giovedì 30 giugno 2011


Il libro della settimana: Valter Binaghi e Giulio Mozzi, 10 buoni motivi per essere cattolici, pref. di Tullio Avoledo, Laurana Editore 2011, pp. 140, Euro 11,90, 

http://www.laurana.it/


Werner Sombart ne Il socialismo tedesco, raccolse 187 «denominazioni» del termine socialismo. Si andava da «socialismo sociale » a «socialismo centralista », per cinque pagine di fila. Probabilmente per catalogare le definizioni di cristianesimo, religione bimillenaria, non basterebbero libri su libri… Per questa ragione non ci convince il tentativo di Valter Binaghi e Giulio Mozzi di produrre l’ennesimo libro in argomento: 10 buoni motivi per essere cattolici, (pref. di Tullio Avoledo, Laurana Editore 2011, pp. 140, euro 11,90 - http://www.laurana.it/). Ci spieghiamo subito.
L’idea dei «buoni motivi» implica una visione del cattolicesimo, di qui l’interpretazione o definizione: l’ennesima appunto. E di che si tratta? Binaghi e Mozzi, tifano per un «cristianesimo-cattolicesimo» dell’amore. Se si vuole, delle emozioni, poco sociologico, molto immaginario o immaginato… Ora, qualche pezza d’appoggio al nostro discorso.
La religione «cristiana cattolica (…) è, prima di tutto, una narrazione: un insieme, un coacervo di narrazioni. È una storia d’amore difficile e contrastata - come tutte le storie d’amore - tra un creatore e le sue creature» ( Binaghi e Mozzi, p. 25). Un creatore, «tanto innamorato da farsi ammazzare nel più umiliante dei modi – appeso a una croce, trafitti i polsi e i polpacci, ad agonizzare per ore – per dare prova del proprio innamoramento» (Mozzi, p. 46). Perciò, ecco il punto, trattandosi di una religione « fondata sul comandamento dell’amore, la Chiesa è caduta, secondo Ivan Illich, nella più pericolosa delle tentazioni: quella di voler “controllare – fino a regolamentarlo – questo nuovo tipo d’amore. Di creare un’istituzione che lo garantisca, lo assicuri, lo protegga, criminalizzando il suo opposto”. Corruptio optimi pessima. Ignorando ciò che Gesù disse davanti al suo giudice (“Il mio Regno non è di questo mondo”), la Chiesa ha fatto non solo di se stessa un’istituzione selettiva e conservatrice, ma su quel modello sono anche sorte le istituzioni secolari oppressive che l’occidente ha prodotto via, e che svelano la modernità non come l’antitesi ma come la perversione del cristianesimo» (Binaghi, p. 51). Per inciso, l’amico Alain de Benoist, a proposito del rapporto cristianesimo-modernità, dice più o meno le stesse cose. Ma lui non è cristiano…
Su queste basi, alquanto fragili sul piano della reale comprensione del funzionamento delle istituzioni sociali (che, attenzione, sono sempre selettive, gerarchiche e conservatrici, a prescindere dal credo…), vengono poi declinati i buoni motivi per essere cattolici. Motivi che possono essere più meno buoni, ma che risentono di un vizio d’origine: quello dell’assiomatizzazione del Dio dell’amore. Tesi, nessuno lo nega, che ha un fondamento teologico nel Nuovo Testamento. Ma che purtroppo non ne ha uno di tipo sociologico. Il che determina, nell’argomentazione di Binaghi e Mozzi, il mancato raccordo tra dover essere (il Comandamento dell’amore) e l’essere (il necessario funzionamento dell’istituzione-Chiesa, per forza di cose “sociologiche”, sempre selettiva, gerarchica, e conservatrice…). Una frattura che Mozzi e Binaghi, cercano di colmare puntando sul ruolo del profetismo, come punta dell’iceberg movimentista, nel nome, semplificando, di una specie di trotzkismo cristiano, all’insegna delle rivoluzione permanente: «Il profeta è dunque colui per il quale in qualsiasi momento, un atto di libertà è possibile. O, se preferite, è colui per il quale in qualsiasi momento un atto di speranza è possibile: il nesso tra speranza e libertà mi pare evidente. Qui, nella percezione che un atto di libertà e un atto di speranza sono possibili, nascono i gesti di coraggio. Nascono i grandi amori. Nascono le grandi intuizioni cognitive. Nascono le idee che guidano i popoli. Nascono le accettazioni estreme, come quella di Maria. Nascono i rifiuti estremi, come quelli dei martiri (da Stefano a Jan Palach). Eccetera» (Mozzi, p, 119). Perciò « anche la Chiesa, come ogni comunità, ha bisogno di essere rinnovata nello Spirito, e dunque non può fare a meno del profeta. Dagli Atti degli apostoli apprendiamo che ogni comunità cristiana delle origini ne aveva uno. Ivan Illich direbbe che ha maggior ragione ne ha bisogno, perché chi custodisce il dono più grande corre il più grande rischio: quello di organizzare una cinta muraria a difesa di quel dono anziché diffonderlo presso le genti, o di farne il fondamento e la giustificazione di un potere, pervertendone totalmente il significato» (Binaghi, p.127).
Che Mozzi e Binaghi, pensino a se stessi come nuovi profeti? Mah… sospendiamo il giudizio. Tuttavia, questo modo trotzkista (il movimento è tutto, l’istituzione nulla) di intendere il «cristianesimo-cattolico» è molto pericoloso. Perché rischia per un verso di distruggere un equilibrio bimillenario, frutto di necessari compromessi (perché sociologici) tra istituzioni e movimenti, mentre per l’altro di impoverire quella cultura della mediazione che, piaccia o meno, è necessaria a una Chiesa che pur non essendo del mondo deve comunque parlare al mondo. O no?
Quanto al Dio dell’amore, non essendo santi, profeti, mistici, teologi non abbiamo le carte in regola per pronunciarci. Con onestà, ammettiamo però di non avere tanta simpatia neppure per il Dio del Vecchio Testamento.
Di una cosa invece siamo più certi: l’uomo non è amore né odio allo stato puro. E i preti sono uomini come tutti gli altri (dal Papa all’ultimo parroco). Di qui, tre raccomandazioni ai cattolici (massì, ci buttiamo pure noi…): realismo, nel giudicare come spesso vanno, o meglio non vanno, le istituzioni della Chiesa; massima osservanza, per quanto umanamente possibile, del Decalogo; fede assoluta, dopo aver chiuso e riposto i manuali di sociologia, nella Provvidenza divina. Non è molto, ma può aiutare… Anzi, aiuta e da duemila anni.


Carlo Gambescia

mercoledì 29 giugno 2011


La scomparsa di Peter Falk
Quando il Tenente Colombo andò in Russia...


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La settimana scorsa, Peter Falk se ne è andato per sempre, e con lui il famosissimo Tenente Colombo. L’abile quanto mal messo poliziotto di origine italiana, capace di risolvere i casi più intricati, stringendo il colpevole nell’angolo, grazie alla sua perspicacia e al sudicio libretto degli appunti dove si annotava tutto.
Gli ultimi anni di vita dell’attore non sono stati felici, a causa di controversie in famiglia. Inoltre Falk soffriva di Alzheimer. Ma non è di questo che vogliamo parlare. I coccodrilli li lasciamo volentieri agli altri. Anche perché desideriamo ricordare in particolare un suo vecchio film italiano.
Piccola premessa. Come è noto Peter Falk non era di origini italiane, nelle sue vene scorreva sangue ungherese, polacco e russo. Eppure le sue caratterizzazioni più incisive restano quelle dell’italo-americano come il Tenente Colombo e del mafioso, simpatico e sfortunato di Angeli con la pistola. Miracoli di Hollywood…
Però, scorrendo i giornali in occasione della sua scomparsa, abbiamo scoperto solo qualche timido accenno a una delle sue più belle interpretazioni. E non del solito italo-americano, ma di un italiano tout court. Di quale caratterizzazione parliamo? Del tenente napoletano Mario Salvioni. Un suo stupendo cammeo, come si dice in gergo, nel film di Giuseppe de Santis, Italiani brava gente (1964): un’opera spettacolare sulla sfortunata campagna dell’Armir, girata in Russia e con grandi scene di massa. Un film che per certi aspetti, ricorda La Grande Guerra di Monicelli. Ecco quel che si legge in proposito nel classico Morandini (1999): « G. de Santis (1917-1997) persegue la sua idea di cinema popolare ricorrendo all’impiego dei generi (commedia dialettale compresa) e delle regole per piegarli in senso ideologico e didattico: l’internazionalismo, la divisione per classi e non per nazionalità, l’antieroismo, la solidarietà tra russi e italiani poveri, la denuncia dell’assurdità delle guerra».
Insomma, un film - prendendo spunto da una parola alla moda - piuttosto che fasciocomunista, comunista vecchia maniera… Ma riapriamo il Morandini: «Narrazione rapsodica attraverso quadri ed episodi corali, di un ‘epica “bassa” impregnata di una costante vena “malinconica” con una pittoresca galleria di personaggi e di macchiette tra cui bisogna ricordare almeno il tenente medico napoletano di P. Falk, l’antifascista meridionale di R. Cucciolla, il contadino emiliano di L. Pryguniov ».
Insomma, un grande Peter Falk. Sentiamo come ne parla, nel saggio dedicato a De Santis, il critico Stefano Masi: « Particolarmente felice è la costruzione del personaggio del tenente napoletano Mario Salvioni, uno scansapericoli che, solo per orgoglio, veste i panni dell’eroe e finisce per trovare la morte nel più stupido dei modi. Peter Falk è molto bravo nei panni di questo gagà napoletano. La sua non è la comicità drammatica di La grande guerra. Il personaggio che egli interpreta è simile, piuttosto, a quello del marinaio burlone di Roma ore 11, per la sua surreale assurdità, quasi zavattiniana. Mentre i partigiani russi lo conducono al loro accampamento, egli chiede ad uno di questi “comunisti atei”: “Ma se non credete in Dio con chi ve la prende¬te quando dovete bestemmiare?”. E alla bella partigiana molto seriamente fa la corte: “Tu sei proprio una bella ciaciona. Se capiti a Napoli ricordati che io abito in via Partenope numero 263, interno 8”. E aggiunge: “Ma prima di venire telefona!” » .
Aggiungiamo, confidando nella nostra memoria, che nel film, Peter Falk era doppiato da Carlo Croccolo, un napoletano verace, ma capace di inflessione dialettali da quartieri ricchi. Un modo di esprimersi, appunto da gagà, che faceva e fa la differenza con la parlata dei napoletani dei vicoli e dei bassi.
Se è vero, come si dice, che non esistono piccole o grandi parti, ma solo piccoli o grandi attori, il Peter Falk-Mario Salvioni, prova che con la morte dell'attore americano il cinema perde purtroppo un altro grande protagonista.

Carlo Gambescia


martedì 28 giugno 2011

Se potessi (non) 
avere 1000 euro al mese


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Ormai i giornali si occupano solo del caso Bisignani-P4, perciò quel che stiamo per riferire è finito sepolto sotto paginate e paginate di intercettazioni... Veniamo al dunque: secondo l’Istat, anno di grazia 2009, quasi la metà dei nonni d’Italia (il 46,5 per cento) ha un reddito da pensione inferiore ai 1.000 euro. Quattro soldi e con un’estate davanti… Sì perché, studi e indagini confermano che il periodo più duro per l’anziano è quello estivo. I mille euro, in fondo, sono la punta di iceberg, di una società che considera poco l’anziano , soprattutto quando arriva la “stagione dei bagni”, un momento in cui i già tenui legami familiari diventano ancora più flebili. Ci spieghiamo meglio. Le “grandi vacanze” segnano un punto di rottura anche negli affetti. E così molti anziani sull’orlo della vecchiaia e con pochi di mezzi finiscono per restare soli. O in amara “compagnia” , quando esistono infrastrutture sociali e culturali, di altri coetanei, a loro volta, vittime sacrificali dell’egoismo vacanziero dei figli. Un ghetto. 
Che cosa resta all’anziano solo in città? La televisione ( che di gran lunga è il passatempo preferito). Tenuta accesa, spesso, per più di otto ore giornaliere, in particolare, pare, dagli under settantacinque. Un dato, purtroppo confortato, dalle cosiddette morti domestiche, dove spesso il corpo senza vita di un “nonno” o di una “nonna”, viene ritrovato talvolta dopo settimane, davanti a una televisione urlante e indifferente. E con il telecomando “abbandonato” sul vecchio divano, tanto per citare Franco Battiato.

 Ora, senza pretendere di volare troppo alto, si può però dire che la “questione anziani” è legata all’uscita “dal ciclo produttivo” dell’uomo-anziano, in genere tra i sessanta e i sessantacinque. A quel punto, se non si hanno mezzi economici congrui, si corre il rischio di uscire dal circuito della socialità. Perché gli impegni degli anziani si rarefanno, a mano a mano che entrano nel ciclo della vecchiaia, dopo i settanta. Mentre figli, a loro volta, molto impegnati e soprattutto se privi di prole in età scolare da affidare ai nonni, si allontanano in misura crescente dai padri ormai vecchi.
In genere, dopo i settant’anni, la socialità tra padre e figli, si riduce al minimo di una telefonata giornaliera, se non settimanale. Restano le feste del ciclo religioso e familiare, che vengono però festeggiate sempre più di rado in famiglia. I figli, in fuga da un lavoro spesso oppressivo, preferiscono gli amici coetanei, oppure l’isolamento a livello nucleare (marito, moglie e figlio). in qualche località turistica.
Perciò, ripetiamo, d’estate, il maggiore isolamento di cui è vittima l’anziano, rischia di accrescerne l’ emarginazione esistenziale e sociale. Figurarsi poi, con meno di mille euro al mese da spendere…


Carlo Gambescia

lunedì 27 giugno 2011

Società di rating
C’è Moody’s e maniera…





E ti pareva. Adesso Moody’s ha messo sotto osservazione il rating di sedici banche dello Stivale. Perciò, si prepara un possibile taglio in linea con quello già adottato verso l’ Italia. Insomma, per queste società, pubblico e privato, stato e individui sono la stessa cosa. E per giunta si tratta di consulenze ben pagate, richieste dagli stessi soggetti che devono essere valutati. Detto brutalmente: cornuti e mazziati.
Ripassino storico-semantico. Il termine “rating” deriva dall’inglese “to rate” (giudicare, valutare). Il concetto si riferisce a una valutazione di tipo qualitativo; semplificando al massimo: se un soggetto economico sia o meno solvibile.
Attualmente, il rating è controllato da due operatori mondiali: Moody’s Investor Service (Moody’s) e Standard and Poor's Rating (S&P). Non va però dimenticato un terzo operatore, più piccolo: l’agenzia Fitch IBCA (Fitch), di proprietà francese, fondata nel 1924, quasi un due picche…
Standard and Poor’s iniziò la sua attività nel 1860, quando il fondatore Henry V. Poor propose agli investitori statunitensi un’analisi di affidabilità e qualità del credito dei progetti riguardanti l’edificazione di canali e ferrovie. Nel 1909, anno primo della presidenza del repubblicano Taft, nacque Moody’s Investor Service che cominciò a valutare i titoli del governo federale, trattandoli alla stregua di quelli emessi da qualsiasi privato: un fatto, soprattutto concettualmente, fondamentale. Si trattò della madre di tutte le privatizzazioni, comprese quelle di tanti nipotini venuti dopo, come la signora Thatcher e il presidente Reagan. E così Moody’s e S&P, guardarono per svariati decenni solo al ricco mercato statunitense.
Stando a uno studioso della materia, «il mercato del rating, conobbe un primo periodo di espansione tra il 1909 ed il 1930. Negli anni ’40, ’50 e ’60 le agenzie dovettero fronteggiare una domanda debole a causa di un ambiente caratterizzato da una bassa volatilità, un’economia sana e ben pochi fallimenti da parte delle aziende». Per contro, a partire «a partire dagli anni ’70 si è assistito ad un periodo di rapida crescita che dura fino ad oggi».
Gli esperti però non ci dicono che, dopo il 1945, l’approccio americano al mercato dei capitali fu imposto, al resto del mondo occidentale, per ragioni militari, di spada… Inoltre, a partire dalla fine degli anni Settanta, grazie alla vittoria mondiale delle tesi neoliberiste e al crollo politico, nella parte orientale, del nemico sovietico, la regolamentazione basata sui rating dilagherà in tutti i paesi, sviluppati e non, Unione sovietica inclusa.
Tuttavia le società di rating, come ogni altro attore economico, non possono non subire il peso di giganteschi conflitti di interesse. Dal momento che il mercato puro, buono e bello, esiste solo nei libri si testo di economia. Ad esempio, si pensi al fallimento di grandi società come Enron, WorldCom, Parmalat. Come mai, e parliamo di fatti avvenuti qualche anno fa, nonostante i prezzi delle loro azioni fossero in calo, o comunque soggetti a fluttuazioni anomale, le agenzie di rating si guardarono bene dal riformulare per tempo le proprie valutazioni favorevoli?
Alcuni esperti confidano tuttora nel Nuovo Accordo “Basilea 2” sui requisiti patrimoniali della banche. Accordo, entrato in vigore nel 2007, che consente alle banche di scegliere - stiamo semplificando - tra rating interno ed esterno, affidato appunto alle società di rating. C’è però un problema. Sembra infatti che i mercati continuino a confidare nelle valutazioni esterne alle imprese. Il che, in linea di principio, sarebbe pure giusto. Ma chi controlla i controllori?

Carlo Gambescia

venerdì 24 giugno 2011

Il libro della settimana: Emanuele Severino, Il mio ricordo degli eterni. Autobiografia, Rizzoli 2011, pp. 166, Euro 18,50. 

http://rizzoli.rcslibri.corriere.it/ .
Come accostarsi all’autobiografia di Emanuele Severino? Rivestendosi« condecentemente di panni reali e curiali», come il Machiavelli a ideale colloquio con gli «antiqui huomini»? Oppure andando in cerca, come in un improvvisato reality filosofico, dell’aneddoto, della curiosità, del momento di abbandono dietro le quinte della stringente teoresi?
Severino proprio «antiquo» non è, ma la levatura del filosofo è altissima, allo stesso livello dei nostri Maggiori. Quindi la risposta è scontata: «condecentemente» vestiti. Perciò il lettore si allacci le cinture. Anche perché dietro ogni riga dell’autobiografia, per usare un termine caro all’autore, si scorge un destino incontrovertibile: quello di un giovane di buona famiglia, destinato a diventare filosofo, all’interno di mondo affettivo ( genitori, fratello, moglie, figli, colleghi e amici, allievi) che in qualche misura (grande o piccola) partecipa di un destino unico, segnato da quegli eterni, che danno il titolo al volume. Poiché, scrive il filosofo, «in ogni uomo il suo ricordare è il suo ricordo eterno degli eterni - dove eterni sono, appunto, sia le cose ricordate, sia il ricordante» (p.137).
Del resto, secondo Severino, « “l’uomo” si illude di capire e perfino di approvare la verità, e addirittura di capire e farsi sostenitore del destino della verità ». Situazione che riguarda anche i filosofi: «In questa illusione mi trovavo e tuttora mi trovo (e vi si trova qualsiasi altrui esser “uomo” che creda di capire e di approvare il Contenuto del destino). Non è l’ “uomo” a capire il destino, ma è il destino stesso a capirsi e ad apparire nel proprio sguardo - e questo apparire siamo Noi nel nostro essere originariamente oltre l’ uomo » (p.100) .
Ma che cos’è il destino? La citazione è lunga ma necessaria: «La parola de-stino indica (…) lo stare: lo stare assolutamente incondizionato. Il destino è l’apparire di ciò che non può essere in alcun modo negato, rimosso abbattuto, ossia è l’apparire della verità incontrovertibile; e questo stesso apparire appartiene alla dimensione dell’incontrovertibile. Al di là di ciò che crede di essere, l’uomo è l’apparire del destino. Al centro di ciò che non può essere in alcun modo negato sta l’impossibilità che un qualsiasi essente (cose, eventi, stati della coscienza o della natura o di altro ancora) sia stato un nulla e torni ad esserlo. Questa impossibilità è la necessità che ogni essente - dal più umbratile e irrilevante al più grande e profondo - sia eterno. Al centro di questo centro sta l’apparire del senso autentico della impossibilità e della necessità. Nella sua essenza, ogni uomo è l’eterno apparire del destino; e nel cerchio del destino, in cui l’essenza dell’uomo consiste, va via apparendo ciò che sopra abbiamo chiamato manifestazione del mondo, cioè il grande sogno che include anche questo esser uomo che sono io e cha sta scrivendo intorno ai propri ricordi » ((pp.46-47).
Ovviamente, Severino parla anche di sé e della persone care. Ma sempre con l’occhio del grande filosofo «antiquo» capace di ricondurre ogni cosa dal particolare all’universale, e viceversa. Come a proposito dell’amatissima moglie Esterina, scomparsa alcuni anni fa: «Ho assistito a tutti e due i parti di mia moglie, entrambi in casa (…). In questo momento sto scrivendo nel mio studio. Alla mia sinistra, contro il muro, c’è una libreria che apparteneva ai miei genitori (…). Nell’imminenza del parto, dove ora si trova la libreria era stato disposto un lettino e lì Esterina diede alla luce Federico. Io ero pressappoco qui o accanto al lettino e la levatrice mi teneva su di morale. Ora mi guardo attorno e vedo il mio studio: giro la testa vedo la libreria. Ma Esterina su quel lettino e quella mattinata della Domenica delle Palme e il primo vagito di Federico non sono un passato a cui debba guardare con la tristezza che si prova per le cose perdute per sempre. Quella mattinata è lì tutta intera, eterna, appena dietro l’angolo dell’oblio, e, come ogni altra cosa passata, attende l’inevitabile, ovvero che giunga il tempo opportuno per rigirare l’angolo e tutta intera rifarsi innanzi, in Me, insieme a tutte le cose passate. In me, invece, in me come “uomo” e dunque come uno che ha ed è fede e che erra, qualsiasi cosa egli abbia a sentire o pensare, in me che ora sto girando la testa verso il muro e non vedo quella mattinata, sopraggiunge la tristezza del tempo perduto. Ma il mio esser oltre l’essere uomo, il mio esser Io del destino, vede che anche questa tristezza è un errare e che, quando il passato rigirerà l’angolo, essa avrà compimento. Non sarà annientamento, ma sarà il fondovalle che, non più coperto dalle nubi, si mostra ai piedi della corona dei monti. Poi tornerà la stanza di quella Domenica delle Palme, col lettino, e la stanza di quest’ora che mi ha visto girare la testa, trovando la libreria» (pp. 85-86).
Difficile trovare di questi tempi pagina più densa e profonda, ma al tempo stesso illuminante. Perché capace di riassumere un pensiero dove la vita si fa filosofia, la filosofia destino, e il destino verità. 

Carlo Gambescia

giovedì 23 giugno 2011

Ma quando è stata la P1?
di Carlo Gambescia



Bollettino meteo-politico. Come previsto, la tempesta di chiacchere intercettate, targate Inchiesta Bisignani,  si è regolarmente  abbattuta sull’Italia politica e non…  Battute a parte, ormai, quello delle paginate di intercettazioni a  singhozzo,  è  uno sport nazionale, più diffuso del gioco del calcio.  Con una aggravante. Quale?  Visto lo spazio sproporzionato riservato dai media ai gossip giudiziari,  è come  se  tutti gli italiani, anche quelli che amano il Polo,  fossero  obbligati a seguire h24 il campionato di calcio.     
Il nostra  analogia tra i due mondi  è spericolata? Magari poco calzante?  D’accordo, allora mettiamola così.  Che in Italia sia esistita una P2 è vero… Che tuttora  ci siano in giro molti  faccendieri pure.  Ma che esistano una P3 e perfino una  P4, francamente,  ci sembra eccessivo…  Intanto, la scorsa estate, in seguito all’arresto di Flavio Carboni,   qualcuno  tirò fuori l’etichetta P3.   Chi? Boh…  Gli appartenenti? I giudici? I media?   Dopo un anno, ancora  non  si sa  nulla, neppure circa la presuntiva colpevolezza (sbandierata dai  media di sinistra)  della cosiddetta cupola (Carboni. Verdini, Dell’Utri…,).   Però, fu tutto un pigolio mediatico  di  P3 di qua, P3 di là.
Adesso, è addirittura saltata fuori la P4. Ma Bisignani lo sa? Boh… E la gente comune?  Ariboh…
In realtà,  carpendo qui e là qualche conversazione (al bar, in metropolitana, al mercato), abbiamo scoperto che  principalmente ci  si interroga sulla sorte della P1: «  “ Dotto’,  sì,  la P2 me la ricordo, ma quando è stata la P1?», mi diceva proprio ieri il portinaio.  Dando così per scontata, come al cinema dopo il quarto, quinto episodio di un sequel , l’esistenza in vita  delle varie P3, P4, e così via.…  Circostanze, invece, ancora tutte da provare.
Sempre che non si voglia usare un falso teorema politico a scopo ideologico, per defenestrare, seguendo la via  giudiziaria,   il  Governo in carica. Che tutto sommato, nonostante gli ultini rovesci,  sembra tenere.
Insomma,  crediamo che i giudici - certi giudici, non tutti ovviamente - stiano maltrattando l’ Italia. Perché un conto è combattere la corruzione puntando su fatti provati, un altro pretendere di far cadere un Governo, votato dal popolo, sulla base di puri teoremi  a sfondo complottistico, amplificati ad arte dai giornali amici. Una strategia del gambero, il cui unico risultato può essere  quello di accrescere la disaffezione dei cittadini  verso la democrazia: perché andare a votare, ci si potrebbe chiedere, se poi  la sorte dei governi viene decisa, non dal libero voto, bensì  da giudici e media politicamente schierati?
Ma, in realtà, che cosa era la P2? Boh…  Per alcuni un nido di cospiratori, per altri  un raggruppamento di  patrioti anticomunisti, per altri ancora una raduno di bons vivants. Il giudizio dipende, tuttora,  dallo schieramento politico. Anche perché, a parte Licio Gelli - uno che a Roma chiamerebbero “ er sola” - gli altri “iscritti” sono stati tutti assolti…
A proposito,  ma davvero quando è stata la P1?

Carlo Gambescia

mercoledì 22 giugno 2011


Un libro (discutibile) di  Gustavo Zagrebelsky 
A scuola di democrazia? 
Sì, ma con giudizio




La domanda non è tra quelle che spingono a leggere un post… Ma noi ci proviamo lo stesso: la democrazia può essere insegnata e quindi imparata da cittadini-studenti? Non è facile rispondere. Si può dire, semplificando al massimo, che a differenza degli antichi, che preferivano studiare la democrazia e le sue degenerazioni, i moderni hanno preteso, da subito, senza troppi approfondimenti, di insegnare la propria a tutti cittadini, come la migliore e l’unica. Un esempio del primo tipo è dato dall’opera politica di Aristotele. Mentre del secondo, dal pesante pedagogismo liberal di Dewey, uno dei padri del pragmatismo filosofico americano.

Quanto all’Italia, si pensi a certa pedagogia politica democratico-risorgimentale, non sempre di buona lega. Il che non significa che tra i moderni siano mancate figure dedite allo studio della democrazia. Ne citiamo solo uno, croce e delizia, di generazioni di studenti di storia delle dottrine politiche: Charles-Louis De Secondat, Barone di Montesquieu. Un pensatore affascinato dallo studio della “natura” e del “principio dei Governi”, spesso malamente assimilato, proprio dagli studenti …Non desideriamo però annoiare il lettore con spocchiosi rimandi e citazioni o con un generico invito a potenziare lo studio dell’Educazione civica a scuola. Prima di tutto, infatti, rimane un problema di mentalità democratica da risolvere. Perciò facciamo subito un esempio. Ecco, si prenda, il libro di Gustavo Zagrebelsky, Imparare democrazia (Einaudi), scritto appunto da un giurista, vero nume tutelare, ideologicamente parlando, del “Partito” rappresentato dal quotidiano la Repubblica, alle cui pagine, come si usa dire, laiche, democratiche e antifasciste, il professore attivamente collabora.
Zagrebelsky può essere definito un “moderno”, perché interessato alla pedagogia della democrazia. Però ne parla, senza dare alcuna preventiva definizione del politico in senso puro, schmittiano. Insomma, senza il necessario riferimento all’ astoricità e universalità - pardon, per i paroloni - delle tre categorie di individuazione del nemico, decisione e conflitto. Il che, purtroppo, non facilita lo sviluppo di una pedagogia democratica né di una matura teoria della democrazia, né di una mentalità sinceramente democratica. Certamente, Zagrebelsky, forse proprio perché giurista, ha una visione nobile della democrazia come idea regolativa, fondata sull’ uguaglianza e sull’ espansione dei diritti. E soprattutto, come missione che riguarda da vicino ogni cittadino responsabile. Di qui, a suo avviso, l’importanza di una pedagogia democratica, tra uguali, basata sull’esempio e sulla diffusione di una comune consapevolezza civica e civile: la « sua ricompensa [dell’ideale democratico] sta nello stesso agire per realizzarlo», così scrive, lapidario.
Tuttavia l’ analisi di Zagrebelsky, resta sospesa tra la norma (come deve essere la democrazia) e la descrizione dei fatti (com’è in realtà). Non c’è ponte tra i due aspetti, come del resto tuttora mostrano tanti manuali scolastici di Educazione civica, vuoti e retorici. Per quale ragione? Perché l’impianto normativo-pedagogico del suo pensiero non può consentirlo. Ad esempio, si pensi all’accento posto da Zagrebelsky sull’importanza ideale del dialogo tra eguali in democrazia, come fattore pedagogico per eccellenza. Il che è vero in teoria, ma non sempre in pratica. Esistono, infatti, all’interno della nostra stessa cultura politica sostenitori di altre forme di democrazia: socialista, locale, diretta, federale, eccetera. I quali hanno idee profondamente diverse dell’eguaglianza: economica, sostanziale, territoriale, eccetera. Vanno insegnate anche queste ultime, soprattutto a scuola, oppure no? Inoltre, si pensi alle questioni ecologiche, sulle quali spesso le popolazioni locali insorgono in nome di interessi particolari. Sono anche queste forme di democrazia degli uguali, oppure no? Per non parlare del conflitto in atto fra le democrazie occidentali e fondamentalismi religiosi. I quali si appellano, a loro volta, a un’idea di democrazia “comunitarista”, totalmente differente, o comunque non uguale alla nostra…
A queste domande Zagrebelsky non risponde… Salvo porre l’accento sulla bontà assoluta dei valori occidentali, quale base minima (ed egualitaria…) per stabilire un proficuo dialogo universale. Il che è veramente paradossale. Perché si tratta di valori-base non condivisi da tutti. Ecco allora - se ci si passa la rozza metafora - rientrare dalla finestra, il conflitto, in precedenza, fatto uscire dalla porta principale. Che ne facciamo, professor Zagrebelsky dei cattivi studenti in democrazia occidentale? Li convertiamo, “dialogando” a suon di bombe e missili?
Ricapitolando, si può insegnare ( e quindi imparare) la democrazia? Sì, ma con giudizio. E in che modo? Confidando nell’idea che quella che si sceglierà di insegnare (e quindi imparare), sarà sempre una, tra le tanti forme esistenti di democrazia, e non l’unica o la definitiva. La democrazia, in ultima istanza, è dialogo tra diversi, mai tra uguali.

Carlo Gambescia