lunedì 16 dicembre 2019

La Popolare di Bari
Altro giro, altra banca…

L’allegra finanza della  Banca Popolare di Bari, come di altre banche salvate dalla politica,  dall’ Etruria  alla Carige, passando per  Mps e banche venete,  tutte con bilanci da far paura,  rimanda a una questione generale. Quale?  Quella del rapporto tra politica ed economia. O se si preferisce  tra ricerca del consenso e  leggi di mercato. 
In Italia, in linea pratica, la questione si è sempre risolta con salvataggi, quindi ricorrendo a interventi politici per evitare, come  si dice, crolli  a catena. E soprattutto - ecco la verità - cadute  politiche per  i governanti, da Conte a Mussolini.
Ancora oggi, si celebra indecorosamente la politica fascista del credito che iniettò  negli anni Trenta nel circuito bancario italiano, nonostante il  basso livello salariale cui erano costretti gli italiani, fior di denari, per evitare fallimenti bancari  di massa. 
In genere, si celebra pure, sempre indecorosamente,  il criterio della divisione tra credito industriale e credito al consumo (semplifichiamo), come grande  rimedio per proteggere  i consumatori.  In realtà, se una banca ignora le leggi di mercato,  svendendo titoli e crediti, prima o poi fallisce, a prescindere dalle trovate istituzionali.
Il denaro ha un prezzo che deve essere stabilito dalle leggi della domanda e dell’offerta e non dallo stato, che invece quasi sempre risponde alle leggi del consenso elettorale e clientelare. La moneta cattiva scaccia quella buona. Passi per il politico, ma  un banchiere dovrebbe saperlo.

Pertanto,  sia chiaro, si interviene, come nel caso della Banca Popolare di Bari, in barba alle leggi di mercato,  facendo pagare i conti finali  a tutti i cittadini.  Perché, come altre volte,  si contribuisce a tenere in piedi realtà che economicamente non meritano di vivere.
Il lettore penserà, ma allora i poveri risparmiatori che hanno investito nella Popolare? Peggio per loro. Potevano informarsi meglio: la brama di profitti a buon mercato  fa sottovalutare i normali rischi di mercato. Si chiama anche imprevidenza, dal momento che si dovrebbe capire, e dunque prevedere,  che i rischi  crescono in parallelo alla redditività dell’investimento.  Nessun pasto è gratis. O è gratis solo per i fessi che si credono furbi.
Se poi il banchiere imbroglia c’è il codice penale. Certo, i tribunali sono quel che sono… Perciò l’alea giudiziaria italiana  dovrebbe  far  parte del rischio di investimento. Tradotto: "Sì, l'affare sembra buono, però poi se qualcosa dovesse andare storto, i tempi della giustizia sono lunghi e costosi".  E invece,  non ci  si pensa. Come dire?  “Basta ca ce sta ‘o sole,  basta ca ce sta ‘o  mare…”.
Come si vede, sono sufficienti pochi ma buoni principi.  Invece, anche questa volta  lo stato interverrà per salvare banchieri allegri  e risparmiatori imprevidenti. Si parla addirittura di una Banca del Sud e  di nazionalizzazioni : una festa  per corrotti, corruttori e comuni imbecilli.   
Qualcuno si chiederà  perché  eventualmente non si possano salvare  solo  i risparmiatori, punendo i banchieri.  Non si può,  per il semplice fatto, che in un quadro dove la politica demagogicamente detta le regole dell’economia, i politici hanno bisogno della gratitudine degli uni come degli altri:  di soldi e voti, insomma. Compri due paghi uno, tanto il resto lo pagano i cittadini previdenti.
La politica dovrebbe fare un passo indietro. Purtroppo non può più, perché, soprattutto in Italia, lo stato è inevitabilmente embricato nell’economia.  Sicché  non si può punire una banca senza poi non dover  punire tutte le altre. Di conseguenza si preferisce assolverle tutte e fare bella figura asserendo che lo si fa per i risparmiatori. Il che è vero, ma solo in parte. 
E così via, altro giro, altra banca… “Basta ca ce sta ‘o sole,  basta ca ce sta ‘o  mare…”.


Carlo Gambescia               

       

domenica 15 dicembre 2019

Due parole sulla Resistenza, l’Antifascismo e le Sardine

Sappiamo benissimo che quel che stiamo per dire  può risultare disdicevole se non offensivo per coloro che da sinistra, socialisti e comunisti, si opposero al fascismo pagando con la prigione, il confino  e la  vita.   
Purtroppo, a proposito della manifestazione romana delle Sardine, sorprende (fino a un certo punto) la presenza sul palco dell’Anpi, nella persona della  presidentessa, Carla Federica Nespoli, già parlamentare comunista, ultima di  una serie di presidenti  comunisti militanti, a partire da quello storico, Arrigo Boldrini. Tutte persone degne, per carità.  Ma il punto non è questo.
Innanzitutto, quella presenza significa che anche le Sardine, nonostante tutta la post-modernità politica che molti credono  di scorgere, accettano  il monopolio ideologico  della Resistenza e  dell’Antifascismo, che comunismo e post-comunismo italiano continuano a esercitare dall’immediato dopoguerra. Un predominio che  determinò  l’uscita dall’Anpi  delle componenti della Resistenza non comuniste, quelle cattoliche, laiche  e azioniste.
Il problema dell’antifascismo comunista  in fondo è  semplice da capire. Sempre che si abbiano buone orecchie per intendere.  
Mentre l’antifascismo cattolico e laico insisteva soprattutto sull’inferiorità morale del fascismo, come fenomeno politico,  e non dei fascisti in quando tali, come singole persone, l’antifascismo comunista rivendicava la propria superiorità morale, sugli uni e gli altri,  frutto di una visione manichea,  classista  e metastorica,  del conflitto politico e  sociale.   
Ovviamente, sul piano politico, un partito leninista come il Pci, poteva di volta in volta chiudere un occhio per ragioni di opportunità politica,  ferma restando l’impostazione generale determinata dalla consapevolezza politica, diffusa a tutti i livelli, di essere dalla parte vincente della storia, quella del proletariato. Consapevolezza che gli altri Resistenti legati a una visione interclassista  non hanno  mai nutrito.  Di qui   la pietà per i singoli fascisti, molto diffusa soprattutto in ambito cattolico e liberale. Pietà mai  ricambiata dai partigiani comunisti.  La famosa  Amnistia Togliatti a sinistra viene ancora considerata un errore, anche sul piano tattico. Un pagina  politica che i comunisti (post e neo) non ricordano  mai con piacere.
Ieri su quel palco  non c’erano gli eredi di Mattei e Cadorna. E idealmente neppure di Ferruccio Parri. Ma  gli eredi di un partito leninista  che se fosse andato al potere  avrebbe sterminato  non solo tutti i fascisti ma anche chiunque fosse solo “in odore”  perché “nemico di classe”. Lo imponeva il senso della storia.   
In qualche misura, la presenza dell’Anpi alla manifestazione della Sardine rappresenta l’ultima versione di  quell’ arte  in cui Lenin era abilissimo:   mettere un cappello politico sugli eventi storici per sfruttarli alla luce di una dottrina che giustificava la  ferrea disciplina all'interno di un partito totalitario per il quale i mezzi erano  nulla, il fine tutto.
Ora non neghiamo  che  Salvini non presenti un pericoloso profilo fascista, ancora più accentuato nella Meloni. Il nemico potrebbe essere di nuovo alle porte. Del resto l’Anpi non ne fa alcun mistero. Il che è giusto.
Ma si può combattere un totalitarismo con un altro totalitarismo? Dov'è la novità  politica delle Sardine?   

Carlo Gambescia                                   

sabato 14 dicembre 2019

Dalla crisi della Repubblica romana alla crisi dell'Unione europea
Corsi e ricorsi?


La crisi europea impone alcune riflessioni  di tipo storico-sociologico.  Corsi e ricorsi? Giudichi il lettore.
Partiamo dai fatti.  Boris Johnson ha vinto. Ma  in fondo la Gran Bretagna, storicamente parlando, si è sempre tenuta fuori dall’Europa. Non è una novità, errori politici di Cameron a parte (come il famoso referendum), mentre  Johnson, con il suo stile privo o scrupoli  politici lo è, perché, rispetto alla democrazia liberale, rappresenta un fatto nuovo, o quasi. Ma andiamo avanti.
Negli  Stati Uniti, forse riusciranno a liberarsi di Trump, portandolo davanti ai giudici, ma non del trumpismo.  In Francia, Macron è in sofferenza, e le prossime presidenziali potrebbero incoronare Marine Le Pen, dietro la quale si agitano  tutti i fantasmi del fascismo  e del razzismo.  In Germania, dove la  Merkel  probabilmente passerà la  mano, crescono i piccoli mostri neonazisti. La Spagna sembra come  paralizzata dinanzi    all'avanzata  di   una   destra dura e pura  che rischia di fare un solo boccone dei Corbyn castigliani.   L’Italia corre   dietro a un populismo che sembra contagiare tutti i partiti, dimentichi -. pare - che  il  Bel Paese inventò il fascismo.
Ecco il quadro politico.  E gli  elettori? Sognano il liberalismo  inteso però  in modo contraddittorio: come farsi i fatti propri non rinunciando a nessuna conquista welfarista.  Per dirla brutalmente:  gli elettori, soprattutto in Europa occidentale,  vogliono pensioni e  stipendi alti senza sforzo, senza competizione. La lancetta della sicurezza sociale si è spostata verso l’alto. E qui si può proporre un  raffronto storico.  
Se nella Roma repubblicana,  fino a quando le legioni  riuscirono vincitrici nelle guerre politiche (guerre guerre), si redistribuì,  depredando gli sconfitti (largheggiando  in  terre e denari con i  reduci  e in  grano e giochi con le plebi),  oggi, nell'Europa dell'Unione europea,  si chiede la sicurezza totale dalla culla alla tomba senza curarsi della provenienza dei denari. Insomma, senza interrogarsi sull'importanza  delle battaglie economiche: dell'unica formula capace di garantire attraverso la libera concorrenza  la crescita economica:  unica fonte per poter redistribuire, senza ricorrere a una pressione fiscale asfissiante. Detto altrimenti:  siamo dinanzi a un fondamentale principio welfarista, quello redistributivo. 
La Repubblica romana non scherzava, la pressione fiscale durante le guerre puniche fu  altissima, ma furono altrettanto  elevati i successivi  dividendi politici. Il cittadino romano sapeva e appoggiava. E quelle erano guerre politiche, guerre vere, come le  grandi guerre novecentesche.
Invece,  il cittadino  europeo-occidentale  finge di non sapere.  E non vuole  sentir  parlare di  guerre, non solo politiche ed economiche, ma neppure di normalissima meritocrazia e altrettanto normale e pacifica competizione sociale ed economica.
Di qui,  l’ascesa  dei nuovi tribuni della plebe, dei  nuovi Tiberio e Caio  Gracco:   Trump,  Johnson, Le Pen, Salvini,  eccetera,  Che però  non possono evocare  alcun passato tributo di sangue, ma solo presunti diritti sociali, ovviamente circoscritti in chiave etnica. Perciò, senza neppure mostrare  la furbizia politica  dell’ aristocrazia senatoria  romana,  la parte più moderata,  capace di  usare in modo elastico l’estensione della cittadinanza.
Ecco la situazione di oggi. Il lettore  si diverta a sostituire e aggiornare i nomi...
Una plebe senza principi,  solo diritti e niente doveri, capeggiata, da tribuni privi di scrupoli, abilissimi nel suscitare i lati oscuri e peggiori delle folle. Un mix sociale di demagogia e violenza  al quale inevitabilmente finirà per opporsi  qualche nuovo Silla, presunto difensore dei diritti del Senato. Ne  potrebbe seguire una guerra civile tra generali economico-sociali.  Fino all’arrivo,  di un nuovo Cesare.  Che potrebbe durare più a lungo… Anche perché tra l' Europa di Roma e l'Europa di  Bruxelles c'è di mezzo, come punto di discrimine politico, il Novecento totalitario.
Altro che  le riforme, pur incisive, di  Augusto...        


Carlo Gambescia                                  

martedì 10 dicembre 2019

Che cos’è il cattocomunismo
Mattarella e “l’evasione fiscale indecente”…




Cattocomunismo. Il termine fu coniato da Augusto Del Noce, al quale dedicò addirittura un libro (Il cattolico comunista). Il grande filosofo cattolico scorgeva nel fenomeno  una "profanizzazione"  della politica in termini di  passaggio a un  progressismo di principio, attento solo ai bisogni materiali, affossatore  di  qualunque “idealità,  a destra come a sinistra.

Sfuggì però a Del Noce l’aspetto fondamentale, e molto pericoloso, socialmente pericoloso, del cattocomunismo. Quale? Il costruttivismo. Ossia la pretesa, attraverso il massiccio intervento  dello stato,  di riformare a fondo la società in chiave solidarista e  welfarista.  Insomma, Il  Cristo del  Vangelo più il  Marx dei Manoscritti economico-filosofici.
Di qui però la necessità di un’ elevata pressione fiscale e soprattutto di giustificarla. Il cattocomunista, in genere un ex politico proveniente dalla sinistra democristiana o dal vecchio partito comunista,  è uno strenuo difensore  della Guardia di Finanza.  Insomma, della repressione  durissima dei reati fiscali. Ovviamente, il cattocomunista deve ricorrere sempre a una giustificazione morale-funzionale:  "Se tutti pagassero le tasse, tutti pagheremmo meno",  "avremmo più servizi", gli asini un giorno voleranno,  eccetera, eccetera.

In realtà si tratta di una bugia, come abbiamo scritto più volte (*). E non intendiamo tornare sull’argomento.
Sergio  Mattarella, il nostro Presidente della Repubblica,  è tra i maggiori esponenti dell'ideologia cattocomunista.  Per il Quirinale “l’evasione fiscale è indecente”.  Nelle  dichiarazioni di ieri, si ripetono più o meno  le solite  zuccherose  formulazioni lessicali  per indorare la pillola  della tosatura fiscale (**). 
A  riprova di come il cattocomunismo sia ancora vivo e lotti insieme alla sinistra, cattolica e post-comunista ( o tuttora comunista),  si vedano le prime pagine di “Repubblica”,  “Manifesto”, “Avvenire”.  Che oggi,  rispetto a tutti gli altri giornali, hanno assegnato evidenza assoluta alle esternazioni cattocomuniste di Mattarella. Probabilmente  sotto c'è  un problema di mentalità politica e culturale,  dura a morire.
Il Pd  in particolare sembra tuttora essere immerso nelle stagnanti acque di una arcaicità fiscale  che non permette alla sinistra uscire da certi schemi welfaristi che penalizzano la crescita economica. Tradotto: non volendo abbassare le tasse, si ricicla   la storiella  del "pagare tutti, pagare meno". Roba da spot pubblicitario alla Totti.              
Il costruttivismo cattocomunista  in chiave fiscalista  è il principale nemico del mercato e della produttività economica. E di sicuro, non si può contrattaccare puntando sul costruttivismo  di marca fascista, o genericamente conservatore,  altrettanto statalista quanto quello della sinistra.  
Insomma, destra e sinistra, in Italia, per ora, pari sono. E  Mattarella non è che è una specie di ciliegina sulla torta costruttivista.  Pardon, cattocomunista

Carlo Gambescia            






lunedì 9 dicembre 2019

Politica   e  conti correnti
Le bugie di Salvini

A proposito del Mes, Salvini con il solito cinico tempismo ha chiamato in causa i conti correnti dei cittadini. Se passa il “pacchetto”, si legge, l’Unione Europea  alla prima occasione  si approprierà dei risparmi degli italiani.
Si tratta di  pseudo-ragionamento che introduce un rapporto di causa-effetto tra i parametri per ottenere - per ottenere, attenzione... -  da parte delle banche italiane  un prestito europeo e  il fallimento della banche stesse.
Fallimento, dovuto al  rifiuto del credito  in caso di inosservanza dei parametri. Un crollo verticale del  tessuto bancario che, secondo Salvini,  provocherebbe in automatico lo svuotamento dei conti correnti,  bloccati e ripuliti  proprio  in virtù delle regole del  Mes.  E da chi?   Da un' Europa affamata di  recuperare crediti,  in realtà non ancora erogati o  tutt'al più evocati.  E che quindi, non essendo esigibili,   esistono solo nel cervello di Salvini.
Classico esempio di tautologia economica.  Per  capirsi:  è vero che   a ogni credito corrisponde un debito e viceversa,  però per essere tale  un credito deve essere posto in essere. Idem, un debito. Il  “pacchetto”  implica dei parametri, ad esempio sulla natura dei portafogli dei crediti e debiti bancari, ma non è assolutamente obbligatorio per le banche italiane ricorrervi, mettendosi in fila - semplifichiamo -  per ottenere un prestito.  Basta tenere in ordine la casa: fare buona finanza pubblica e privata. E soprattutto, non comprare voti, usando le banche, e in più in generale il sistema creditizio,  come bancomat politici.
Cosa che personaggi come Salvini,  cinicamente  assuefatti  a scambiare voti contro spesa pubblica, non sognano neppure lontanamente di fare. Il che spiega  il miserabile  terrorismo elettorale (“Vi svuotano i conti correnti") per guadagnare un pugno di  voti imbrogliando elettori che a dire il vero  sembra non aspettino altro.  Ma questa è un'altra storia...
Ovviamente,  Salvini si guarda bene  dal riferire agli elettori che cosa accadrebbe se l’Italia uscisse dall' Unione Europea, e in particolare dalla sfera protetta  dell’ Euro.  La Nuova Lira subirebbe la stessa sorte del Marco di Weimar. L’assalto ai conti correnti sarebbe poca cosa rispetto al crollo generalizzato dell’economia italiana. I lettori  ricordino il famoso Piano B di Savona e accoliti sovranisti, che prevedeva, in caso di ritorno alla Lira, da effettuare proditoriamente  nel  fine settimana, la successiva  chiusura  delle banche. Finché, si leggeva,  la situazione  non si stabilizzerà. Cioè a  tempo indefinito.  
Facciamo anche noi terrorismo?  Chi scrive non cerca voti. Riferisce solo nudi fatti. O comunque  si limita semplicemente a smascherare le bugie di un  pericoloso  demagogo, come Salvini,  che usa la paura  per agguantare il potere in un’Italia in cerca di uomini forti, come  tristemente conferma l’ultimo rapporto del Censis.
Siamo messi proprio male. Buona settimana a tutti.                  

domenica 8 dicembre 2019

Luciano Gallino e il “Canaro” della Magliana

Il sociologo deve  sempre pesare le parole perché conosce a menadito   i processi sociali ,  nonché,  entro certi limiti,  le conseguenze di determinate azioni collettive, o meglio ancora i limiti stessi del costruttivismo sociale:  della pretesa  - semplifichiamo - di cambiare  il mondo a tavolino: cosa da riformatori sociali non da scienziati.   
La sociologia, alla fin fine,  è una e insegna poche e semplici cose. Tra le quali l’importanza dell'uso del relativismo nello studio  dei  fenomeni sociali, Che vanno sempre analizzati  iuxta propria principia, secondo principi e criteri di indagini proprie dell’oggetto che si studia.
Luciano Gallino  nell’ultimo periodo della sua vita  aveva perso il senso di questi limiti. Nonostante i suoi passati e importanti lavori di sociologia  economica, mostrava di aver dimenticato  la grande  lezione cognitiva della scienze  sociologiche.
Si prenda ad  esempio  un tag  inviatoci su Fb da un amico  lettore, Gianluca Pietrelli.  Vi si pubblica  un  passo  di  Gallino  ripreso da un articolo uscito su “Repubblica”, che a sua volta, rimanda  a un suo libro, Il denaro, il debito e la doppia crisi spiegato ai nostri nipoti  (Einaudi). Leggiamo:

"Senza l'apporto di una dose massiccia di stupidità da parte dei governanti, dei politici, e ahimè di una porzione non piccola di tutti noi, le teorie economiche neoliberali non avrebbero mai potuto affermarsi nella misura sconsiderata che abbiamo sott'occhio. Tali teorie non hanno previsto la crisi del 2008; non hanno avanzato una sola spiegazione decente delle sue cause; i loro modelli sono lontani anni luce dalla realtà dell'economia; hanno fatto passare il principio che anzitutto bisogna salvare le banche senza chiedere loro nulla (quanto ai cittadini, se la sbroglino); soprattutto hanno avallato l'idea che una crescita senza limiti dell'economia capitalistica sia possibile e desiderabile. Avrebbero dovuto essere sepolte da anni dalle proteste, se non anzi dalle risate; sono diventate invece uno strumento iugulatorio di governo delle nostre vite."
          
Il testo di sociologico non ha nulla, riflette la posizione velleitaria della sinistra anti-euro che in pratica rimpiange il welfare state e i bei giorni della spesa pubblica a gogò. Come se fosse cosa intelligente sperperare i soldi dei cittadini, frodandoli dei loro risparmi  puntando su tassi   di inflazione a due cifre, capaci di superare per abilità tosatoria  le performance del  famoso, grazie a  un film,  “Canaro” della Magliana. 
Certo, esiste, sempre sul piano politico, una posizione di destra  liberale,  pro-mercato e pro-euro, dagli accenti liberisti, che può piacere o meno.  Che  però   - attenzione -  si distingue giustamente dalle politiche welfariste  per essere  un’ implacabile  nemica  dell’inflazione.  Il che  è scienza.
Si rifletta.  Il problema  di fondo che divide le varie  politiche anti-euro da quelle  pro-euro  è dettato dal  giudizio sull’inflazione. Per un economista di sinistra non è un pericolo, per un economista di destra, lo è, eccome.   Ma lo è - cosa che più conta - soprattutto per la scienza economica. E di rimbalzo, come vedremo, per quella  sociologica.
Negli anni Settanta, alla fine del Trentennio Glorioso  - welfarista -  così  celebrato da Gallino, gli economisti si accorsero che il circolo  fino allora virtuoso  tra inflazione e sviluppo  si era trasformato, a causa di  un debito pubblico crescente, in un giroconto vizioso, dove a un’ inflazione a due cifre rispondeva la stagnazione economica.  Scientificamente  si definì il fenomeno stagflazione.
Pertanto, prescindendo dalla critica all'euro, la ricetta inflazionista  di Gallino  è già stata bocciata dagli economisti, né di destra né di sinistra. Ma dagli economisti in quanto tali.  
Il welfare, se proprio lo si adora,  può eventualmente  essere finanziato solo alla fine di un processo di accumulazione. Insomma,  da alti tassi di sviluppo, proprio come avvenne nei preparatori (al decollo) anni Cinquanta.  Tutti coloro che sostengono il contrario spianano la strada  a debiti, tasse e tosature inflazionistiche, degne del Canaro...
Inoltre,  per godere di alti tassi di sviluppo, come prova qualsiasi statistica  economica, servono i mercati aperti, Insomma la  libera circolazione di uomini, denaro e  merci. Alla quale Gallino, che  ripropone  il modello welfarista,  invece  è apertamente contrario.

È vero che delle frontiere aperte  può approfittare certa  finanza speculativa, ma  fa parte del gioco, perché  non esistono vie di mezzo:  il capitalismo  nasce e  muore sulla presenza del rischio e della scommessa a tutti livelli, cominciando  da chi ad esempio specula, investendo tempo e suole, facendo il giro della bancarelle a buon mercato per risparmiare sul pranzo di Natale e fare comunque bella figura con i parenti.
Invece Gallino vorrebbe mettere in sicurezza l’Italia. Come?  Chiudendo  le frontiere, controllando  i capitali, ampliando  il ruolo dello stato. Insomma, obbligando  il consumatore  a servirsi da un sola bancarella a prezzi fissi stabiliti dallo stato.  Commettendo  così   lo stesso errore politico degli anni Settanta, perché si produrrebbe solo inflazione e disoccupazione. O se si preferisce avremmo  la moltiplicazione di lavori inutili, fuori mercato pagati dallo Stato con moneta inflattiva. Di qui, lo slittamento  progressivo verso l’autarchia economica, ultima tappa di un’economia  prigioniera di se stessa  perché incapace di competere. Di qui, un processo di avvitamento politico, eccetera, eccetera.               
Ora,  il  sociologo che conosce, perché  li ha studiati,  i meccanismi dell’economia capitalistica, non dovrebbe proporre ricette  in contrasto con i fondamentali culturali, economici e sociali del capitalismo. Si chiama  sano relativismo culturale. Aiuta la scienza.   Parsons,  che di sociologia forse ne capiva più di Gallino, parlava di “neutralità affettiva”.  
Se non si è neutrali,  allora non si è più sociologi ma riformatori sociali. Proprio come Gallino.  Cosa, per carità,  nobilissima, ma che con la scienza e con la cattedra non ha  nulla a che vedere.  

Carlo Gambescia                              



(*) L’  articolo di Gallino su  “Repubblica”:   https://www.repubblica.it/cultura/2015/10/16/news/cari_nipoti_vi_racconto_la_nostra_crisi-126913648/
(**) Qui un  profilo apologetico di Gallino,  da cui però si evincono, malgrado gli sforzo dell'estensore e dal momento che  la scienza non è un' opinione,  tutti i limiti delle sue tesi:      http://temi.repubblica.it/micromega-online/in-memoria-di-luciano-gallino-il-finanzcapitalismo-l%E2%80%99euro-e-la-moneta-come-bene-pubblico/

sabato 7 dicembre 2019

Rapporto Censis 2019
Perché gli italiani sognano l’uomo forte?


In linea  di massima  la cosa non dovrebbe meravigliare, soprattutto l’addetto ai lavori, il sociologo insomma. Eppure merita una spiegazione.  
Di che parliamo?  Del 53° Rapporto Censis (*) dal quale si evince che un italiano su due è favorevole all’uomo forte al potere. E che quindi  non vuole sentir parlare di governo delle leggi.   Detto altrimenti,  di stato di diritto e democrazia rappresentativa
Qui si registra una continuità antropologica che va oltre il Rapporto.  Attenzione, nulla di lombrosiano. Con il termine intendiamo continuità culturale. Un aspetto che rinvia alla condizione umana. Pensiamo a  una specie di  “seconda natura” O se si preferisce  un'  antropologia  acquisita nel tempo storico. Ci spieghiamo meglio.
Gli uomini per migliaia di anni sono stati governati da altri uomini. Il governo delle leggi, o meglio la teorizzazione compiuta del governo delle leggi, è cosa moderna, che ha pochi secoli di vita (seppure con alcuni precedenti filosofici). Pertanto la sottomissione al “capo”  è  la regola sociologica non l'eccezione.
L’uomo, antropologicamente, vuole essere governato da altri uomini, meglio ancora se  da un uomo solo al comando: un re, un imperatore,  un principe, ma anche un tiranno, un dittatore, un duce.  
Esistono ovviamente spiegazioni, etnologiche, psicanalitiche, mitografiche, storiche e politologiche  che qui è inutile richiamare.  Il punto fondamentale resta  quello della preferenza culturale verso forme di  obbedienza, spesso assoluta, all’ uomo e non a leggi impersonali.  Leggi, queste ultime, create e codificate dagli uomini per altri uomini, alle quali per convenzione  tutti poi dovranno  ubbidire: legislatori e cittadini.   E per questo motivo  sospette ai più.  Perché, ci si chiede, fidarsi di uomini come me?  Che non hanno alcuna qualità speciale?   
Per contro, e a riprova,  si pensi,   in pieno Novecento, al delirio delle folle  per figure ritenute  invece “speciali”  come Mussolini, Stalin, Hitler. Oppure,  ancora oggi, al fascino che esercita  sulla gente  uno strambo personaggio come Trump. Siamo dinanzi a qualcosa che travalica la forma stessa dei regimi politici. Un sedimento antropologico.
Inoltre,  cosa non secondaria, lo  stato di diritto, richiede ragionamento e argomentazione, mentre l’appello al popolo del  “Cesare” di turno (il Cesare “originale”, ad esempio, affossò lo “stato di diritto” della Repubblica romana), è immediato e comprensibile per  tutti:  si  procede per sì o no, senza dover argomentare. E a colpi di spada quando occorre. 
Tra lo stato di diritto  e il  culto del capo c’è la differenza che passa tra  la diligente applicazione che richiede lo  studio e un schiaffo sferrato con violenza. Lo studio impone tempi lunghi,  uno schiaffo può essere sferrato da chiunque in un attimo. Le regole sono faticose da capire,  la violenza, a cominciare da quella verbale,  è chiara per tutti.
Ovviamente, come insegna la sociologia,  il potere è sempre gestito da pochi. Anche un sovrano assoluto ha necessità dello stato maggiore:  non esiste il potere solitario. Però per molti uomini e donne è bello e facile crederlo. Di qui,  il fascino del  “capo” che come un  dio, vede provvede.  
Insomma, la teorizzazione liberale  (dello stato di diritto e della democrazia rappresentativa)  resta assai difficile da comprendere  perché impone regole, procedure, tempi lunghi, spesso errori e  incertezze. E gli uomini, piaccia o meno,  al capire preferiscono il credere. 
E sembra essere  ancora   più  incomprensibile   in un momento come questo,   dove  due italiani su tre, come asserisce il Censis, dichiarano di   vivere  in stato di ansia per il futuro.  Che l’ansia sia motivata da fatti reali o meno, qui non interessa, il vero punto è  la incombente (e ricorrente) deriva canina...  Il fatto che  la metà degli italiani,   come quei cani dagli occhi umidi,  implori   un padrone capace di accudirli.  
In qualche misura, se ci si passa la mediocre figura retorica,   l’intonaco liberale  mostra  segni di scrostature in più punti. Sotto la vernice affiora la rozza pietra di un uomo per secoli abituato a obbedire a un uomo ritenuto come solo al comando. 
Purtroppo, ripetiamo,  la sottomissione volontaria al potere assoluto sembra essere la regola,  il liberalismo l’eccezione.  Un’eccezione che ha pochi secoli di vita. Il liberalismo è un vero e proprio esperimento antropologico. Quasi un miracolo.
Il Censis sembra perciò  confermare  una regolarità sociologica, diremmo metapolitica.  Quale?  Che  gli uomini alla  libertà, sotto il governo delle leggi,   preferiscono la sicurezza  regalata  dal tiranno.
Il liberalismo innanzitutto parla ai  coraggiosi. Non ai codardi.  Del resto, come osservava il pavido Don Abbondio  manzoniano, "il coraggio uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare"...  

Carlo Gambescia