sabato 19 luglio 2025

Open Arms: la battaglia in difesa dell’anima dello stato di diritto

 


C’è qualcosa di profondamente inquietante nella reazione scomposta con cui la destra italiana ha accolto la notizia del ricorso in Cassazione presentato dalla Procura di Palermo contro l’assoluzione dell’ex ministro dell’Interno, Matteo Salvini, nel caso Open Arms.

Si parla di “irritualità”, “persecuzione giudiziaria”, “uso politico della giustizia”. E ancora: si evoca una magistratura “militante”, in opposizione al popolo. Ma a ben vedere, ciò che davvero viene messo sotto attacco, è il dettato dell’articolo 104 della Costituzione sull’ autonomia e indipendenza della magistratura, pilastro dello stato di diritto.

La Procura di Palermo ha esercitato un potere che le è proprio: impugnare una sentenza di primo grado, laddove ritiene che vi siano elementi per farlo. Anche direttamente, dinanzi alla Corte di Cassazione. E’ vero che l’articolo 443 del codice di procedura penale stabilisce in linea di massima che le sentenze di assoluzione non sono di norma appellabili dal pubblico ministero, però qui è in discussione una questione più complessa.

Ci spieghiamo meglio. Il 20 dicembre 2024, Matteo Salvini fu assolto dall’accusa di sequestro di persona aggravato, nel processo legato al caso Open Arms, riguardante il blocco dello sbarco di 147 migranti a bordo della nave dell’ONG spagnola, avvenuto nell’agosto 2019. La motivazione scritta della sentenza, depositata a giugno 2025, ha escluso un obbligo per l’Italia di assegnare un porto sicuro (Place of Safety, POS), portando all’assoluzione.

Invece la Procura di Palermo sostiene che, pur riconoscendo la ricostruzione dei fatti (il trattenimento dei migranti a bordo), il Tribunale ha interpretato erroneamente le leggi e le convenzioni internazionali, negando l’esistenza dell’obbligo di assegnare il porto sicuro. Di conseguenza la Procura ha ritenuto che l’assoluzione sia priva di un’adeguata motivazione in diritto, anche sotto il profilo costituzionale. Sicché ha deciso di presentare il ricorso direttamente alla Cassazione, saltando la Corte d’Appello, perché -ecco il punto fondamentale ignorato volutamente dalla destra – si considera che non abbia senso riaprire un giudizio di merito, essendo in gioco una questione giuridica e non fattuale. Insomma siamo oltre l’inappellabilità della sentenza di assoluzione  prevista dell’articolo 443 del codice di procedura penale.

Certo chiunque ritenga in buona o cattiva fede, che la magistratura, debba limitarsi ad applicare la legge, non sarà d’accordo con la tesi qui sviluppata.

Va detto che la Procura cita anche una recente sentenza delle Sezioni Unite della Cassazione (18 febbraio 2025) relativa al caso Diciotti, che aveva condannato lo Stato per analoghe violazioni, a consolidamento di orientamenti giuridici che ritengono doveroso il rilascio del porto sicuro.

Del resto in un paese liberale non si metterebbe in dubbio il diritto della magistratura a esercitare il proprio ruolo. Anche innovatitvo sulla base dei grandi principi umanitari del diritto. Del resto il quesito, per certi aspetti di non facile soluzione, è sempre lo stesso: quello della complicata conciliazione, tra diritto naturale e diritto positivo. Conciliazione che non può non chiamare in causa il ruolo del giudice. E quindi l’autonomia e l’indipendenza della magistratura.

Ma il nostro è un paese liberale? No. Visto che c’è una destra disposta a calpestare la magistratura e tollerare violazioni dei diritti umani pur di salvaguardare una selvaggia retorica sovranista e diciamolo pure razzista. Quindi nessuna sorpresa. Sorprende, invece, la timidezza con cui una parte dell’opinione pubblica – anche colta – assiste all’erosione di garanzie costituzionali sotto il ricatto del consenso elettorale.

Il caso Open Arms non è solo una disputa giudiziaria, per quanto di valore elevatissimo. È il punto di rottura tra due idee di Stato: una, liberale, fondata sulla divisione dei poteri e sul primato della persona umana, anche quando è migrante, povera, senza volto; l’altra, illiberale, che considera la legge come strumento della volontà politica, e i diritti come fastidiosi ostacoli alla “sovranità decisionale”.

Difendere la magistratura, oggi, non significa essere “di sinistra” ( appello che vale anche per chi sia destra ma in buona fede) o “contro Salvini”: significa essere dalla parte dello stato di diritto. Ripetiamo al di là della destra e della sinistra.

Difendere i migranti non significa essere “buonisti”, ma riconoscere che vi è un limite etico oltre cui il potere non può spingersi. E difendere la possibilità che un ricorso venga esaminato dalla Cassazione non significa volere la condanna di un leader politico: significa accettare che nessuno, nemmeno un ministro, sia al di sopra della legge. Sono principi sui quali si dovrebbe essere “tutti” d’accordo, a prescindere dall’ideologia politica di riferimento.

La vera anomalia non è qui, ma altrove: in certa cattiva politica che trasforma ogni istituzione in un’arena di scontro ideologico, che pretende dalla giustizia obbedienza alla propria parte, e che riduce il dolore di 147 vite a una semplice formula retorica, e per di più una retorica “dell’intransigenza”, fatta di rigidità e intolleranza.

In definitiva, il vero nodo non è Salvini né il caso Open Arms, ma la tenuta stessa del nostro sistema liberal-democratico. Quando la giustizia e diritti umani vengono sacrificati sull’altare del consenso, a perdere non è solo la legge, ma l’anima stessa dello stato di diritto.

Difendere la magistratura, i migranti, e il diritto a un ricorso è difendere ciò che resta della nostra della nostra tradizione liberale. E’ ciò che si chiama la buona battaglia.

Perché senza Stato di diritto, non c’è libertà. E senza libertà, non c’è futuro.

Carlo Gambescia


venerdì 18 luglio 2025

Ucraina e Gaza: un accostamento ideologico che maleodora di antioccidentalismo

 


C’è un vizio intellettuale ricorrente, duro a morire: quello dell’accostamento meccanico, quasi pavloviano, tra conflitti diversi per storia, geografia, attori, e posta in gioco.

L’ultimo esempio è la sovrapposizione – pressoché automatica – tra la guerra in Ucraina e il conflitto israelo-palestinese, con particolare riferimento all’offensiva israeliana a Gaza. Secondo molti commentatori, soprattutto di area radicale (ma non solo), si tratterebbe di due “guerre imperialiste” – o, meglio ancora, “colonialiste” – condotte dagli “alleati dell’Occidente” contro popolazioni inermi e oppresse. Dunque da condannare in blocco.

Tesi suggestiva, ma profondamente ideologica. E, come ogni ideologia, cieca alla complessità e nemica della realtà. Peggio ancora: si tratta di una costruzione retorica che serve un fine politico preciso – l’antioccidentalismo – e che non regge alla minima analisi razionale.

Partiamo dall’Ucraina. Quella in corso è una guerra d’invasione, promossa da un regime autoritario e revanscista, quello russo, ai danni di una nazione sovrana che ha scelto, legittimamente, di avvicinarsi all’Unione Europea e alla NATO. La resistenza ucraina non è frutto di un’isteria nazionalista, ma della volontà di sottrarsi a una nuova forma di dominio imperiale. In gioco, qui, non c’è l’espansione occidentale, ma la sopravvivenza dell’Ucraina come entità politica indipendente e il rispetto delle regole minime del diritto internazionale.

Passiamo ora a Gaza. Il conflitto israelo-palestinese ha radici lontane e complesse, ma l’offensiva israeliana è oggi risposta a un attacco terroristico senza precedenti, quello del 7 ottobre, organizzato da Hamas, un movimento islamista che rifiuta l’esistenza stessa di Israele. Si può – anzi si deve – criticare il modo in cui Israele conduce le operazioni, ma non si può fingere che si tratti di una guerra “asimmetrica” tra oppressori e oppressi, come ripetono i soliti cantori della “resistenza dei popoli”. Hamas non rappresenta i palestinesi: rappresenta una visione totalitaria, reazionaria, intrisa di antisemitismo, incompatibile con qualsiasi progetto di pace. E cosa fondamentale, con la modernità occidentale.

Chi accosta Ucraina e Gaza, chi parla di “doppio standard”, chi invoca il diritto internazionale a corrente alternata, dimentica – o finge di dimenticare – un punto essenziale: l’Occidente, con tutti i suoi difetti, resta l’unico spazio politico in cui i diritti individuali, la democrazia liberale, la libertà di espressione e il pluralismo possono ancora esistere e prosperare. Difendere l’Ucraina e criticare Hamas non significa “schierarsi con l’imperialismo”, ma difendere dei princìpi minimi di civiltà. Quelli che l’ideologia antioccidentale, oggi dominante in ampi settori della sinistra radicale, e anche in certe sacche dell’estrema destra, vuole demolire.

Sì, perché accanto all’antioccidentalismo classico della sinistra, oggi troviamo un’area crescente di destra radicale – si pensi a certi movimenti “sovranisti” o “identitari” – che condivide con la sinistra estrema un rifiuto viscerale della modernità liberale, dell’economia di mercato e dell’universalismo dei diritti. Entrambi gli estremismi si incontrano sul terreno dell’odio per il “decadente Occidente liberale”. A cambiare è solo il linguaggio. L’uno parla di “imperialismo americano”, l’altro di “grande sostituzione” o “decadenza morale”.

Da qui il fronte comune che si sta delineando, nonostante le apparenze: dalla Russia di Putin al Venezuela di Maduro, passando per l’Iran degli ayatollah, la Corea del Nord, e sotto sotto la Turchia di Erdoğan, la Cina di Xi Jinping e altri paesi ancora.

Un caleidoscopio politico di regimi autoritari che non hanno nulla in comune se non l’odio per il modello occidentale. Ed è proprio questo che li rende così pericolosamente compatibili: la comune volontà di abbattere il sistema liberaldemocratico, di screditare l’Occidente, di sabotarne l’autorità morale.

In questo panorama non può mancare una figura ambigua e inquietante come Donald Trump. Apparentemente difensore dell’Occidente, in realtà fustigatore seriale delle sue istituzioni fondamentali: la stampa libera, le alleanze internazionali, l’equilibrio dei poteri. La sua ammirazione per i “leader forti”, il suo disprezzo per l’Unione Europea e la NATO, la sua incapacità di distinguere tra avversari e nemici, lo rendono un alleato oggettivo – se non consapevole – dei demolitori dell’ordine liberale. Trump non è l’America: è la caricatura populista e narcisista della sua peggiore ignoranza geopolitica, espressione estrema di un illiberalismo sovranista che nulla ha a che vedere con l’eredità dell’Occidente liberale. 

Attenzione: alla retorica illiberale di Donald Trump — già di per sé preoccupante per chi ha a cuore la democrazia rappresentativa — va sommata quella dei suoi emuli europei. Prendiamo Giorgia Meloni, ad esempio, che dietro l’apparente sostegno atlantista nasconde, con sempre minore abilità, un desiderio neppure troppo celato di defilarsi dal fronte ucraino e di trattare la questione israeliana come un fastidio diplomatico di cui sbarazzarsi il prima possibile. In breve, si rischia una nuova Internazionale dell’ambiguità sovranista.

L’accostamento tra Ucraina e Gaza, insomma, non è analisi: è propaganda. È una costruzione ideologica che parte da un presupposto: l’Occidente è colpevole a priori, sempre e comunque. È questa la cifra comune dei nuovi “internazionalisti del risentimento”: Putin, Hamas, Maduro, Xi, Khamenei, Erdoğan, Kim Jong-un,  poco importa. Purché siano “contro l’Occidente”.

Ecco perché bisogna rigettare con fermezza questa retorica tossica. Chi accosta ciò che accade in Ucraina con ciò che accade a Gaza non cerca la pace, né la giustizia: cerca solo un nuovo pretesto per attaccare l’Occidente, per delegittimare la sua storia, i suoi valori, le sue istituzioni. E in questo senso, il vero obiettivo non è Israele, né l’Ucraina: è la libertà. La nostra libertà.

Carlo Gambescia

giovedì 17 luglio 2025

I mille giorni di Giorgia Meloni

 


Mille giorni. Che dire? cercheremo di essere obiettivi.

Coloro che non si  pongono problemi ideologici, diciamo di postura ideologica, i pragmatici insomma, gli analisti per tutte le stagioni, parlano di governo prudente che tutto sommato, nonostante i mari in tempesta (politici, economici, bellici, eccetera), si è tenuto a galla. La situazione, dicono, è sotto controllo. Non male quindi.

Ovviamente, per le opposizioni politiche, pensiamo alla variopinta sinistra, vale l’esatto contrario: governo incapace e autoritario, dalle venature razziste, sottomesso a Stati Uniti, Nato, Nato Israele, nemico dell’Europa socialdemocratica. Un disastro.

Per le frange lunatiche, a destra come a sinistra, che impazzano sui social, neppure fossero maggioranza nel Paese, i mille giorni sono quelli della svendita dell’Italia: un Paese reso vassallo delle grandi potenze, dagli Stati Uniti alla NATO, passando per Israele e, incredibilmente, perfino l’Ucraina. L’apocalisse. E cosa curiosa, culture di guerra e rivoluzione (all’estrema destra come all’estrema sinistra), liquidano il governo Meloni come un governo di guerrafondai. Insomma i fascio-comunisti in particolare, per usare un termine giornalistico, hanno scoperto la cultura della pace del Gruppo Abele. Quando si dice il caso...

Di fatto, i risultati dei mille giorni sono controversi.

Sul piano economico, l’Italia cresce poco (confindustriali alla finestra, inflazione in calo ma consumi fermi, investimenti pubblici zoppicanti, (il che non è del tutto un male), ma almeno non retrocede. Il PNRR arranca, tra burocrazia e riforme rinviate. Sul piano sociale, si invoca l’ordine ma si taglia il reddito di cittadinanza (il che non è un male) senza creare alternative credibili. I salari restano bassi, e la tanto difesa natalità pure. Si continua a invocare la “nazione che fa figli”, ma senza investimenti strutturali ad esempio in asili nido, sostegni al lavoro femminile. Si fanno figli, certo, ma solo nelle conferenze stampa.

Sul fronte dei diritti civili, dopo il Ddl Zan contro l’omotransfobia, affossato nella scorsa legislatura, si respira un’aria di gelo istituzionale: ostilità implicita verso femminismi, diritti LGBTQ+, immigrazione che fa sinonimo con deportazione, guerra totale alle Ong.

Quanto alla libertà, si nota un certo attivismo muscolare: il caso Scurati alla Rai, le pressioni sui media pubblici, la riforma della giustizia in senso fortemente punitivo, il decreto sicurezza che introduce 14 nuovi reati e 9 circostanze aggravanti.

In politica estera, si naviga a vista sotto l’ombrello NATO, con toni atlantisti a prova di Washington, in versione MAGA però, mentre l’Europa è trattata come una zia arcigna da sopportare. Un giorno si firma il Patto di Stabilità, il giorno dopo si invoca l’interesse nazionale.

Qual è il nostro giudizio? Che Giorgia Meloni, dotata di una discreta intelligenza politica — certamente superiore a quella di Fini e, per certi versi, paragonabile a quella di Almirante, maestro nel galleggiare tra identità missina e istituzionalità (cioè tra appelli identitari e realismo  contabile) — appare,  almeno per ora, più interessata a durare che a governare davvero.

In questo senso ha rispolverato una cultura di governo democristiana. E qui si pensi all’occupazione di tutti i posti di sottopotere disponibili: Rai, dove la lottizzazione è tornata a livelli Prima Repubblica; banche, vedi il caso MPS, e scalate varie, le nomine pubbliche pilotate dal MEF; enti e società partecipate, dove il merito spesso cede il passo alla fedeltà partitica.

Però, a differenza della Balena Bianca, non è un partito antifascista. Qui ha ragione la sinistra. Diciamo che al momento finge di essere afascista: non prende posizione, al di là di qualche generico riferimento non positivo alla dittatura. Si pensi invece alle malcelate nostalgie per Mussolini, ovviamente quello in versione legge ordine ecassa mutua (non Repubblica Sociale, quella la si lascia alle frange lunatiche e ai momenti di convivialità privata), che aleggiano all’interno di FdI, addirittura tra i giovani, o all’assenza strategica dai luoghi simbolici del 25 aprile, sostituita da un silenzio “istituzionale” che la dice lunga. Qui il pericolo.

Un governo che resiste, certo, ma non convince. Che naviga, ma senza bussola ideologica se non quella della durata. Che occupa, ma non costruisce. Che rassicura chi vuole stabilità, ma preoccupa chi chiede libertà. In politica, durare non è governare. E governare non è solo galleggiare. Prima o poi, il conto arriva.

Sempre che gli italiani, popolo dalla memoria spesso corta, non si lascino ancora una volta distrarre da qualche slogan ben congegnato.

Ma questa è un’altra storia.

Carlo Gambescia

mercoledì 16 luglio 2025

De Luca, Gergiev e l’arte usata come specchietto per le allodole

 


Pensavamo all’invito di Vincenzo De Luca, classico situazionista politico, al direttore d’orchestra russo, Valery Gergiev, considerato un filo-putiniano, chiamato a dirigere alla Reggia di Caserta.

Lo abbiamo definito situazionista. Diciamo pure che lo abbiamo graziato. Perché il personaggio rappresenta il peggior lato demagogico della politica italiana.

Non crediamo sia un difensore della libertà di pensiero: la regione Campania è da lui retta come un Soviet. Si pensi al suo linguaggio paternalistico e autoritario durante la pandemia, quando minacciava “lanciafiamme” per far rispettare le regole, o all’accentramento della comunicazione istituzionale, dove ogni dissenso è liquidato con sarcasmo o scherno.

Il suo unico scopo è quello di rafforzare il suo potere, lavorando su una comunicazione capace di dipingerlo come un uomo del popolo, dalla parte dei Campani.

Attenzione, dei Campani, non degli italiani. E neppure degli europei.

Emblematiche le sue uscite sull’Unione Europea durante la gestione dei fondi del PNRR, accusando Bruxelles e Roma di penalizzare sistematicamente il Sud. Un messaggio che sa più di rivendicazione localista che di spirito comunitario.

Vincenzo De Luca non è filo-Putin è filo-se stesso. È centrato sul suo ombelico.

Naturalmente, l’invito ha provocato polemiche politiche a non finire sulla libertà di pensiero e di arte.

Ora, qual è la ricetta liberale in materia? Che l’arte è libera. Con un però. Un uomo politico liberale, se tale ovviamente, evita, con intelligenza, il cosiddetto aut aut. Detto altrimenti: o di qua o di là.

In questo caso, un politico liberale, ripetiamo intelligente, non invita un artista, diciamo così, in odor di polemica, proprio per evitare inutili conflitti intellettuali che possano esaltare la contraddizione tra ciò che dice il liberalismo (l’arte è libera), e ciò che la realtà talvolta impone (non favorire la propaganda del nemico).

Un’agenda politica liberale, in una situazione di guerra con la Russia — tra l’altro provocata dalla Russia stessa, nemica dell’Occidente — fa finta che, artisticamente parlando, a livello di manifestazioni pubbliche, la Russia, al momento, culturalmente parlando (notevole sacrificio, per carità), non esista.

Insomma, elude il casus belli culturale. Come? Evitando di cacciarsi in situazioni come quella di invitare un russo, tra l’altro amico di Putin, che possano scatenare polemiche.

Per fare questo si deve però essere liberali per convinzione profonda. Cioè credere che, pur di preservare l’idea liberale, qualche volta ci si debba comportare, con i nemici dell’idea liberale, in modo pragmaticamente difensivo. Non può esservi alcun dialogo.

Però, ecco il punto, lo si deve fare con eleganza e accortezza.

Qui piace citare, non Machiavelli (che pure meriterebbe), ma un cantante: Lucio Battisti. Un autore che, insieme al paroliere Mogol, ha colto il punto.

Tra l’altro, Battisti — nonostante la destra tuttora lo reclami erroneamente come uno dei suoi — era un liberale. Ma questa è un’altra storia.

Come recita “Sì, viaggiare” (1977)?

Sì, viaggiare / Evitando le buche più dure / Senza per questo cadere nelle tue paure / Gentilmente senza fumo con amore / Dolcemente viaggiare / Rallentando per poi accelerare / Con un ritmo fluente di vita nel cuore / Gentilmente senza strappi al motore”.

Ecco, il liberalismo deve evitare le buche più dure e gli strappi al motore. Parleremmo di liberalismo sobrio e realista. Al limite triste perché consapevole delle imperfezioni umane e degli artifici, non sempre lodevoli, per difendersi da esse.

Ovviamente, di tutto questo, De Luca se ne frega. Non è un liberale. Al di là dei distintivi, non si colloca in alcuna tradizione politica definita: è un funambolo del potere, agisce come conviene al momento, secondo convenienza e calcolo.

Per completare quanto detto nell’incipit, De Luca non è un politico, ma un istrione politico, uno che scambia il governo per palcoscenico e la comunicazione per show.

Ed è qui il punto nevralgico: quando la politica rinuncia a ogni principio in nome della propria immagine, l’arte non è più arte, ma soltanto uno specchietto per le allodole.

E il pubblico, invece che spettatore libero, diventa comparsa involontaria di una rappresentazione manipolata, attore inconsapevole di una messa in scena altrui.

Così, mentre la libertà viene sacrificata sull’altare dell’egocentrismo politico, il liberalismo arretra e la democrazia si svuota, lasciando campo libero al nemico.

Carlo Gambescia

 

martedì 15 luglio 2025

Giuli vs Galli della Loggia: nostalgia, narcisismo e il vuoto tra cultura e politica

 


Il ministro Alessandro Giuli accusa il “Corriere della Sera” di censura, dopo che il quotidiano rifiuta di pubblicare una sua intervista di risposta a un editoriale di Ernesto Galli della Loggia, definito “perditempo” e invitato a dimettersi da una commissione culturale. Il "Corriere" offre lo spazio per una lettera, ma Giuli preferisce i social. Il dibattito si infiamma, tra accuse reciproche e il rischio di uno scontro istituzionale. La sostanza, però, si perde nel rumore (*)

Eppure questa vicenda dice molto, e dice male, del rapporto tra cultura e potere oggi.

Al di là delle tifoserie digitali, resta un gesto poco elegante da parte di un ministro e, dall’altro lato, l’ostinazione dottrinaria di un intellettuale che legge il presente con categorie esauste. Due figure che si riflettono in specchi opposti, ma ugualmente deformanti.

Dicevamo Galli della Loggia “dottrinario”,  non è un insulto: significa sottolineare la sua tendenza a interpretare il presente con categorie ideologiche consolidate, spesso datate.

Da anni lo storico denuncia la decadenza della politica, cercando “buoni politici” in un panorama che sembra non offrirgliene. Il suo è un moralismo civile nobile, ma incapace di fare i conti con il mutato contesto. Nel recente editoriale, ad esempio, accusa la destra di non aver saputo costruire una contro-egemonia, in riferimento – neppure troppo implicito – al pensiero di Gramsci. Ma evocare l’egemonia culturale oggi, fuori dal suo contesto storico, sa più di nostalgia che di analisi.

Dall’altro lato, Alessandro Giuli, anch’egli intellettuale – dichiaratosi con oltre  quarant'anni di ritardo persino gramsciano, come recita il titolo di un suo libro (Gramsci è vivo. Sillabario per un’egemonia contemporanea)  – reagisce con fastidio al dissenso. Non è nuovo a toni ruvidi, ben lontani da quella gravitas romana di cui si dichiara cultore. Pubblicare uno scambio privato con un giornalista, per denunciare un presunto complotto editoriale, non è segno di autorevolezza, ma di debolezza istituzionale. Una mossa che inquieta, perché rivela una concezione del potere più personale che pubblica.

 


La polemica tra Giuli e Galli è meno un confronto di idee che uno scontro tra specchi ideologici deformanti. Galli della Loggia, pur con lucidità intermittente, appare oggi ripiegato su un lessico e una visione anni Sessanta del Novecento. Giuli, invece, pretende di incarnare un’autorità culturale alternativa, ma scivola nel vittimismo e nel narcisismo. In fondo, entrambi parlano al passato: uno lo rimpiange, l’altro lo mima

L’editoriale di Galli era critico, discutibile, ma legittimo. La reazione di Giuli è stata sproporzionata, una prova di fragilità mascherata da forza. E quando un ministro esige che un giornale pubblichi ogni sua parola senza mediazione, dimostra di non comprendere la libertà di stampa. O, peggio, di fingere di non capirla.

Siamo davanti a due monologhi che non si ascoltano. Da un lato un intellettuale che predica l’autorità perduta, dall’altro un politico che la reclama come controllo. Nessuno dei due dialoga. Nessuno dei due sembra volerlo.

In tutto questo, il vero assente è il dialogo tra cultura e potere. Un dialogo autentico presuppone la capacità di ascoltare, ma anche quella – più difficile – di tacere quando serve. E questo, oggi, sembra mancare a entrambi i contendenti.

Ma c’è di più. Forse è tempo che la cultura smetta di inseguire il potere, o peggio, di rimpiangerlo. La sua forza non sta nel comandare né nell’influenzare da dietro le quinte, ma nella libertà di pensare controvento, anche in solitudine. La vera autorevolezza culturale non si misura in quote d’egemonia o incarichi istituzionali, ma nella capacità di parlare a tutti senza chiedere nulla in cambio. Neppure ascolto.

Solo una cultura capace di fare a meno del potere può davvero dialogare con esso.

Carlo Gambescia

(*) Qui una sintesi della polemica: https://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2025/07/14/lite-tra-giuli-e-il-corsera-mi-hanno-censurato_bd18dbca-d8af-4cd4-a034-e4b312add1f0.html . Qui la replica del “Corriere”: https://www.corriere.it/politica/25_luglio_14/giuli-corriere-della-sera-035c600c-2e6f-4f3a-af63-70d634116xlk.shtml . Qui la versione di Giuli: https://www.facebook.com/photo?fbid=122161701566519716&set=pcb.122161701704519716 . Qui l’editoriale di Galli della Loggia: https://www.corriere.it/opinioni/25_luglio_11/cultura-lo-scatto-della-destra-non-c-e-091e89db-d3a3-4c5a-be0a-6f267b4e6xlk.shtml .

lunedì 14 luglio 2025

Sinner. Wimbledon non basta se non fai tappa nei palazzi del potere e parli tedesco

 



Evviva! Jannik Sinner ha vinto. Ancora. Ieri, sul prato verde di Wimbledon, ha offerto al mondo una lezione di tennis e, senza volerlo, anche una lezione di civiltà.

Ma non aspettatevi, da certa stampa organica al potere, prime pagine dedicate, celebrative, titoli a tutta larghezza o inni al talento italiano. No, perché per la destra italiana – quella che oggi governa e si autoproclama “patriottica” – Jannik Sinner non è un simbolo da esaltare. È, semmai, un fastidio da silenziare.

Concediamo che “La Verità”, “il Giornale”, “Libero” ricordano la vittoria. Però a denti stretti. Il peggiore, vendicativo come la sua “padroncina”, è il “Secolo d’Italia”, foglio storicamente legato al mondo missino, oggi megafono disciplinato di Fratelli d’Italia.

Un disprezzo reso plastico e inequivocabile sulla prima pagina: zero notizie sulla vittoria di Sinner a Wimbledon. Nulla. Neanche una piccola foto di taglio basso. Neanche un titolo.

E che c’è al suo posto? Una roboante celebrazione dei “volontari eroi” che hanno salvato il bambino disperso nel Viterbese, con tanto di incensamento della “macchina dei soccorsi”.

Tradotto: prefetto, protezione civile, governo. Un’operazione di propaganda tipica, perfettamente in stile: quando non possono appropriarsi di un simbolo, lo ignorano. E intanto servono il potere.

Che ne sarebbe della libera informazione, se questa gente, parliamo di Fratelli d’Italia in particolare, controllasse tutti i giornali, come controlla il “Secolo d’Italia”?

Ma torniamo a Sinner. Da dove nasce tanta freddezza? Perché questo risentimento, se non addirittura una sottile ostilità? Per comprenderlo, basta ripensare alle polemiche scatenate dalla sua riluttanza a partecipare alle celebrazioni ufficiali.

Per questa ragione diversi commentatori dell’area conservatrice lo hanno  duramente critcato.  Vittorio Feltri lo ha bollato come “ingrato” e “snob”; Marcello Veneziani  ha parlato di “diserzione istituzionale”; Francesco Giubilei, altro opinionista orbitante nell’universo meloniano, lo  ha accusato  di “scarso rispetto per le istituzioni”.

Eppure, Sinner non ha mai fatto una dichiarazione politica. Non ha mai espresso un’opinione anti-governativa. Ha semplicemente seguito l’agenda rigorosa di un professionista dello sport ad altissimo livello, lontano dalle teatrali liturgie del potere italiano. E questo, alla destra, non va giù.

Quanto alla sua residenza a Montecarlo, non c’è nulla da contestare né da scandalizzarsi. Sinner ha scelto Montecarlo ben prima di diventare famoso, nel 2020, come base per la sua crescita sportiva, approfittando delle opportunità offerte da un ambiente internazionale, professionale e stimolante. In una società libera e democratica, ogni individuo ha il diritto di scegliere dove vivere e lavorare, senza dover essere accusato di mancanza di “patriottismo” o di “tradimento”. È una scelta personale e strategica, dettata da esigenze professionali, non da ideologie o schieramenti politici. Attaccare Sinner per questo significa più che altro dimostrare una mentalità chiusa e provinciale, incapace di riconoscere la complessità del mondo moderno e le libertà che esso garantisce.

Perché Sinner è – agli occhi della destra etnica e nazionalista – un italiano sbagliato. È nato a San Candido, in Alto Adige, da famiglia di madrelingua tedesca. Parla italiano con lieve inflessione. È riservato, educato, quasi “nordico” nello stile e nei modi. Non urla, non ostenta, non si presta alla retorica patriottarda. È un italiano moderno, europeo, radicato ma non chiuso. Un italiano che esiste, e vince, nonostante l’idea di italianità tribale e muscolare che la destra continua a proporre.

Dietro il fastidio verso Sinner c’è una pulsione più profonda, e antica: una forma di razzismo sottile, una paura dell’alterità interna, tipica delle destre con radici “missineggianti”, quindi neofasciste. Una destra che non ha mai elaborato davvero il tema della diversità culturale dentro i confini della nazione né fatto i conti con la liberal-democrazia multiculturale. Sinner è “altro”, e quindi non può essere celebrato. Punto.

E così, anche nella vittoria, si cerca di sminuirlo, di raffreddarne l’impatto, di marginalizzarlo. Nessuna prima pagina, nessun titolo.

Nel passato, invece, quando i protagonisti dello sport – come Matteo Berrettini o Marcell Jacobs – sembravano più allineati alla retorica nazionalista o più disponibili ai rituali del potere, la destra non si faceva problemi a usarli come simboli da esibire. Di conseguenza si glorificano, a dispetto, i soccorritori come fossero i nuovi centurioni della patria, e per contro si ignora l’uomo che sta portando l’Italia in cima al tennis mondiale.

Per quale ragione? Perché non serve alla retorica identitaria della destra. Non è utile al romanzetto italiota, tanto per fare alcuni nomi, vergato da Meloni, La Russa (a proposito, “auguri” al figlio, Geronimo, neopresidente dell’Aci, antico presidio democristiano), Lollobrigida, Mollicone. E quindi va messo da parte.

Ma Jannik Sinner continua a vincere. A rappresentare un’Italia che non ha bisogno di divise, bandiere sventolate, o strette di mano col potere per esistere.

Un’Italia che lavora, che studia, che rispetta le regole e che sa competere con il mondo senza urlare, senza piangersi addosso, senza cercare l’applauso di partito.

Un’Italia che parla magari con accento altoatesino, ma esprime valori profondamente nazionali: serietà, merito, dignità. Però anche aperta al mondo: che crede in una società universalista, moderna, quindi nell’ubi bene, ibi patria, dove l’identità non è un recinto ma un ponte.

Un’Italia che non ha bisogno di sventolare tricolori per sentirsi nazione.

Concludendo, è proprio questa normalità che manda in crisi una destra che nulla ha imparato, nulla ha dimenticato, abituata al culto dell’identità come esclusione.

Carlo Gambescia

domenica 13 luglio 2025

Oltre i dazi: Trump e la volontà di potenza che minaccia l’Occidente

 


Oggi cercheremo di andare oltre la questione dei dazi. 

Si rifletta. L’espressione “volontà di potenza” può suonare antiquata a molti, soprattutto in un’epoca in cui si proclama la pace come fine ultimo della politica globale. Eppure, l’ascesa di Donald Trump segna il ritorno vistoso di una logica di forza all’interno della stessa società occidentale, ritenuta ormai “pacificata”. In sostanza, si afferma un principio brutale: “Sono forte, dunque impongo la mia volontà al mondo”. Anzi “ me lo prendo”.

Trump — e non pochi ancora non lo hanno capito — ragiona come un Luigi XIV: “Lo Stato sono io”.  Nonostante  il profilo istituzionale di tipo repubblicano, il magnate è portatore di un principio monarchico assoluto, a cui si somma un elemento di tipo demagogico e transtorico, che ritroviamo nel cesarismo, antico e moderno. Quest’ultimo è stato ben analizzato da Roberto Michels nella sua Sociologia del partito nella democrazia moderna (*).

Trump, come abbiamo scritto più volte, è animato da una volontà di potenza che rappresenta un elemento di discontinuità nella stessa storia politica degli Stati Uniti. Diciamo pure: una sorta di unicum.

E qui dispiace che molti americani che lo hanno votato abbiano dimenticato — o ignorato — questo passo fondamentale di The Federalist:

Un’ambizione pericolosa si nasconde più spesso sotto la speciosa maschera dello zelatore dei diritti del popolo, che non sotto le difficili sembianze di chi si preoccupa della solidità e dell’efficienza del governo. (…) La maggior parte di coloro che hanno poi sovvertito la libertà delle repubbliche, hanno cominciato la loro carriera tributando al popolo un ossequio cortigiano: hanno cominciato da demagoghi e sono finiti tiranni”(**).

Questo passo — tanto chiaro quanto profetico — ci aiuta a comprendere un fenomeno che potremmo definire come “trionfo dell’ignoranza politica”: di una emotività naive, primitiveggiante. L’elezione di Trump non è stata un caso razionale, ma emotivo: l’effetto di una democrazia che, come avvertiva Bryan Caplan nel suo The Myth of the Rational Voter (***) tende a premiare la percezione sopra l’analisi, il pregiudizio sopra il dato, l’emozione sopra il ragionamento. E qui si torna al concetto di “democrazia emotiva” elaborato da Theodor Geiger (****).

Ci scusiamo per la digressione. Ma è tale solo in apparenza. Perché la venefica miscela chimico-politica tra assolutismo e demagogia va ben oltre la questione contingente dei dazi. Che oggi, peraltro, sembra spaventare molti: Trump ha appena proclamato che imporrà all’UE un dazio del 30 per cento. La pubblica opinione europea è in allarme.

Ma il vero punto è un altro: un destabilizzatore, animato da una colossale volontà di potenza, non si fermerà cedendo sui dazi. Ogni volta alzerà l’asticella.

Il suo obiettivo non è la difesa dei diritti del popolo, ma il diritto — inteso in senso brutale — di sottomettere e comandare gli altri popoli. Questo è il fatto nuovo rispetto sia alla storia americana, sia agli ultimi ottant’anni di relazioni internazionali.

Se non si comprende questa cesura, si continuerà a trattare Trump come un normale interlocutore, con cui si possa — prima o poi — trovare un’intesa. Ma Trump non vuole mediare. Vuole sottomettere. E non avrà pace finché — praticamente mai — non avrà perseguito il suo scopo. Che, ripetiamo, non è quello di trattare, ma di dominare.

Sul piano della politica mondiale, Russia, Cina, Europa non dovrebbero assolutamente fidarsi di un personaggio simile. Che andrebbe, idealmente, isolato, se non addirittura messo politicamente al tappeto. Contando magari su una riscossa delle forze liberal-democratiche americane.

Qui, però, la questione si complica. Perché Russia e Cina, a differenza dell’Europa, condividono in fondo gli stessi ideali di potenza che muovono Trump. Il che implica, allo stesso tempo, cooperazione su obiettivi limitati e conflitto su obiettivi imperiali.

Per capirsi: Ucraina, Israele, Iran rientrano nel quadro degli obiettivi limitati, pur sempre pedine di scambio. Al posto di Israele non dormiremmo sonni tranquilli. Quanto a Zelensky, è già sotto sfratto. Come, del resto, l’Iran.

Al momento, l’Europa, con i suoi pacifisti, i suoi aspiranti e zelanti schiavi trumpisti e putinisti, la sua credenza nelle trattative “all’acqua di rose”, la sua poca voglia di battersi, è tagliata fuori dal grande gioco del conflitto-cooperazione tra differenti volontà di potenza.

Concludendo: i dazi, per l’Europa, sono l’ultimo dei problemi.

Carlo Gambescia

(*) R. Michels, La sociologia del partito nella democrazia moderna, intr. di J.Linz, il Mulino, Bologna 1966.

(**) A. Hamilton, J. Jay, J. Madison, Il Federalista, Nistri-Lischi, Pisa 1955, p. 52. Il passo è di Hamilton (n. 9).

(***) B. Caplan, The Myth of the Rational Voter: Why Democracies Choose Bad Policies, Princeton University Press, Princeton 2007.

(****) T. Geiger, Democrazia senza dogmi. La società tra sentimento e ragione (1963), in Id., Saggi sulla società industriale, a cura di P. Farneti, Utet, Torino 1970).