domenica 19 aprile 2020

Ricordo intellettuale
di Fabio Brotto

Oggi desidero parlare  della mia  “amicizia” con il  professor Fabio Brotto e del suo significato. Nulla di definitivo, impressioni a caldo dettate dalla sua improvvisa scomparsa.
Un’amicizia particolare perché non ci siamo mai  conosciuti di persona, neppure “telefonicamente”, come con altri. Un'amicizia intellettuale coltivata a lungo per circa quindici anni, prima come reciproci frequentatori dei rispettivi blog, poi negli  ultimi sei anni sulle nostre pagine  Facebook.
Ricordo che il suo blog  mi fu segnalato, forse nel 2006-2007, da un bravissimo e sanguigno  scrittore,  Valter Binaghi, scomparso prematuramente nel 2013. 
Di Brotto mi colpirono subito due cose: le letture sterminate e la capacità di argomentazione, nonché una terza dote, caratteriale, che non guasta mai, l’umiltà cognitiva, spontanea e perciò fonte di mitezza. Rammento che nel 2007-2008, al mio invito a partecipare al battesimo di un  blog collettivo, egli rispose che  non si sentiva portato per avventure del genere  a causa del suo ipercriticismo, anche verso se stesso…  Su ogni argomento, egli  aggiunse,  “individuerei le posizioni pro e contro, con il rischio di una critica autodissolvente dal punto di vista della comunità” (più o meno queste le sue parole).
Però Fabio Brotto non era un relativista (e tanto meno un nichilista): egli  credeva, nonostante tutto,  nell’ uomo (questa in fondo la sua “religione”), nonché  nelle capacità di auto-organizzazione e organizzazione degli esseri umani,  rifiutando però   millenarismi e ricadute demagogiche.
Per scendere sul piano politico, credo Brotto temesse  ogni forma di totalitarismo, fascista, comunista e… mercatista.   Di qui  il suo apprezzamento della democrazia liberale,  però con abbondanti correttivi sociali di natura pubblica.  
Cosa quest’ultima, che come sociologo, consapevole della necessaria natura imprevedibile e spontanea del sociale,  non condividevo e condivido.   Tuttavia -  e  finalmente vengo a ciò che ha rappresentato per me l'amicizia di Fabio Brotto -  le sue argomentazioni, ovviamente di segno contrario, mi  spingevano e spingono a mettere in discussione le mie idee,  forse troppo empiriste  sul sociale.  
Il richiamo di Brotto a non perdere di vista nell’analisi sociale la presenza, talvolta nascosta,  di   alcuni archetipi  (in primis di tipo girardiano),  costituisce tuttora  per me un monito intellettuale, quindi un’ eredità preziosa.  Al di là delle regolarità sociologiche e politologiche (metapolitiche), mio cavallo di battaglia  cognitivo, esistono  - ecco  la lezione di Brotto -   modelli filosofici e comportamentali, trans-storici,  come ad esempio  l’ “archetipo” antropologico  reinventato da René Girard, del "capro espiatorio":  un  vero e proprio fattore, quest'ultimo,  maieutico e ciclico, che ci ricorda che nel  divenire sociale, nonostante il progresso tecnologico, sono insiti,  nel bene come nel male,  limiti di natura antropologico-sociale.  Limiti  che   dettano all'uomo,  quasi in termini stoici (ma, crediamo, persino di filosofie orientali, di varia estrazione), un percorso contraddistinto da nascite e rinascite,  progressi e cadute, glorie e miserie.
Al di là di questa preziosa lezione antropologica, di Brotto   apprezzo  il romanziere  (inedito), con notevoli capacità volterriane di osservazione e introspezione, doti quest’ultime che invece ricordano l’ironica  pagina sveviana. Nonché il poeta byroniano (pubblico e multilingue) su Facebook, che eroicamente, ma  non senza   nostalgia, affronta con coraggio quel che di decadente scorge  nei nostri tempi.
Un intellettuale, Brotto, sospeso tra illuminismo e romanticismo, tra consapevolezza della forza della ragione (di qui il suo umanesimo critico e  riformista) e nostalgia di un mondo pre-girardiano (che forse non è mai esistito). Una specie di dialettica cognitiva che  spiega  la sua  ricerca, pur schermata-schernita, di un “centro” cognitivo, che egli attribuiva, come necessario,  persino alla società:   ricerca che ha distinto il suo intero cammino intellettuale  
Naturalmente, le mie, ripeto,  sono solo impressioni, per così dire letterarie, che  non ho avuto modo  di esplicitare a Brotto, come dicevo, di  persona.  E perciò discuterne con lui,  magari davanti a un calice di buon vino.  E questo è un mio rammarico.


Carlo Gambescia

sabato 18 aprile 2020

Contrordine camerati, Conte è un nemico della Libertà
La destra che non conosce  vergogna


Capita in questi giorni di leggere  su giornali  e siti di destra  intemerate contro  un  Governo dal quale ovviamente la destra è fuori.  Si attacca  Conte perché  infierisce  sui cittadini. Cosa verissima per carità.
Una domanda però. La destra italiana, che ora più si accanisce, in particolare quella che continua a ritenere Mussolini il più grande statista del secolo, dove era due  mesi  fa? Quando  Conte  ha iniziato il bombardamento decretizio a tappeto che  ha messo  l’Italia agli arresti domiciliari e  sul lastrico?  
Conte  “decretava” e la destra riunita  -  Salvini, Meloni, Tajani - chiedeva  provvedimenti ancora più duri.  E quei quattro straccioni, appesi ai cinquanta, cento euro,  degli intellettuali post-missini e post-aennini,  subito  pronti a fare sì con la testa.  L’unico che ha preso posizione ufficialmente contro la  demenza politica della reclusione ammazza-economia,  si chiama Vittorio Sgarbi: intellettuale, quando si dice il caso, dichiaratamente liberale... Certo,  il "personaggio"  può piacere o meno ( a chi scrive  non piace) però fin dall’inizio ha mandato  il Governo Conte  al diavolo.
I post-aennini invece, quando e   se hanno attaccato i provvedimenti liberticidi,   lo hanno fatto in nome di una pseudo-idea di  mobilitazione totale jüngeriana: più chiusure, più soldi, più controlli. L’Asl militarizzata come continuazione dell’operaio totale con altri mezzi… Al tecnico, che dicono di odiare,  avrebbero messo la divisa. Tutto qui (si fa per dire…).

Però, ora che si comincia a capire, che si tratta di un’epidemia “fiction”, dalle disastrose  conseguenze “reali”, soprattutto economiche, si prova a tirare  fuori dalla manica la carta versipelle  della difesa della libertà.  
Però in febbraio e marzo, gli stessi intellettuali, che ora si atteggiano a libertari, si sono ben guardati dal criticare la militarizzazione della società italiana a opera del Governo Conte  appoggiata  da una   destra politica, pronta a difendere  le  decisioni tipo Dottor Stranamore  varate dai  propri  governatori…  
Si sono tutti ben guardati, ripetiamo,  dal difendere la libertà. Se al posto di Conte vi fossero stati Salvini e Meloni (e pure Tajani...), per le strade avremmo avuto i carri armati… E gli stessi intellettuali di destra che ora si atteggiano a libertari avrebbero applaudito. E chissà, anche salutato romanamente.
Il punto è che la destra, in particolare quella neofascista, o comunque di “immarcescibili”  simpatie  mussoliniane e romantico-fasciste   è  priva di qualsiasi cultura della libertà. In una parola, anzi due,  è antiliberale e statalista.  E per tutta la vita.

Parliamo  di intellettuali che  non hanno il minimo  strumento  culturale per contrastare il pesante statalismo della sinistra. Se non quello di un chiassoso e pittoresco anarchismo politico, di stampo tardo romantico,  al quale si ricorre più che volentieri,   salvo poi prostrarsi davanti al capo carismatico, soprattutto quando il duce del momento sventola i cinquanta, cento euro.
Parliamo di una   destra intellettuale (parola grossa), che è statalista quanto e più della sinistra. E che al terzo bicchiere di vino si commuove  ancora  per  “ i fascismi sconosciuti”.  Che di libertà non capisce nulla. Peggio:  non vuole e non può capire. E purtroppo non tace.
Forse perché non  conosce vergogna.



Carlo Gambescia                     

venerdì 17 aprile 2020

Riflessioni
Senza  rischio non c’è vita sociale e non c'è libertà

Pochi sanno che la più grande rivoluzione della storia, in termini politici, sociali, economici, culturali, non rimanda a nessun disegno umano.
Parliamo della rivoluzione capitalista: della costruzione dal basso, senza alcun progetto delineato, di una società  che si è alimentata di scambi  e diritti,  ponendo gli uomini per la prima volta nella storia sul  piano di parità formale. 
Naturalmente l’interazione tra  scambi, diritti e parità si è sviluppata  in corso d’opera,  senza che nessuno sapesse cosa stava accadendo. Questo perché  alle origini della cultura capitalista c’è l’accettazione o meglio il riconoscimento  del rischio sociale: di una regolarità sociologica ben rappresentata da fenomeni socialmente naturali come  l’ uscire dal gregge, il  tentare qualcosa di nuovo (magari fino a quel momento proibito dalla Chiesa e dallo Stato Assoluto), qualcosa che però può portare guadagno, onore e altre soddisfazioni, anche culturali, ma sempre personali, perché frutto di interessi individuali, non imposto dall'alto, dal re o dal prete. 
Detto in breve, corsari, mercanti, conquistadores, agenti coloniali, inventori, speculatori,  ingegnosi artigiani, abili coltivatori e proprietari terrieri,  non  immaginavano di edificare la  società capitalista. Si agiva come sempre aveva agito l’uomo, ma questa volta abbattendo, altrettanto  misteriosamente, tutti gli ostacoli politici.
Per contro, la prima teorizzazione della società capitalistica  risale al suo principale nemico, Karl Marx.  I capitalisti erano tali senza saperlo, almeno fino alle pubblicazione delle opere marxiane (e della  conseguente costruzione dei partiti politici anticapitalisti). Con Marx si consolidò e diffuse l’idea della possibilità della costruzione di una società dall’alto, di una società priva di rischi, dove vivere in totale sicurezza. Il marxismo, impasto di scientismo e romanticismo, non digeriva ( e digerisce)  la cultura del rischio:   all’interesse individuale opponeva ( e oppone)  l’interesse collettivo.

Interesse individuale, interesse collettivo, accettazione rischio, rifiuto del rischio, sono nozioni e  concetti operativi che dopo Marx si sono  sovrapposti come successive razionalizzazioni a una realtà sociale, invece realmente fondata, come spiega la sociologia, sulla base della ricerca dell’interesse individuale:  ricerca individuale  che aveva permesso  -  ecco l’unicum storico -  l’invisibile rivoluzione capitalista.
Marx in qualche modo porta in luce tale realtà, però storicizzandola.  Proponendosi così,  grazie a un escamotage concettuale, di  distruggere il capitalismo. Da buon teorico della scrivania, Marx ignora che in questo modo avrebbe  invece distrutto una realtà sociale in quanto tale, che, non è marxista né capitalista, ma  rischiosa e concreta ricerca dell’interesse individuale:  una sfida, insita nelle cose sociali,  che storicamente e sociologicamente  si è sempre confrontata con poteri estranei all’individuo. Misteriosamente finalizzatasi  in età moderna nella società capitalista. E in che modo? Grazie agli scambi invisibili (del proto-capitalismo, che non sapeva  essere tale)  e all’interazione  di questi  con  lotta per  diritti l’uguaglianza formale (del proto-liberalismo, altrettanto ignaro di ciò che  stava accadendo).

Il marxismo è morto ma ha lasciato in eredità ai vari movimenti sociali collettivisti di sinistra e di destra la cultura dell’antirischio: una mistura  di romanticismo e scientismo che si impone di costruire dall’alto la società perfetta dove ogni rischio sarà eliminato. Si ignora volutamente che l’eliminazione del rischio, cioè l’accettazione  del fatto che la caduta di alcuni possa garantire la libertà di tutti gli altri,  uccide alla radice  quel perseguimento dell’interesse personale che è alla base di ogni reale agire sociale. Sotto questo aspetto, se proprio un senso si vuole trovare nella storia umana, esso è rappresentato  dal  conflitto  tra cultura del rischio e della libertà e cultura dell’antirischio e dell’illibertà. Semplificando, forse troppo, tra società senza padri e patriarcalismo.   
La cultura antirischio, al fondo patriarcale, a causa dell' epidemia di Coronarvirus,  ha  preso di nuovo forza e rischia di seppellire la società sotto un oceano di regolamenti, controlli, norme.  Sono tutte misure che sfiancano moralmente gli individui: li sottomettono  e trasformano  in bambini bisognosi di aiuto in cerca di padri benevoli.  Ciò non  è  solo contro il capitalismo, ma contro le leggi che regolano  la vita sociale  in quanto tale.
Senza il  rischio non c’è  la società, dove non c'è la società c'è la caserma, e dove c'è la caserma non c'è libertà.   


Carlo Gambescia                        

giovedì 16 aprile 2020

Piero Visani,  un  liberale mancato?

Mi ha colpito, però fino a un certo punto,  l’ afflusso,  sulla  Pagina Fb dell’amico Visani, di così tante persone. Lettori che evidentemente apprezzavano la serietà del polemologo e dello storico militare, scomparso domenica scorsa. Altra prova, mi sono detto,  che intelligenza e cultura  non hanno confini.  E soprattutto che non dipendono da cattedre  non sempre meritate.  
Ho invece constatato, per ora, il silenzio, con poche eccezioni, dei non pochi che lo conobbero e frequentarono proprio negli anni fondativi della Nuova Destra.  Quando, semplificando, alcuni giovani intellettuali missini (non tutti), alcuni di ascendenza rautiana,  si cimentarono -  riprendendo intuizioni debenoistiane  -  con l’immaginario sociologico della sinistra.  La scommessa  era quella dell’ apertura alle moderne  scienze sociali,  per  conquistare, una volta impadronitisi degli strumenti,  un’egemonia culturale capace di cambiare dall’interno prima il Movimento Sociale, poi la cultura, infine la politica e la società italiane.  Un progetto prometeico, ma non privo di intendimenti seri, soprattutto in un ambiente politico, come quello missino e postmissino, tuttora diviso sul primato dell'azione rispetto alla teoria.
Visani, che ha insistito, fino a pochi giorni dalla morte,  sull'importanza  del  lavoro metapolitico (culturale),  all’epoca - è agli atti - partecipò con interesse alle iniziative, e per alcuni anni.  Dopo di che, grosso modo nella seconda metà degli anni Ottanta (forse prima, forse dopo), Visani  riprese  il suo solitario cammino, probabilmente per ragioni di carattere,  natura esistenziale  e  professionale. Che qui è inutile indagare. Ragioni, soprattutto, avanzo un'ipotesi,  di dirittura.  Che forse spiegano il silenzio  di alcuni protagonisti di quella stagione in occasione della sua scomparsa,  evidentemente, carni assai deboli.   

Il ricordo che ho di Visani, persona  che  ripresi  a "frequentare" ( e conoscere meglio)  proprio sulle pagine di Fb,  resta quello di un intellettuale  rigoroso, formatosi a una severa  tradizione torinese di storici militari ( certo,  tutti azionisti, ma preparatissimi):  un uomo dal temperamento aristocratico, lontano anni luce dal plebeismo della destra neofascista e populista, ma -  nessuno è perfetto -  non immune da  una sua idea negativa dell’Occidente.  Un mondo, al tramonto,  così egli scriveva per ogni dove, sempre  con il  consueto rigore. Una "decadenza"   analizzata  attraverso la fosca  lente d’ingrandimento del rifiuto - condivisibile però -  di  un  liberalismo dominante, molliccio e dolciastro,  un “pensiero unico”    statalista, intrusivo, welfarista, fiscalista,  che proclama di sapere ciò che è bene per ogni singolo cittadino, tradendo così l’essenza stessa del liberalismo.   
Questo tradimento finale  probabilmente sfuggiva a  Visani. Però il suo rigoroso   antistatalismo -  anche legato, come ho letto in questi giorni, a questioni personali  -   era ed è  un elemento importante del suo pensiero. Innanzitutto, perché dettato non dall’impoliticità, ma al contrario dalla puntualissima discriminazione concettuale tra politico e stato: tra ciò che resta e ciò che passa, tra il politico,  come regolarità  metapolitica,  fondata sulla distinzione amico-nemico,  e lo stato, quale  incarnazione storica, quindi realtà transeunte, del politico.
Cosa voglio dire? Che Visani, proprio grazie alla sua  formazione  (severissima) e al carattere (selettivo) avrebbe  sicuramente apprezzato ciò  che  altrove ho definito  visione archica del liberalismo (contrapposta alla concezione macro-archica del liberalismo statalista).  Con questo termine  - archico -    indico  un approccio  realista, aristocratico, politico al liberalismo, se si vuole una visione prudenziale, attenta  al confronto intellettuale (quindi non "pensiero unico"). Insomma, un approccio  non riduttivo  di questo o quell’aspetto dell’’agire umano, ma attento alle leggi del politico. Un liberalismo tipico di figure come Burke, Tocqueville, Pareto, Mosca, Ferrero, Croce, Weber, Ortega, Röpke, De Jouvenel, Aron, Freund,  Berlin. 
Una volta dialogando con Piero Visani, credo proprio su Fb, forse in privato, gli chiesi bruscamente  se aveva letto questi autori, o almeno alcuni di essi. Candidamente  - credo questa fosse un’altra dote caratteriale -  mi ripose di  no. Ma che lo avrebbe fatto o almeno tentato.      
Forse la sua fu risposta di cortesia… O più  verosimilmente -  ritengo -  uno spontaneo atto di umiltà, degno di uno studioso serio, vero, preparato con  un suo metodo di lavoro e di lettura.  Un atteggiamento, diciamo,  forzando un po’ le cose,   da liberale “archico”, attento al politico ma anche al confronto, se rigorosamente inteso.  Quasi da  liberale mancato...         


Carlo Gambescia                      

                

mercoledì 15 aprile 2020

Il calo a tre cifre dei positivi
Una notizia passata inosservata. Perché?



La vera notizia di oggi, che poi è di ieri, è che per la prima volta dall’inizio della pandemia psichica (“psichica”, attenzione) il numero  dei positivi è passato a tre cifre (675),  nonostante, tra l’altro siano aumentati i  tamponi…

Invitiamo a scorrere le prime pagine dei  principali giornali: la notizia non c’è (https://giornali.it/quotidiani-nazionali/prime-pagine/).
Ci si occupa della “ricostruzione”, delle liti sul Mes, delle inchieste (a orologeria) sulle case di riposo, della recessione prossima annunciata, ma non di un dato che potrebbe, sottolineiamo “potrebbe”, indicare  che l’epidemia, (non psichica, ma "effettiva"), come qualsiasi altra influenza stagionale stia rientrando nei ranghi della normalità.
Perché questo silenzio?
In primo luogo, perché hanno taciuto  i professoroni della virologia, probabilmente in  imbarazzo, ai quali l’epidemia, anzi la pandemia psichica ha concesso il famoso mezzo minuto di gloria, nonché, a breve, cosa più corposa,  finanziamenti a pioggia per costruire “intensive”, che come l’ospedale da campo della Fiera di Milano, non userà nessuno.
In secondo luogo, ogni emergenza mette  in moto un  interventismo governativo, che  come insegna la sociologia,  una volta attivato non  può  non  assumere  una tremenda  forza inerziale (del tipo, per semplificare, "la funzione  che crea l'organo"). E così è stato con la pandemia psichica.  Di conseguenza,  le buone notizie, sul possibile ritorno alla normalità, sono quantomeno mal metabolizzate.
In terzo luogo, intorno alla pandemia  psichica (ripetiamo, non epidemia reale, "effettiva") si è creata un' economia del Coronavirus: le ingenti risorse promesse dal Governo, preludono a giganteschi  patti redistributivi, quindi imprenditori, sindacati, forze di governo e di opposizione stanno affilando le lame,  sicché anche  in questi ambienti  le buone notizie non sono gradite.
In quarto luogo,  si è rinforzato  un immaginario catastrofista, questa volta da Coronavirus,  sul quale vivono mass media, editori e scrittori, attori, cantanti, gruppi anticapitalisti, il circo equestre ambientalista, manipoli di  utopisti e nostalgici. Tutti soggetti più o meno pubblici  che si augurano di passeggiare, o addirittura danzare,  come sosteneva Mises,   tra le  rovine dell’Occidente. Vivono di capitalismo ma lo odiano. Sicché ogni buona notizia  rischia di  allontanare il masochistico ballo finale in maschera tra la macerie.

Esageriamo?  No. Un’indagine storica, anche superficiale, non può che attestare l’alto grado di autolesionismo che contraddistingue la società occidentale. Un masochismo, in  qualche misura storicamente unico, proprio come la moderna società liberale,  che invece rappresenta, per ora, il punto più alto dell’evoluzione umana. Una società che però sembra coltivare al suo interno un odio inestinguibile verso se stessa. 
Sembra soffrire di una grave forma schizofrenia... Spiegare perché porterebbe lontano. Per ora  crediamo sia sufficiente afferrare i motivi  per cui un buona notizia, tutto sommato,  come quella del calo dei  positivi, sia passata, per così dire, inosservata.

Carlo Gambescia                      

martedì 14 aprile 2020

Coronavirus e Fase 2
Come prendere una cantonata e perseverare nell’errore


A coloro che  ritengono  che  l’epidemia di Covid-19 sia una pandemia che rischia di sterminare la razza umana, consigliamo di non leggere  il nostro editoriale.  Perché chi scrive parte dal presupposto contrario. 
Quale?  Che  il Covid-19 sia poco più forte di un’influenza stagionale, magari particolarmente pericolosa per gli anziani. E che, di conseguenza, le classi politiche, in primis, quelle italiane, che hanno copiato il modello cinese, abbiano preso una cantonata. E che ora, per non perdere la faccia e soprattutto il potere, persistano nell’errore, o comunque pur di uscire dall’impasse  - economica in particolare -  in cui si sono cacciate,  cerchino di allungare i tempi di ritorno alla normalità, per evitare di perdere voti. Insomma, la famosa Fase 2, di cui si parla in questi giorni
In realtà, e qui veniamo al cuore della nostra tesi, fin dal primo momento, la principale preoccupazione, della maggioranza come dell’opposizione, ha riguardato ragioni  organizzative non umanitarie (al di là delle chiacchiere). Quale in particolare?  La grande questione (in burocratese) del "sovraccarico di malati".  Insomma,  la capienza delle strutture.  Il cui cedimento, ecco il punto politicamente dolente, avrebbe potuto minare  le radici del consenso. Semplificando al massimo: il lockdown, il confinamento per dire le cose come sono, come strumento da "rivisitare" politicamente   in termini di propaganda elettorale.   Per la maggioranza come per le opposizione, da sempre, prontissime ad alimentare l’immaginario italiano dei dieci medici per cittadino, il confinamento viene rappresentata come un  misura di Welfare per l'Italia ASL 1.   Detto altrimenti: a nutrire e giusitificare  l’irrealizzabile buffonata  - Unione Sovietica docet - del socialismo sanitario. Che però, dove non si è conosciuto il socialismo reale,  funziona ancora come macchina  "acchiappavoti" . 

E qui va fatta  un’altra osservazione.   Uno stato autoritario, dove non si vota o dove le elezioni sono truccate, non ha bisogno di queste strategie, mentre una democrazia sì.  L’Italia, dove appunto si vota regolarmente e liberamente,  ha invece  copiato il modello cinese, senza però avere gli stessi  anticorpi autoritari ( e per fortuna...), sicché si è inevitabilmente amplificata, per ragioni di consenso, per così dire, democratico, la gravità della crisi:  maggioranza e opposizione, pur non  di perdere voti e consensi, si sono gettate nella mischia, facendo a  gara,  alzando ovviamente la posta in gioco. Insomma, spalleggiandosi a vicenda. Infatti, il  lockdown non è mai stato contestato da nessuna forza politica capace di contare qualcosa.  
Probabilmente sui tempi di riapertura, la Fase 2,  nasceranno  grandi  discussioni politiche.  Ma solo sui  problemi organizzativi. E come?   Usando l’arma, come sempre,  del "sovraccarico di malati", per tenere buono l’elettorato, minacciando l’impossibilità di potere curare  tutti e bene. L’argomento del welfare antiepidemico - e in prospettiva  del “socialismo sanitario” -   è usato sia dalla sinistra che dalla destra.  Semplificando il messaggio:  “Fate i bravi, anche nella Fase 2,  perché una volta superata  la crisi, ogni italiano avrà a disposizione la sua ‘intensiva” portatile”.     
Capito? Si discute di posti letto in pneumologia, settore per giunta di  nicchia, e di come prevedere, secondo la science fiction ecologista, con il cronometro in mano,  epidemie  immaginarie, promettendo l’impossibile, da parte di un stato che deve invece  ringraziare solo  la natura, tutto sommato, benigna dell’epidemia, come del resto attestano le cifre.  Insomma, un’epidemia, politicamente sopravvalutata solo per ragioni di conservazione del potere in uno stato democratico che ha  però  adottato  il modello di intervento autoritario.
Ovviamente, la cultura welfarista (soprattutto l’infernale principio di precauzione) e il populismo di destra e sinistra, (sempre pronto in nome del popolo a opprimere  le minoranze dissenzienti),  dove attivi, hanno giocato il ruolo di concausa nell’evoluzione del modello cinese di intervento,   in  Italia come  nell'Occidente libero.

Un mix di cause politiche e sociali che ha determinato la cantonata di cui sopra.  Alla quale ora la classe politica tenta di porre rimedio. Probabilmente, non verrà fatto alcun vero passo indietro: la Fase 2 consisterà  nell’ escalation di principi discriminatori  in  base all’età, alla compressione dei liberi valori consumisti, all' accettazione o meno da parte delle imprese dei grossolani principi  welfaristi, populisti e sovranisti.  Il tutto deciso da una task force nelle mani di superburocrati di stato, come tutti gli esecutori,  ligi agli ordini dall'alto.  Gli stessi, che a fine giornata,   tornano   in famiglia  per  rilassarsi giocando  con i figli e con il cane.
Insomma, si continuerà a perseverare nell'errore. Ovviamente fin quando gli italiani non decideranno di rialzare la testa. Il che, in un’Italia dove le simpatie collettive per le maniere forti non mancano,  non è  cosa  scontata.
  
Carlo Gambescia                    

lunedì 13 aprile 2020

Che fare, chiusi in casa,  il giorno di  Pasquetta?
Si può leggere da cima a fondo  il nuovo numero di  “Linea” (settimanale), il  n. 7…


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