì 25 marzo 2025

Tradizione, metafisica, modernità, tra passioni e interessi


 



Desidero riproporre i commenti di Aldo La Fata e Carlo Pompei, già apparsi sulla mia pagina Fb in coda al post dedicato al rapporto fra modernità e trumpismo (*). Ovviamente segue la mia risposta. Buona lettura. 

Carlo Gambescia 

(*) Qui:  https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2025/03/il-trumpismo-e-la-modernita-sotto-tiro.html .

 

***

 


Carissimo Carlo, pur condividendo le tue preoccupazioni per il clima che, dopo l’elezione di Trump, si sta diffondendo in Occidente – dalla delegittimazione del pensiero liberale alla messa in discussione dello stato di diritto (eppure, va detto, alcuni giudici negli Stati Uniti stanno opponendosi ai licenziamenti di massa imposti da Musk) – temo che la tua chiave di lettura rimanga ancorata a una prospettiva esclusivamente politica e storicistica.

Così facendo, rischia di smarrire la vera radice del problema, che a mio avviso è innanzitutto di natura spirituale. La modernità non è soltanto un fenomeno sociopolitico, ma il trionfo della quantità sulla qualità, della frammentazione sulla sintesi, della dispersione sull’unità.

Stiamo assistendo al disfacimento di un mondo che, avendo reciso ogni legame con il Principio, è ormai avviato verso la propria dissoluzione. Tu vedi nel cosiddetto “Ur-Tradizionalismo” una minaccia feroce e distruttiva, ma la Tradizione (con la maiuscola) non è un semplice relitto del passato: è un ordine metafisico che trascende il tempo e la storia.

È vero, molte delle attuali forme di “ritorno alla tradizione” non sono altro che caricature, espressioni profane e deteriorate di qualcosa di infinitamente più profondo. Ed è qui che l’associazione con il fascismo diventa problematica: il fascismo è stato un fenomeno politico, una manifestazione storica contingente, priva di autentico legame con la Tradizione. Anzi, proprio come il Nazionalsocialismo, ne ha rappresentato una parodia secolarizzata.

Il conflitto che descrivi, dunque, non è una semplice guerra tra destra e sinistra, tra reazione e progresso. È piuttosto il segnale di una civiltà che sta giungendo alle sue fasi finali di dissoluzione.

La vera opposizione, perciò, non è tra “modernità” e “tradizione” in senso politico, ma tra ciò che conserva ancora un legame con il Principio e ciò che si è ormai interamente consegnato al caos.

Comprendo le tue inquietudini e le condivido, ma temo che la questione sia ben più grave di quanto possiamo esprimere, e che le nostre doglianze – per quanto fondate – non saranno sufficienti ad arginare questa deriva. Eppure, fare qualcosa o almeno tentare di farlo è un dovere al quale non possiamo sottrarci. In questo senso, plaudo alla tua denuncia e al tuo impegno.
Un abbraccio,
Aldo La Fata

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Caro Carlo, “… La vera normalità è quella della Tradizione: un capo, una fede, una terra da difendere…”
In questo passaggio estrapolato e manipolabile del tuo scritto (come ha fatto la giornalista con Prodi) c’è il punto.
C’è un grosso cortocircuito mediatico e politico, perché gli equilibri sono stati scombinati da tempo, ma non così remoti.
Come ho sempre affermato, un conservatore diventa progressista quando un progressista diventa conservatore, ovvero quando qualcuno acquisisce posizione e potere a scapito di altri.
Insomma, poche ideologie, nessuna idea e molti Interessi.
Trump è il frutto di tutto ciò, ma ha interessi né più né meno dei suoi omologhi.
In pista si chiama controsterzo, se sbandi serve una manovra giusta e rapida.
Il problema, concordo con te, è il sovrasterzo trumpiano, ma confido nei riequilibri.
Non della ragione, ma degli interessi.
Anche il più spietato faraone aveva bisogno di schiavi vivi.
Più di questo, al momento, non possiamo fare.
Soprattutto avendo previsto in tempi non sospetti una degenerazione fisiologica del capitalismo che diventa repentina in momenti di crisi, essendo un sistema che si basa su crescita e decrescita esponenziale.
Un abbraccio,
Carlo Pompei

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Carissimo Aldo La Fata, non è la prima volta che rilevi, ovviamente in modo rispettoso e amichevole, la natura “politica e storicistica” del mio approccio.

Se mi permetti parlerei di taglio metapolitico, nel senso in cui ho rifondato questa disciplina, tuttora oggetto di strumentalizzazioni, queste sì politiche, a destra come a sinistra.

Quanto allo storicismo, devo amichevolmente rimproverarti: sei fuori strada. Dal momento che non giustifico alcun particolare regime politico o storico (Hegel), né propongo teorie stadiali della storia (Comte e Marx, ad esempio). Le “regolarità metapolitiche”, da me individuate, sono semplicemente degli strumenti di indagine. 

Accorgimenti cognitivi, validi fino a prova contraria, per indagare i fenomeni politici e sociali. Lo studio dei  massimi sistemi preferisco lasciarlo a coloro che ne sanno più di me: filosofi e teologi. Non ne disconosco la necessità dalle due  angolazioni dello studio in quanto tale e della meravigliosa vastità dell'animo umano, che merita sempre di essere indagata.  Però preferisco tenere separati i due approcci.  Solo per  una questione di umiltà cognitiva.

Del resto sul rapporto fra metafisica e modernità, sei troppo intellettualmente onesto per non capire che parlo a ragion veduta, soprattutto dopo la stesura dei due volumi del Trattato di metapolitica, soprattutto la parte storica. Purtroppo, per te, non sono riuscito a individuare alcuna società metafisica in senso concreto.

Ho individuato, questo sì, alcuni principi regolatori, in termini di razionalizzazioni-giustificazioni, quasi sempre ex post, lontani però da qualsiasi realizzazione storica. Può esistere una tensione metafisica in alcuni filosofi, religiosi, re, imperatori e profeti. Di più: la stessa tensione può essere presente in alcune persone comuni. Però, ecco il punto, finora non è mai esistita una concreta società metafisica. Siamo tuttora sul piano dei desiderata.

Per contro sul rapporto fra tradizione e modernità ci si muove sul piano di concrete esperienze storiche. Diciamo pure che la tradizione è metafisica applicata. Di qui le imperfezioni sociologiche in base alla inevitabile distanza  dai desiderata metafisici.

Stesso discorso può essere rivolto  alla modernità liberale. Nessuno è perfetto. Anche l’idea regolativa di libertà, che è al centro della modernità, come quella di ordine è al centro della tradizione, può essere applicata male.

Con una differenza di fondo però: che la modernità, è ancora giovane, ha due, trecento, quattrocento anni, al più cinque-seicento (dipende dalle impostazioni storiche scelte), la tradizione ne ha di sicuro più di quattromila.

Pertanto il caos, al quale ti riferisci, può essere frutto di una crisi di crescita. Si deve avere pazienza. Il catastrofismo non aiuta, come ben sai, da attento lettore di Passeggiare tra le rovine.

Capisco però che quattromilacinquecento anni di ordine tradizionale, non sono passati invano. Siamo davanti a una specie di seconda natura, che può sempre rivelarsi – il fiume carsico di cui scrivo, l'Ur eccetera... – assumendo come già accaduto forme strumentali e pericolose. Delle quali si può discutere, ci mancherebbe altro, dal punto di vista della storia delle idee, su quanto si allontanino o tradiscano l’ “idea” metafisico-tradizionalista. Non però  dall'angolazione  metapolitica come qui definita.

Ci salverà l’Olimpo metafisico? La metafisica si tradurrà in perfetta tradizione applicata? Non credo. Però credo che ciò che chiamo normalità liberale (mercato, stato di diritto, parlamentarismo, welfare) sia, almeno per ora, l’unica possibilità che abbiamo. Non difendo alcun regime politico, il problema, come scrivo, va al di là della dicotomia destra-sinistra. Si dà il caso (storico), piaccia o meno, che modernità e liberalismo coincidano, così come tradizione e ordine.

Inoltre, la modernità non è l’ultimo stadio dell’umanità, né il prodotto di un qualche tribunale hegeliano della storia. Mi piace invece definirla un esperimento.  Tra l’altro ancora agli inizi. O se preferisci, per recuperare Ortega, una possibilità. Non un destino, ma una facoltà  Un capacità di fare o non fare qualcosa.  Tutto qui.
 

Ricambio di cuore l’abbraccio.
 

Carlo Gambescia

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Carissimo Carlo Pompei, concordo anch’io con la tua analisi.

Resta solo un problema. Quale? Quello della durata di questi processi. Che dipendono da vincoli non legati agli interessi ma alle passioni: orgoglio, risentimento, fiducia, fede in un’idea, in una religione ad esempio. Magari esistesse l’uomo economico, perfettamente capace di badare solo ai suoi interessi. Il mondo funzionerebbe come un orologio. E invece le passioni incidono, quanto meno temporalmente.

Mi spiego: ammesso e non concesso che vincano sempre gli interessi, esiste un problema di definizione dei tempi processuali, problema legato al vincolo delle passioni, che rinviano ai valori. Di qui tempi che possono essere lunghi, medi, brevi perché la dinamica sociale include il conflitto tra passioni e interessi, E qui ti rinvio al famoso libro di A.O. Hirschman in argomento (Le passioni e gli interessi, Feltrinelli).

Cosa che però si scopre solo dopo che il processo storico si è concluso. E che fa dire ad alcuni storici, impropriamente, che vincono sempre gli interessi.

Sì, ma quando? Intanto però eccetera, eccetera…
Grande abbraccio,
Carlo Gambescia 

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Seguono  le controrepliche di  Carlo Pompei e Aldo La Fata.

 

 


Caro Carlo , il dibattito è assolutamente vivo e funzionale per chi dovesse aver travisato sia il tuo post, sia i commenti miei e di Aldo La Fata che purtroppo conosco soltanto virtualmente e per tuo tramite.

Serve un caffè letterario…

Cerimonie d’obbligo a parte, tengo a precisare, sempre a beneficio dei tuoi lettori, che il mio intervento mirava ad evidenziare l’ossimoro trumpiano: una spavalda pavidità, simbolo comunque di decadenza.

Altrettanto ovviamente anche io auspico tempi brevi per gli effetti degli interessi “condivisi”, anche se per mia natura ed esperienza non sono ottimista a 360°.

Un abbraccio, grazie per tutto.

Carlo Pompei

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Carissimo Carlo, ti ringrazio per la tua puntuale, lucida e franca risposta. 

Permettimi però alcune osservazioni. Intanto, la distinzione che operi tra un approccio “politico e storicistico” e un presunto taglio “metapolitico” solleva alcune riserve.                                                  

Io affermo che il primato della metafisica è assoluto e che ogni prospettiva che non parta da essa è inevitabilmente relativa, e quindi limitata. Anche un approccio metapolitico che si limiti a osservare regolarità senza riconoscere l’ordine trascendente rischia infatti di rimanere nell’ambito delle contingenze storiche. Su questo ci siamo confrontati più volte, quindi non starò a ripetermi. 

Quando affermi di non aver individuato alcuna civiltà metafisica in senso concreto, è evidente che la tua prospettiva è condizionata da criteri storici e fenomenologici. Tuttavia, nella visione tradizionale, la civiltà metafisica non è un dato empirico ma un ordine originario, un modello trascendente che informa le civiltà tradizionali. La società vedica, l’antico Egitto, la civiltà islamica nei suoi periodi più alti, la cristianità medievale: tutte queste forme hanno manifestato, in gradi diversi, un principio metafisico superiore, pur con tutte le inevitabili limitazioni imposte dalla condizione umana che sappiamo. E qui non si tratta di idealizzare il passato, ma di riconoscere che ci troviamo in una fase discendente, come a mio giudizio ben espresso dalla dottrina tradizionale delle quattro Età.                                                                                                                        

Tu dici che la tradizione è “metafisica applicata” e che, essendo stata storicamente imperfetta, si muove sullo stesso piano della modernità, che consideri un “esperimento ancora agli inizi”. Ma la tradizione non è semplicemente una costruzione umana: è la trasmissione di un principio perenne che precede e trascende la storia.                                                

La modernità, al contrario, rappresenta una frattura, una deviazione rispetto all’ordine tradizionale. Non si può ridurre la crisi moderna a un “processo di crescita”: essa è piuttosto un fenomeno di dissoluzione, il cui esito naturale è il caos.                                                          

In questo senso mi piacerebbe che tu avessi ragione, ma temo che le cose stiano esattamente come dico. 

Circa il fatto che la normalità liberale – con il suo mercato, stato di diritto e parlamentarismo – sia l’unica possibilità che abbiamo, dissento perché invece temo che siano i frutti di una progressiva materializzazione e desacralizzazione del mondo. 

La società attuale, infatti, non è un semplice esperimento contingente, bensì il riflesso di una perdita della centralità del Principio. E qui non si tratta di opporre una tradizione statica alla modernità in divenire, ma di riconoscere che l’ordine autentico non nasce dal compromesso con le forze dissolventi, bensì dallo sforzo di ricongiungere la civiltà umana a principi spirituali e trascendenti.                                                                                               

Per ultimo dirò che considerare la modernità come un “esperimento” implica che vi sia una teleologia aperta, una possibilità di evoluzione indefinita. Ma la concezione ciclica del tempo che, ripeto, a me sembra la più idonea a spiegare la realtà, insegna che la modernità non è un processo lineare, bensì l’ultima fase di un ciclo in declino. Pensare quindi che il caos odierno possa risolversi con una semplice maturazione, purtroppo temo sia un’illusione.                                        

Solo una connessione con il trascendente, può ricostituire una vera normalità.                                                                                                            

Spero però di non aver dato l’impressione che mentre tu dici “ripariamo il tetto della casa prima che crolli”, io stia sostenendo che è inutile preoccuparsene perché tanto inevitabilmente finirà col crollare qualunque cosa noi si intenti per evitarlo. No, io non dico questo. Io dico che è necessario intervenire (e in questo sono totalmente d’accordo con te), ma che solo rettificando i nostri comportamenti e orientandoli verso Dio e il trascendente, potremo garantire anche per il futuro che quel tetto venga tenuto in sicurezza. 

Perché è solo educando l’uomo a essere migliore di quel che è che potremo portarlo verso un maggiore senso di responsabilità e di attenzione per tutto ciò che esiste, manutenzione costante del tetto compresa. È così che si interrompe e si spezza il cerchio e la ciclicità e si riprende in mano il proprio destino. 

Ti ringrazio di cuore per lo scambio e spero di aver chiarito il mio punto di vista. 

Un grande abbraccio, 

Aldo La Fata

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Per non concludere

 


Carissimi Aldo e Carlo,  vi  ringrazio per il tempo che mi avete dedicato.

Mentre con Carlo registro minori differenze  di pensiero, con Aldo  la distanza sembra notevole.  Ne prendo atto.  

Del resto, non si offenda l’amico  Aldo, che conosce molto bene la  stima che nutro nei suoi riguardi,   come confutare  un enunciato non verificabile, se non  condividendo l’assiomatizzazione sul primato della metafisica?

Mi si può rispondere che la  stessa critica  può essere rivolta all’assiomatizzazione, semplifico, della “fisica” della modernità. Concordo.  

Qual è  allora il vero punto della questione?  Che mentre io accetto il rifiuto dell’assiomatizzazione,  o comunque la pluralizzo riconducendola all’interno dei differenti sistemi di pensiero, l’amico Aldo si riserva una specie di prelazione di assiomaticità.

Mi si può rispondere che  anche  i moderni, i “fisici” (vs i metafisici),  non respingono  prelazioni sulla modernità.  Verissimo. Però non è il mio caso  e di altri pensatori pluralisti.  E in  ogni modo l’imperialismo cognitivo, resta tale, a prescindere  dall’uso che possono farne metafisici e fisici.

Diciamo pure che l’assiomatizzazione, come forma di prelazione “imperiale”,  può essere rovinosa sotto il profilo sociale.  

E se la  ordinasse   dio in persona?  Il dio dei metafisici o dei “fisici”? Risponderei,  che per obbedire   si dovrebbe credere nell’esistenza di dio. 

Un grande abbraccio,

Carlo