lunedì 23 marzo 2020

Cari lettori,
"Linea" è tornato! 




Sul sito  è scaricabile gratuitamente   il numero 4 della nuova edizione settimanale:

  Speciale sui  “numeri”   del Coronavirus,
passati al setaccio da
Carlo Pompei

Editoriali e articoli di Carlo Gambescia, Carlo Pompei, Giuseppe Caramelli, Roberto Pareto 

6 pagine
(eccezionalmente questa settimana)
tutte da leggere…






domenica 22 marzo 2020

Conte chiude tutto
Decrescita infelice

Conte  non ragiona più.  E neppure coloro che lo sostengono a destra e sinistra. Se problema grave c’è, e solo per alcuna fasce anziane di popolazione, riguarda la Lombardia. Nel resto dell’Italia il decorso dell’epidemia è lento o comunque non pandemico. E  soprattutto non si è raggiunto nel Centro-Sud alcun disastroso picco, come invece evocavano gli sciamani statistici della burocrazia sanitaria.  
Una burocrazia dell'anima che ragiona  in modo settoriale e impolitico, come se l'Italia fosse un'unica struttura ospedaliera da isolare senza badare alle  conseguenze economiche, sociali e politiche delle gravissime misure prese finora, che tra l'altro per Milano, sembrano non funzionare.  Una burocrazia al cui cappio Conte, privo anch'egli,  di qualsiasi preparazione politica, soprattutto quando ammette di "dover fare" ciò che gli dicono "gli scienziati",  sta impiccando l'intera Italia. Classico atteggiamento stupidocratico. Perché gli stupidi sono presuntuosi, non imparano dagli errori, e così perserverano. Se poi sono al comando...  

A proposito di statistiche e Coronavirus invitiamo i lettori a scaricare (gratuitamente) domani  il numero 4  di “Linea” (settimanale) che contiene interessanti riflessioni  in argomento corredate di tavole, a cura di Carlo Pompei (http://linea.altervista.org/blog/).

Ecco l’ultimo  messaggio  di  Conte agli italiani. A breve - purtroppo -  seguirà un nuovo   decreto.   

«"Oggi abbiamo deciso di compiere un altro passo. La decisione del governo è chiudere nell'intero territorio nazionale ogni attività produttiva che non sia strettamente necessaria, cruciale, indispensabile a garantire beni e servizi essenziali". Sono le parole del presidente del Consiglio, Giuseppe Conte.

"Le nuove misure restrittive annunciate sono valide fino al 3 aprile.  Abbiamo deciso di chiudere in tutta Italia ogni attività produttiva che non sia cruciale, indispensabile, a garantirci beni e servizi essenziali" ha spiegato Conte. "Continueranno a venire assicurati i servizi bancari, postali, assicurativi e finanziari" ha anche detto.

"Mai come ora la nostra comunità deve stringersi forte come una catena a protezione del bene più importante, la vita. Se dovesse cedere un solo anello questa catena saremmo esposti a pericoli più grandi, per tutti. Quelle rinunce che oggi ci sembrano un passo indietro domani ci consentiranno di prendere la rincorsa". ha concluso il presidente del Consiglio».

Chi scrive non si stringe forte a nessuno. Rifiuto netto. Gli italiani istupiditi dalla paura, vivono nelle maglie di un conformismo dettato da un’emergenza che, se tale,   riguarda solo una regione: larga parte dei morti di ieri  (quasi due terzi: 546 su 793) rimanda alla Lombardia. Ma purtroppo non si ragiona più...  Né si può solidarizzare con un Governo impolitico e incapace, legato mani e piedi alla burocrazia dell’Oms e italiana. Inciso: anche  l’Opposizione non è da meno. Anzi  è peggio: perché ai medici Salvini e Meloni sostituirebbe i colonnelli.   
Si chieda a un economista serio, non da talk show filogovernativo a gettone,  come i tanti, i troppi di questi giorni,  quali sono i settori “non  strettamente necessari” di un’economia.  Non esistono. Ogni bene ha un suo indotto, e ogni indotto  rinvia ad altre filiere. L’economia è come una rete,  dovunque la si tocchi, le vibrazioni si trasmettono  via reticolo all’intero sistema, per poi tornare indietro, e così via.  Non esistono piccoli ma solo grandi danni. Soprattutto quando si intromette lo stato.

Andiamo sul tecnico. Ad esempio, le macchine utensili e i pezzi di macchine utensili, che servono per produrre macchine che a loro volta producono altri beni, diversissimi tra loro sono necessarie o no?   Il punto non è secondario, perché riguarda un indotto di migliaia di imprese, soprattutto nel Nord Italia.  Il problema non  è diminuire la produzione di  vetri  o di tappi ma di evitare la ripercussione sul settore che produce macchine utensili per tutti gli altri settori. Dopo la Prima guerra mondiale, per riconvertire, l’industria militarizzata in industria civile ci vollero anni. Una vera e propria "laicizzazione" avvenne soltanto  nel  Secondo dopoguerra. Quindi figurarsi... Insomma, sono problemi giganteschi e soprattutto  si intersecano con altri problemi di linea produttiva. Quindi non si può distinguere  ciò che "è strettamente necessario" da ciò che non lo è.   Tradotto:  un blocco o rallentamento  prolungato  provocherebbe una cronica mancanza di pezzi di ricambio a tutti i livelli. Con ripercussioni gravissime sull’industria di base (ad esempio dell’energia) e sulla vita civile (si pensi solo  ai trasporti), ripercussioni che si protrarrebbero ben oltre la crisi.  
E questo è solo un problema, tra i tanti che potrebbe sorgere da quella che si può definire la decrescita infelice imposta  a un’ Italia che ha rinunciato all’uso della ragione.

Carlo Gambescia                 



sabato 21 marzo 2020

Coronavirus e  finti "tecnici"
L’economia  à la carte del professor Monti

Quando si leggono certe interviste, sorge spontanea una domanda (almeno nell’individuo sapiens): le regole  dell’ economia  valgono sempre  oppure no?  Per il professor Monti non sembra  sia così.
Si legga l’intervista apparsa su “Avvenire” qualche giorno fa (*). Cosa  risponde  il padre dell’austerità?

«Il punto è: vogliamo che le banche decidano sempre e comunque in linea con quanto i mercati si aspettano da loro? La mia risposta è no: agendo così un banchiere centrale si rende popolare, viene considerato un mago […]. Le dico ancora: vogliamo che sempre e comunque “coprano” o mascherino il più possibile, tenendo bassissimi i tassi e ingente la liquidità, i danni recati da governi che spesso, per non essere impopolari, lasciano correre il disavanzo pubblico anche negli anni buoni e non affrontano le riforme che renderebbero le loro economie più produttive e più eque ? La mia risposta è no. Rispondere sì vorrebbe dire auspicare il trapianto, oggi in Europa, di un modello simile a quello vigente in Italia prima del 'divorzio' che nel 1981 liberò la Banca d’Italia dall’obbligo di assicurare sempre l’assorbimento dei titoli di Stato. Quando la banca centrale rivolgeva alla politica e alle parti sociali solenni ammonimenti; ma poi, quando questi non venivano osservati, e cioè quasi sempre, chinava il capo e li finanziava a pie’ di lista» (*).

Si rifletta  su questo punto: “In linea con i mercati”. Non è esatto, il linea con  welfaristi e politici corrotti,  che vogliono mettere le mani sul denaro  per usarlo  a fini di consenso politico, o se si preferisce voto di scambio.  Di qui, il ricatto ai banchieri centrali. Del quale Monti però sembra  avvedersi ( “agendo così un banchiere centrale si rende popolare”).  
Monti, tuttavia, da fine economista, come lo si definisce, sembra ignorare che, per la teoria economica, il  mercato scorge nel denaro, in quanto tale, un bene come un altro, con un suo prezzo, che sfugge a qualsiasi forma di  regolamentazione,  perfino delle  Banche Centrali, perché il denaro ubbidisce  solo alla legge della domanda e dell’offerta. La funzione  delle Banche Centrali non può che essere notarile. Non attivistica, in un senso come nell’altro (restrittivo o propulsivo).  Monti confonde (o fa finta di), il mercato delle regole economiche  con il  mercato drogato e malato di  politica, la peggiore, quella che compra i voti con la spesa pubblica.

A questo proposito,  oggi sul  “Corriere della Sera” il “professore”,  spezza  un lancia in favore  degli  Eurobond, ossia dell’emissione di titoli  pubblici europei  per finanziare quella stessa politica del denaro facile, criticata  nell’intervista al quotidiano”Avvenire”.
Non è sempre denaro facile?  Come per le manovre sui tassi?  No, perché secondo Monti l’emissione  dei titoli pubblici europei ( ma anche italiani:  su "Avvenire" si accenna  a possibili  “bond salute” italiani) sarebbe per una  buona causa…
Anche i titoli pubblici in qualche misura sono denaro che si presta allo stato, che poi ne fa l’uso che vuole, a prescindere dal titolo formale del prestito. Denaro, che secondo Monti, lo Stato  dovrebbe però  usare  con parsimonia o per scopi nobili.  
La buona causa in economia è quella rappresentata dalla legge della domanda e dell’offerta. Tutto quello che  si discosta da essa è politica che giustifica cause nobili o meno nobili, ma che con l’economia non ha  nulla a che vedere.  
Il che spiega la facilità con la quale  il professor Monti, come una specie di  redivivo Leopoldo Fregoli, possa prima indossare  gli abiti  del teorico del bilancio in pareggio e poi quello dello  sponsor della spesa pubblica prossima ventura.
Altro che demonizzato grigiocrate...  Monti  non è un economista, né un tecnico, ragiona e si comporta da politico, per alcuni con simpatie a sinistra. In realtà, le sue tesi welfariste sui titoli potrebbero  non dispiacere neppure  a  destra, dal momento che in  Italia, destra e sinistra  fanno da sempre del loro meglio per ignorare le leggi di mercato. 
Insomma,  l’economia à la carte piace a tutti i partiti.  E gli "economisti" si adeguano...

Carlo Gambescia  


                                


venerdì 20 marzo 2020

Coronavirus e stato d’assedio
La Cina è vicina






C’ è  un fenomeno sociologico che si chiama pressione sociale.  Che significa? Vuol dire che l’uomo non ragiona più con la sua testa, quindi come individuo, ma con la testa  collettiva, degli altri.
Manzoni, protosociologo, nei  Promessi sposi  ha ben descritto il fenomeno, forse ancora meglio, che  nella Colonna infame: voci e paura si mescolano, il senso di insicurezza dilaga,  sicché si assaltano forni, si linciano untori, ci  si dilania a vicenda sotto l’occhio “benevolo” delle autorità, soprattutto  attente  al non fare salire la protesta ai piani alti del palazzi del potere.  Autorità però   pronte   a usare la paura, come arma biopolitica (in sintesi: "se ubbidisci,  vivrai"),  per rafforzarsi, mai per indebolirsi.  È una regolarità metapolitica.


Un piccolo esempio? Oggi i  giornali aprono all’unisono  con la notizia che il numero delle vittime italiane ha superato  quello delle vittime cinesi.  Da un punto di vista razionale  - testa individuale -  il dato dovrebbe essere corretto alla luce della diversità di età media fra Cina e  Italia. Detto, brutalmente, l’Italia è un paese di vecchi, molti ovviamente  malandati, la Cina di giovani, o poco più, quindi, visto che il Coronavirus, colpisce le fasce anziane, il fenomeno sarebbe scontato (purtroppo, per carità). E invece, ecco la pressione la sociale - la testa collettiva – dispiegare tutta la sua tremenda forza:  si attribuiscono  questi decessi a  un mitico  processo a spirale pandemico che porterà all’estinzione della specie italiana.  
Roba da libro visionario di Philip K.Dick. Per inciso su “Linea” di lunedì prossimo (n. 4, 23-3-20)  il lettore potrà trovare   molti argomenti interessanti, anche di natura statistica, sviluppati con genialità da Carlo Pompei,  a proposito dell’ interpretazione millenarista  del Coronavirus (il numero, per questa settimana  di sei pagine, si potrà scaricare gratuitamente qui:   linea.altervista.org/blog/  ).
Da una classe politica con la testa sulle spalle e amica della libertà e della ragione individuali,  ci si dovrebbe aspettare ragionamenti  razionali, non il compiaciuto assecondamento di paure millenariste collettive (parola parente di “collettivismo) tornate  a serpeggiare tra la gente. 
Ormai nessuno sembra più ragionare con la testa propria.  A giorni, probabilmente tra sabato e domenica, l’Italia dovrà subire un altro giro di vite spaventoso ( si parla di militari in strada, di coprifuoco, di sospendere ogni attività economica, di ridurre ulteriormente gli orari degli ultimi negozi aperti di generi alimentari). In nome di che cosa?  Di una pressione sociale che sta travolgendo  tutti:  governati e i governanti. Si vuole a tutti i costi estendere il modello cinese  all’Italia,  prescindendo  da qualsiasi ragionamento razionale.

Sorvoliamo per oggi,  sulla questione politica, del cui prodest in senso strettamente partitico. Anche perché, come accennato,  risulta  ovvio che processi del genere, sociologicamente parlando,  favoriscono l’accentramento decisionale e il controllo sociale, quindi di riflesso l’ autorità politica in quanto tale, al di là del colore partitico. Anche perché l'Italia è stretta tra l' incudine del populismo di destra e il martello del populismo di sinistra...  Un "monocolore"  politico, anzi impolitico (se la politica è "anche" uso della ragione),  che abbraccia maggioranza e opposizione
Autorità, dicevamo, che, una volta persa la testa (individuale), può tranquillamente approfittare della situazione, cavalcando la tigre della pressione sociale (collettiva),  lungo le linee in crescendo di un processo spirale che  può sopprimere ogni libertà proprio in  nome del popolo.  Una tragedia.
Che dire? La Cina è vicina.  Del resto la delegazione di pietosi  medici cinesi  in visita in Italia, pare ascoltatissima dalle nostre autorità, questo consiglia: chiudere tutto. Dopo  di che, sarà ancora più  facile per la Cina  trasformare  in colonia  un’ Italia distrutta economicamente.  

Carlo Gambescia 


giovedì 19 marzo 2020

Italia, Europa e Cina  al tempo del Coronavirus
Il valore della libertà


Il nemico comune unisce o no?  Difficile dire.   Quel che sta avvenendo all’interno dell’Ue, indica che l’Europa  dinanzi al nemico comune Coronavirus sta reagendo in ordine sparso e soprattutto in modo emotivo:  reazioni che spiegano  l’accostamento dell’Italia alla Cina, elevata a modello politico. Ma sul punto torneremo più avanti.   
Prendiamo ad esempio due decisioni che sembrano andare  verso  direzioni opposte: da un lato  la scelta  della  Bce (semplifichiamo) di comprare titoli per 750 miliardi di euro e così finanziare la spesa pubblica dei membri  Ue, dall’altro la decisione di alcuni paesi di introdurre controlli alle frontiere (per ora 12 su ventisei e  per un periodo limitato di tempo),   nella prospettiva però di chiuderle del tutto,  sospendendo, in via definitiva  lo spazio di Schengen, spazio di libera circolazione di uomini e merci.
In realtà, sono scelte  che marciano verso un’unica direzione: quella di disastro economico. Per un verso si permette  di drogare l’economia, indebolendo l’euro, per l’altro si guarda al modello autarchico,  con conseguente sparizione di beni e merci dagli scaffali.  Non compensa queste due misure, anzi probabilmente le peggiora, per le stesse ragioni, la decisione di vietare l’ingresso Ue per trenta giorni ai cittadini extracomunitari.  Quanto prima potrebbe seguire un divieto anche per le merci. Con conseguenze inenarrabili.

Si dice che in politica estera gli interessi contino più dei valori. In realtà il comportamento Ue e dei paesi che la compongono  non rispetta né gli interessi (di far circolare le merci, per riempire gli scaffali) né i valori, a partire da quelli della liberal-democrazia (di far circolare le élite politiche).
Un ultimo punto. Se si chiudono le frontiere, in nome di una paura irrazionale e  si  guarda alla Cina come modello sul piano politico, che cosa resta dell’Europa?
Spesso si parla di valori, interrogandosi  sul loro significato. Anzi facendo dell'ironia su quei chiacchieroni dei liberali.  Come  misurarli  "questi valori" ci si chiede dandosi di gomito? .  
Semplicissimo:  per differenza.  Qual è  stata  finora  la principale differenza tra  Europa e Cina? La libertà.  Quindi se cade la libertà  ogni differenza con la Cina  rischia di sparire.

Carlo Gambescia  


mercoledì 18 marzo 2020

Un appello per “Linea”
Coronavirus e Stato di Polizia:
una battaglia di libertà


Oggi desidero  pubblicare   un  appello per “Linea”.  Che però non può non essere preceduto da una premessa, altrimenti sarebbe incomprensibile. Una lunga premessa su quanto sta accadendo. 
I governanti,  tutti,  hanno  ormai  perso la testa. Cosa non farebbero per non perdere il potere... Perciò gli italiani si preparino a non mettere  più fuori la testa di casa.  È questione addirittura di giorni.  
Ieri ho tentato di sottolineare, da umile sociologo, i  rischi che si corrono:  non tanto di morire  di Coronavirus, quanto di finire in catene, in isolamento, in un’Italia prigioniera della paura (*). 
Si ricordi: l’atteggiamento tipico di ogni governo autoritario è di colpevolizzare i cittadini per poter  punire meglio.  
Sui giornali di oggi, che riprendono compiaciuti i toni allarmistici di politici che hanno perso la  testa,  si legge   che gli italiani  non  restano  a casa (come se fosse normale  cambiare da un giorno all’altro le proprie abitudini), non ubbidiscono,  “escono troppo per fare la spesa”.
Pertanto, come si intuisce, si sta preparando un altro giro di vite, probabilmente anche di tipo digitale, dal momento che si parla, come per la Lombardia, di controlli ferrei oltre che stradali, sulle celle dei telefonini. In nome, ovviamente, del nostro bene.  
Tecnica semplicissima, ripetiamo: colpevolizzare e punire. E con una sua logica securitaria ferrea, che una volta messa in moto, soprattutto, se  l’epidemia proseguirà a bassa intensità (in rapporto al numero totale della popolazione), come sta avvenendo,  l’Italia, ma a questo punto tutti i paesi che seguiranno l’esempio  italo-cinese,  si  trasformerà in carcere a cielo aperto, con conseguenze  politiche ed economiche  devastanti.

Oggi su “Repubblica” Ezio Mauro, ma il discorso è generale (riguarda i  media di  destra e sinistra), liquida come thatcheriani  coloro che osano criticare   -  pochissimi  in verità -  la natura liberticida delle misure governative. Ma si noti pure l'uso distorto che  si fa del termine "negazionista",  usato un tempo, e giustamente, per i "negatori"della Shoah,  nei riguardi invece di coloro che dissentono dalle misure governative  di questi giorni.
Sveglia!  Sta nascendo uno Stato di Polizia. Le forze politiche (tutte), aiutate da una stampa embedded,  usano il potere biopolitico -  di vita e di morte -  per mantenersi al potere: si  terrorizzando i cittadini per ottenerne l’obbedienza assoluta.  E così restare aggrappati al comando. E' quasi una legge fisica.   Più cresce e si diffonde  il senso di pericolo più i cittadini sono disposti a subire, senza farsi domande,  le misure più severe. E da che mondo è mondo,  il silenzio è alle radici dell'obbedienza sociale.
Vengo finalmente  al punto. Chi scrive, a parte qualche amico, non si è mai sentito solo come in questo momento. Chiedo perciò ai tanti o pochi che  mi leggono,  di contribuire  alla diffusione di “Linea”.  Un testata storica, (per ora settimanale), che, grazie all'opera del geniale Carlo Pompei,   direttore  in pectore,  e di  altri bravi redattori, si propone di  informare il lettori  in modo esente da pregiudizi,  dei  pericoli involutivi che inevitabilmente derivano da scelte politiche gravissime, che - si badi - non hanno precedenti nella storia della Repubblica.
Non  si dia ascolto alle polemiche "organizzative" -  il cosiddetto giochino  delle responsabilità -    su cosa si poteva e potrebbe fare in materia di sanità, roba da intrattenimento,  da talk show politico: certo, quattro medici per italiano...  Polemiche  usate  per distrarre l'attenzione dai problemi di libertà. Ma non si dia neppure ascolto alle melliflue parole di certa cultura di sinistra , anche cattolica   (e perfino in alto),  sulla necessità di  riscoprire il valori domestici e spirituali.  Appelli dietro  cui  si nasconde il ghigno del mostro statalista se non addirittura cesaropapista e socialista. E nemmeno si dia  retta  ai conati di vomito  dittatoriali di una destra che vorrebbe controllare perfino  il respiro degli italiani.  Altro che la misurazione della febbre, la destra  vuole i colonnelli.
Ripeto: un’intera classe politica, a destra come a sinistra, sta giocando  sulla paura per impedire agli italiani di pensare.  “Linea” si oppone a tutto questo. 
Cari amici leggete e diffondete (**). Contribuite alla difesa della libertà di tutti.  Anche di chi  non sembra capire - e sono tanti, troppi -   la differenza che passa tra un servo e un uomo libero.

Carlo Gambescia



(**) Linea è scaricabile gratuitamente qui:  linea.altervista.org/blog/.







martedì 17 marzo 2020

Il Coronavirus, la società e l’albero di Natale…
Non spegnete le “lucine”


Una "lezioncina" di sociologia
Il Coronavirus può essere  l’occasione per una “lezioncina” di sociologia sul funzionamento delle società.
In tempi normali ( nell’ assenza di emergenze di ogni tipo: guerre, rivoluzioni, calamità naturali, epidemie) ad esclusione dei regimi politici dittatoriali, gli individui trascorrono la propria vita  secondo schemi abitudinari, che mutano  storicamente.  La libertà degli antichi era profondamente  diversa da quelli dei moderni. Per non parlare di epoche, come il medioevo,  dove la libertà stessa veniva considerata un privilegio, legata al ceto di appartenenza.

Poesia e prosa
Diciamo che l’idea di libertà, nelle sue diverse articolazioni, storicamente e sociologicamente parlando, rappresenta la poesia sociale, mentre l’organizzazione sociale, la prosa. Sotto questo aspetto l’intera storia umana  - la prosa - potrebbe essere ricondotta a una lunga  sequenza di  forme  organizzative, spontanee e coercitive.  Di qui lo scontro tra poesia e prosa.  
Naturalmente del  conflitto,   la gente comune -  l’uomo medio dei sociologi -  nei tempi normali non si accorge affatto:  le società si sviluppano per vie naturali, non conoscono fini generali, gli uomini vivono perseguendo i propri interessi, condividendo abitudini, lentamente condivise (che nascono da  interessi che danno ottima prova evolutiva), e di conseguenza accettano  o rifiutano i limiti imposti dagli interessi organizzati: l’altro aspetto coercitivo della prosa sociale. Come il "borghese gentiluomo" di Molière, gli uomini  parlano  in prosa senza saperlo. 


Le lucine dell’albero di Natale
Il  termine interesse  ha qui  il valore neutro di finalità, scopo, motivo per l’azione. E gli interessi sono sempre individuali ed è difficile prevedere dove condurrà la sommatoria  (se di sommatoria si tratta) degli interessi individuali. L’eterogenesi dei fini (si vuole una cosa se ne ottiene un’altra) è una verità sociologica, che  si vendica sempre della cosiddetta ipotesi costruttivista che crede, come molti poeti sociali,  nella possibilità di costruire le società dall’alto secondo un’ipotesi di bene comune, imposta sempre dall’alto.  In nome dunque della poesia…   

Sulla società, quale dinamica degli interessi individuali,  l’ "emergenza", che porta sempre con sé interventi dall'alto, può provocare, secondo una scansione scalare,   prima un rallentamento, poi un cedimento, infine lo spegnimento del libero agire individuale: si pensi a un alberello di Natale dalle molteplici lucine sociali, rappresentate dagli interessi individuali: lucine che, una volta spentesi tutte,  lasciano spazio a uomini che procedono a tentoni, tesi solo sopravvivere.   E per sopravvivere, interesse primario e fondamentale, l’uomo è disposto a tutto, anche a farsi schiavizzare.  In  argomento il mito platonico della caverna resta un esempio sociologico fondamentale: alle lucine  dell’albero di Natale si sostituiscono le ombre…

Sul bene comune
Un' "emergenza" come il Coronavirus (o meglio la risposta dello stato al Coronavirus, come massima aggregazione di interessi coercitivi e burocratici) sta spegnendo a una  a una, le “lucine”.   Si dice per il bene comune.  Ma il bene comune, se ne esiste uno, è proprio nel lasciare che le società si sviluppino spontaneamente trovando, senza perseguirlo direttamente,  il proprio  equilibrio storico e sociale, grazie  al libero perseguimento degli interessi individuali. Bisogna lasciare spazio alla prosa dello spontaneismo sociale, ossia all’individuo libero di perseguire i propri interessi.  Si tratta di una realtà  comprovata:  nessuno mai si è seduto a tavolino e progettato l’Impero romano, il feudalismo, il capitalismo. Solo per fare tre esempi classici.  
Però, un’epidemia, come si sente ripetere in questi giorni, può cancellare la società, colpendo gli individui e riducendo quindi a un  valore  pari a zero la possibilità di trovare  un equilibrio storico e sociale…   Il che può essere vero, però è altrettanto vero, che i meccanismi di autodifesa istituzionale possono per un verso salvare l’individuo, ma per l’altro ridurlo in stato di schiavitù. E anche questa è prosa, nel senso che sono cose, che possono piacere o meno, ma che regolarmente accadono. Tuttavia si tratta di prosa pericolosa, perché  imbevuta di poesia sociale, che non bada agli effetti perversi delle azioni sociali imposte dall'altro. Tradotto: si vuole il bene si consegue il male.

     
“Tempi bui”
Di solito si dice pure che si tratta di schiavitù temporanea per il bene dell’uomo. E qui purtroppo, come anticipato,  si entra nello scivoloso campo della “poesia”, dell’ideologia giustificativa dell’ autodifesa istituzionale, in questo caso della macro-istituzione rappresentata dallo stato che oppone all’equilibrio naturale degli interessi (la prosa spontanea),  l’equilibrio artificiale, (la prosa coercitiva),  impregnata però di poesia,  declamata dalla massima  tra le macro-istituzioni: lo stato costruttivista. Che, ufficialmente, come ogni poeta vive di arte e di amore, mentre in realtà, oltre un certo limite, difficile da accertare, con il suo agire,  incatena l’uomo ai ceppi della famigerata caverna platonica.  
Concludendo, una volta spente le lucine dell’albero,  sopravviene il buio, per anni, decenni, secoli. Come si intuisce non è possibile quantificare la durata dei “tempi bui”. Certo, come  già avvenuto si possono sempre declamare  ai popoli  poesie, magari per secoli…   

Carlo Gambescia