mercoledì 10 luglio 2024

La Nato, il nemico e le forze centrifughe

 


Una regola fondamentale in politica internazionale è che è sempre alleato più forte a indicare il nemico. Qual è l’alleato più forte della Nato? Gli Stati Uniti. E quali sono i nemici della Nato? Secondo gli Stati Uniti Russia e Cina. Che sono, in primis, i nemici degli Stati Uniti.

Il resto della Nato non è grado di indicare nessun nemico, in particolare gli stati appartenenti all’Unione Europea, deboli militarmente e politicamente. Sappiamo già che qualcuno penserà che un’Europa unita, anche militarmente, potrebbe controbilanciare il potere degli Stati Uniti e contare di più nella Nato. E quindi indicare il nemico. Si tratta di un’arma a doppio taglio. Perché, se in un’Europa più forte, ma comunque sempre più debole delle grandi potenze ricordate, comandassero i partiti nemici degli Stati Uniti (Russia e Cina), il nemico all’ Europa lo indicherebbero russi e cinesi.

Il problema è che per diventare una grande potenza militare, oltre alle risorse, occorrono le vittorie sul campo, e l’Europa, da sola, al momento non ha né le une  né le altre. Si fatica persino a inviare munizioni e altro in Ucraina. Figurarsi una Grande Armée

Pertanto, la Nato rappresenta l’unica risposta possibile, sempre che si voglia restare all’interno dello schieramento occidentale. Fortunatamente il nemico indicato dagli Stati Uniti è anche il nemico dell’Europa. Russia e Cina sono agli antipodi del lato europeo dell’Occidente per valori e interessi. Diciamo che gli stati europei membri della Nato, non dovrebbero sentire come una imposizione la scelta americana del nemico russo-cinese. Si può parlare, almeno dalla fine del secondo conflitto mondiale, di una naturale alleanza tra Europa e Stati Uniti.

Non dovrebbero… Il condizionale è d’obbligo, perché in Europa sussiste, sia a destra che a sinistra, una forte corrente politica e culturale contraria agli Stati Uniti e al sistema di valori e interessi che unisce le due sponde dell’Atlantico. Sono gli eredi politici dei fascisti e dei comunisti, che oggi sbavano al cospetto dei russi, come cani randagi affamati. O che, come Giorgia Meloni, aspettano il “momento trumpiano” per prendere il largo dagli Stati Uniti. Si potrebbe perciò parlare di nemico interno, alleato o possibile alleato dei nemici esterni.

Una vittoria di Trump potrebbe condurre alla dissoluzione della Nato. Si lascino per ora da parte i meccanismi mentali e politici che portano il magnate americano a prendere questa decisione. Diciamo il colore psico-politico, che piace tanto a mass media e social. Ci si concentri invece sulla sua volontà di sfasciare tutto. Cosa potrebbe accadere ? L ’Europa finirebbe in balia dei suoi nemici interni ed esterni. La Russia farebbe un solo boccone dell’Ucraina e poi toccherebbe all’Europa indifesa a occidente dell’Impero russo. Così come la Cina farebbe subito un solo boccone di Taiwan. Probabilmente si concretizzerebbe il rischio di una guerra generale in Oriente come in Occidente.

Per capirsi, come nella seconda guerra mondiale, Stati Uniti ed Europa, una volta risvegliatisi dallo stato narcotico isolazionista-pacifista, saranno “costretti” a battersi, partendo però da una grave condizione di svantaggio e di debolezza. E magari con i russi già padroni dell’ Europa occidentale.

Sotto questo aspetto – della ferma indicazione del nemico – le prossime elezioni americane avranno un’importanza fondamentale. Una vittoria di Trump potrebbe causare una specie di effetto domino sulla Nato. Biden, anche solo come presenza nominale, può impedire questo processo centrifugo. Quanto meno rallentarlo. In attesa, per così dire, di un giovane e brillante sostituto democratico (su possibili candidati repubblicani alternativi, per ora, inutile sperare). Si tratta di stringere i denti e resistere.

Insomma, per dirla in chiave metapolitica, l’indicazione del nemico, rimanda a un processo centripeto, che si oppone a un processo centrifugo. E la Nato è un elemento centripeto. Ma per sussistere ha necessità dell’indicazione di un nemico. Se viene meno questa indicazione viene meno anche la Nato. E con la Nato l’Occidente. Non per sempre, ma sarà comunque la guerra a decidere.

Sotto questo aspetto, e a proposito dell’invasione russa dell’Ucraina, i predicatori di pace, tra i quali molti svergognati ferrivecchi di destra e sinistra, conducono alla guerra generale, perché il pacifismo indebolisce le difese, innanzitutto morali, dell’Occidente, accrescendo l’appetito del nemico. Mentre chi si schiera dalla parte della vittoria ucraina, e quindi della guerra, allontana il pericolo della guerra generale, perché il polso fermo induce i russi a più miti consigli. Con effetto di ricaduta sulle manovre cinesi.

E se poi guerra comunque sarà, sarà la Nato, a farsi carico del conflitto, e non un’Europa debole e divisa.

Carlo Gambescia

martedì 9 luglio 2024

Elezioni francesi. Francia 2 - Italia 0

 


Siamo d’accordo con Piero Sansonetti (che per inciso, adotta anche lui il termine petenisti, così siamo in due…), l’appello antifascista funziona ancora.

Però, perché funzioni, serve una salda forza di centro, centro-sinistra, come nel caso del partito di Macron, che in Italia non esiste. Il Partito Democratico della Schlein, con il suo populismo è lontano anni luce dal rigoroso riformismo di Ensemble pour la République.

Per capirsi: perché funzionino le desistenze, nel quadro di un sistema uninominale a doppio turno, serve un’unità di fondo – ecco l’aspetto culturale dell’appello antifascista – che in Italia non c’è. Certo siano bravi a creare slogan. Insegniamo ai francesi quel che non sapevamo il giorno prima e continueremo a non sapere il giorno dopo…

Il problema italiano è l’estremismo politico che rovina ogni cosa, e che fa sì che la destra, a cominciare da Fratelli d’Italia, dipinga l’antifascismo come un ferrovecchio usato dalla sinistra per discriminare la destra.

Ci dispiace per Sansonetti ma la lezione francese non può essere estesa all’Italia, perché non ci sono le condizioni. I sistemi elettorali, pur importanti eccetera, come dicevamo ieri, non sono un toccasana. Prima viene la “mentalità politica”, diciamo così, poi le metodologie elettorali. Sansonetti corre  invece subito alle conclusioni.

Ripetiamo. La Schlein non è Macron e Conte è più populista di Mélenchon. Inoltre i leader  riformisti che potrebbero avvicinarsi ideologicamente (e sottolineiamo potrebbero) al partito di Macron, pensiamo a Calenda e soprattutto Renzi, difficilmente accetterebbero di far parte di un “Fronte popolare” che riproduce lo schema (fagocitante) Cina-Hong Kong.

Ma non è questo il punto: in Italia, al momento (ma sono più di trent’anni), manca una forza di centro, consistente, che condivida, ricambiata, con una sinistra riformista (non populista), i valori antifascisti.  Un centro capace di tenere a bada la destra, sottoponendola a periodici esami del sangue.

L’antifascismo, che è sacrosanto, perché da noi di fascisti in giro ce ne sono tanti (addirittura al governo), è usato invece come una risorsa politica, che invece di unire divide. Cioè, a sinistra si lo è usato, tipo mazza da baseball per distruggere, personaggi discutibili politicamente (pensiamo a Berlusconi e Craxi), ma che di sicuro non erano fascisti. Anche con Andreotti hanno tentato. E ora che i fascisti sono al potere, l’antifascismo, reso così poco credibile, non unisce. E “quelli”, i fascisti veri,  vincono.

Forse l’errore più grande di Berlusconi resta quello di avere distrutto il centro dello schieramento: il suo famigerato centro-destra era più destra che centro. Così come la sinistra, quasi di riflesso,  piano piano si è spostata sempre più a sinistra. 

I famosi professori, Monti e Draghi, restano un esempio classico di generali privi di truppe, ritrovatisi al comando, perché destra e sinistra così impegnate a odiarsi,  difettavano di personale politico all’altezza, scelto sulla base, del "basta che respirino".  Diciamole queste cose. Se i voti degli studenti sono cattivi non è colpa degli insegnanti che complottano contro gli studenti, ma di questi ultimi che non studiano.

Perciò per tornare a Sansonetti, l’antifascismo può funzionare, ma ci si deve credere. E per credervi deve essere una cosa seria. E in Italia, al di là dei fuochi d’artificio retorici e della mazza da baseball, l'antifascismo non è più visto da un pezzo come un cosa seria (non parliamo solo  dei fascisti, ora abilissimi nel fare lo gnorri,  ma anche degli antifascisti dalla memoria selettiva ). E, cosa più importante, non esiste una forza politica moderata, riformista e antifascista al tempo stesso.

Concludendo, e visto che si giocano gli Europei di calcio, Francia 2 Italia 0. Con buona pace di Spalletti. Pardon Sansonetti.

Carlo Gambescia

lunedì 8 luglio 2024

Elezioni. Il vicolo cieco francese e la nuova età del ferro…

 


Sulle elezioni francesi invitiamo il lettore a non tenere in gran conto la questione delle desistenze. Tesi usata dai commentatori di destra (soprattutto in Italia) per far passare l’odiatissimo Macron come complice della sinistra e così denigrarlo.

In realtà, per ora, resta ancora difficile definire con precisione il numero dei candidati macroniani realmente ritiratisi al secondo turno, dove però, attenzione, arrivati terzi al primo turno. Si parlava di 305 triangolari su 501 (*).

E comunque sia, non è un problema di turni, cioè di meccanismi elettorali, ma di contenuti politici e culturali. Di tradizioni politiche. Perché, ad esempio, proprio pochi giorni fa in Gran Bretagna, con il maggioritario secco, a un turno (non due come in Francia, quindi ancora più duro ), ha vinto una sinistra moderata, che non ha nulla in comune con il radicalismo della sinistra francese.

Insomma il problema – ripetiamo – rinvia ai contenuti. Dove resta viva una tradizione liberale e non c’è pericolo fascista, né di altro tipo di estremismo, anche di sinistra, può vincere una specie di centro-sinistra o centro-destra dal carattere esplicitamente moderato.

Onestamente va detto che sul piano europeo (ma anche negli Stati Uniti con Trump non si scherza) il liberalismo moderato, con sagge aperture a destra o sinistra, rappresenta una “tradizione” politica al momento in declino. Si pensi alla democrazia cristiana italiana (con le sue diverse anime), ai popolari spagnoli, ai democristiani e socialdemocratici tedeschi, ai repubblicani francesi prima di Sarkozy, e ovviamente al laburismo britannico.  Insomma, dove c’era e c’è una prevalenza dell’approccio liberale, o comunque moderato, si riducevano e riducono le potenzialità elettorali del radicalismo rosso o bruno o addirittura rosso-bruno.

Quanto appena precisato, non rappresenta però una specie di scappatoia dialettica, per giustificare il caotico quadro politico francese uscito dalle elezioni. Anche perché alcune risposte le elezioni le hanno date.

In primo luogo, gli elettori hanno mostrato di preferire ( e non è la prima volta in Francia, si potrebbe addirittura risalire a Guizot), gli estremi. Semplificando: fronte popolare e  petenisti. Sembra veramente di essere tornati, anche sul piano del lessico storico, agli anni Trenta-Quaranta dei Novecento. Il che è molto preoccupante.

In secondo luogo, dal momento che nessuna forza politica di destra, centro e sinistra ha i numeri per governare l’unica prospettiva resta quella di un governo di coalizione. Cosa che, a nostro modesto avviso, se si concretizzerà, qualsiasi “colorazione” politica questo nuovo governo assuma, la Francia sarà ingovernabile. E anche questo è molto preoccupante.

In terzo luogo, non vediamo che due possibilità, non prive di lati negativi.

La prima: nuove elezioni. Che non è detto, risolvano la questione delle governabilità. Una specie di poker. Con Macron che, purtroppo, ha in mano una sola o doppia coppia. Di conseguenza, la possibilissima vittoria di petenisti o frontisti porterebbe la Francia, fuori dall’Europa, e dal consorzio delle nazioni liberal-democratiche. Con il classico pendant della fuga di capitali, inflazione, crollo del tenore di vita, eccetera, eccetera.

La seconda: un golpe macronista, diciamo liberale, per la difesa della costituzione democratica dall’attacco concentrico di petenisti e frontisti. Che però, se non riuscisse (e l’ipotesi non è così remota) , favorirebbe un’instabilità ancora più spiccata, con scontri di piazza, guerrriglia urbana, eccetera. Inoltre militari e polizia, potrebbero pronunciarsi per gli insorti, di destra o sinistra che siano (non è solo la Spagna a godere di una tradizione in materia), anche appoggiando gli uni contro gli altri.

Come si può intuire, la situazione francese è molto grave. Sembra, come abbiamo più volte scritto, che i popoli europei – quindi non solo i francesi – non vogliano più sentire parlare di moderazione politica.

Si sognano nuove avventure politiche? Rosse o brune che siano? Non si capisce. Probabilmente, a livello di massa, prevale una visione paranoica della realtà. Non c’è epoca della sua storia (forse solo durante gli imperatori Antonini), in cui  i popoli europei abbiano goduto di un eccezionale tenore di vita come quello degli ultimi ottant’anni. Eppure – ecco il delirio paranoico – proliferano scontento, delusione, amarezza, sentimenti assolutamente ingiustificati.

Si vive un’ età dell’oro, ma nell’immaginario la si giudica del ferro.

E ferro si potrebbe ricevere. Anche nelle carni.

Carlo Gambescia

(*) Sulle sfide al secondo turno si veda qui: https://www.ilpost.it/2024/07/01/triangolari-ballottaggio-elezioni-francia/?utm_source=ilpost&utm_medium=leggi_anche&utm_campaign=leggi_anche  . Al secondto turno sono poi rimasti 89 ballottaggi a tre  e  due a quattro. Si veda qui: https://www.ilpost.it/2024/07/02/candidati-ritirati-secondo-turno-elezioni-francia-triangolari/ .

domenica 7 luglio 2024

Da Marine Le Pen a Philippe Pétain ( e oltre)

 


Purtroppo si deve prendere atto che in Francia, per la prima volta dal 1945, esiste il rischio che vincano le elezioni coloro che scorgono tuttora nel Maresciallo Pétain, che collaborò con i nazisti, un salvatore della patria.

Il nome della “cosa ” può mutare. Cioè li si chiami neofascisti, fascisti, nazisti, radicali di destra, eccetera, ma la sostanza non cambia: sono forze politiche anticapitaliste, antiliberali, razziste e nazionaliste.

I francesi, come nel 1940, sembrano essere stanchi della democrazia parlamentare. E come nel 1940 sullo sfondo si staglia un nuovo alleato, Putin, che ricorda Hitler, al quale la Francia di Pétain sacrificò tutto, a partire dalla dignità nazionale, pur di tornare al quotidiano tran tran.

I popoli, purtroppo, non avvertono le grandi questioni della libertà,  introdotte per la prima volta nella storia dalle moderne rivoluzioni liberali. E se questo ricorrente atteggiamento politico è diffuso  in Francia, patria del costituzionalismo liberale, figurarsi altrove. E qui si pensi a un paese come l’Italia che addirittura ha politicamente inventato il fascismo.

È amaro asserirlo, ma sociologicamente parlando, sul piano della libertà di parola e di pensiero, gli effetti di un regime politico sulla gente comune, dal punto di vista della vita quotidiana – il tran tran – sono quasi nulli. L’impiegato continua fare l’impiegato, il tassista il tassista, l’infermiere l’infermiere, e così via. Non poter leggere un libro, un giornale, esprimere un' opinione politica, per chi vive in modo inerziale, non è un problema.
 

Ci si chiederà allora il perché della possibile sconfitta di Macron: se le masse sono “inerziali”, lo stesso governo dovrebbe durare per sempre. Diciamo Macron a vita.

Non è proprio così. Un grande liberale francese Raymond Aron, sulla scia di un altro pensatore, suo conterraneo, Élie Halévy, riprese il concetto, tipico della “tirannie del XX secolo”, di “organizzazione dell’entusiasmo”. Che aveva e ha il suo corrispettivo nell’ organizzazione dell’odio: un processo politico-sociale, fondato sul meccanismo del capro espiatorio e su una mobilitazione di massa, organizzata dall’alto, tesa in realtà a paralizzare l’individuo e intrupparlo in una massa abulica e guidata da parole d’ordine.

Pertanto la violenta polemica, non solo contro la sinistra,  ma   contro le forze liberali in quanto tali, non è altro che il frutto velenoso di una organizzazione dell’odio, come in Francia, contro il liberale Macron, dipinto come un nemico del popolo, proprio come nel 1940 la destra reazionaria, intorno a Pétain, liquidò ministri e deputati della Terza Repubblica, frutto marcio, si diceva, del liberalismo francese.

La vita dei  popoli rimane in uno stato di quiete, inerziale,  fin quando non interviene una forza esterna a modificarne lo stato. Ed è questo il caso dell’organizzazione dell’odio che sollecita una nuova risposta, anche violenta, per poi lasciare che le masse tornino allo stato di quiete. Al tran tran quotidiano.

Ovviamente, come nel caso francese, non si tratta di un  puro caso: Marine Le Pen rinvia a Philippe Pétain, il quale rimanda a Charles Maurras, e quest’ultimo a Joseph de Maistre, insomma al pensiero controrivoluzionario nemico del liberalismo. Una forza esterna, come dicevamo.

I nemici della civiltà liberale sono tornati. E ora, per ironia della sorte, potrebbe toccare alla Quinta Repubblica. In Francia, dove il liberalismo mosse i primi passi.

Carlo Gambescia

sabato 6 luglio 2024

La cultura di destra e la vittoria di Keir Starmer

 


La destra, oltretutto, è ignorante. Bella scoperta si dirà.

Senza fare riferimenti specifici ai vari giornali “organici” al governo Meloni, appena nota la vittoria del laburista Starmer, la prima reazione, diciamo all’unisono, è stata quella di evidenziare la responsabilità dei conservatori: “Troppo morbidi sui diritti civili, troppo liberisti, eccetera”.

Oggi però molti giornalisti di destra, inclusi alcuni direttori, si sono accorti che il Labour di Starmer è moderato, nulla in comune con la sinistra alla Corbyn e alla Mélenchon. Allora subito la musica è cambiata: “La sinistra italiana impari da quella britannica, eccetera”. Per dirla in francese: una figura di merda.

Per passare dal particolare all’universale, questa incultura della destra, soprattutto dalle radici fasciste, si esprime attraverso un provincialismo senza pari. Diciamo che è un’eredità nazionalista. Per fare un esempio macroscopico: chi ha studiato a fondo il fascismo? La destra. No Renzo De Felice, che proveniva da sinistra, convertitosi al liberalismo, o comunque al riformismo, dopo l’invasione sovietica dell’Ungheria. Da destra, sono giunti solo studi apologetici o comunque molto di parte. Con una eccezione: A. James Gregor, un professore di scienze sociali, bravissimo, italo-statunitense, ma di formazione tipicamente americana. Conservatore (relativamente diciamo), che però, di sicuro,  non era un fascista.

Si prenda un altro esempio, Giuseppe Prezzolini, grande organizzatore culturale, eccellente divulgatore, vissuto per anni all’estero, in particolare negli Stati Uniti, per poi morire in Svizzera, Prezzolini non sprovincializzò la cultura americana, ma provincializzò (o comunque tentò) la cultura americana, sulle basi, sebbene intelligenti, di certa retorica nazionalista. Il suo incontro con il pragmatismo d’Oltreoceano fu qualcosa di occasionale, senza vere e proprie radici culturali, se non quelle, molto italiane, di un Machiavelli, come teorico dell’arte di arrangiarsi.

Per capire il significato di una vera e propria apertura al mondo, e agli Stati Uniti, si deve rileggere Cesare Pavese, il traduttore di Melville e il cultore di una rinnovata etnologia e storia della religioni. Un uomo di sinistra. Che studiava senza paraocchi nazionalisti. Come del resto Vittorini, altro scrittore, dalle radici siciliane ma universaliste. Come Sciascia, Bufalino, Tomasi di Lampedusa. Altro che Buttafuoco, che invece ha fatto sempre l’elogio del provincialismo.

La destra, per dirla sempre in francese, non sa un cazzo della Gran Bretagna. E’ rimasta ferma alla Sagra di Giarabub: “Ma la fine dell’Inghilterra incomincia da Giarabub…”. Oppure al mito della “Perfida Albione”, mito, tra l’altro, secondo alcuni, di origine napoleonica. Guai però a dirlo ai fascisti prima e dopo Mussolini, fanatici di quel Made in Italy che ai loro tempi si chiamava Autarchia.

Ieri, prima che arrivasse il contrordine, un cretinetto di destra, con pretese intellettuali, pontificava, sul fatto che la sconfitta dei conservatori britannici è figlia del rifiuto di fare la destra. Come per dire, che imparino dalla Meloni.

Certo, trecento anni di parlamentarismo, quindi di fair play ( o quasi) tra maggioranza e opposizione, in religioso silenzio dinanzi a Giorgia Meloni, andata a ripetizioni da Gennaro Sangiuliano e pronta a tramutare  il Parlamento nell’ufficio bolli del catasto.

Carlo Gambescia

venerdì 5 luglio 2024

La vittoria di Starmer. Una buona notizia da Londra

 

 


Oggi finalmente una buona notizia: la vittoria dei laburisti in Gran Bretagna. Attenzione, la nostra non è una manifestazione di gioia per la sconfitta dei conservatori, che tutto sommato si sono mossi e si muovono all’interno di coordinate liberali e filo-occidentali. Insomma, i conservatori britannici, culturalmente parlando, restano anni luce distanti da Fratelli d’Italia e Lega. Non c’è un Mussolini nel loro passato. Ma un signore che si chiama Churchill e una signora che si chiama Thatcher.

In realtà, siamo contenti per due ragioni.

La prima è la conferma dell’ equilibrio del sistema politico britannico. “L’arte del meno peggio”. Come lo definì, in un ottimo saggio, uscito cinquant’anni fa, Antonio Massimo Calderazzi (*), all’epoca colto e intelligente collaboratore dell’ Ispi, storico think tank italiano che allora lavorava con solidi criteri artigianali.

Calderazzi evidenziava del sistema il pragmatismo britannico: storica virtù nazionale che univa destra e sinistra. Di qui la capacità di isolare gli estremismi politici. Dovuta anche al maggioritario puro, a un solo turno, premiato però, nei fatti, dal pragmatismo o buon senso di cui sopra. Senza il quale, il maggioritario, può aprire la porta a brutte avventure.

A tale proposito, Margaret Thatcher e Tony Blair (per fare due nomi importanti degli ultimi quarant’anni) possono essere definiti, estremisti di centro. Nel senso della fedeltà di fondo ai valori dell’Occidente e dell’economia di mercato. Né destra fascista, né sinistra comunista. Certo non può essere ignorata la fiammata Brexit. Una botta di estremismo populista e antieuropeo. Che però si spiega anche con la storica “insularità britannica”. Insomma un caso a sè.

Ciò significa, e  veniamo alla seconda ragione, che anche Keir Starmer, il leader laburista vincitore delle elezioni, si muove all’interno di queste rassicuranti coordinate. Con un ciliegina sulla torta. Perché, ha più volte sottolineato, la sua volontà di riavvicinarsi all’Europa. Al riguardo si legga – vera musica per orecchie liberali – l’intervista al suo possibile Ministro degli Esteri, David Lammy (**): l’antiOrbán fatto persona.

Del resto la controprova della vittoria in Gran Bretagna di una sinistra liberale  è rappresentata dal giudizio negativo de “Il manifesto”. Che, a proposito di Starmer – è anche questa è musica per orecchie liberali – parla di un politico peggiore di Blair. Si legga qui:

“Se il messaggio del nuovo Labour “nazionale” è che islamofobia e razzismo sono peccatucci perdonabili, ma la solidarietà con le vittime civili a Gaza è una macchia intollerabile, c’è poco da stare allegri. Che questo sia un errore di percezione di chi guida le strategie elettorali, o una scelta politica di fondo da attribuire alla responsabilità di Starmer, fa poca differenza in concreto. La nuova stagione dei Laburisti al governo potrebbe aprirsi nel segno di una regressione nel pluralismo interno perfino rispetto agli ultimi anni di Blair. Una pessima notizia” (***).

Il che per chiunque creda nei valori della società aperta è un grande complimento.

Insomma buone notizia da Londra. Ora aspettiamo di vedere quel che succederà in Francia. Dove il pragmatismo non è mai stato di casa. Come ha imparato a sue spese Macron.

E in Italia? Per ora tutto tace. La destra è tramortita. Per la Meloni che pensava già ad altre fughe romantiche con il conservatore Sunak, ora messo  a riposo, la vittoria del Labour è un problema in più. Mentre la sinistra mugugna. Anche perché al moderato Starmer preferisce, e da sempre, l’estremista Mélenchon.

Evidentemente, per dire una banalità, ogni paese ha la classe politica che si merita.

Carlo Gambescia

(*) A.M. Calderazzi, Il modello britannico. L’arte del meno peggio, Ispi-Dedalo libri, Bari 1973.
(**) Qui: https://www.ilfattoquotidiano.it/2024/07/03/regno-unito-troppo-isolato-al-governo-riannoderemo-i-fili-con-lue-intervista-a-david-lammy-quasi-certo-ministro-degli-esteri-di-starmer/7609015/ .
(***) Qui: https://ilmanifesto.it/starmer-la-regressione-del-labour .

 

giovedì 4 luglio 2024

L'antifascismo rafforza Fratelli d'Italia?

 


Leggevamo ieri un interessante articolo di Matteo Marcelli (*): la sua tesi, corroborata da freschissimi sondaggi, è che l’antifascismo indebolisce la sinistra mentre rafforza Fratelli d’Italia. Ad esempio, l’inchiesta di Fanpage, calvalcata dal Pd, avrebbe addirittura fatto guadagnare consensi a Giorgia Meloni. Secondo l’analista di “Avvenire”,

“se davvero l’opposizione vuole sperare di scalfire il predominio di FdI, come dimostra il voto delle amministrative, sarà meglio puntare su un’alleanza strutturata e su temi concreti. Possibilmente percepiti come urgenti dall’elettorato migrato a destra negli ultimi dieci anni. Le opzioni non mancano: lavoro, lotta alle disuguaglianze, difesa del welfare, pace, potere di acquisto delle famiglie, incentivi alla natalità. Il messaggio è chiaro: continuare ad agitare lo spauracchio del fascismo sotto l’egida di una nuova resistenza non porta voti, semmai li fa perdere”.

Due cose. La prima che l’ “alleanza strutturata”, che un tempo si chiamava fronte popolare, è indecisionista per natura (troppi galli a cantare). La seconda, e si tratta di una battuta facile facile sui “temi concreti”: vasto programma.

Se per un verso Marcelli ha ragione sull’uso controproducente dell’antifascismo, per l’altro non convince la sua ricetta statalista.

Sul punto la destra, in particolare quella dopo Mussolini, può fare, se non meglio, di più. Per fare solo un esempio, la sinistra, inclusa quella cattolica (in particolare) si è fatta scippare Enrico Mattei, partigiano e antifascista, al quale però non dispiaceva l’interventismo economico fascista. Che poi la Meloni usi Mattei per “stoppare” i migranti, fa parte di quell’eterogenesi dei fini che talvolta premia i cattivi che si fingono buoni.

La destra meloniana, proprio per le sue origini “sociali”, plebee, in stile rivolta di Reggio Calabria, fa presa sulla gente. Se la si sfida sul sociale la destra può cadere solo facendo ricorso alla piazza antifascista. Si ricordi il populismo del governo Tambroni, appoggiato nel 1960 dal Movimento Sociale, caduto proprio sull’onda delle grandi manifestazioni di piazza promosse dalla sinistra.

Ora però quelle piazze non ci sono più. E l’antifascismo o è paranoico patrimonio dei centri sociali o di quei generali senza truppe (registi, cantanti, attori, professori, giornalisti, politici e uomini d’affari) che la destra crocifigge ogni giorno sul Golgota della sinistra al caviale. Mentre sotto la croce l’elettorato di Fratelli d’Italia, non vede l’ora, come quei soldati romani, di dividersi la tunica, non di Cristo, ma dell’odiata borghesia con la puzza sotto il naso, come la bolla il pensiero unico di destra

Cosa vogliamo dire? Che sul sociale la destra è imbattibile. Tra l’altro, proprio perché nazionalista, a differenza della sinistra, può infischiarsene dei conti pubblici. Per guadagnare così altri consensi, additando al “popolo” il “complotto” di Bruxelles sulle liste di attesa per le visite specialistiche.

In realtà esiste un punto di congiunzione tra l’antifascismo e la lotta allo statalismo della destra. Ed è rappresentato dalla difesa dei diritti individuali. La giusta battaglia della sinistra sui diritti civili deve tramutarsi in una più generale battaglia per il “lasciar fare, lasciar passare”, in tutti campi. A cominciare proprio dai migranti. Meno stato, più individuo, meno leggi, più libertà di intraprendere in tutti i campi, da quello sessuale a quello economico, dalla sfera privata alla sfera pubblica. Si tratta di risvegliare e ricondurre la carica vitale degli italiani nell’alveo dell’individualismo liberale.

Non è di certo cosa facile, anche perché, lo stato dovrebbe fare più di un passo indietro. E quindi verrebbero meno rendite e tutele parassitarie. Si rischia la rivolta degli “assistiti”. I primi tempi potrebbero essere durissimi. Però se la sinistra vuole sconfiggere la destra fascista e anti-individuaista deve farsi liberale e individualista. Costi quel che costi. Gli esperimenti liberali da Cobden a Milei non sono stati e non sono “passeggiate di salute”.

La “nuova resistenza”, se proprio la si vuole chiamare così, deve essere rilanciata e condotta nel nome dell’individuo. Anzi dell’individualismo, che destra e sinistra, ovviamente per ragioni opposte, hanno sempre respinto. Altrimenti si continuerà a combattere il paternalismo di destra con quello di sinistra.

Certo, nel mondo cattolico, del quale “Avvenire” è voce autorevole, il liberalismo non è amato, se non quando corretto con robustissime dosi di statalismo. Come si evince, per parlare difficile, dall’articolo di Matteo Marcelli.

Speranze per il futuro prossimo? Ora, a parte che Santa Madre Chiesa ragiona tuttora per millenni, con un papa populista, come Francesco, sarà molto difficile che le cose cambino.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://www.avvenire.it/attualita/pagine/se-l-inchiesta-di-fanpage-rafforza-meloni .