martedì 2 ottobre 2012

Solo  il "metodo Pompei"  può permettersi il lusso di rileggere  "La Scuola di Atene" partendo, diciamo così, dal basso (Archimede),  per poi risalire  fino alle  vette  dell'affresco ( Platone e Aristotele)... Mentre di solito  si fa  il contrario. Per essere più esatti, diciamo che   l'amico Carlo Pompei  si diverte a  rileggere  la storia della filosofia politica e in particolare della democrazia,  puntando su  una  "prospettiva altra".      E che rileggendo... integra...  Come per l'appunto  impone  - e il circolo  si chiude -   il " metodo Pompei".   Buona lettura. (C.G.)


Democrazia o Aristodemoarchia?  
di Carlo Pompei


"La Scuola di Atene" (Raffaello Sanzio, 1509-1510). Nel piccolo  riquadro  in alto, per distinguerlo,  Archimede.



«Ogni corpo immerso in un liquido riceve una spinta verticale dal basso verso l'alto di intensità pari al peso del volume del liquido spostato» è il principio di galleggiamento dei corpi scoperto e formulato da Archimede. Questi, originario di Siracusa, visse in un periodo nel quale la Magna Grecia, dopo la morte di Alessandro Magno, andava sgretolandosi dopo avere avuto nobilissimo passato e pur lasciando splendide vestigia nel sud del Belpaese.
Ne “La Scuola di Atene”, il celeberrimo affresco di Raffaello Sanzio, oltre ai canonici Aristotele e Platone, scorgiamo nel gruppo in basso a destra, Archimede, raffigurato - anche se vi è una diatriba con chi sostiene sia Euclide - accanto alle più grandi menti dell’antica Grecia, ove nacque, tra le altre cose, la democrazia. Il suo principale fautore – Pericle – però, viene definito, tuttora, da alcuni un populista, un sostenitore della demagogia, ovvero l’esatto contrario di chi dovrebbe attuare la democrazia non per il bene comune, ma per il proprio gruppo di potere o aspirante tale. La disputa è più che mai accesa, e noi ci facciamo una domanda: è veramente possibile evitare il baratro demagogico? Probabilmente no. Vediamo che cosa ne pensavano due grandi menti dell’antichità…
La democrazia periclea assunse un valore negativo già nell’accezione aristotelica. Aristotele, infatti, pensava che il potere - e non il governo - del (o al) popolo fosse una degenerazione del consenso di quanti erano riusciti a farsi eleggere. Vi ricorda qualcosa? Andiamo avanti…
Egli distingueva sei forme di “governo/potere”, tre cosiddette “pure”: monarchia, governo di uno su tutti, re; aristocrazia, potere ai “migliori”; la politia (o repubblica) sorta di governo misto, probabilmente il migliore, sempre però a rischio di tramutarsi nello strapotere degli “eletti” per censo o in quello di tiranniche maggioranze popolari. Tre invece le cosiddette forme corrotte, o deviazioni : dispotismo, il re si fa imperatore e tiranno; oligarchia, i “migliori” diventano peggiori e sono definiti “casta” o “élìte”; infine democrazia, il già menzionato ed esclusivo “potere al popolo” che ricorda più uno slogan sessantottino da sommossa di piazza che un governo stabile (Aristotele, Politica, Libri IV-V). A tal proposito - e sotto tale luce - sarebbe bene riesaminare il prima e il dopo della Rivoluzione francese. Ma lo faremo un’altra volta, la carne al fuoco è già troppa. Proseguiamo, pur andando indietro nel tempo.
Platone distingueva soltanto cinque forme. Dalla migliore alla peggiore: aristocrazia, timocrazia, oligarchia, democrazia e tirannia come ultima conseguenza, non del delirio di un monarca – peraltro non contemplato – come avrebbe sostenuto successivamente Aristotele, ma dei comportamenti inevitabilmente demagogici del singolo o del gruppo più importante tra gli eletti dal popolo ( Platone, La Repubblica. Libri VIII-IX). In entrambi i casi la democrazia – ora sulla bocca di tutti – non ne esce benissimo.
Come si può notare l’anarchia non viene neanche presa in considerazione, essendo il frutto di una reazione ad un potere o a un governo; trattandosi di “nongoverno” presuppone un altissimo senso civico dei facenti parte di una ipotetica comunità, la quale non sarebbe neanche più tale, poiché una comunità presuppone un… governo, una guida. O un’autarchia? Buio sempre più buio se il nostro scopo è quello di vivere e lavorare in una comunità di persone civili o “cittadini” (cives).
Siamo quindi nel campo dell’utopia (un non luogo) o dell’esistenza esclusiva finalizzata a combattere qualcosa o qualcuno.
Un esempio grave di anarchia (leggi anche pigrizia politica) è stato dato da quasi tutta la sinistra quando proponeva come unico proprio programma l’antiberlusconismo, anziché proporre una valida alternativa. Un livellamento verso il basso secondo il quale basterebbe dire “lui è peggiore di me” per essere “migliore” di lui. Non è certo questa l’aristocrazia pensata 2400 anni fa. È vero che oggi ci sono molti più parametri da considerare rispetto ad allora, ma, come ognuno potrà facilmente intuire, quello che viene spacciato per pura democrazia è un mix diabolico tra oligarchia e democrazia - in Italia - e monarchia e dispotismo - nel resto del mondo. Che cosa ne penserebbero Platone e Aristotele della democrazia degli USA esportata in Medio Oriente e Africa settentrionale? Meglio non accennare un’ipotesi, non sarebbe pubblicabile, anche perché implicherebbe un discorso legato alla visione del mondo da una prospettiva capitalistica finalizzata esclusivamente al profitto.
La soluzione a tutto questo potrebbe chiamarsi DEMOARCHIA, o, meglio, ARISTODEMOARCHIA, cioè governo (e non potere) nelle mani di “migliori” eletti, sì, ma direttamente dal popolo al massimo in due soli passaggi: il popolo elegge i propri rappresentanti di voto e questi eleggono i (pochi) “migliori”. Schema concettuale che in qualche misura rinvia alla politia aristotelica. Più modernamente, potremmo arrivare a parlare di CCC (Camere Circolari Concentriche): nelle buone Repubbliche, via via che ci si avvicina al centro, i posti a sedere, fisiologicamente diventano sempre di meno e le poltrone scottano sempre di più. Una poltrona non può e non deve essere comoda.
Si potrebbe obiettare che potere e governo sono sempre andati di pari passo, ebbene è proprio questo il guasto: una governante è la padrona di casa? No, è al servizio della casa, ed è pagata, giustamente, per farlo. Non si siede sulla poltrona, la spolvera.
I delegati, deputati, senatori, migliori – chiamateli come volete – saranno realmente responsabili (cioè ritenuti tali) del corretto funzionamento della cosa pubblica. Per intenderci pagati il giusto per eseguire dei compiti, non pagati molto (troppo) altrimenti potrebbero essere facilmente corrotti. Nella corruzione non esiste un tetto massimo al prezzo oltre il quale non sia lecito andare, ma, soprattutto, non esiste e mai esisterà il prezzo dell’etica. L’aristocrazia, infatti, si misura con il metro della virtù morale  non con il conto in banca.
Non a caso le piramidi egizie, maya, azteche, inca, sumere, assiro-babilonesi (ma anche la metafora della Torre di Babele) sono simboli di grandi imperi, spesso tirannici, dove un vertice insisteva (gravava) e veniva supportato da una base sempre più larga e sempre più lontana da quel vertice che, in alcuni casi, tuttora sorregge.A questo punto vi chiederete: “Ma Archimede che cosa c’entra in tutto questo?”. Il suo enunciato ci serviva per andare in Grecia, ma può essere facilmente parafrasato per descrivere l’attuale situazione socio-politica italiana, alla luce dei nuovi scandali. Vediamo.
Ogni politico immerso nei liquidi (soldi) riceve una spinta verticale dal basso verso l'alto, uguale per intensità al peso del volume di “affari” spostato.
Oppure.
Ogni cittadino immerso in una liquidazione coatta riceve una spinta verticale dall’alto verso il basso, uguale per intensità al peso della cartella esattoriale ricevuta.
Sostituite “spinta verticale” con “galleggiamento”, nel primo caso, e con “sopravvivenza”, nel secondo, ed otterrete la spiegazione di molti fatti più o meno recenti.

Carlo Pompei



Carlo Pompei, classe 1966, “Romano de Roma”. Appena nato, non sapendo ancora né leggere, né scrivere, cominciò improvvisamente a disegnare. Oggi, si divide tra grafica, impaginazione, scrittura, illustrazione, informatica, insegnamento ed… ebanisteria “entry level”.

venerdì 28 settembre 2012



Todos democratici? 
Il “test” di José Ortega y Gasset

José Ortega y Gasset (1883-1955)

Tutti democratici? Ma cosa significa essere democratici? E qual è la differenza specifica  tra il democratico e il demagogo?  Per capire meglio, chiediamo aiuto al grande José Ortega y Gasset, il quale ci propone un “test”:
« E se prima dicevo che non è lecito essere “anzitutto” democratico, adesso aggiungo che è neppure lecito essere “solo” democratico. L’amico della giustizia non può fermarsi al livellamento dei privilegi, all’assicurare l’uguaglianza di diritti per quello che in tutti gli uomini vi è di uguale. Sente la stessa urgenza di fare leggi, di legittimare quello che vi è di disuguale tra gli uomini. Qui abbiamo il criterio per discernere dove il sentimento democratico degenera in plebeismo. Chi si irrita nel vedere trattati diversamente gli uguali e non si commuove nel vedere trattati ugualmente i disuguali, non è democratico, è plebeo» (J. Ortega y Gasset,  Lo spettatore,  Bompiani,  1949,  vol. I, p. 153).
Con il termine «plebeismo» Ortega rinvia a una forma mentis pre-politica  la cui assenza, favorisce la metamorfosi della democrazia in demagogia:  Perché  - ed è bene ripeterlo  -    chiunque si  infastidisca «   nel vedere trattati diversamente gli uguali e non si commuove nel vedere trattati ugualmente i disuguali, non è democratico, è plebeo».  Può sembrare paradossale, ma per il filosofo spagnolo, ogni buon democratico non può non essere anche aristocratico… Anzi,  deve essere prima di tutto un  aristocratico. Impresa non facile, ai suoi come ai nostri tempi.  
Concludendo, todos democratici?   Il  “test” di Ortega,  merita una verifica, individuale:   avvertiamo fastidio e  commozione quando, eccetera, eccetera?   A ognuno di noi il compito di rispondere.

Carlo Gambescia

giovedì 27 settembre 2012

Oggi proponiamo due recensioni, a firma di Carlo Pompei e  Teodoro Klitsche de la Grange, dedicate a libri apparentemente diversi,  anche nel genere: un romanzo e un  saggio politico-economico.  In realtà, lo sfondo comune dei testi resta la crisi della politica.  Questione che rinvia, innanzitutto, alla crisi dell’individuo. Alla quale Borni (Oltre l’arcobaleno) e Tremonti (Uscita di sicurezza) rispondono esaltando - per semplificare - il romanticismo esistenziale (il primo) e politico (il secondo): un occasionalismo, per  dirla con Carl Schmitt.  fatto di scelte  talvolta improvvise, talaltra improvvisate,   che tuttavia  vanno sempre  oltre la fredda ragione calcolante degli ingegneri dell'anima . 
Diciamo che la riposta di Borni   sembra essere più convincente, forse  perché coerentemente vissuta. Meno sincera appare   quella di Tremonti.  Il quale,  in modo   contraddittorio,  ora,  che è fuori dalla stanza dei bottoni,  invoca la politica. E per giunta  dopo aver spezzato  il pane  con i tecnocrati e introdotto, da perfetto ragioniere,  i tagli lineari di bilancio.  Certo,  quando  le idee di un libro (almeno alcune)  sono buone, si può anche prescindere   dalla coerenza  dell'autore...
 Buona lettura. (C.G.)

***

Il libro della settimana: Fabrizio Borni, Oltre l’arcobaleno: non puoi smettere di essere quello che sei , Seneca Edizioni 2012, pp. 192, Euro 15,00 -   (recensione di Carlo Pompei).

http://www.senecaedizioni.com/index.php?pageid=collane&collanaid=4

 

Con Oltre l’arcobaleno: non puoi smettere di essere quello che sei  (Seneca Edizioni) - libro che ha sottili riferimenti in comune con il precedente Il Settimo Angelo - Fabrizio Borni si conferma romanziere nel più autentico senso del termine. Il genere letterario, infatti, non è ascrivibile a quello della scrittura di pura fantasia: Borni lascia intendere come l’autore sia - in parte - anche il protagonista dello scritto. Ma d'altronde qualsiasi uomo alla soglia dei “cinquanta” che abbia avuto una vita intensa e varia si riconoscerebbe più o meno in Marcello Terzi.
Ciò non banalizza affatto la composizione, anzi: l’abilità di Borni nello scrivere in maniera coinvolgente e fluida fa sì che il volume esiga e debba esser letto tutto d'un fiato. Se si vuole interrompere la lettura, occorre farlo dove l'autore stesso lo consiglia, con improvvisi cambi di scenario, peraltro ben strutturati.
La “trama” - a tratti sembra proprio di leggere la sceneggiatura di un film - è avvincente perché è un mix di descrizioni delle azioni e reazioni di un eroe d’altri tempi, ma anche di un “Uomo Qualunque” - quello pensato da Guglielmo Giannini, per intenderci - con le sue incertezze, debolezze e fragilità e con la dignità di “Un borghese piccolo piccolo”, la trasposizione cinematografica dell’omonimo romanzo di Vincenzo Cerami, prodotta per la regia di Mario Monicelli ed interpretata da Alberto Sordi.
La figura di Marcello Terzi oscilla come il Pendolo di Foucault: non passa mai esattamente per il centro e ha comportamenti diversi - se non opposti - a seconda delle latitudini: padre e marito affettuoso e protettivo, seppur scatenato sciupafemmine, per poi tornare inguaribile romantico e paladino di una “giustizia giusta” nonostante – e malgrado - i trascorsi non proprio cristallini.
Insomma, un personaggio in prima battuta enigmatico, sempre in bilico tra coerenza ed incoerenza che merita di essere conosciuto più a fondo, perché da lui possiamo imparare molto: possiamo capire che cosa fare in futuro e, forse, soprattutto, che cosa non fare…

Carlo Pompei 


Carlo Pompei, classe 1966, “Romano de Roma”. Appena nato, non sapendo ancora né leggere, né scrivere, cominciò improvvisamente a disegnare. Oggi, si divide tra grafica, impaginazione, scrittura, illustrazione, informatica, insegnamento ed… ebanisteria “entry level”.


http://rizzoli.rcslibri.corriere.it/


Il libro della settimana: Giulio Tremonti, Uscita di sicurezza, RCS Milano 2012, pp. 260, euro 12,00 -     (recensione di Teodoro Klitsche de la Grange). 


A chi scrive piace sottolineare di questo libro di Tremonti, in primo luogo la tesi che la crisi internazionale ha effetti (sicuramente) e natura (in parte) politica; cosa sostenuta da pochi, tra cui il qui recensore. Scrive infatti l’autore: «Una volta il pronunciamiento lo facevano i militari. Occupavano la radio-tv, imponevano il coprifuoco di notte eccetera. Oggi, in versione postmoderna, lo si fa con l’argomento della tenuta sistemica dell’euro, con il connesso capo d’accusa spiccabile contro un Paese di fare fallire per sua specifica colpa l’intero eurosistema, come se questo da solo e per suo conto fosse invece davvero stabile(!); lo si fa condizionando e commissariando governi e parlamenti; sperimentando la cosiddetta nuova governance europea ‘rafforzata’. Ed è la finanza a farlo, il pronunciamiento, imponendo il proprio governo, fatto quasi sempre da gente con la sua stessa uniforme, da tecnocrati apostoli cultori delle loro utopie, convinti ancora del dogma monetarista; ingegneri applicati all’economia, come era nel Politburo prima del crollo; replicanti totalitaristi alla Saint-Simon».
È chiaro che l’ex ministro si riferisce alla vicenda dell’intronizzazione di Monti, senza affrontare i connessi problemi – politici - di iniziativa, interessi e risultati (il pagamento del “tributo” per lo spread con l’aumento delle imposte): ma comunque la prospettiva è (almeno in parte) la medesima.
Nella stessa logica, Tremonti critica l’euro; questa moneta è nata in un “«vuoto di potere», con una banca centrale a poteri limitati e, soprattutto, senza un’istituzione politica alle spalle; onde è una moneta politicamente neutrale, debole di fronte ad attacchi esterni, a dispetto della potenza economica degli Stati dell’Unione. Mentre, in tale situazione «nessuno o pochi ancora si rivolgono al vero colpevole, e cioè la finanza».
La politica può uscire da questo stallo, da questa fase di colpevole abulia e complicità, e rimettersi al servizio dei popoli, solo se ha la forza di cominciare con una prima mossa concreta e decisiva, la forza di mettersi sopra la finanza”.
È necessario non dimenticare che prima delle riforme volte a realizzare il capitalismo assistenziale, “messe in opera” nella prima metà del secolo scorso, basate sui due capisaldi dell’aumento delle retribuzioni dei lavoratori dipendenti e della spesa sociale, lo scopo di evitare le crisi ricorrenti e di cambiare la politica, era stato già visto – decenni prima – da alcuni economisti. Scriveva J. A. Hobson, criticando l’imperialismo, causato dalla (troppo) diseguale distribuzione dei redditi e dall’eccesso di risparmio (inutilizzato). «L’imperialismo è il frutto di questa situazione; le “riforme sociali” sono il rimedio. Lo scopo principale delle “riforme sociali”, se si usa il termine nel suo significato economico, è quello di elevare il livello dei consumi pubblici e privati di una nazione, in modo da permettere ad essa di raggiungere i suoi più alti livelli di produzione».
Ora quel modello economico - sociale che ha dominato per quasi un secolo è finito. Occorre ripensarlo daccapo, e non pare che le linee siano state anticipate, come successo invece un secolo fa.
Tremonti propone due soluzioni: la riorganizzazione delle istituzioni europee, e il recupero delle leggi bancarie degli anni ’30, «sul tipo della legge Glass-Steagall del 1933, scritte per dividere l’economia produttiva dall’economia speculativa»; nuove regole per la finanza e la possibilità d’emissione degli eurobond. Il tutto al fine di rimuovere alla radice la causa della crisi, lo strapotere della finanza. Tornando così al primato della politica: per tempi in cui va di moda l’antipolitica, una posizione originale.

Teodoro Klitsche de la Grange


Avvocato, giurista, direttore del trimestrale di cultura politica“Behemoth" ( http://www.behemoth.it/  ). Tra i suoi libri: Lo specchio infranto (1998), Il salto di Rodi (1999), Il Doppio Stato (2001), L'apologia della cattiveria (2003), L'inferno dell'intellettuale (2007), Dove va lo Stato? (2009).



mercoledì 26 settembre 2012

Finanziamento pubblico dei  partiti 

e filosofia del  tranvai...

 
Gaetano Mosca (1858-1941)


Nel carteggio  Gaetano Mosca-Guglielmo Ferrero, citiamo a memoria, Mosca, all’epoca (fine anni Dieci del Novecento), deputato, senatore,  Sottosegretario, si scusa con Ferrero, perché non potrà recarsi alla Camera, e così inoltrare una lettera, a causa « dello sciopero del tranvai». 
La classe politica alla quale   apparteneva Mosca, i cui  membri (certo non tutti...)   non potevano  permettersi neppure  la carrozza,   venne liquidata dal fascismo come totalmente corrotta e inetta.  Quei liberali, in realtà onesti, pur avendo vinto la guerra - e che guerra -    persero il dopoguerra… Ma questa è un'altra storia.  
Cosa vogliamo dire?    Che tra  Gaetano Mosca  e  Luigi Lusi,  tesoriere della Margherita  (Fiorito è ancora sotto inchiesta), c’è in mezzo una "cosa" che sia chiama finanziamento pubblico dei partiti. Una  stortura  che va  assolutamente eliminata. Certo, non si  sopprimerà  del tutto  la corruzione: gli uomini sono esseri imperfetti...  Siamo perciò  davanti a una scelta di male minore.  Si tratta, insomma,  di  ridurre le tentazioni...  E, per dirla  fuori dai denti, di evitare che siano finanziate -   le tentazioni -   a spese dei cittadini.  
Semplifichiamo troppo? Forse.  Ma una cosa è certa:  i partiti, a tutti i livelli,  non vanno più foraggiati pubblicamente. Che si arrangino.   Non sono in grado di autoriformarsi?  Ebbene,  si provveda immediatamente  per decreto legge.  Qui servono fatti.  Napolitano e Monti,  se volessero potrebbe  intervenire, e con il  plauso dell'Europa. Questa volta, a differenza del "golpetto" bianco per far cadere Berlusconi,  avrebbero l'appoggio totale  della pubblica opinione.  
Ora,  basta!  Che i nostri deputati tornino a prendere il “tranvai” come faceva Gaetano Mosca.

Carlo Gambescia



Le dimissioni di Renata Polverini
La favola di Cappuccetto Rosso





E così Renata Polverini si è dimessa in tempo per il telegiornale delle ore venti.  Una scelta  - sia le dimissioni, sia la sincronia -   da vera furbetta mediatica.   Del resto, in settimana,  già aveva fatto il giro delle varie "piazze" televisive con    canestrello  regolamentare al braccio,   mantellina  rossa d'ordinanza  e  immancabili  occhioni sgranati.
In  realtà,  Cappuccetto Rosso  era Presidente della Regione, perciò sapeva della paccottata di milioni ai partiti,  e non ha fatto nulla: salvo tagliare le auto blu a grana scoppiata… Dopo di che,   un bel passo indietro con le dimissioni all’ora del telegiornale,   contando però  di   farne due  avanti nella sua futura la carriera politica. Mai dimenticare che l'ex amministrativa della Cisnal missina ha compiuto cinquant'anni  il maggio scorso: politicamente è  ancora giovane...  
Ci spieghiamo meglio. Con le sue dimissioni Renata-Patata affonda il Pdl laziale ( che, a dirla tutta, strameritava il siluro...),  e fa un grosso favore ai suoi avversari.   Ma affonda anche se stessa?   Gli elettori  del Lazio  come la prenderanno?  Boh...   Comunque sia  - ecco il punto -   la Polverini se ne frega, e alla grande, dell’ elettorato di centrodestra, perché si appresta a passare al centrosinistra, via Casini. Per l’incasso politico. Cappuccetto rosso  aspira a uno scranno da deputato  e  spera, soprattutto,  in qualche prestigioso incarico istituzionale.  Cosìcché  la politicamente furbetta della Pisana si ritroverà insieme a Rutelli, Casini e Fini. E chissà,  pure  in compagnia del suo predecessore,  Vladimir, pardon Piero,  Marrazzo. Insomma, il   nuovo che avanza...



Carlo Gambescia

martedì 25 settembre 2012



Cara donna Mestizia,
per ragioni professionali (sono avvocato divorzista) sto seguendo con preoccupato interesse il dibattito sui diritti civili degli omosessuali: matrimonio, adozioni (di bambini già sussistenti o fabbricati on demand), etc. Oggi come oggi, la giurisprudenza è univoca: in caso di separazione o divorzio, la donna si prende casa, figli e soldi, l’uomo se la prende in quel posto. Ma con il matrimonio omosessuale, come andrà? Quale coniuge vince, quale coniuge perde?
Principessa del pisello

Cara Principessa del pisello,
non ha motivo di preoccuparsi. I diritti civili degli omosessuali sono una conquista democratica, e come sempre in democrazia, vincerà chi ha più soldi.

***

Cara donna Mestizia,
di fronte allo spettacolo offerto dal ceto politico attualmente al governo della Regione Lazio, e in particolare dal consigliere Fiorito, alias “Batman”, che ha scialacquato milioni del pubblico denaro in aperitivi, pastarelle allo zabajone e spaghettini N° 5 “cacio e pepe”, sto seriamente meditando di emigrare in Patagonia con tutta la famiglia, dopo aver bruciato su apposita pira funebre il tricolore con motto “Dio e popolo” che garrì su Castel Sant’Angelo al tempo dell’eroica difesa della Repubblica romana di Mazzini, Armellini e Saffi, e che sino ad oggi custodivo gelosamente fra i cimeli di famiglia.
Exitalia
Caro Exitalia,
persino Giuseppe Mazzini, Apostolo dell’indipendenza italiana, ha avuto i suoi momenti di sconforto. Suvvia, non disperi, e non lasci la nostra bella Italia per un paese dal clima tanto inospitale, e dove mi dicono si mangi malissimo! Perché invece non apre un baretto, una pasticceria o una trattoria nelle vicinanze della sede della Regione Lazio?

***

Cara donna Mestizia,
ingiustamente accusato di gravi delitti, la giovinezza bruciata in un carcere di massima sicurezza, evado rocambolescamente per consumare la mia vendetta contro i falsi amici che hanno distrutto la mia esistenza e i miei affetti più sacri. Impadronitomi di un favoloso tesoro, ricompaio in società sotto le mentite spoglie del misterioso Conte di M., e avvicino i traditori per guadagnare la loro fiducia e render loro pan per focaccia. Essi però mi riconoscono immediatamente e mi accolgono a pacche sulle spalle, con gioviali proposte di fare una bella rimpatriata. Uno di loro – il più malvagio, quello che mi ha fatto più male - m’ha apostrofato così: “ ‘A Edmondo, sai che te trovo bbene? Dimagrito, abbronzato, pure pieno de sordi me pari, anvedi che macchina che ciai… e chi t’ammazza a te?” (Testuale). Sono perplesso.
Conte di M.

Caro Conte di M.,
dice un grande poeta che la maturità è tutto (coi soldi e la salute, mi permetto di aggiungere io). Lei la salute ce l’ha, i soldi pure: ha fatto trenta, faccia trentuno e non si neghi la maturità. I suoi amici – falsi, veri, così così: chi siamo noi per giudicare? - hanno messo una pietra sopra agli errori di gioventù. Faccia altrettanto, e se non ha potuto godersi la giovinezza, invece di rovinarsi anche l’età matura, se la goda.

***

Cara donna Mestizia,
nasce l'uomo a fatica, ed è rischio di morte il nascimento. Prova pena e tormento per prima cosa; e in sul principio stesso la madre e il genitore il prende a consolar dell'esser nato. Poi che crescendo viene, l'uno e l'altro il sostiene, e via pur sempre con atti e con parole studiasi fargli core, e consolarlo dell'umano stato: altro ufficio più grato non si fa da parenti alla lor prole. Ma perché dare al sole, perché reggere in vita chi poi di quella consolar convenga? Se la vita è sventura, perché da noi si dura?
Metafisico 2012

Caro Metafisico 2012,
bella domanda, la Sua, a cui purtroppo non posso rispondere: non vorrà che mi esponga a 7.068.091.622 (popolazione mondiale attuale. Fonte: http://www.worldometers.info/it/ ) cause legali per violazione della privacy (con relative richieste di risarcimento danni esistenziali)?



Roberto Buffagni è un autore teatrale. Il suo ultimo lavoro, attualmente in tournée, è Sorelle d’Italia – Avanspettacolo fondamentalista, musiche di Alessandro Nidi, regia di Cristina Pezzoli, con Veronica Pivetti e Isa Danieli. Come si vede anche dal titolo di questo spettacolo, ha un po’ la fissa del Risorgimento, dell’Italia… insomma, dell’oggettistica vintage...

venerdì 21 settembre 2012

Lo scandalo alla Regione Lazio




Lo scandalo che sta devastando l’immagine,  già peraltro compromessa della Regione Lazio, ha messo in luce le cifre da capogiro percepite dai politici  e   l' uso distorto del denaro pubblico, sul quale sta indagando la magistratura.
Che fare? Per alcuni la soluzione possibile -  al di là perciò delle sciocchezze sulla  democrazia diretta per sessanta milioni di italiani - resta quella di eliminare  a qualsiasi livello istituzionale, il finanziamento pubblico dei partiti.
L’idea non è sbagliata. Come hanno mostrato fior di studi,  peculato e corruzione allignano in quella zona grigia, come nel caso dei partiti, dove interesse  pubblico e privato si intersecano. Del resto,  come  rilevano gli abrogazionisti,  la natura umana è quel che è… Inutile perciò pensare -  si legge -   che l’ educazione possa mutare quelle caratteristiche che secondo Hobbes, rendono da sempre l’uomo pericoloso.  Tradotto, un po'  alla buona:  se l’occasione fa l’ uomo ladro perché non ridurre drasticamente il “numero” delle  occasioni?  E quindi perché non privatizzare i partiti?
Tuttavia, esistono almeno due  controindicazioni.
La prima è che un taglio di  tali  proporzioni  difficilmente può essere accettato dai partiti, istituzioni, che come tutte le istituzioni, lottano per la propria autoconservazione.  Di qui, la necessità (ma anche il pericolo) , di dover introdurre il megataglio per vie extralegali, o meglio extracostituzionali… C'è chi, addirittura, ha proposto, una dittatura a termine di tipo romano repubblicano.
La seconda è che  il megataglio  rischia di far diventare la  politica  appannaggio di coloro che hanno i  mezzi economici per praticarla, o comunque per influire su di essa. Certo, si possono sempre istituire dei controlli.  Ma chi controllerà i controllori? E chi controllerà i controllori dei controllori? E così via?
Come si può notare,  la questione non è facilmente risolvibile. E comunque, qualunque scelta si faccia, esistono sempre  controindicazioni. Diciamo che si dovrebbe optare per il male minore. Ma qual è in questo caso il male minore?

 Carlo Gambescia