mercoledì 31 gennaio 2007


Il libro della settimana: Niklas Luhmann, Osservazioni sul moderno, Armando Editore, Roma 2006, pp. 144, Euro 12,00

http://www.ibs.it/code/9788860810083/luhmann-niklas/osservazioni-sul-moderno.html

Il pensiero sociologico di Niklas Luhmann (1927-1998) è complesso ma molto interessante. Luhmann ha scritto, da solo e in collaborazione, circa una quarantina di libri. Tedesco, laureato in giurisprudenza e sociologo per scelta, alla non più verde di età di quarant’anni, dopo aver dato il meglio di sé, nell’amministrazione pubblica, come specialista in sistemi di archiviazione. Ma anche attento lettore, per tutta la vita, dei classici della sociologia. E in particolare di un “quasi classico” come l’americano Talcott Parsons, che conobbe personalmente. Anche per Luhmann la società risponde a una logica sistemica e funzionale. Il che rivela una sensibilità conservatrice, legata a certo organicismo sociologico: dove tutto si muove, secondo una logica d’insieme, che presuppone, come nel famoso apologo di Menenio Agrippa, l’ accettazione condivisa dell’ordine sociale. Non per niente, Luhmann venne definito da Habermas un conservatore. Per contro, lo stesso Luhmann, preferiva definirsi un puro e semplice sociologo: un osservatore che cercava di capire i fatti sociali, al di là delle possibili ricadute politica delle sue riflessioni. Pareto, diceva di sé, più o meno, la stessa cosa…
Una buona occasione per scoprirlo è rappresentata dalla lettura di Osservazioni sul moderno (Armando Editore, Roma 2005, pp. 144, euro 12,00). Dove sono facilmente individuabili, anche grazie alla scorrevole traduzione, i principali temi del suo pensiero.
In primo luogo, per Luhmann, il mondo moderno è un fenomeno complesso. Il che impone non la resa totale (come capita a sinistra), ma invece - proprio perché l’uomo ha bisogno di punti di riferimento (e qui si avverte l’influenza di Gehlen) - la riduzione della complessità. Come? Conferendo un senso culturale alle azioni umane. Tradotto: valori. Il che implica, che la politica si trasformi nello strumento comunicativo di un senso condiviso. In certa misura, la politica deve essere se non produttrice, almeno sicura interprete dei valori culturali del suo tempo. Per capirsi: attenta alle tradizioni, ma al passo con i tempi.
In secondo luogo, per Luhmann, il mondo moderno, come mai nella storia, è segnato dal rischio. Che significa? La complessità di tecniche e idee, impone la possibilità di una pluralità di scelte, e quest’ultima implica la possibilità di sbagliare. Ma il rischio di errare va accettato, perché legato alla decisione: solo chi non decide mai non rischia sbagliare…
Va detto - per amore di verità - che all’ interesse per la riduzione della complessità e per la decisione, si uniscono in Luhmann una minore attrazione per la storia e una certa tendenza a delegare al sistema più che all’uomo, il funzionamento dell’ordine sociale. Ma, come si è già notato, siamo davanti a una sensibilità, intelligentemente conservatrice, piuttosto che a una netta scelta politica. Ad esempio, la sua teoria sociologica del diritto, che sfocia in un elogio del proceduralismo, (benché di tipo sistemico), può lasciare perplesso chi si sia nutrito di letture schmittiane.
Ma ai grandi, quelli veri, qualcosa si deve sempre perdonare.
Carlo Gambescia

martedì 30 gennaio 2007


Analisi
La censura?  
Un brutto vizio



Quando si legge delle disavventure distributive che colpiscono certi film “politici”, non ci si deve stupire più di tanto. E qui si pensi a quelle subite, due anni fa da un film come quello di Michael Moore, Fahrenheit 9/11 : un vero e proprio atto di accusa contro Bush. Certo, le nostre sono società formalmente democratiche, ma ciò non significa che non possano essere distinte, come ogni altro gruppo sociale (storico o meno), da una pratica antica come l’uomo, quella della censura.
Ma iniziamo dal significato del termine.
La censura è una forma di controllo sociale, basata sul principio, secondo cui, determinate idee, opinioni, informazioni possono minare l’ordine costituito (morale, religioso, politico, eccetera). Ogni epoca ha avuto le sue vittime. E in ogni società la censura ha sempre trovato numerosi amici e nemici. I primi di solito tra i governanti e i secondi tra i governati. Un esempio classico è quello del conflitto tra paganesimo e cristianesimo. Prima di Costantino ( e a più riprese) i cristiani avevano subito ogni tipo di vessazione. Con la parificazione giuridica (chiamiamola così) tra cristiani e pagani, voluta dallo stesso imperatore, si ebbe un periodo di tregua e tolleranza, Ma appena il cristianesimo divenne religione ufficiale ricominciarono le persecuzioni, ma questa volta, contro pagani ed eretici. Sia chiaro, non intendiamo dare alcun giudizio morale (pro o contro i contenuti ideologici delle persecuzioni): ci limitiamo a osservarle e descriverle, come un geologo marino, deve osservare e descrivere il flusso e il riflusso delle maree.
Questo, per dire, che dove vi è società, purtroppo, vi è anche censura, Il bisogno di ordine, o comunque di stabilità, insito in ogni gruppo sociale ( a prescindere dal suo credo, e da quello di chi scrive), implica il conformismo, imposto dall’alto, magari con la forza, o accettato in basso per convenienza, fede o persuasione razionale. Ovviamente, come in ogni fenomeno sociale, vi è un minimo e massimo di durata, estensione e tollerabilità da parte dei singoli. Ad esempio, la Chiesa Cattolica della seconda metà del XX secolo (malgrado molti sostengano il contrario) è molto più “liberale” di quella della prima metà del XII secolo (tralasciando l’aspetto della sua creatività teologica, massimo in quell’epoca). E in questo senso ha subito (almeno per alcuni) un’evoluzione positiva. Il totalitarismo sovietico, con i suoi apparati costrittivi è durato poco più di settant’anni. Insomma, oltre certi limiti di umana sopportazione non è possibile andare: stabilità e conformismo devono perciò venire a patti con il libero giudizio dell’individuo. Altrimenti invece dell’ordine si crea il disordine, e si finisce per favorire il declino culturale, sociale ed economico.
Da questo punto di vista la società moderna presenta alcune caratteristiche particolari. Innanzitutto, delle tre forme tipiche di censura (politica, morale-sociale e religiosa) ha conservato quella politica. Viviamo in una società che celebra la massima libertà individuale di costumi e consumi. La censura si è perciò secolarizzata: si possono seguire le pratiche sessuali e di acquisto più eccentriche. Ma, attenzione, non si possono porre domande che mettano in discussione il “sistema” in quanto tale, come appunto, faceva Michael Moore, a suo tempo, attaccando Bush e il suo gruppo di potere. Inoltre, la censura si è fatta più capillare, sottile e complessa. Soprattutto attraverso l'opera dei media, sempre rivolti a celebrare i valori del consumo di ogni tipo di merce (anche umana) e del profitto. Si cerca di creare abitudini tali, da rendere impossibile, o poco praticabile, ogni forma alternativa di valori, pensiero e comportamento. A ciò si aggiunge una “compattezza” di interessi economici, sulle due sponde dell’Atlantico, che non ha eguali nella storia dell’Occidente. Guai perciò a parlare male, della globalizzazione e dell’imperialismo Usa, come appunto cerca di fare, tra mille difficoltà, certa cinematografia indipendente. Perché si viene subito isolati e attaccati dai cosiddetti poteri forti dell’economia (in questo caso le major hollywoodiane). E, purtroppo, siamo giunto al punto, che non si accettano più, neppure sottili (sì, sottili, perché è necessario andare oltre le immagini forti) indagini sul potere, come quella di Mel Gibson (si veda il post dell'11 gennaio 2007)
Quali conclusioni?
Come abbiamo già sottolineato, esistono limiti, oltre i quali la censura, anche quella dei “moderni”, non può spingersi, pena la sopravvivenza stessa del gruppo dirigente che la pratica e dei governanti che la subiscono. Generalmente quando la censura si fa più severa, soprattutto in politica, come nel mondo tardo ellenistico, o tardo imperiale romano, significa che il “sistema", pur espandendosi o consolidandosi economicamente, è entrato in una fase di transizione (che può anche preludere alla dissoluzione, ragionando però per secoli…). Ma non è detto che sia sempre così. Ad esempio, oggi siamo appena all’inizio di una nuova fase di sviluppo imperiale. Indubbiamente, la nostra società ha risorse tecnologiche e militari sconosciute agli antichi. Ma tecnica e forza pura (applicata), da sole non bastano Come prova l’interesse mondiale suscitato, a suo tempo, dai film di Moore.
Ciò però non significa che anche coloro che oggi sono dalla parte di Moore, o se si vuole i critici della “globalizzazione”, come si dice,  a guida americana, non possano, una volta giunti al potere ricorrere, per restarvi il più a lungo possibile alla pratica delle censura. Perché, purtroppo, il potere tende sempre a riprodursi.
Perciò, può piacere o meno, ma le società ( e la censura) funzionano così.
Carlo Gambescia

lunedì 29 gennaio 2007


Rapporto Eurispes 2007
Un' Italia schizofrenica 
(tanto per cambiare)



Una breve premessa. Spesso i giornali non ne parlano, perché si tratta di questioni troppo tecniche. Ma è bene che il lettore sappia e capisca. Che cosa? Che gli annuali ritratti, tracciati dall’Eurispes (http://www.eurispes.it/.), sono dal punto di vista del metodo particolarmente interessanti. Perché puntano sulle differenze di comportamento degli italiani, piuttosto che sulle conformità. Infatti, il suo presidente Gian Maria Fara ama parlare, in modo immaginoso, di un metodo d’indagine che si ispira alla “dialettica degli opposti”. Probabilmente perché è proprio questa, la chiave antropologica giusta, che consente di decifrare meglio i comportamenti degli italiani. I quali, più di altri popoli, usano da sempre dividersi e ricomporsi, in modo schizofrenico, tra essere e apparire.
E, sotto questo aspetto, anche il Rapporto 2007, non delude. Perché illustra chiaramente, quanto questa “polarità” sia ancora assai diffusa nei comportamenti. Iniziamo, dando però, qualche dato sintetico.
Secondo il Rapporto - che si basa su interviste a campione - un italiano su due sente di avere meno soldi in tasca: la metà delle famiglie dichiara un reddito inferiore a 1.900 euro al mese. Ma al tempo stesso si asserisce che la principale preoccupazione non è il costo della vita ( il 15,8 % contro il 23,6% del 2006). Di conseguenza il 25 % degli intervistati afferma di continuare a viaggiare per turismo, come e più di prima. Lo stesso accade per il tempo libero: il 20,7% afferma di essere stato costretto ad annullare le spese per le attività ricreative, ma il 27,5% dichiara di non aver modificato le proprie abitudini. La risposta probabilmente è nella crescita del credito al consumo: le erogazioni delle sole banche alle famiglie, tra il 2000 e il 2006, sono cresciute del 77 % . Anche i prestiti delle società finanziarie sono aumentati nello stesso periodo dell’84 %. All’ indebitamento, corrisponde l’aumento del fatturato delle imprese: gli italiani continuano a “comprare” (magari a rate…) Crescono anche i profitti delle grandi imprese quotate in borsa. Mentre diminuiscono i redditi da lavoro dipendente.
Interessanti, anche i dati sui diritti civili postmoderni: un italiano su tre è favorevole al matrimonio tra omossessuali. Il 67% dice sì al Pacs. Diminuiscono i contrari all’eutanasia (dal 1987 ad oggi sono passati dal 40,8 % al 23,5 %). Ma il 60,7% si dichiara vicino alle posizioni dottrinarie della Chiesa, benché il dato sia in calo rispetto al 2006.
Crescono i matrimoni misti: si passa dal 3,3% del 1993 al 14,3% del 2005. Tuttavia il numero delle coppie che divorziano è elevato. In pratica una coppia mista su tre si separa, mentre il tasso dei divorzi è il doppio di quello delle coppie italiane. Restano, perciò, alcuni dubbi sulla reale volontà degli italiani di creare una società multietnica, solida e duratura. Anche perché due italiani su dieci continuano ad attribuire solo agli stranieri il presunto aumento della criminalità.
Inoltre, sono oltre 2.130.000 i soggetti che hanno "sniffato" cocaina almeno una volta nella vita, e quasi 700mila, coloro che lo hanno fatto nell’ ultimo anno. Il prezzo medio della "polvere bianca" è diminuito da 99 a 87 euro nel corso degli ultimi 4 anni: il costo cala e il consumo aumenta. La crescente popolarità di questa droga riguarda soprattutto gli uomini tra i 25 e i 34 anni; dal 2000 al 2005 gli utenti in carico presso i Sert sono più che raddoppiati (rispetto al totale) raggiungendo la quota record del 13,2 %.
Infine, l'evasione fiscale arriva a superare i 210 miliardi, ed è pari a circa 6 volte la Finanziaria 2007. Secondo stime Eurispes, nel 2007, il maggior carico per color che pagano le tasse sarà tra 9,5 e 10 punti in più rispetto alla pressione consueta. Il 69,1% degli italiani ritiene molto grave l'evasione fiscale. E quasi due italiani su tre si dicono d’accordo con l'affermazione secondo cui “è indispensabile pagare le tasse allo Stato perché la collettività possa avere un livello accettabile di servizi pubblici". E qui è facile concludere che gli italiani predicano bene ma razzolano male …
Quanto alle istituzioni, resta alta la fiducia nelle forze dell’ordine (il 73,5 % degli intervistati); segue quella nel presidente delle Repubblica, Giorgio Napolitano (il 63,2%); nella magistratura (il 39,8 %); nel governo (il 30,7 %); e infine nei partiti (12,6 %). Però, circa il 47 % del campione intervistato, dichoiara, rispetto al 2006, di avere maggiore sfiducia nelle istituzioni in quanto tali.
E, ora, le nostre conclusioni.
Che dire? un italiano su due continua a non sentirsi povero. E uno su quattro a non avvertire alcuna crisi. Evidentemente, è proprio l’ economia del debito che riesce a mantenere a un livello di tollerabilità sociale spese e morale degli italiani. E di riflesso quello delle imprese. Le quali, rispetto al 2006, hanno addirittura aumentato gli ordinativi del 9,3 % . Mentre, come tradizione vuole, un italiano su due, continua a non fidarsi dello Stato ( e sempre meno delle istituzioni politiche: governo e partiti). Infine, incrociando le diverse percentuali, si scopre che tre italiani su dieci, finiscono per risultare favorevoli, sia alla morale cattolica tradizionale, sia a quella relativistico-postmoderna, incarnata dai pacs.
Insomma, gli italiani, cercano di tenersi a galla in tutti modi, ricorrendo (se capita) all’evasione fiscale e (sempre più) al credito al consumo. Mentre sul piano dei diritti civili e delle scelte morali si persevera nell’etica dell’occasione: nella stessa persona, soprattutto di età matura, (dal momento che gli anziani, over 65, sono il 20% della popolazione, e i giovani tra i 15 i 34 anni, il 25%), continuano a convivere in modo schizofrenico, e secondo convenienza, l’evasore e il cittadino modello, il cattolico all’antica e il relativista postmoderno, il gaudente e il povero. E perché no? Anche l’ottimista e il pessimista…
Ma fino a quando? Di sicuro, sul piano economico, fino a quando l’indebitamento al consumo non diverrà un peso insopportabile per singoli e famiglie. Invece, su quello dei comportamenti morali e sessuali, potremmo vederne delle belle (o delle brutte, secondo il punto di vista): il relativista postmoderno potrebbe anche avere la meglio sul cattolico all’antica… Quanto alla sfiducia nelle istituzioni potrebbe, anzi dovrebbe, andare sempre peggio. Ma questa non è una grande novità.
Carlo Gambescia

venerdì 26 gennaio 2007


Urbanizzazione e capitalismo
 Nostalgia delle  "zone depresse"




Franco Battiato in una canzone degli anni Ottanta, Zone depresse, colse molto bene il problema. Quale? Quello dell’arrivo “della modernità” e del conseguente fugone verso le grandi città. Nel Sud italiano, nota Battiato, la fine della cultura tradizionale, giunse quando qualcuno chiese per la prima volta “un po’ di vino con l’idrolitina”... Con le bollicine arrivarono la città, la cultura urbano-consumistica e il lavaggio dei cervelli: la città è ricca, la campagna povera; la città è bella, la campagna brutta; la città è moderna, la campagna antiquata; il cittadino è sveglio, il contadino stupido, e così via…
Stando a libri molto belli, come quello di Mike Davis (La città degli slum, Feltrinelli 2006), nel Sud del Mondo le cose sarebbero andate proprio così: in Asia, Africa, America Latina, l’ultimo mezzo secolo, o giù di lì, avrebbe visto i contadini impoveriti, richiamati, come zanzare impazzite, dalle luci della città, trasferirsi in grandi centro come San Paolo, Nairobi, Phnom Phen, sovraffollandoli. Dove non hanno trovato una “vita facile e moderna”, ma solo fatiscenti bidonville. Si tratta di un miliardo di persone.
Con chi prendersela? Col capitalismo? Certo. Il modello di urbanizzazione selvaggia, oggi in atto, è lo stesso che i contadini inglesi, provarono sulla propria pelle, durante la rivoluzione industriale, tra il Settecento e l’Ottocento. Nelle fasi di avvio, il capitale ha sempre necessità di manodopera a buon mercato e batte le campagne, svuotandole. Pertanto nulla di nuovo sotto il sole. Se fosse tutto così semplice, si potrebbe sperare nel lieto fine: come inglesi ed euroamericani, anche i cambogiani, tra un secolo, o giù di lì, potrebbero godersi i frutti del capitalismo maturo. E invece no. Perché la rivoluzione industriale in Occidente non conobbe avversari, mentre i poveri cambogiani dovranno vedersela un po’ con tutti. Perciò campa cavallo mio…
Insomma, fin quando durerà il mito della città, alimentato culturalmente dall’immaginario capitalista, che su di esso prospera, sarà molto difficile che le baraccopoli mondiali svaniscano. Per chi è povero, rinunciare alla città, significa far cadere anche la speranza in quella vita migliore che promette, la suadente pubblicità, ieri dell’idrolitina, oggi di un telefonino, domani di una vacanza su Marte.
Il gioco è al rialzo. E difficilmente un capitale sempre più globalizzato, smetterà, a sua volta, di vendere sogni a rate. Per due ragioni: uno ci guadagna; due, chi consuma o spera di consumare, vuole godersi, in ogni caso, i fuochi d’artificio, e raramente si prende la briga di disturbare l’artificiere.
C’è però una controindicazione. Le luci della città, sotto sotto intristicono l’inurbato. Come hanno sottolineato i demografi: chi si trasferisce in città, anche in una bidonville, dopo un po’ finisce per fare meno figli. Cosicché quel miliardo di cui sopra, potrebbe aumentare di poco, restare tale, o perfino diminuire. Molti ex contadini, assaliti dalla febbre della nostalgia, potrebbero tornare al paesello natio. Per bersi un bicchiere di vino senza idrolitina.
Purtroppo, il problema è che quelli rimasti al paesello, potrebbero invece continuare a sognare il vino con le bollicine. E a fare figli...
Carlo Gambescia

giovedì 25 gennaio 2007


Il cinema italiano secondo Rifondazione Comunista
Autarchico 




La proposta di legge  del Prc  sull’introduzione di un tetto alle pellicole extraeuropee rappresenta soprattutto un tentativo di tenere sotto controllo l’invadenza economica e culturale del cinema Usa. Dal momento che il "pericolo",  per ora, non proviene  assolutamente dalla cinematografia asiatica e africana
Ora, la domanda è questa: la (quasi) autarchia culturale che ruolo può giocare in un mondo dove basta connettersi a internet per immergersi nel brodo culturale hollywoodiano? La nostra riposta è sicuramente sgradevole per i fautori e sostenitori del provvedimento. Infatti, una legge di questo tipo, può svolgere un ruolo secondario, soprattutto se la cultura, diciamo così, che tenta di “chiudersi”, è già profondamente imbevuta degli stessi valori che vuole respingere…
E qui vanno subito ricordate due cose.
In primo luogo, la percezione dei processi socioculturali dei firmatari del disegno di legge risulta piuttosto superficiale. Innanzitutto, non basta chiudere i “rubinetti”. Perché - se ci passa la metafora non particolarmente raffinata - va prima messo controllo l’intero apparato idrico, per scoprire le eventuali perdite… Insomma, la cultura hollywoodiana non è “passata”, e “passa”, solo mediante il cinema. Ma circola anche attraverso la televisione, la letteratura, eccetera. E’ un po’ come - per restare in metafora - tentare di turare le falle di un impianto idrico in pessime condizioni. Inoltre, spesso la resistenza a idee che non sentiamo nostre, nasce proprio per contrasto: magari vedendo un film, leggendo un libro, eccetera. E, allora, perché non credere nelle capacità critiche dell’individuo? Anche perché il rapporto tra idee e società si svolge su due livelli: quello della recezione (nel senso di accogliere: guardare semplicemente il film), e quello successivo del recepimento (condividerlo e meno criticamente). Insomma, non poi è così scontato, che lo spettatore di una pellicola Usa, possa meccanicamente trasformarsi in un sostenitore (di tipo robotico) del modello di vita americano. Del resto come i cinefili ben sanno, esiste negli Stati Uniti un cinema indipendente e molto critico verso l’establishment e il sistema di vita americano.
In secondo luogo, ammesso e non concesso, che la legge possa (iniziare a) funzionare, resterebbe il problema dei valori socioculturali sostitutivi. Per farla breve: esiste una cinematografia (e in senso più generale un cultura europea) in grado di contrapporsi a livello di massa (perché il cinema parla a tutti) a quella americana? E qui non è facile rispondere in senso affermativo. Perché, è vero che i cosiddetti film di autore europei, veicolano valori critici e interessanti, ma si tratta di un cinema per pochi eletti. Mentre il resto della produzione cinematografica è piuttosto triviale (si pensi solo a certi “film natalizi” italiani), e già da tempo imbevuta di valori edonistici, consumistici, e ispirati alla pura spettacolarizzazione della violenza, secondo il modello hollywoodiano-americano. E, anche ammesso e non concesso, che il cinema europeo possa prima o poi risollevarsi grazie alla (quasi autarchia), come sostengono gli ottimisti, all’inizio, potrebbe essere molto dura. Il cinema perderebbe spettatori. Mentre gli stessi valori combattuti continuerebbero a circolare in altri settori mediatici. E la sua crisi, già evidente da anni, potrebbe avvitarsi su stessa. Tra la protesta di produttori e distributori. E lo scontento di un pubblico ipnotizzato, ormai da alcuni decenni, dai muscoli di Rocky Balboa.
Che fare allora? I provvedimenti autarchici (o quasi) nazionali, non servono molto. Il discorso andrebbe aperto in sede europea, approntando controlli più generali (continentali) sulla domanda e offerta di cinema Usa. E soprattutto sviluppando politiche di sostegno diretto alle produzioni europee. Ma sul piano europeo esiste unità di intenti sotto questo profilo? Per il momento pare di no (a parte l’eccezione francese). Inoltre, resta il problema della cultura “alternativa” di massa. Una cultura da creare di sana pianta. E sulla base di valori europei. Ma, ripetiamo, quali? Religiosi, laici, liberali, socialisti, comunitaristi, individualisti, locali, nazionali, eccetera. E come veicolarli in un’economia di mercato, dove conta solo il profitto e ogni intervento pubblico viene condannato? Purtroppo, nel campo della cultura di massa il patriottismo costituzionale non è sufficiente.
Dispiace dirlo, ma come una sola rondine,  anche una sola legge non fa primavera…

Carlo Gambescia

martedì 23 gennaio 2007

Il libro della settimana. Jeffrey C. Alexander, La costruzione del male. Dall'Olocausto all'11 settembre, il Mulino, Bologna 2006, pp. 239, Euroa 15,00.

https://www.mulino.it/isbn/9788815108951

La costruzione del male. Dall’Olocausto all’11 settembre (il Mulino, Bologna 2006, pp. 239, euro 15.00) è uscito nel giugno dello scorso anno. E finora, purtroppo, è passato inosservato. Il che è un peccato, perché si tratta di un libro importante, e almeno per due ragioni.
In primo luogo perché permette di scoprire la ricchezza della ricerca teorica di Jeffrey C. Alexander, docente a Yale, dove è anche co-direttore del Center for Cultural Sociology. L'autore, un sociologo, ha scritto da solo e con altri, una trentina di libri. Tra i quali l’importantissimo Theoretical Logic Sociology (1982 -1983, 4 voll.), l’ intrigante raccolta su Durkheim (Durkhemian Sociology: Cultural Study, 1988), nonché un dissacrante saggio dedicato a Pierre Bourdieu (racchiuso in Fin-de-Siècle Social Theory: Relativism, Reduction and the Problem of Reason, 1995). Oltre, ovviamente, ad altri notevoli lavori dedicati alla sociologia culturale. Una disciplina, che Jeffrey concepisce, non tanto come analisi delle istituzioni (compito che già appartiene alla sociologia della cultura), quanto dei codici narrativi e discorsivi, che caratterizzano in termini funzionali, interagendo tra di loro, ogni cultura. Di conseguenza, la cultura viene vista come insieme di pratiche, volte alla riproduzione del sistema sociale. In questo senso, anche il sociologo vive immerso nella culura, anzi lui stesso, studiando e insegnando, fa cultura, o, appunto, sociologia culturale. Per chi desideri saperne di più sull’Alexander “teorico”, si consiglia la lettura della voce Funzionalismo e neofunzionalismo (da lui scritta in collaborazione con Paul Colomy), in “Enciclopedia delle Scienze Sociali”, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Roma 1994, pp. 199-214. Anche perché, finora, Alexander, al di là degli ambienti specialistici, è poco noto. La costruzione del male, se ricordiamo bene, è il suo terzo libro tradotto in italiano.
In secondo luogo, la sociologia culturale, non è solo “roba” da professori. La costruzione del male, ribadisce come ogni società abbia proprio nella cultura il suo centro vitale. Un cuore pulsante, dove si mescolano emozioni, speranze, paure. Tutti sentimenti che, inevitabilmente, si traducono in narrazioni, che spesso assumono valore normativo. Dal momento che l’uomo sociale è capace di "costruire" il bene come il male”. Attenzione : non solo di “fare” il bene e il male, ma di “rappresentarli”, attraverso determinate strutture culturali, normative. Di qui il funzionalismo al contrario di Alexander, che si volge allo studio del male, che in apparenza, può sembrare “disfunzionale”. Mentre in realtà non lo è: perché svolge una precisa funzione identitaria e culturale. Certo, si tratta di un'antica idea filosofico-teologica, quella della dialettica tra bene e male. Ma Alexander ne fa una lettura sociologica, privilegiando il lato del male. Come nel caso dell’Olocausto, del quale, e giustamente, non viene mai messa in discussione in tutto il libro la verità storica. Alexander ne studia la rappresentazione culturale che i superstiti e le generazioni successive ne hanno dato. Sotto questo aspetto anche l'Olocausto diviene uno strumento simbolico, che come ogni strumento di questo tipo, ha fornito, dopo il 1945, senso storico e morale alle sue vittime, fornendo codici linguistici, letterari, cinematografici, giornalistici, dei quali il sociologo di Yale ricostruisce, molto attentamente origini e sviluppo. Tuttavia, come capita alle rappresentazioni collettive, a un certo punto, come scoprirà il lettore, anche la rappresentazione dell'Olocausto assume forza propria, andando oltre gli iniziali desiderata umani. E così i codici che avrebbero dovuto favorire il superamento del “dramma traumatico”, legato all’ evento-storico-Olocausto, e lenire funzionalmente le ferite, ottengono l'effetto contrario. Perché? Alexander pone l’accento sul “dilemma dell’unicità”. Lasciamolo parlare: “ Fu proprio questo status - di evento unico - che alla fine lo fece diventare generale e departicolarizzato. Questo perché come metafora del male radicale, l’ Olocausto forniva un criterio di valutazione per giudicare il male delle altre manifestazioni. Fornendo un tale criterio di giudizio comparato, l’Olocausto è diventato una norma, e ha dato il via ad una successione di valutazioni metonimiche, analogiche e legali, che l’hanno deprivato della sua unicità stabilendo il grado di somiglianza o differenza da altre possibili manifestazioni del male” (p. 103).
Per metterla in termini teorici generali: per un verso, la costruzione sociale del male subito, divenendo fonte di identità, può stabilizzare una collettività, spingendola ad andare oltre il suo passato, per quanto doloroso; per altro verso, la forzata "unicizzazione" del male subito, favorendo comparazioni e conflitti (non solo interpretativi) con altri gruppi sociali , può finire per porre in discussione la verità storica del male subito. Ma anche, di riflesso, minare la capacità di tale gruppo, dal punto di vista della costruzione sociale, di individuare un punto di equilibrio tra la "medicazione" di ferite ancora aperte e il suo naturale bisogno (collettivo) di identità.
Ovviamente, abbiamo fornito una ricostruzione molto semplificata di un libro complesso, ma ricco di stimoli, non solo sociologici (si leggano le interessanti pagine dedicate all’ “idealizzazione americana dell’11 settembre”. Che aiuta a capire - scivolando purtroppo nella triste attualità politica italiana - che il disegno di legge Mastella per punire il negazionismo della Shoah, se approvato, finirà per non giovare alla stessa comunità ebraica, e in prospettiva, alla causa di Israele. Perché, essendo basato sull' idea dell' unicità, moltiplicherà le comparazioni e i conseguenti conflitti, e per giunta, consentirà ai negatori ideologici dell’Olocausto di atteggiarsi a perseguitati.
Un vicolo cieco.

Carlo Gambescia

lunedì 22 gennaio 2007

Giornali
 Monoteismo liberista 




Su Repubblica di ieri è apparso un servizio a commento di un recentissimo studio dell’Antitrust sugli effetti delle liberalizzazioni del 1998 (Legge Bersani).
Ora, non abbiamo preso visione diretta dello studio. Ma quel che interessa è l’uso che ne ha fatto Repubblica. Se poi anche la ricerca dovesse riflettere i contenuti del servizio, allora la cosa sarebbe ancora più grave. Perché non  sarebbe più  un caso di ordinaria manipolazione giornalistica,  ma la dimostrazione della bassa qualità scientifica che distingue  gli “uomini di Catricalà”. Limitiamoci, per ora, a Repubblica.
Il succo del servizio è quello di dimostrare quanto le liberalizzazioni (commerciali) del 1998 abbiano fatto bene all’economia, ai lavoratori e ai cittadini. E che di conseguenza anche la legge del 2006 in materia otterrà gli stessi risultati. Ma la tesi ideologica di fondo è quella di mostrare quanto le liberalizzazioni, in ogni campo, siano una specie di panacea.
Per non farla tanto lunga, va detto che il dato più significativo, e più “pesante”, delle ricerca viene liquidato in sei righe. E di che si tratta? Lo studio dell’Antitrust dimostra che le liberalizzazioni commerciali hanno tagliato posti di lavoro. Ma Repubblica non ci dice quali e quanti. Però, ciò sarebbe avvenuto secondo l’Antitrust - come riporta (e non riteniamo casualmente) l’articolista - nella prospettiva “ di un’espansione futura attraverso un’intensa attività di investimento”. Peccato che nel servizio si siano dimenticati di riportare dati più precisi sugli investimenti effettuati dalle imprese commerciali “liberalizzate”.
Anche un altro dato pubblicato è sospetto, e perciò da verificare. Quale? Quello dell’aumento delle retribuzioni dopo il 1998 (dopo l’entrata in vigore della Legge Bersani). Perché sono aumentate, come si evince tra le righe dello stesso servizio, anche dove le riforme “liberali” non hanno funzionato. Quindi evidentemente, a differenza di quel che vuole fare credere Repubblica agli affezionati lettori, la relazione causale tra liberalizzazioni e crescita di salari e stipendi è solo uno delle relazioni, e neppure le più importante, per spiegare l’aumento delle retribuzioni. Ma qui lasciamo la parola agli economisti. Quelli veri. Che magari, ogni tanto, ci leggono.
Lo stesso discorso va fatto per i dati sulla crescita dell’inflazione. Il cui tasso di crescita è stato più o meno uguale ovunque, a prescindere dalle “liberalizzazioni”. Non può, insomma, un differenziale, tipo 0,2 %, avere valore probatorio, come invece gabella il quotidiano fondato da Eugenio Scalfari.  Diciamo la verità, credere sull’efficacia delle liberalizzazioni è un atto di fede. Ora, in campo politico-economico,  ognuno di noi, in chiave politeistica, può adorare gli dei (economici) che vuole. Quello che invece  non può essere assolutamente ammesso, è il monoteismo liberista. Come fa Repubblica.

Carlo Gambescia