Carissimo Carlo, pur condividendo le tue preoccupazioni per il clima
che, dopo l’elezione di Trump, si sta diffondendo in Occidente – dalla
delegittimazione del pensiero liberale alla messa in discussione dello
stato di diritto (eppure, va detto, alcuni giudici negli Stati Uniti
stanno opponendosi ai licenziamenti di massa imposti da Musk) – temo che
la tua chiave di lettura rimanga ancorata a una prospettiva
esclusivamente politica e storicistica.
Così facendo, rischia di smarrire la vera radice del problema, che a
mio avviso è innanzitutto di natura spirituale. La modernità non è
soltanto un fenomeno sociopolitico, ma il trionfo della quantità sulla
qualità, della frammentazione sulla sintesi, della dispersione
sull’unità.
Stiamo assistendo al disfacimento di un mondo che, avendo reciso ogni
legame con il Principio, è ormai avviato verso la propria dissoluzione.
Tu vedi nel cosiddetto “Ur-Tradizionalismo” una minaccia feroce e
distruttiva, ma la Tradizione (con la maiuscola) non è un semplice
relitto del passato: è un ordine metafisico che trascende il tempo e la
storia.
È vero, molte delle attuali forme di “ritorno alla tradizione” non
sono altro che caricature, espressioni profane e deteriorate di qualcosa
di infinitamente più profondo. Ed è qui che l’associazione con il
fascismo diventa problematica: il fascismo è stato un fenomeno politico,
una manifestazione storica contingente, priva di autentico legame con
la Tradizione. Anzi, proprio come il Nazionalsocialismo, ne ha
rappresentato una parodia secolarizzata.
Il conflitto che descrivi, dunque, non è una semplice guerra tra
destra e sinistra, tra reazione e progresso. È piuttosto il segnale di
una civiltà che sta giungendo alle sue fasi finali di dissoluzione.
La vera opposizione, perciò, non è tra “modernità” e “tradizione” in
senso politico, ma tra ciò che conserva ancora un legame con il
Principio e ciò che si è ormai interamente consegnato al caos.
Comprendo le tue inquietudini e le condivido, ma temo che la
questione sia ben più grave di quanto possiamo esprimere, e che le
nostre doglianze – per quanto fondate – non saranno sufficienti ad
arginare questa deriva. Eppure, fare qualcosa o almeno tentare di farlo è
un dovere al quale non possiamo sottrarci. In questo senso, plaudo alla
tua denuncia e al tuo impegno.
Un abbraccio,
Aldo La Fata
***

Caro Carlo, “… La vera normalità è quella della Tradizione: un capo, una fede, una terra da difendere…”
In questo passaggio estrapolato e manipolabile del tuo scritto (come ha fatto la giornalista con Prodi) c’è il punto.
C’è un grosso cortocircuito mediatico e politico, perché gli equilibri sono stati scombinati da tempo, ma non così remoti.
Come ho sempre affermato, un conservatore diventa progressista quando un
progressista diventa conservatore, ovvero quando qualcuno acquisisce
posizione e potere a scapito di altri.
Insomma, poche ideologie, nessuna idea e molti Interessi.
Trump è il frutto di tutto ciò, ma ha interessi né più né meno dei suoi omologhi.
In pista si chiama controsterzo, se sbandi serve una manovra giusta e rapida.
Il problema, concordo con te, è il sovrasterzo trumpiano, ma confido nei riequilibri.
Non della ragione, ma degli interessi.
Anche il più spietato faraone aveva bisogno di schiavi vivi.
Più di questo, al momento, non possiamo fare.
Soprattutto avendo previsto in tempi non sospetti una degenerazione
fisiologica del capitalismo che diventa repentina in momenti di crisi,
essendo un sistema che si basa su crescita e decrescita esponenziale.
Un abbraccio,
Carlo Pompei
***
Carissimo Aldo La Fata, non è la prima volta che rilevi, ovviamente
in modo rispettoso e amichevole, la natura “politica e storicistica”
del mio approccio.
Se mi permetti parlerei di taglio metapolitico, nel senso in cui ho
rifondato questa disciplina, tuttora oggetto di strumentalizzazioni,
queste sì politiche, a destra come a sinistra.
Quanto allo storicismo, devo amichevolmente rimproverarti: sei fuori
strada. Dal momento che non giustifico alcun particolare regime
politico o storico (Hegel), né propongo teorie stadiali della storia
(Comte e Marx, ad esempio). Le “regolarità metapolitiche”, da me
individuate, sono semplicemente degli strumenti di indagine.
Accorgimenti cognitivi, validi fino a prova contraria, per indagare i
fenomeni politici e sociali. Lo studio dei massimi sistemi preferisco lasciarlo a coloro che ne sanno più di me: filosofi e teologi. Non ne disconosco la necessità dalle due angolazioni dello studio in quanto tale e della meravigliosa vastità dell'animo umano, che merita sempre di essere indagata. Però preferisco tenere separati i due approcci. Solo per una questione di umiltà cognitiva.
Del resto sul rapporto fra metafisica e modernità, sei troppo intellettualmente
onesto per non capire che parlo a ragion veduta, soprattutto dopo la
stesura dei due volumi del Trattato di metapolitica, soprattutto la parte storica. Purtroppo, per te, non sono riuscito
a individuare alcuna società metafisica in senso concreto.
Ho individuato, questo sì, alcuni principi regolatori, in termini
di razionalizzazioni-giustificazioni, quasi sempre ex post, lontani però da qualsiasi realizzazione storica. Può esistere una tensione
metafisica in alcuni filosofi, religiosi, re, imperatori e profeti. Di più: la stessa tensione può essere presente in alcune persone comuni. Però, ecco il punto, finora non è mai esistita una concreta società metafisica. Siamo tuttora sul piano dei desiderata.
Per contro sul rapporto fra tradizione e modernità ci si muove sul
piano di concrete esperienze storiche. Diciamo pure che la tradizione è
metafisica applicata. Di qui le imperfezioni sociologiche in base alla
inevitabile distanza dai desiderata metafisici.
Stesso discorso può essere rivolto alla modernità liberale. Nessuno è
perfetto. Anche l’idea regolativa di libertà, che è al centro della
modernità, come quella di ordine è al centro della tradizione, può
essere applicata male.
Con una differenza di fondo però: che la modernità, è ancora giovane,
ha due, trecento, quattrocento anni, al più cinque-seicento (dipende
dalle impostazioni storiche scelte), la tradizione ne ha di sicuro più
di quattromila.
Pertanto il caos, al quale ti riferisci, può essere frutto di una
crisi di crescita. Si deve avere pazienza. Il catastrofismo non aiuta,
come ben sai, da attento lettore di Passeggiare tra le rovine.
Capisco però che quattromilacinquecento anni di ordine tradizionale,
non sono passati invano. Siamo davanti a una specie di seconda natura,
che può sempre rivelarsi – il fiume carsico di cui scrivo, l'Ur eccetera... –
assumendo come già accaduto forme strumentali e pericolose. Delle
quali si può discutere, ci mancherebbe altro, dal punto di vista della storia delle idee, su quanto si allontanino o tradiscano l’
“idea” metafisico-tradizionalista. Non però dall'angolazione
metapolitica come qui definita.
Ci salverà l’Olimpo metafisico? La metafisica si tradurrà in perfetta
tradizione applicata? Non credo. Però credo che ciò che chiamo
normalità liberale (mercato, stato di diritto, parlamentarismo, welfare)
sia, almeno per ora, l’unica possibilità che abbiamo. Non difendo
alcun regime politico, il problema, come scrivo, va al di là della
dicotomia destra-sinistra. Si dà il caso (storico), piaccia o meno, che
modernità e liberalismo coincidano, così come tradizione e ordine.
Inoltre, la modernità non è l’ultimo stadio dell’umanità, né il
prodotto di un qualche tribunale hegeliano della storia. Mi piace
invece definirla un esperimento. Tra l’altro ancora agli inizi. O se preferisci, per recuperare Ortega, una possibilità. Non un destino, ma una facoltà Un capacità di fare o non fare qualcosa. Tutto
qui.
Ricambio di cuore l’abbraccio.
Carlo Gambescia
***
Carissimo Carlo Pompei, concordo anch’io con la tua analisi.
Resta solo un problema. Quale? Quello della durata di questi
processi. Che dipendono da vincoli non legati agli interessi ma alle
passioni: orgoglio, risentimento, fiducia, fede in un’idea, in una
religione ad esempio. Magari esistesse l’uomo economico, perfettamente
capace di badare solo ai suoi interessi. Il mondo funzionerebbe come un
orologio. E invece le passioni incidono, quanto meno temporalmente.
Mi spiego: ammesso e non concesso che vincano sempre gli interessi,
esiste un problema di definizione dei tempi processuali, problema
legato al vincolo delle passioni, che rinviano ai valori. Di qui tempi
che possono essere lunghi, medi, brevi perché la dinamica sociale
include il conflitto tra passioni e interessi, E qui ti rinvio al
famoso libro di A.O. Hirschman in argomento (Le passioni e gli
interessi, Feltrinelli).
Cosa che però si scopre solo dopo che il processo storico si è
concluso. E che fa dire ad alcuni storici, impropriamente, che vincono
sempre gli interessi.
Sì, ma quando? Intanto però eccetera, eccetera…
Grande abbraccio,
Carlo Gambescia
***
Seguono le controrepliche di Carlo Pompei e Aldo La Fata.
Caro Carlo , il dibattito è assolutamente vivo e funzionale per chi
dovesse aver travisato sia il tuo post, sia i commenti miei e di Aldo La
Fata che purtroppo conosco soltanto virtualmente e per tuo tramite.
Serve un caffè letterario…
Cerimonie d’obbligo a parte, tengo a precisare, sempre a beneficio
dei tuoi lettori, che il mio intervento mirava ad evidenziare l’ossimoro
trumpiano: una spavalda pavidità, simbolo comunque di decadenza.
Altrettanto ovviamente anche io auspico tempi brevi per gli effetti
degli interessi “condivisi”, anche se per mia natura ed esperienza non
sono ottimista a 360°.
Un abbraccio, grazie per tutto.
Carlo Pompei
***
Carissimo Carlo, ti ringrazio per la
tua puntuale, lucida e franca risposta.
Permettimi però alcune osservazioni.
Intanto, la distinzione che operi tra un approccio “politico e storicistico” e
un presunto taglio “metapolitico” solleva alcune riserve.
Io affermo che il
primato della metafisica è assoluto e che ogni prospettiva che non parta da
essa è inevitabilmente relativa, e quindi limitata. Anche un approccio
metapolitico che si limiti a osservare regolarità senza riconoscere l’ordine
trascendente rischia infatti di rimanere nell’ambito delle contingenze
storiche. Su questo ci siamo confrontati più volte, quindi non starò a
ripetermi.
Quando affermi di non aver individuato alcuna civiltà metafisica in
senso concreto, è evidente che la tua prospettiva è condizionata da criteri
storici e fenomenologici. Tuttavia, nella visione tradizionale, la civiltà
metafisica non è un dato empirico ma un ordine originario, un modello
trascendente che informa le civiltà tradizionali. La società vedica, l’antico
Egitto, la civiltà islamica nei suoi periodi più alti, la cristianità
medievale: tutte queste forme hanno manifestato, in gradi diversi, un principio
metafisico superiore, pur con tutte le inevitabili limitazioni imposte dalla
condizione umana che sappiamo. E qui non si tratta di idealizzare il passato,
ma di riconoscere che ci troviamo in una fase discendente, come a mio giudizio
ben espresso dalla dottrina tradizionale delle quattro Età.
Tu dici che la
tradizione è “metafisica applicata” e che, essendo stata storicamente
imperfetta, si muove sullo stesso piano della modernità, che consideri un
“esperimento ancora agli inizi”. Ma la tradizione non è semplicemente una
costruzione umana: è la trasmissione di un principio perenne che precede e
trascende la storia.
La modernità, al contrario, rappresenta una frattura, una
deviazione rispetto all’ordine tradizionale. Non si può ridurre la crisi
moderna a un “processo di crescita”: essa è piuttosto un fenomeno di
dissoluzione, il cui esito naturale è il caos.
In questo senso mi piacerebbe
che tu avessi ragione, ma temo che le cose stiano esattamente come dico.
Circa
il fatto che la normalità liberale – con il suo mercato, stato di diritto e
parlamentarismo – sia l’unica possibilità che abbiamo, dissento perché invece
temo che siano i frutti di una progressiva materializzazione e
desacralizzazione del mondo.
La società attuale, infatti, non è un semplice
esperimento contingente, bensì il riflesso di una perdita della centralità del
Principio. E qui non si tratta di opporre una tradizione statica alla modernità
in divenire, ma di riconoscere che l’ordine autentico non nasce dal compromesso
con le forze dissolventi, bensì dallo sforzo di ricongiungere la civiltà umana
a principi spirituali e trascendenti.
Per ultimo dirò che considerare la
modernità come un “esperimento” implica che vi sia una teleologia aperta, una
possibilità di evoluzione indefinita. Ma la concezione ciclica del tempo che,
ripeto, a me sembra la più idonea a spiegare la realtà, insegna che la
modernità non è un processo lineare, bensì l’ultima fase di un ciclo in
declino. Pensare quindi che il caos odierno possa risolversi con una semplice
maturazione, purtroppo temo sia un’illusione.
Solo una connessione con il
trascendente, può ricostituire una vera normalità.
Spero però di non aver dato
l’impressione che mentre tu dici “ripariamo il tetto della casa prima che
crolli”, io stia sostenendo che è inutile preoccuparsene perché tanto
inevitabilmente finirà col crollare qualunque cosa noi si intenti per evitarlo.
No, io non dico questo. Io dico che è necessario intervenire (e in questo sono
totalmente d’accordo con te), ma che solo rettificando i nostri comportamenti e
orientandoli verso Dio e il trascendente, potremo garantire anche per il futuro
che quel tetto venga tenuto in sicurezza.
Perché è solo educando l’uomo a
essere migliore di quel che è che potremo portarlo verso un maggiore senso di
responsabilità e di attenzione per tutto ciò che esiste, manutenzione costante
del tetto compresa. È così che si interrompe e si spezza il cerchio e la
ciclicità e si riprende in mano il proprio destino.
Ti ringrazio di cuore per
lo scambio e spero di aver chiarito il mio punto di vista.
Un grande abbraccio,
Aldo La Fata
***
Per non concludere
Carissimi
Aldo e Carlo, vi ringrazio per il tempo che mi avete dedicato.
Mentre con
Carlo registro minori differenze di pensiero, con Aldo la distanza sembra notevole. Ne prendo atto.
Del resto,
non si offenda l’amico Aldo, che conosce
molto bene la stima che nutro nei suoi
riguardi, come confutare un enunciato non verificabile, se non condividendo l’assiomatizzazione sul primato
della metafisica?
Mi si può rispondere
che la stessa critica può essere rivolta all’assiomatizzazione, semplifico,
della “fisica” della modernità. Concordo.
Qual è allora il vero punto della questione? Che mentre io accetto il rifiuto dell’assiomatizzazione,
o comunque la pluralizzo riconducendola
all’interno dei differenti sistemi di pensiero, l’amico Aldo si riserva una
specie di prelazione di assiomaticità.
Mi si può
rispondere che anche i moderni, i “fisici” (vs i metafisici), non respingono prelazioni sulla modernità. Verissimo. Però non è il mio caso e di altri pensatori pluralisti. E in ogni modo l’imperialismo cognitivo, resta tale,
a prescindere dall’uso che possono farne
metafisici e fisici.
Diciamo pure
che l’assiomatizzazione, come forma di prelazione “imperiale”, può essere rovinosa sotto il profilo sociale.
E se la ordinasse
dio in persona? Il dio dei metafisici o dei “fisici”? Risponderei,
che per obbedire si dovrebbe credere nell’esistenza di dio.
Un grande abbraccio,
Carlo