sabato 22 novembre 2025

Ucraina. Il piano in 28 punti: una pace al prezzo della libertà

 


Il piano in 28 punti, non ancora ufficializzato, elaborato dagli Stati Uniti  in "collaborazione" con la Russia rappresenta una proposta di pace molto controversa per l’Ucraina. Se da un lato offre la possibilità di un cessate il fuoco e l’avvio di una ricostruzione, dall’altro comporta concessioni strategiche e morali pesanti che minacciano la sovranità e la libertà del Paese, assoggettandolo di fatto alla Russia (*).

I principali punti critici che aprono alla sottomissione riguardano:

1) Territori: il piano prevede il riconoscimento della Crimea come territorio russo e la possibilità di congelare temporaneamente il controllo su Donetsk, Luhansk, Kherson e Zaporizhzhia. Questo costituisce una resa implicita sulle linee rosse ucraine, legittimando l’aggressione russa.
2) Forze armate e sicurezza: le truppe ucraine verrebbero ridotte a circa 600.000 effettivi, e il piano include il divieto di adesione alla NATO, formalizzato nella Costituzione e vincolante anche tramite accordi internazionali. Queste misure compromettono la capacità difensiva e strategica dell’Ucraina e limitano la sua libertà di scelta politica e militare.
3) Garanzie di sicurezza: il piano propone patti con la Russia e garanzie affidate a paesi terzi, ma restano fragili e potenzialmente inaffidabili, non equivalendo a un’effettiva alleanza difensiva.
4) Dipendenza economica: la gestione della ricostruzione prevede l’uso di fondi russi congelati e fondi congiunti, creando una forma di dipendenza economica da Mosca.

In sintesi, la proposta offre una via per fermare il conflitto, ma a prezzo di compromessi sfavorevoli all’Ucraina: sovranità limitata, territori ceduti, capacità difensiva ridotta e dipendenza economica. È una pace pragmatica, ma difficilmente può essere considerata onorevole: l’Ucraina rimarrebbe formalmente indipendente, ma con pesanti vincoli che la renderebbero subordinata alla Russia in molte scelte strategiche.

Cosa deve fare l’Ucraina? Molto dipenderà dalla reale volontà europea di sostituirsi agli Stati Uniti, soprattutto per quanto riguarda gli aiuti militari. 

E qui si apre un’altra questione: l’Europa è economicamente in grado di affrontare da sola il peso del conflitto? Probabilmente no.

Anche perché sul piano politico, metà dei Paesi europei vede o vedrà al potere una destra Maga, filotrumpiana, e l’altra metà è filoputiniana. Lo spazio di manovra europeo, non solo economico,  appare dunque piuttosto ridotto.

Per farla breve: le possibilità di aiutare l’Ucraina sono direttamente proporzionali all’allontanamento dal potere di quelle forze politiche, di destra o di sinistra, filo-Trump o filo-Putin, in sintonia con il pacifismo generalizzato delle popolazioni europee, almeno secondo i sondaggi.

Purtroppo, scendendo sul piano sociologico, gli europei, rispetto all’indipendenza dell’Ucraina e alla propria, sembrano preferire, pur di evitare una guerra, di finire nell’orbita russa e di essere trattati nel frattempo da Trump come disciplinati servitori degli interessi Maga.

Sotto questo aspetto, appaiono nobilissime le parole in risposta, anch'esse in qualche modo non  ufficiali, tra le righe, di Zelensky, indirizzate ieri al popolo ucraino in occasione  del Giorno della Dignità e della Libertà (**). Dalle quali però sembra trasparire – se l’aiuto dell’Europa verrà meno – l’idea di un passo indietro.

Non è la prima volta nella storia – e non sarà l’ultima – che a vincere è l’ingiustizia. Purtroppo, come insegna la lezione del 1945, oggi dimenticata, senza una dura guerra difficilmente il mondo libero avrebbe avuto ragione del nazifascismo.

Se così sarà, consegneremo alla storia il tradimento di Trump dei valori atlantici, consacrati dalla vittoria nella Seconda guerra mondiale. Allo stesso modo, non può passare inosservata la dissolutezza politica di Putin, che oggi sembra riaffermarsi come quella di Hitler e Mussolini nel 1938.

Non potendo fare altro, almeno per il momento, lanciamo la nostra biblica maledizione su questi due complici di una nuova Monaco, estendendola di cuore ai Paesi e alle forze politiche europee disposte a vendere la libertà dell’Europa e dell’Ucraina.

Carlo Gambescia

(*) Qui il piano: https://news.sky.com/story/trumps-28-point-ukraine-peace-plan-in-full-including-land-kyiv-must-hand-to-russia-and-when-elections-must-be-held-13473491?utm_source=chatgpt.com .
(**) Qui in versione originale (inglese): https://www.president.gov.ua/en/news/yednist-potribna-nam-yak-nikoli-abi-v-nashomu-domi-buv-dosto-101493 .


Segue il discorso del Presidente Zelensky, da noi tradotto in italiano dall’inglese.

 


Ucraini,

Nella vita di ogni nazione arriva un momento in cui è necessario parlarsi con assoluta chiarezza. Con serenità, senza  inutili  contrasti, né speculazioni o  polemiche inutili. Solo la verità. Come ho sempre cercato di comunicarvela.

Oggi attraversiamo uno dei momenti più difficili della nostra storia. L’Ucraina è sottoposta a una pressione durissima e rischia di doversi confrontare con una scelta estremamente complessa: rinunciare alla propria dignità oppure rischiare di perdere un partner decisivo. Accettare condizioni pesanti, oppure affrontare un inverno particolarmente rigido, con tutti i pericoli che comporta: una vita senza libertà, senza dignità, senza giustizia. Una vita che dipenderebbe da chi ci ha già aggrediti due volte.

Si aspettano una risposta da noi. Ma quella risposta l’ho già data il 20 maggio 2019, giorno del mio giuramento: mi impegnai a difendere la sovranità e l’indipendenza dell’Ucraina, a proteggere i diritti e le libertà dei cittadini, a rispettare la Costituzione e le leggi, a servire l’interesse del popolo e  rafforzare il ruolo dell’Ucraina nel mondo.

Quel giuramento non è un atto formale: è un obbligo morale e politico. E a ogni parola di quell’impegno sono rimasto fedele. L’interesse nazionale dell’Ucraina non può essere negoziato.

Con i nostri partner non useremo toni di natura provocatoria. Lavoreremo con calma, con rigore, con spirito costruttivo. Con gli Stati Uniti e con ogni alleato avvieremo un dialogo intenso, fondato su argomenti solidi e soluzioni responsabili.

Presenteremo le nostre ragioni, proporremo alternative, cercheremo convergenze. Ma una cosa è certa: non permetteremo al nemico di sostenere che l’Ucraina non vuole la pace o che stia sabotando la diplomazia. Questo non accadrà.

L’Ucraina agirà con rapidità. Oggi, domani, in ogni giorno della prossima settimana e per tutto il tempo necessario. Lavoreremo senza sosta affinché due valori irrinunciabili non vengano mai accantonati: la dignità e la libertà del nostro popolo. Da essi derivano la nostra sovranità, la nostra indipendenza, la nostra terra, la nostra comunità nazionale e il nostro futuro.

Faremo tutto il necessario affinché la guerra finisca. Ma che con essa non finisca l’Ucraina, l’Europa, né l’idea di una pace internazionale duratura.

Ho appena parlato con i nostri partner europei. Sanno bene che la Russia non è lontana: è ai confini dell’Unione. E sanno che oggi l’Ucraina è lo scudo che separa la vita europea dai piani aggressivi di Putin. L’Europa è con noi e continuerà a esserlo.

Non possiamo rivivere ciò che accadde il 24 febbraio: la sensazione di essere soli, la certezza che solo la forza del nostro popolo potesse fermare l’invasione. Il mondo riconobbe il coraggio degli ucraini. Ma deve comprendere che  anche gli ucraini sono esseri umani che da quasi quattro anni resistono a uno dei più grandi eserciti del pianeta, sotto bombardamenti continui e perdite quotidiane.

Siamo forti, ma  alla lunga anche il  metallo più resistente  può cedere.

Per questo vi chiedo: restate con l’Ucraina. Restate con il nostro popolo. Restate dalla parte della dignità e della libertà.

Cari ucraini,

Ricordate il primo giorno della guerra: la paura, il buio, il crepitare delle armi. Ma il nemico non vide le spalle di un popolo in fuga. Vide i nostri occhi. Vide la determinazione di difendere ciò che è nostro. Questa è la nostra dignità. Questa è la nostra libertà. Questa è la nostra forza.

Oggi, come allora, l’unità è la condizione per una pace giusta.

Mi rivolgo a tutti: cittadini, istituzioni, forze politiche. È il momento di ritrovare lucidità e coesione.

Lo Stato deve funzionare con disciplina e responsabilità. Il Parlamento deve lavorare unito. Il governo deve agire con efficienza. E tutti dobbiamo ricordare, senza ambiguità, chi è il nemico dell’Ucraina.

Il primo giorno della guerra mi fu presentato un ultimatum: dovevo porre fine al conflitto. Mi dissero: o firmi, o sarai  spazzato via   e un presidente ad interim firmerà al tuo posto.

Oggi sappiamo com’è andata. Quegli emissari del nemico, come ciò che ci volevano imporre, sono tornati da dove sono venuti.

Non tradimmo l’Ucraina allora e non la tradiremo oggi. Allora sentivo il vostro sostegno. E lo sento  tuttora.

Ed è questo sostegno morale che mi permette di difendere, in ogni sede internazionale, una pace autentica e dignitosa.

Perché so che il popolo ucraino è con me: milioni di persone che hanno lottato per la libertà e che meritano la pace.

I nostri caduti, che hanno dato la vita per l’Ucraina, meritano di vedere dall’alto che i loro figli e nipoti  finalmente potranno godere di  una pace stabile e giusta. E quella pace arriverà.

La settimana che ci attende sarà complessa, carica di pressioni politiche, informative e psicologiche.

Tutte tese a indebolirci e dividerci.

Il nemico cercherà di farci vacillare. Non glielo permetteremo. Ne abbiamo tutto il diritto.

Siamo un popolo maturo, consapevole, forte dei propri valori. Celebriamo  degnamente il Giorno della Dignità e della Libertà, Giornata che racconta cosa siamo: un popolo libero.

Continueremo a impegnarci sia nel campo diplomatico che in quello della  politica estera per la pace dell’Ucraina. E dentro il Paese continueremo ad agire uniti, nel nome della dignità, della libertà e della nostra sovranità.

So – e non soltanto credo – di non essere solo. Con me ci sono la nostra nazione, la nostra società, i nostri soldati, i nostri partner e alleati.

La nostra forza è l’unità!

Onoriamo il Giorno della Dignità e della Libertà!

Gloria all’Ucraina!

Volodymyr Zelensky, Presidente dell’Ucraina, 21 novembre 2025

venerdì 21 novembre 2025

A proposito di “scossoni”. Democrazia liberale e corruzione

 


Marco Damilano, commentando con una fin troppo indulgente Luciana Perina le uscite di Garofani a un evento romanista (probabilmente per romanisti di fascia alta), ha scelto la strada della minimizzazione. Capisco l’istinto: Perina la ricordo bene, direttrice brillante, rapida nel giudizio, sebbene allora un po’ sbilanciata verso il liberalismo di sinistra. Ma minimizzare oggi, come fanno lei, Damilano e perfino il Quirinale, significa non cogliere il punto.

Perché ogni volta che la politica si complica — e nelle democrazie liberali accade spesso — riaffiora una tentazione antica: sperare nello scandalo capace di ribaltare l’opinione pubblica e di far crollare chi governa. Lo “scossone provvidenziale”, per citare Belpietro (sembra infatti che Garofani non abbia usato quel termine) rinvia alla sinistra, che vi spera, e alla destra che vuole usare la rivelazione, come contro-scossone. E minimizzare non aiuta. Perché scossone e contro-scossone fanno parte – semplificando – del pacchetto liberale.

Il lettore non sobbalzi sulla sedia. Perché è proprio l’idea di “scossone”, provvidenziale o meno ( nel senso di un lavorio, di volta in volta a senso unico della procure), a provocare fraintendimenti: si continua a leggerla in chiave moralistica, come devianza o aberrazione, quando invece appartiene alla fisiologia stessa delle democrazie parlamentari.



E qui va chiarita una cosa fondamentale. Che spesso sfugge agli osservatori, soprattutto quando e se perfettisti, sebbene su sponde opposte, come “La Verità” e “Il Fatto quotidiano”.

Un passo indietro.

Già con Robert Walpole, tra gli anni Venti e Quaranta del Settecento, si intravedono le origini del futuro sistema Westminster: un capo di governo di fatto, la centralità del gabinetto e la necessità di governare tramite una maggioranza stabile alla Camera dei Comuni. Non è ancora un modello compiuto, certo, ma la pratica politica di Walpole fornisce l’impianto che nel secolo successivo verrà riconosciuto come struttura portante della democrazia parlamentare britannica.”

Ma va ricordato anche un quarto elemento: quello della corruzione. Walpole, Wight, fu sistematicamente attaccato dai Tory, e non a torto: Walpole teneva insieme la maggioranza con un uso spregiudicato del “patronage”: posti pubblici, pensioni segrete, favori e appalti distribuiti ai deputati o ai loro referenti locali. Proprio questa pratica, ambigua ma efficace, contribuì a definire il funzionamento precoce del modello Westminster.”



Pertanto, se, come affermò un nemico giurato della democrazia liberale, Charles Maurras, che il liberalismo si regge sul denaro e sul conseguente rischio di corruzione, lo scandalo, come “scossone”, e qui non importa se vero o falso, cioè se frutto di congiure o di autentica corruzione, rappresenta un momento della prosecuzione della democrazia liberale con altri mezzi. Discorso che ovviamente va esteso al contro-scossone.

Detto altrimenti: lo scossone – o scandalo – è qualcosa di fisiologico, non di patologico, come invece sostengono i perfettisti di destra e sinistra, di regola, nemici assoluti della moderna democrazia parlamentare.

Un tasso di corruzione caratterizza le democrazie parlamentari. Non esistendo più una aristocrazia per tradizione, ne esiste una per merito, e il denaro, ne è un perfetto marcatore. Ovviamente, non tutti gli uomini, ne sono degni, di qui la corruzione.

Quel che va compreso, è che resta impossibile tornare alle aristocrazie per tradizione e che di riflesso ci si deve accontare di élite basate sul merito, nelle quali si infiltra sempre il denaro e con esso la possibilità di corruzione, e di scossoni e contro-scossoni…

Va però ricordata un’altra cosa: la dicotomia tra fisiologico e patologico, non riguarda il contrasto assoluto tra un mondo politico perfetto e imperfetto, ma rinvia all’estensione del tasso di corruzione all’interno di un mondo imperfetto, nel senso in cui Churchill definì la democrazia (liberale) come il peggior sistema di governo, eccezion fatta per tutti gli altri sperimentati dagli uomini.                                    

Insomma esistono dei limiti. La Terza Repubblica francese negli anni Trenta del secolo scorso, toccò il fondo. Scandalo Stavinsky docet. Poi la sconfitta del 1940 travolse tutto. Nella Spagna della Restaurazione, Cánovas e Sagasta costruirono il sistema del turnismo, alternandosi al potere grazie a un meccanismo controllato dall’alto. Il loro “patto” si reggeva su una rete di cacicchi locali, corruzione elettorale e manipolazione del voto. Che, una volta usciti di scena i due protagonisti, degenerò e favorì l’instaurazione della dittatura militare di Primo de Rivera.   


L’Italia unita rimanda direttamente agli scandali del periodo crispino e in parte giolittiano, che per certi versi favorirono la critica fascista della democrazia liberale. Ma si pensi anche a Tangentopoli e al conseguente populismo di destra e sinistra. Per contro, il fascismo fu una dittatura corrotta alla radice, e di conseguenza non può essere citato come esempio.

Il punto è usare lo “scossone” con giudizio. È probabile che qualcuno di questa destra di governo prima o poi verrà sorpreso con le mani nel sacco. È fisiologico. Ma è anche fisiologico che venga punito dagli elettori. Non è fisiologico invece usare lo scossone – e non importa da chi – per abbattere la democrazia liberale.

Il vero problema, come ricordavamo ieri (*), è che la sinistra non sembra politicamente pronta. Quanto ai tecnici e ai professori, non sono più quelli di venti o trent’anni fa. Esiste quindi il rischio che a prevalere siano coloro che minacciano la democrazia liberale, sempre pronti a gettare discredito su tutto ciò che non rientra nelle loro categorie.

Insomma, se ogni sistema parlamentare porta con sé un tasso di corruzione, il punto non è fingere che non esista — o minimizzare per riflesso condizionato — ma capire come la politica e l’opinione pubblica reagiscono quando lo “scossone” colpisce un governo. È lì che si misura la qualità di una democrazia, non nell’illusione di un’impossibile purezza.

 


Per questa ragione la destra al governo farà bene a non contare sulla copertura moralistica, e la sinistra a non illudersi che un inciampo avversario basti a riportarla in sella. Se domani scoppiasse uno scandalo serio, non è affatto detto che i progressisti avrebbero uomini, idee e classe dirigente pronti a raccoglierne gli effetti.

Le democrazie parlamentari sopravvivono non perché sono incontaminate, ma perché sanno metabolizzare i loro stessi vizi. Il vero limite, oggi, è che da noi questa capacità di metabolizzazione si sta assottigliando: troppe tifoserie, poca politica. E quando succede, lo scandalo smette di essere fisiologia e rischia di diventare necrosi.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2025/11/caso-garofani-magari-un-sano-ribaltone.html .

giovedì 20 novembre 2025

Caso Garofani. Magari un sano ribaltone…

 


Francesco Saverio Garofani, il consigliere di Mattarella, non ha letto Machiavelli. E con l’Ave Maria e il Padre Nostro non si fermerà l’ascesa di questa destra, cinica, feroce e restauratrice: quella del “Mussolini ha fatto cose buone”.

Negare e imbrogliare le acque: ecco quel che si doveva fare. Anche perché, in fondo, come sembra, si è trattato di parole in libertà in una delle tante cene romane. Garofani avrebbe auspicato lo “scossone” (per la destra ribaltone). Machiavelli sosteneva che i nemici andavano spenti, subito e nel silenzio, quando ovviamente era inutile continuare a blandirli.



La tragedia della sinistra – tra le tante – è il perfettismo morale, di cui Mattarella e consiglieri sono un perfetto esempio. Però purtroppo non si può fare la frittata senza rompere le uova. Il punto è che, sulla preparazione della frittata, va sempre tirata su una cortina di silenzio. Garofani, che probabilmente è vanitoso, ha parlato troppo nelle more di una cena succulenta, offrendo così il fianco a una destra che, storicamente parlando,  entrava e usciva dagli uffici dei servizi segreti, guardando  con favore al colpo di mano militare. Pensiamo all’area politico-militare-attivistica che ruotava intorno al Msi, partito che tra l’altro candidava generali golpisti.

Pertanto Meloni & Co si sanno muovere. Mattarella e i suoi no. Quando cadde Berlusconi, in larga parte defenestratosi, al Colle c’era Napolitano, sopravvissuto ai servizi segreti sovietici (quindi sapeva il fatto suo) e, inoltre, le destre, in particolare quelle di ascendenza missina e populista, non erano ancora così forti. Eppure il “colpo” – se era tale – riuscì.



Con Giorgia Meloni sarà molto più difficile: in primo luogo, perché lei è navigatrice di lungo corso, nonostante la giovane età; in secondo luogo, perché Mattarella non è Napolitano, e la qualità  dei suoi consiglieri ne risente; in terzo luogo perché la sinistra si è radicalizzata  sulla scia della destra. Insomma "populisteggia".

Purtroppo il tempo dei bravi tecnici di sinistra, a partire da Monti e Draghi, sembra finito. Con Schlein, Fratoianni, Conte, gente che sogna candidati alla Mandami, non si va da nessuna parte. Servirebbe una sinistra moderata, liberale, saldamente atlantista (non nel vigliacco senso di Trump), piena zeppa di tecnici, "del sottotraccia", in grado di gestire, cloroformizzandolo, l’elaborazione del lutto della destra silurata. Tipo acque che si richiudono sopra la nave affondata. E nessuno si è accorto di nulla.

 


Pertanto, non crediamo alla fattibilità del ribaltone, anche se per certi aspetti necessario per la salvezza della liberal-democrazia. Manca la materia prima tecnico-politica. Magari lo si riuscisse a portare a termine. Però non sono più i tempi. Ripetiamo: mancano gli uomini.

Oggi “La Verità”, che ieri ha lanciato il sasso, si autocelebra perché Garofani avrebbe ammesso. Lo stesso giornale, sempre in prima pagina, inneggia alla scomparsa, cinquant’anni fa, di Franco. 

 


Di chi è l’articolo? Del collabò Marcello Veneziani, che rispolvera la tesi degli storici franchisti del male minore o comunque necessario, nota a chiunque conosca la storiografia pro-Franco sulla guerra civile: da Ricardo de la Cierva a Pío Moa, passando per Payne (una specie di Renzo De Felice).

Si badi, la tesi dello “scudo” ( quella della dittatura per il “supremo interesse del Paese”),  viene tuttora usata a scopi difensivi, sempre dalle destre nostalgiche, anche per la Vichy di Pétain e addirittura per la Repubblica di Mussolini, che avrebbe così evitato a Hitler di spadroneggiare…  Razionalizzazioni di quart'ordine.

Capito ora, i legalitari di Belpietro, da che parte stanno?

Carlo Gambescia

mercoledì 19 novembre 2025

La retorica missina che non muore mai. Nel comizio veneto, Meloni rispolvera Almirante

 




C’è  più di un  momento, nel comizio di Giorgia Meloni a Padova, in cui si ha l’impressione di assistere a un déjà vu storico: non la leader del governo italiano nel 2025, ma la voce — intatta, riconoscibilissima — della tradizione missina (*).

Il registro è quello: identitario, sprezzante, polarizzante. Il repertorio idem: il popolo sano contro le élite viziose, la nazione offesa che solo la destra può riscattare, i nemici interni da deridere come figure grottesche.

Diciamolo senza tanti fronzoli: se si chiudono gli occhi, sembra di sentire Giorgio Almirante. Si pensi però al leader che si rivolgeva alle piazze piuttosto che al parlamentare, più controllato, e neppure allo “zietto” delle tribune televisive. (**).



La sinistra ridotta a caricatura

Almirante aveva un marchio di fabbrica: l’ironia velenosa contro la sinistra “colta”, la superiorità morale ostentata, l’appello continuo alla nazione umiliata. Meloni ripropone lo schema senza neppure aggiornarlo troppo.

Quando liquida la sinistra come una cricca “autoreferenziale”, “da salotto”, con “la puzza sotto al naso”, siamo dentro la retorica che Almirante sciorinava nelle piazze degli anni Settanta: la sinistra come élite snob che disprezza il popolo (ovviamente, il "loro" popolo).

Quando trasforma la Cgil in un gruppo di  scioperati "pontieri" che fanno “la rivoluzione nel weekend”, riecheggia il metodo almirantiano: ridicolizzare, sminuire, trasformare l’avversario politico in una caricatura sociale.

E quando punzecchia Prodi come simbolo dell’Italia “che volta le spalle all’Italia”, si sente tutto il vecchio meccanismo della destra post-fascista: gli avversari non sono semplicemente avversari, ma traditori:  figura centrale  nella cosmologia missina.

Popolo, nazione, tradimento: il trittico Msi

Meloni insiste che l’Italia è finalmente tornata “seria”, “affidabile”, “leale”. Tradotto: prima non lo era. 

E non lo era perché governata da quei poteri “senza patria” che la destra post-missina dipinge da decenni. È lo stesso Almirante che, negli anni Ottanta, denunciava una nazione “calpestata”, “svenduta”, “piegata ai poteri forti e stranieri”.



Giorgia Meloni riprende quella partitura: solo che oggi la veste di un patriottismo istituzionale, più rassicurante nel tono, identico nella sostanza.

La contrapposizione “noi popolo – loro élite” è scolastica:noi interpreti della nazione operosa; loro complici delle banche, dei palazzi, dei tecnocrati, dei professoroni.

È il vecchio Msi travestito da governo della Repubblica.

Il nemico  politico come rovina pubblica

Un altro classico missino: il paese come organismo sano assediato da degenerazioni esterne. 

“Non consentiremo che il Veneto diventi una banlieue”: la formula è la solita — sicurezza, ordine, decoro — usata come grimaldello identitario. 

Almirante parlava di “sovversione”, oggi si parla di “banlieue”: cambia il vocabolario, resta immutato l’immaginario  razzista.

“Pozzi avvelenati”

Quando Meloni accusa l’opposizione di “avvelenare i pozzi”, sembra estrarre un’altra reliquia del repertorio missino: il mito del complotto interno, dell’Italia sabotata da chi non accetta la guida del “vero” popolo.



È un concetto che Almirante ripeteva ossessivamente: la sinistra come forza anti-nazionale che preferisce governare “sulle macerie”.
Meloni lo riprende letteralmente.

Il leader come garante dell’ordine Il discorso sul premierato è la parte più rivelatrice: basta inciuci, basta palazzi, basta governi non eletti direttamente dal popolo. Il “capo” che sblocca la nazione e rimette ordine: anche qui, niente di nuovo. Si chiama "cesarismo democratico".

È l’idea del potere forte, personalizzato, che l’Msi coltivava da sempre come surrogato della “Repubblica presidenziale” mai avuta.

Conclusioni

Il comizio veneto non mostra una Meloni nostalgica: mostra una Meloni coerente.

La leader non “ritorna” al linguaggio missino: lo usa da trent’anni, con la sicurezza di chi sa che funziona bene, soprattutto in campagna elettorale. E il punto politico è semplice: alla fin fine Giorgia Meloni non è moderna nella comunicazione; è impeccabilmente tradizionale per la storia che ha alle spalle.



Il suo discorso è un collage neppure così aggiornato di quella retorica che Giorgio Almirante ha perfezionato per decenni: 1) popolo contro élite; 2) ordine contro disordine, 3) nazione contro tradimento; 4) leader contro apparati. Un linguaggio, mai accantonato, pronto all’uso.

In fondo, il comizio veneto non rivela una Meloni nostalgica, ma una Meloni lineare: continua a usare il linguaggio che l’ha formata, perché sa che mobilita, rassicura il suo campo e confonde l’avversario. È la retorica missina standard, riproposta, come detto, con il timbro istituzionale di Palazzo Chigi.

E attacca ancora oggi per un motivo molto semplice: offre un copione chiaro in un paese che vive nella percezione collettiva di uno stato di nervosa incertezza. Divide il mondo in due blocchi – popolo ed élite, ordine e caos, buoni e cattivi — e permette a chi ascolta di collocarsi subito dalla parte “giusta”, senza dubbi, senza sfumature.

Il punto, allora, non è capire perché Meloni la usi: la risposta è ovvia. 

Il vero problema è capire chi, a cominciare dalla sinistra, sia ancora in grado di riconoscere quel repertorio per ciò che è: non modernità, reazione pura.

E soprattutto, quesito fondamentale: comprendere  chi abbia  la forza politica e culturale per disinnescarlo, invece di limitarsi a subirlo.

Carlo Gambescia

 

(*) Qui il resoconto: https://www.adnkronos.com/politica/giorgia-meloni-oggi-veneto-padova-elezioni-regionali_56lYUfcm3kyyHwTR67ZXS6?refresh_ce#google_vignette .

 

(**) Per un approfondimento della figura e opera del leader missino – sebbene apologetico – rinviamo alla Fondazione Giorgio Almirante: https://www.giorgioalmirante.it/. Invece per una veloce carrellata degli stereotipi almirantiani si veda G. Almirante, Processo alla Repubblica, Ciarrapico, Roma 1980, autentico compendio propagandistico, utile però per capire lo stile almirantiano, abbondantemente confluito nella retorica di Giorgia Meloni: tono derisorio, ritmo spezzato, immagini forti, allusioni complottistiche, ossessione per il tradimento nazionale. Siamo convinti che Giorgia Meloni lo abbia letto e riletto.

martedì 18 novembre 2025

Mutandoni, notai e piccoli peccati: le Kessler non modernizzarono l’Italia

 


Non è vero, come si legge oggi sui giornali, che le Gemelle Kessler portarono una ventata di modernità nella cultura popolare italiana.

Il modello Bluebell, che affonda le radici negli anni Trenta del Novecento, rimandava piuttosto alla Parigi godereccia degli anni poco prima e poco dopo la guerra: meta ambita dai notai e possidenti di provincia italiani in cerca di avventure.

Dietro le Bluebell non c’è un’idea di modernità ma di piccoli peccati carnali: imponenti, in abiti di scena succinti e sgargianti, impennacchiate, erano la grande attrazione del Lido di Parigi, dove si potevano esaudire i sogni peccaminosi custoditi nei piccanti calendari omaggio dei barbieri.



Le Kessler, tedesche dell’Est e catapultate nell’Italia dei Sessanta, gemelle e imponenti, entrarono di forza nei sogni degli italiani: sogni peccaminosi, come detto, in un’Italia piatta, cattolica e ipocrita. Tant’è che la stessa Rai — che aveva appena epurato Tognazzi, Fo, Rame e altri per eccesso di indipendenza — infilò alle due ballerine dei mutandoni neri per salvare la coscienza democristiana del Paese.

La modernità sarebbe arrivata dopo, sull’onda del Sessantotto e poi con le televisioni di Berlusconi. Quando nel 1975 le Kessler posarono nude per Playboy, fu come scoprire i seni di Anita Garibaldi: per l’Italia dei peccatori di provincia, più sacro di così non c’era nulla. Fu un dolore.  Proprio perché quelle foto furono un portato della modernità che nel frattempo aveva travolto tutto, comprese le gemelle. Che dieci anni prima avevano accettato i mutandoni della Rai per la serie “che tocca fa’ per campare”.



Ma il punto è un altro: le Kessler non incarnavano la modernità, la subivano. Facevano parte di un Paese che sul corpo — il loro come quello di chiunque — esercitava controllo, censura, moralismo. La vera rottura arriva quando il corpo torna a essere dell’individuo e non dell’istituzione.

C’è invece modernità nella scelta di fine vita assistita che restituisce all’individuo l’habeas corpus: alle origini della tradizione liberale. Per i moderni, l’ultima scelta — quella di morire — appartiene all’uomo e non a Dio, quando possibile ovviamente.



E modernità c’è anche nella decisione di lasciare i propri averi a un’organizzazione umanitaria come Medici senza Frontiere: una lezione di umanesimo in tempi in cui il razzismo sembra tornare a gonfiare la cresta dell’onda.

Le Kessler non modernizzarono proprio nulla; semmai blindarono l’Italia nel suo peccaminoso paradiso dei notai di provincia (con i mutandoni, però). Un paradiso diventato prêt-à-porter per lo spettatore del sabato televisivo.  Che, a conti fatti, è il vero erede ufficiale di quel notaio: stessa rassicurante mediocrità, solo con più lustrini e meno protocolli.

Per contro, oggi, scegliendo liberamente quando e come morire e lasciando il proprio patrimonio a chi, tra le altre cose, si occupa di migranti, una mano alla modernità possono darla davvero.

Carlo Gambescia

lunedì 17 novembre 2025

Atlantismo vero e atlantismo fasullo

 


La visita di Crosetto a Washington, rinviata all’ultimo minuto, doveva servire a discutere l’ennesimo escamotage: comprare armi americane per poi girarle all’Ucraina, spesso facendole pagare a Kiev stessa, direttamente o indirettamente.

E non  si pensi  che con Biden o con i presidenti precedenti fosse diverso: il meccanismo è quello di sempre:  si compra dagli Stati Uniti  e poi si girano le armi  a chi ne ha bisogno. E in tempi normali può anche funzionare. Ma applicarlo a un Paese sotto bombardamento, come se fosse un cliente da servire in leasing, è il vero cortocircuito morale dell’Occidente.

Però una differenza c’è. E sta nel presidente ( ma non solo come vedremo): Biden, Obama e tutti i leader atlantici lo hanno usato per rafforzare gli alleati, perché sanno e sapevano che la NATO vive solo se gli Stati Uniti mantengono la parola data. Trump no: per lui le alleanze non sono valori ma contratti a termine, da stracciare se non gli convengono; considera l’Ucraina un peso, la NATO un affare in perdita e gli autocrati dei partner preferibili agli europei.



Ecco allora una prima differenza: con Biden gli strumenti servono a difendere l’Occidente, con Trump servono a ricordargli che nulla è garantito, nemmeno la solidarietà fra alleati.

Non solo però. Che cos’è l’alleanza atlantica? L’atlantismo è la politica di alleanza e cooperazione tra i Paesi occidentali, in particolare con gli Stati Uniti, basata su fiducia reciproca nell’ambito della NATO. Esso comprende non solo la collaborazione militare, ma anche la condivisione di valori democratici, l’impegno politico comune e la solidarietà strategica tra gli Stati membri. In sintesi la difesa della modernità liberale. Quindi l’atlantismo ingloba culturalmente la NATO

Pertanto la vera differenza sta nel valore coesivo attribuito all’atlantismo. Per Biden e i presidenti ‘classici’, la NATO e le alleanze non sono un optional: sono pilastri strategici e morali, e gli strumenti militari servono a difendere questi valori. Per Trump, invece, l’atlantismo è un contratto negoziabile: se non conviene, si ignora, si abbandona o si ricatta. Stesso sistema, intenzioni opposte: uno sostiene l’Occidente, l’altro lo tratta come un mercato delle vacche.



Diciamo quindi che esiste un atlantismo vero e un atlantismo fasullo. Sotto quest’ultimo aspetto l’atlantismo, tra l’altro neppure evocato, di Trump è sparito dai radar.

E in Italia? L’Atlantismo di Giorgia Meloni è poco più di qualche ghirigoro retorico: sotto sotto, funziona alla maniera trumpiana. Senza la concretezza culturale di un De Gasperi, lo stesso apparato di alleanze viene ridotto a vetrina, opportunità negoziabile e palco mediatico. Perché altrimenti — per fare un esempio tra Alcide De Gasperi e Giorgia Meloni — non ci sarebbe alcuna differenza sostanziale. Come del resto tra  proclamare valori (Meloni) e praticarli (De Gasperi). O per dirla fuori dai denti: tra un antifascista cattolico, ma laico in politica,  come De Gasperi, è una fascistella, come Giorgia Meloni, che tuttora sostiene che Mussolini fece cose buone.

Non dimentichiamo infine  il coraggioso primo viaggio di De Gasperi negli Stati Uniti nel 1947, accolto con diffidenza ma capace di conquistare fiducia e sostegno, altro che le seratine di Giorgia Meloni a Mar-a-Lago, ospite di Trimalcione-Trump... 

Insomma da quasi quattro anni ripetiamo che “l’Ucraina combatte per noi”, che “è la frontiera della libertà europea”, che, tutti insieme  difendiamo  “i valori dell’Occidente”. Tutto molto nobile. Poi, però, quando si passa dalla retorica ai fatti, il quadro si svela per ciò che è: una fiera di paese non un’alleanza.



Gli europei non producono abbastanza munizioni, non hanno linee industriali adeguate, e quando devono sostenere militarmente Kiev finiscono per bussare a Washington come clienti, non come partner. Comprare sistemi d’arma dagli Stati Uniti e poi girarli all’Ucraina può essere necessario — la guerra non aspetta — ma il modo in cui lo facciamo racconta una verità scomoda: non abbiamo una strategia. Abbiamo solo pezze e rattoppi, sempre all’ultimo minuto.

E mentre ci attorcigliamo in queste alchimie contabili, sul versante politico arriva anche la ciliegina: l’appello di Mattarella contro i “dottor Stranamore” del nucleare. Parole moralmente impeccabili, come un omaggio domenicale al multilateralismo di un tempo che non esiste più. Ma che, nel mondo reale del 2025, suonano come un ciclone di idealismo inconcludente. Perché la deterrenza atomica non è un’aberrazione teorica: è la spina dorsale della NATO, cioè di quel sistema di sicurezza che permette all’Italia di fare discorsi elevati senza rischiare invasioni. E diciamolo pure dell’Atlantismo, come comunità morale e geopolitica da difendere a ogni costo. Anche con la minaccia di usare l’atomica.

Messaggi così, slegati dalla duplice concretezza nei principi e nella strategia, non aiutano nessuno, tantomeno l’Ucraina. Che oggi si ritrova schiacciata tra l’aggressione russa e la goffaggine occidentale: America distratta, Europa disorganizzata e oratoria che rimbalza tra Bruxelles, Roma e Parigi come in un seminario di buone intenzioni senza seguito.



E qui resta sospesa una domanda brutale: se davvero l’Ucraina combatte per difendere noi, perché siamo noi a farle pagare il conto? Ammesso, non concesso, che nessun pasto sia gratis — armi comprese — allora c’è una differenza cruciale fra trattare con chi ispira fiducia e farlo con chi potrebbe tradirti: gli Stati Uniti di Trump.

La domanda diventa inevitabile: in quale di questi due scenari ci stiamo realmente impegnando? Il secondo crediamo. Purtroppo.

Così, a forza di idealismo sterile e pragmatismo dimezzato — di un atlantismo fasullo — rischiamo non solo di perdere l’Ucraina, ma di compromettere per sempre la credibilità del fronte occidentale. E una volta che quella fiducia sarà spezzata, nessun comunicato potrà mai ricostruirla.

Carlo Gambescia

domenica 16 novembre 2025

Bagni d’oro in Ucraina e propaganda russa in prima pagina

 


C’è uno scandalo in Ucraina: vero, documentato, inchieste in corso, persone vicine a Zelensky coinvolte. E fin qui nulla di sorprendente: la corruzione non si cancella in una notte, soprattutto in un Paese che sta combattendo una guerra esistenziale e inquinato per più di settant’anni dal corrotto regime sovietico. L’indagine è condotta da un’autorità indipendente: il NABU. Così funziona la democrazia liberale. Buon segno.

Il problema però non è lo scandalo, Il problema è come viene raccontato in Italia.

Oggi "La Verità", diretta da Belpietro – che si definisce liberale – pubblica una prima pagina che è un esempio perfetto di distorsione: titoli urlati, indignazione selettiva, commenti velenosi. Quasi fosse Zelensky l’architetto dei famigerati bagni d’oro, solo perché vicino, per rapporti amichevoli, a chi è coinvolto nell’inchiesta ancora in corso (non siamo in tribunale). È la formula tipica della propaganda filorussa: partire da un fatto reale e torcerlo fino a trasformarlo in una farsa moralista, utile solo a screditare l’Ucraina e a servire gli interessi del Cremlino.

Perché “La Verità” fa puntualmente questo? Perché sugli imbrogli di Putin vola basso, ma su Zelensky improvvisamente emula Savonarola? Perché denuncia l’oro degli altri e dimentica l’oro dei suoi beniamini? A cominciare da Trump. Qui Belpietro ha preso una vera cotta.


 

Ci spieghiamo.

“La Verità” s’indigna per la placcatura d’oro in una villa privata in Ucraina, ma tace ad esempio sui fatto che il Qatar ha donato a Trump un Boeing 747-8 da 400 milioni di dollari, lussuoso “palazzo volante” con cabine private, bagni, salotti e finiture dorate. Il Pentagono ha ufficialmente accettato l’aereo come Air Force One temporaneo.

Come tace sulle dorature pacchiane della Casa Bianca versione Las Vegas imposte da Trump.

E, per chiudere il cerchio, che dire della favoletta del “Mussolini onestissimo” che quel giornale porta avanti da anni? Una narrazione che assolve il Duce e scarica ogni responsabilità sul suo entourage “marcio”. La storia del cadavere appeso senza un centesimo in tasca è ridicola. Basterebbe rileggersi Tasca (Nascita e avvento del fascismo): il futuro Duce, già nel 1919, si presentava incocconato in galleria a Milano, tra buone camicie, abiti eleganti e guance rubizze, lasciandosi occhi lucidi, magrezza e miseria alle spalle.

L’ipocrisia è così spessa che si può tagliare con il coltello  come un salame. Salame marca Belpietro.



Quando un quotidiano nazionale costruisce la sua prima pagina come una specie di organo di stampa del Cremlino, il danno non è solo informativo: è politico. È psicologico. È strategico. Alimenta la sfiducia nell’Ucraina, nel sostegno occidentale, nella democrazia liberale. Ed è esattamente questo che Mosca vuole.

Che lo si faccia per convinzione, per ideologia, per denaro o solo per mancanza di decenza giornalistica, questo, francamente, noi non sappiamo, né avanziamo alcuna ipotesi. Anche perché sono cose che può stabilire solo chi ha il potere di fare luce. Perciò è ora che qualcuno apra i cassetti. Che si guardino i bilanci. Che si seguano i flussi di denaro: finanziamenti, fondazioni, pubblicità, consulenze, associazioni che orbitano intorno a testate come “La Verità”, “Panorama” e affini.


 


Non si tratta di censura. Lungi da noi. Si tratta di autodifesa della società aperta. Perché un’informazione manipolata da interessi esterni — o anche solo sospettata di esserlo — è un pericolo per la libertà dei cittadini. Poi con la Russa di mezzo, noto regime liberale…

Magistratura, svegliati! Accendi la luce! Segui i soldi! E fai finalmente chiarezza sulla natura di queste campagne “morali”.

Perché i bagni d’oro passano. Ma la disinformazione resta, corrode, e lavora silenziosa come una muffa nelle fondamenta.

E prima o poi crolla tutto.

Carlo Gambescia