domenica 15 gennaio 2012

Francia
Manifestazioni, nozze gay e democrazia



La manifestazione francese contro le nozze gay, definita conservatrice,  è già stata archiviata dai media,  prossimamente ce ne sarà una  di coloro che sono a favore.  Intanto in Parlamento, dove Holland sembra disporre di  una maggioranza progressista, i lavori proseguono e probabilmente  si arriverà a una legge favorevole al matrimonio tra persone dello stesso sesso e quindi all’equiparazione delle varie “tipologie” di famiglia con  tutti i diritti (e doveri)  connessi.  
Che dire? Sul piano formale  siamo davanti a una lezione di democrazia: si può manifestare, esprimere il proprio dissenso civilmente  in piazza e  nelle sedi parlamentari,  poi però si contano le  teste   e vince chi convince e perciò consegue  più voti.  L’alternativa a questo scambio, diciamo così, di carezze, sarebbe di tagliare le teste invece di enumerarle.  Quindi nulla da eccepire.
E sul piano sostanziale? Mah… Dovrebbero esistere, come si dice, valori non negoziabili, nei quali  tutti si riconoscono. Ma basta leggere Hobbes (Leviatano, il lucidissimo I Capitolo, “Dell’uomo”), oppure aver frequentato qualche assemblea condominiale,  per capire  che una base comune sul piano dei valori non è di questo mondo. Di qui la necessaria coabitazione di valori diversi che può essere gestita solo attraverso le procedure democratiche  appena ricordate.
Naturalmente, democrazia vuole, che le maggioranze  non siano sempre le stesse.  E che quindi ogni minoranza, come -  sembra  - nel caso dei manifestanti francesi, possa diventare maggioranza.  Salvo poi accettare, di passare la mano una volta sconfitta. E così via.
Si dirà, ma questo andirivieni di minoranze e maggioranze  non favorisce il relativismo dei valori?   Non solo lo favorisce ma ne vive: democrazia e relativismo sono complementari.  Tuttavia,  esistono un minimo e un massimo di tollerabilità legati alla forza delle diverse tradizioni  culturali, religiose, sociali e politiche.  Insomma, come insegna Tocqueville, bisogna rispettare le maggioranze, ma non divinizzarle.  
Del resto minimo e massimo confluiscono sempre  verso un punto di equilibrio.  Che è sempre storico, ossia non è mai lo stesso: muta di epoca in epoca. E sta al bravo politico individuarlo di volta in volta. Ma questa forse è un’altra storia.

Carlo Gambescia  


sabato 14 gennaio 2012

Costa Concordia
L’Italia degli Agrumi



Non sappiamo ancora perché la  Costa Concordia si sia incagliata al Giglio. Sappiamo solo che nell’Italia che, ufficialmente,  deve stringere la cinghia,  in  tremila  erano in crociera, al prezzo medio di settecento euro cadauno per otto giorni (http://www.logitravel.it/crociere/costa-crociere-2408679.html ).  Per carità,  niente di che.  E infatti i crocieristi a buon mercato (o quasi), invece di sentire  il profumo degli agrumi,  sono (quasi) andati a fondo. E ci dispiace.  
Tuttavia,   settecento euro al mese  è ciò  che guadagna un giovane commesso a tempo indeterminato, magari pure laureato…  Oppure quel che riceve  qualche pensionato monoreddito, al limite della soglia di povertà… O peggio il cassaintegrato, prossimo al licenziamento.
Cosa dire?  Che quella nave,  pericolosamente incagliata,  è la perfetta  metafora dell’Italia di oggi.   Dove si liberalizza  cominciando dai tassisti e dalle farmacie!  Dove i mercati votano, però... Dove il Presidente della Repubblica fa politica, ma nessuno lo può dire…   Dove ci si diverte, ma nessuno lo deve sapere…  Perché,  ufficialmente, gli italiani non  arriva alla fine del mese…  E i crocieristi?  Sono gli stessi  in fila davanti  alla mensa Caritas?       
Che malinconia l’ Italia agrodolce, che sotto l’apparenza dimessa, lascia trasparire rancore  e voglia di fare i propri comodi…

Si strepita  contro la  casta…  e poi si va in crociera… Mah! Forse  l’Italia degli agrumi merita veramente di andare fondo. E dopo però? 

Carlo Gambescia

venerdì 13 gennaio 2012

Libri  per capire
Democrazia digitale?


 Chissà,  se fossero ancora tra noi,   Pareto,  Mosca e Michels, cosa direbbero del cosiddetto “popolo della Re”… Parliamo, in particolare,  dell’impatto,  per buttarla sul sociologhese,  dei nuovi  “media digitali” sulle orme di partecipazione politica e  civile.   Secondo i tre  cervelloni sociologici, di cui sopra - azzardiamo un’ipotesi -   anche la “nuova politica” fatta di mobilitazioni via Internet  non potrebbe essere in realtà  molto  diversa dalla vecchia politica (nel senso di una politica con qualche millennio di storia umana sulle spalle…).  Per quale ragione?  Perché ogni politica non può non essere  basata sulla divisione tra chi comanda (pochi) e chi obbedisce (molti). 
Il che, come tutte le regolarità ( o quasi leggi)  politiche,  potrà apparire anche banale, mentre in realtà non lo è affatto.  Soprattutto davanti all’eccessivo sovraccarico di aspettative culturali e morali  che rischia di travolgere queste  nuove  forme  di azione politica.   Da alcuni osservatori, in particolare a sinistra,  addirittura giudicate come la quintessenza di una futura democrazia partecipativa.
Sotto questo aspetto, e a scopo profilattico (come vaccino  contro  facili  entusiasmi e successive delusioni) consigliamo due  libri da leggere insieme,  anche se diversi per approccio e contenuti. 
Il primo, cautamente ottimista : Avanti popoli! Piazze, tv, web: dove va l’Italia senza i partiti,  scritto da  Alessandro Lanni,  giornalista e  docente universitario (pref. di Nadia Urbinati, Marsilio, 2011, pp. 141, euro  12, 00); il secondo invece cautamente pessimista: Nuovi media, nuova politica? Partecipazione e mobilitazione online da MoveOn al Movimento 5 stelle, una  raccolta di saggi  curata da Lorenzo Mosca e Cristian Vaccari,   ricercatori  universitari e specialisti in nuovi media e  comunicazione politica ( Franco Angeli, 2011,  pp. 240, euro  26,00).
Secondo  Lanni   « se cambia il panorama dei media con l’avvento della rete con le modalità comunicative che abbiamo rapidamente imparato a conoscere in questi anni,  cambia anche la politica, e nel profondo i partiti vedono stravolto il loro ruolo. È proprio l’unidirezionalità di un tempo che viene meno, se lo mettano in testa i partiti. La comunicazione politica è rivoluzionata. Ma se i palazzi diventano sempre più trasparenti e le vecchie oligarchie cadono, chi li sostituirà? La rivoluzione copernicana è in corso e i partiti stanno ancora decidendo cosa indossare (…). Milioni di nodi, elettori e potenziali militanti chiedono di partecipare, di discutere e di intervenire  e sono già di fatto tutti sullo stesso piano. Lo hanno dimostrato nelle mobilitazioni in piazza e on line di questi anni, ora hanno bisogno di partiti che sappiano accoglierli, altrimenti delle decine di popoli che si sono mossi per le strade  italiane rimarrà poco o nulla, come il sentimento che da universitari rimaneva  quando l’entusiasmo delle occupazioni veniva meno. Ma al tempo stesso la chiusura dei partiti li confinerà lontano dalla vita della società, alimentando sempre più quella che a torto o ragione è chiamata antipolitica».   Insomma, se son rose fioriranno…
All’ approccio di Lanni, comunque apprezzabile per la chiarezza espositiva e concettuale,  si oppone quello più scettico, e non meno lucido,  di  Mosca e Vaccari.  Sul quale è interessante soffermarsi. Ecco la premessa da cui partono:  «Nell’ultimo decennio (…)  sono state formulate tre ipotesi: a) quella dell’ “equalizzazione”  secondo cui internet permetterebbe ad attori marginali, poveri di risorse e con scarso accesso ai canali istituzionali di accrescere il loro peso in politica; b) quella della normalizzazione secondo cui nel medio-lungo periodo gli attori tradizionali  della politica si sarebbero appropriati di questo nuovo medium colonizzandolo e trasformando la politica online ne “la solita politica” (…) ; c)  quella del “rafforzamento” secondo cui gli attori politici tradizionali avrebbero utilizzato internet come risorsa aggiuntiva per accrescere la propria visibilità e il proprio potere».    E ora le conclusioni: «Oggi possiamo affermare che né l’ipotesi della equalizzazione, né quella della normalizzazione e neppure quella del rafforzamento sono state completamente confermate né pienamente falsificate». Perciò  « la politica on line si configura come un complesso  esito di dinamiche anche contraddittorie, incoerenti e divergenti il cui esito finale è spesso spiegato da fattori contestuali e ambientali». Di conseguenza, rilevano, citando  Bruce Bimber, autorevole  politologo americano, « le tecnologie dell’informazione potrebbero avere diversi effetti contemporaneamente (…). È [perciò] più corretto assumere che potrebbero rafforzare e indebolire la democrazia, così come esercitare scarsa influenza sui processi democratici». Quindi, se ci si perdona la caduta di stile, invece  di  magnifiche rose, per Mosca e Vaccari,  potrebbero nascere carciofi… 
Come concludere?  Ripetiamo: tornando idealmente a Pareto, Mosca e Michels.  Dal momento che nei due libri -  piccolo appunto critico -  non si conferisce adeguata importanza alla classica questione della dicotomia governanti-governati. Parliamo  di un fenomeno sociologico che tende comunque a riformarsi,  dove esista, anche solo a livello embrionale,  una qualche  forma organizzativa.  

Il che significa che i vari “movimenti digitali”, per quanto democratici possano dichiararsi,  non potranno  sfuggire,  al loro interno,  alla michelsiana  «ferrea legge dell’oligarchia». Pertanto sarebbe utile studiare, oltre alle relazioni tra  nuovi movimenti digitali e  attori politici esterni,  l’interazione politico-organizzativa  interna ai movimenti.  Come del resto fece Michels con il partito socialdemocratico tedesco, all’epoca, inizio Novecento,  citato da tutti  come grande esempio di futura  democrazia politica.  E cosa venne  fuori?  Che  tanto democratico  non era…

Carlo Gambescia               

giovedì 12 gennaio 2012

Il libro della settimana: Giovanni Ciccotti, Marcello Cini, Michelangelo de Maria, Giovanni Jona-Lasinio L’Ape e l’Architetto. Paradigmi scientifici e materialismo storico, con saggi a commento oltre che degli autori di Arianna Borrelli, Marco Lippi, Dario Narducci, Giorgio  Parisi,  Franco Angeli,  2011,  pp.  300, euro 33,00 - http://www.francoangeli.it/   

http://www.ibs.it/code/9788856835434/ape-architetto-paradigmi.html


Ottima l’idea della casa editrice Franco Angeli di ripubblicare L’Ape e l’Architetto. Paradigmi scientifici e materialismo storico (pp.  300, euro 33,00). Un’opera, come si evince fin dal  titolo, di saldo impianto marxiano, uscita nel 1976 per i tipi di  Feltrinelli.  Editore, all’epoca,  non ancora trasformatosi in venditore di gadget e felpe.  La cui lettura ha un fascino particolare,  simile  a quello offerto dalla possibilità di poter ammirare un tramonto sull’Oceano.   Ovviamente,   il tramonto  di cui parliamo è quello  dell’ideologia “marxiano-marxista”.  Che, per dirla con Dante,  come ogni «ora che volge al desìo»,  «intenerisce il core ». Anche se noi non siamo «naviganti»…      
Il suo  titolo  prende  spunto dal  famoso  raffronto marxiano,  tra  l’ape e l’architetto: « Il nostro presupposto, scriveva Marx, è il lavoro in una forma nella quale esso appartiene esclusivamente all’uomo. Il ragno compie operazioni che assomigliano a quelle del tessitore, l’ape fa vergognare molti architetti con la costruzione delle sue cellette di cera. Ma ciò che fin da principio distingue il peggior architetto dall’ape migliore è il fatto che egli ha costruito la celletta nella sua testa prima di costruirla in cera. Alla fine del processo lavorativo emerge un risultato che era già presente al suo inizio nell’idea del lavoratore, che quindi era già presente idealmente. Non che egli effettui soltanto un cambiamento di forma dell’elemento naturale; egli realizza nell’elemento naturale, allo stesso tempo, il proprio scopo, che egli conosce, che determina come legge il modo del suo operare, e al quale deve subordinare la sua volontà».
Giusto. La scienza  è  un «subordinare» a leggi.  Quali leggi però?  Nel caso di Marx ed epigoni,  quelle  del materialismo storico. Leggi che  tuttavia  relativizzano gli stadi del sapere, ancorandoli alle forme di produzione. Cosa vogliamo dire? Che  il germe di tanto relativismo dissolvitore, post-marxiano e marxista,  era  già  racchiuso  nel  materialismo storico.  Perciò, definire tuttora  L’Ape e l’architetto  come una semplice  opera  di filosofia della scienza resta fuorviante. Perché i quattro autori, Giovanni Ciccotti, Marcello Cini, Michelangelo de Maria, Giovanni Jona-Lasinio, pensosi studiosi di scienze esatte, pur ribadendo la fede nel materialismo storico, preannunciarono la “tempesta perfetta”.  O se si preferisce l’avvicinarsi della fine delle certezze in campo politico, filosofico e scientifico: di tutte,  fuorché la propria.  Ecco la contraddizione…  In realtà la caduta avrebbe travolto un già traballante, e di suo,  approccio materialistico. Detto altrimenti: L’Ape e l’Architetto  “previde”  la  crisi prossima ventura  del pensiero  borghese; crisi che però  avrebbe  contagiato anche   un  materialismo  storico “relativizzante” e  indeciso tra  uso socialista delle scienza, ascetico neutralismo storico-scientifico e critica rivoluzionaria dello scientismo. 
In realtà il compito che si ponevano gli autori de L’Ape e l’Architetto era  di lottare solo  su due fronti: quello della critica agli irrazionalisti e quello della lotta agli scientisti di sinistra.  Come si leggeva nell’Avvertenza: « In questo volume sono raccolti alcuni scritti che  hanno un argomento e un fine comune: il tentativo di comprendere nel suo stadio più evoluto, e perciò anche nel suo sviluppo storico, la funzione del sistema delle ricerca in termini di quell’attività sociale e umana che è l’appropriazione teorico-pratica della natura, ed entro ciò di comprendere il valore della scienza. Questo tentativo si avvale degli strumenti della concezione materialistico-storico marxiana, ma non pretende di essere, né ambisce a esserlo, una interpretazione autentica ortodossa di ciò che Marx intende per scienza ».               
Però le  vicende storiche  andranno diversamente. Il punto è ben colto da  Marco Lippi,  autore di uno dei saggi a commento della riedizione: « Con il ’68  la situazione subisce un rovesciamento completo. La posizione maggioritaria della nuova sinistra, nella sinistra accademica in particolare, respinge  il riformismo come rinuncia ad una modificazione radicale dei rapporti sociali. E con esso la fiducia nel ruolo progressivo delle scienze. La denuncia dell’uso capitalistico dei risultati della ricerca si trasforma nella denuncia della ricerca scientifica come tale. I temi francofortesi esercitano un grande fascino, come tante altre posizioni di critica radicale a quel tempo. Per molti anni a venire, nella sinistra si parlerà di crisi del capitalismo, di crisi delle scienze, di crisi della  ragione. In modo impetuoso la  critica  del riformismo, del progressismo e delle scienze, investirà la scuola, l’Università, la ricerca, la vita quotidiana. La diga ormai crollata, più nulla fu risparmiato in quegli anni a chi tentasse di restare  sobrio nella sinistra in rotta: il pensiero debole, l’ermeneutica, il ritorno di Heidegger, giù fino  al trionfo antinuclearista e poi, ancora, la saggezza orientale, l’oroscopo, i tarocchi». 

Una  deriva -  ipotizziamo -  lontana dal concludersi.   Si pensi alle  involuzioni  “no stop”,  dagli anni Settanta ad oggi,  di  Massimo Cacciari e Toni Negri, veri maghi dei tarocchi.  Certo, restano tuttora figure interessanti come Costanzo Preve e  Gianfranco La Grassa. Ma si muovono ancora nell’alveo di  Marx e del materialismo storico?   

Carlo Gambescia

mercoledì 11 gennaio 2012

Il concetto di limite, 
qualche  riflessione sociologica

Spesso si parla di limiti. Limiti allo sviluppo, alla politica, alla ricchezza, alla povertà, eccetera, eccetera. Il concetto di limite è ambiguo perché indica un confine, un grado estremo, un estensione assegnata a un certo movimento, comunque variabile o misurabile secondo il metro di  chi  stabilisca il confine, il grado, l’estensione. Insomma, il concetto di limite  ha un valore convenzionale. E il valore di una convenzione, non può non dipendere che  dalla volontà di coloro che vi aderiscono per varie ragioni, quattro su  tutte:  convinzione, timore, utilità, emulazione.
Naturalmente esistono limiti non convenzionali: ognuno di noi sa benissimo che un giorno dovrà morire. Il limite della vita umana non è  frutto di  una convenzione.  Ma si può dire la stessa cosa dei fenomeni socioculturali? Le società nascono si sviluppano e muoiono? È corretto trasporre i limiti (non  convenzionali) della vita umana nell’ambito dei fenomeni socioculturali?   Sì, almeno  secondo alcuni pensatori.  No, secondo altri.
Diciamo che il giudizio dipende da un fatto specifico:  l’adesione o meno a un visione ciclica o lineare della storia umana. La ciclicità, come ripetersi degli eventi socioculturali,  implica limiti, mentre la linearità, quale processo  ascensionale verso sorti migliori, li esclude.
Alcuni pensatori hanno creduto di risolvere il problema riconducendo la ciclicità ( segnata da  limiti) all’interno di una visione lineare della storia (priva di limiti) : le singole  società nascono e muoiono mentre  la società universale  non smette mai di procedere verso un futuro migliore. 

Comunque sia,  quando si parla di limiti è bene tenere presente queste tre diverse concezioni  dello “spazio” socioculturale. A chi dare ragione?  O meglio, da quale parte schierarsi?   La parola ai lettori. 

Carlo Gambescia

martedì 10 gennaio 2012

Il libro della settimana: Umberto Levra (a cura di) Cavour, l’Italia e l’Europa, il Mulino, pp. 268, euro 20,00.

http://www.mulino.it



La figura di Cavour ha sempre affascinato gli stranieri, certo non come quelle di Garibaldi e Mazzini, ma di sicuro rimane lo statista italiano più noto e apprezzato all’estero.  Naturalmente, non sappiamo se questa fama sia dovuta a quella non proprio eccelsa dei successori. Benché, per restare nella tradizione liberale  e democratica, personaggi delle levatura di  Giolitti e De Gasperi non demeritino affatto. 
Non si vuole però proporre alcun sondaggio. Più semplicemente  desideriamo parlare del bel volume, curato da Umberto Levra, Cavour, l’Italia e l’Europa (il Mulino,  2011, pp. 268, euro 20,00). Un testo che raccoglie le relazioni presentate all’omonimo  convegno , tenutosi a Torino il 6-7 ottobre 2010.  E che relazioni! Siamo davanti a un’ottima messa punto dello sfondo culturale, del pensiero e dell’opera, nonché  dell’immagine  del Conte  in Francia, Inghilterra e Germania. 
Iniziamo da quest’ultimo aspetto, e in particolare dalla Germania, attingendo dal contributo di G.B. Clemens.  Una terra  dove, a differenza di Francia e Inghilterra, già unite da secoli,  il liberalismo ebbe  forti caratteristiche patriottiche e politiche. Di qui, per simpatia, una  migliore comprensione del liberalismo nazionale cavouriano,  come, ad esempio,  nell’opera dello storico Heinrich von Treitschke. Il quale dedicò al Conte una celebre monografia ottocentesca.  Osserva Treitschke  : «La cosa più utile,  che potrei scrivere ora, sarebbe senza dubbio, un saggio su Cavour (…). Una presentazione di quest’uomo potrebbe mostrare al nostro pubblico in modo più efficace di ogni disquisizione generica in che cosa consista la Realpolitik geniale».Insomma, un  vero tributo. 
Per contro,  Cavour, soprattutto in Francia e Inghilterra (più in Francia però…), era  inviso  a cattolici,  legittimisti, democratici e rivoluzionari.   Di qui, minore simpatia e,  di riflesso,  giudizi meno lusinghieri. 
Quanto al liberalismo « pragmatico» cavouriano  va segnalato l’interessante contributo di Luciano Cafagna (Libertà di mercato e modernizzazione economica in Cavour). Perché? Cafagna ricorda un intrigante  giudizio di un grande storico dell’economia italiana, Carlo Maria Cipolla. Ma lasciamo la parola a Cafagna: « (…) Cipolla quasi a bruciapelo mi disse che Cavour, da ministro, negli anni Cinquanta, aveva sostanzialmente adottato in Piemonte una politica keynesiana avant la  lettre. Lì per lì, mi parve un paradosso anacronistico. Ma ripensandoci anni dopo, mi convinsi che l’intuizione di Cipolla era sostanzialmente giusta. Cavour aveva in sostanza una corretta percezione del rapporto tra ampliamento della domanda e stimolo alla crescita e la sua politica economica era effettivamente regolata da questa idea. Anticipò tra l’altro l’uso un po’ disinvolto del debito pubblico, del quale, nella nostra storia finanziaria, si è poi spesso abusato » .
Cavour keynesiano? L’intuizione di Cipolla, ripresa da Cafagna andrebbe esplorata. Perciò, giovani laureati in cerca di gloria accademica, cosa aspettate ? Al lavoro!   
Tra i contributi, tutti interessanti,  ricordiamo in particolare: Adriano Viarengo (La formazione intellettuale di Cavour), intervento ricco di informazioni sui fermenti culturali nel Piemonte dell’epoca,  recepiti anche dal Conte,  come quelli di derivazione utilitarista: « “Ti prego di avere massima cura, dei miei Gioia, Romagnosi e Bentham”,  scriverà al fratello Gioacchino »; Massimo L. Salvadori (Il liberalismo di Cavour), dove si ribadisce la natura pragmatica del liberalismo del Conte:  a metà  strada tra liberalismo francese (Guizot, in particolare) e liberismo inglese; Giuseppe Galasso (Cavour e il Mezzogiorno), puntuale ricostruzione delle luci e ombre che costellavano un mito, all’epoca condiviso anche da Cavour: quello del Mezzogiorno, «paese ricchissimo di risorse e doti naturali, che solo il malgoverno di secoli aveva mortificato »; Ennio di Nolfo (Il Piemonte nel gioco delle potenze europee), dove giustamente si evidenzia di nuovo, e  in particolare tra  il 1847 e il 1861, l’esplicarsi in politica estera della natura concreta del  liberalismo cavouriano. Scrive Di Nolfo: «Era un uomo del “giusto mezzo”. Pensava ai fatti che avrebbero potuto dare sostanza all’indipendenza nazionale, ma non si illudeva che questi  potessero nascere  dalla volontà di poche migliaia di patrioti. Aveva fede nel progresso non come parola vuota ma come fatto concreto: ferrovie, industrie, strade, liberi commerci. Aveva una visione ben precisa dell’assetto  europeo e sapeva che, senza quei mutamenti radicali, che certo il Regno di Sardegna  da solo non avrebbe potuto provocare, nulla sarebbe mutato in Europa finché le potenze conservatrici fossero rimaste unite. Era dunque pronto a cogliere le occasioni perché i suoi ideali di fondo si realizzassero, non nella fantasia bensì realisticamente».

Perfetto. Aggiungere altro, sarebbe un  vero peccato.
Carlo Gambescia 

lunedì 9 gennaio 2012

Hayek, Keynes o Marx?
Crisi economica mondiale: 
tra i due litiganti…


Esiste una ricetta  economica sicura per uscire dalla crisi? Insomma, Hayek o Keynes?  No, di fatto,   si può uscire dalla crisi, sole se le grandi economie mondiali,  Stati Uniti e Gran Bretagna, Germania (attenzione, non Europa), Giappone riprenderanno a marciare. Purtroppo,  come  pochi hanno capito, Cina, Brasile ed altri paesi  emergenti da soli  non bastano.  
E come potranno  riprendere a crescere le  (ex) grandi economie mondiali?  Qui rispondere è ancora più difficile. Perché finora le rigide  politiche di bilancio, praticate  in Occidente non hanno dato alcun frutto. Diciamo che fino ad oggi  si è “lasciato fare ai mercati” ,  ma con pessimi risultati. Perciò  il mix,  politico-economico,   bilanci  in  pareggio, grazie a  tagli  o  nuove  tasse,   difficilmente potrà rianimare la domanda negli Stati Uniti, Europa,  Giappone.  Ovviamente,  in questo modo cresce il rischio di penalizzare anche  le economie emergenti e perciò  di ridurre il tasso di crescita dell’intero sistema economico mondiale.
Quel che preoccupa è l’attendismo delle diverse classi politiche: per un verso si teme di violare l’autonomia dei mercati, per l’altro si continua a credere (o si finge di credere) nel miracolo di una ripresa mondiale a portata di mano. Risultato: un immobilismo totale,  all’insegna del si salvi chi può, come del resto accade all’interno della stessa Unione Europea.  
Pertanto, il vero nodo di fondo, ancora prima della scelta di una qualsiasi ricetta economica,  è  rappresentato dalla totale assenza di un coordinamento politico all’interno dell’Occidente. In pratica a governare sono i mercati. 
Ora, nessuno esclude, che la  cosiddetta ricetta  “mercatista”  sia destinata a fallire.  I cosiddetti “istinti animali” del capitalismo  funzionano. Ma servono tempi lunghi. E  a quale  prezzo sociale?   Si rischia, insomma,  che tra i due litiganti, Hayek e Keynes, finisca per godere il terzo: Marx.

Carlo Gambescia