venerdì 11 marzo 2011

Rivoluzionari (dilettanti) 
allo sbaraglio

Le famose "Guerre pacioccone" di Attalo 


Auspicare, come abbiamo letto nei giorni scorsi, che quel che è avvenuto in Libia possa accadere anche in Italia è degno di incolti come Antonio Di Pietro. Oppure di confusionari come Massimo Fini, il piccolo Georges Sorel della Bovisa. Vista la tenacia, ma non il rigore teorico, con cui invoca, quasi ogni giorno su Internet, l’uso della violenza risolutrice contro il Governo Berlusconi.

Violenza e politica
Ovviamente, nessuno disconosce il ruolo della violenza in politica, come mezzo, tra gli altri, per agguantare il potere. Secondo Pareto, Mosca, Michels, che se ne intendevano, la storia è il cimitero delle aristocrazie politiche, anche nel senso dell’ eliminazione fisica. Però una cosa è studiare l’uso della violenza in politica, un’altra farne la quotidiana e stupida apologia. Dimenticando, per dirla con un Padre della Chiesa, che «l’ira è un’erbaccia, l’odio un albero». Detto altrimenti: l’odio resta, l’ira passa. L’odio è una disposizione permanente a infierire sull’altro. Mentre un momento d’ira, di cui dopo ragionando ci si pente, può capitare a tutti, l’odio rischia sempre di trasformarsi in quercia secolare: un albero gigantesco i cui rami impediscono ai raggi della ragione umana di filtrare. Altro che erbaccia…
Ma c’è anche un altro aspetto, ancora più importante. Antonio Di Pietro e Massimo Fini giocano alla rivoluzione: vogliono azione… Se la ridono dei ritualismi della democrazia rappresentativa. E immaginano che le classi dirigenti, nascano come per incanto, spuntando dal nulla come il coniglietto bianco dal cilindro del prestigiatore… Di più: sproloquiano sulla rivoluzione come giusta occasione per sfasciare tutto e ricominciare da capo.

La macchina tritacarne della rivoluzione
Ma come nasce una classe dirigente? Attraverso quali canali si forma e sale a posizioni di comando? Qual è il suo rapporto con l’idea di rivoluzione?
Sono domande fondate, che purtroppo i rivoluzionari un tanto al chilo non si pongono. A Di Pietro e Fini basta sbraitare contro la classe dirigente, anzi dominante, ritenuta inetta, corrotta, eccetera. Purtroppo, per dirla con Camus, che sostanzialmente ripeteva la lezione di Tocqueville, «tutte le rivoluzioni moderne, hanno avuto per risultato un rafforzamento del potere statale» (L’uomo in rivolta). Ciò significa, come aveva intuito anche Joseph de Maistre, ancora prima di Tocqueville e Camus, che «non sono gli uomini che guidano la rivoluzione, è la rivoluzione che guida gli uomini» (Considerazioni sulla Francia). Insomma le rivoluzioni, se sono tali, non si fanno mai a metà… Una volta avviata la macchina tritacarne rivoluzionaria non è facile fermarla.
Ma entriamo nel cuore della questione. Oggi in Occidente le classi dirigenti - semplifichiamo ovviamente - provengono da due canali principali, la politica (i partiti), l’economia (industrie e banche). Sullo sfondo di una società di ceti medi, dove le élite (politiche ed economiche) usano un linguaggio universalista, consumista e democratico. Una retorica politica, dai detrattori definita buonista, che, almeno per ora e nonostante la crisi economica, sembra godere di largo consenso.Per contro, le possibili crepe del sistema vanno ravvisate nell’ eccessiva rilevanza, assunta dalle classi dirigenti economiche su quelle politiche. Uno spostamento di baricentro dalla politica all’economia del resto inevitabile. Perché i canali di formazione delle élite sono economici (facoltà di economia, scuole di specializzazione, banche, imprese industriali, società finanziarie). È perciò ovvio che dirigenti politici, così plasmati, privilegino una visione economicistica, dal momento che - ripetiamo - dipendono strettamente, per dirla in sociologhese, dal sottosistema economico.



Rivoluzioni: istruzioni per l’uso
Ora, dove nascono e si formano - chiamiamole così - le contro-élite rivoluzionarie?Di regola, nascono o sul campo, durante la rivoluzione. E qui l’ esempio classico e quello delle rivoluzioni borghesi (inglese, americana e francese). Oppure provengono da strutture politiche preesistenti, come nel caso della minoranza bolscevica russa, poi costituitasi in partito comunista. Infine, va ricordata, come sintesi delle due forme precedenti, l’esistenza di formazioni armate partigiane, partitiche e ideologiche, come nel caso dei fronti di liberazione nelle guerre di indipendenza nazionale. Naturalmente le contro-élite rivoluzionarie devono rispecchiare una reale situazione di disagio sociale (di ceti e classi a rischio) e attingere a un serbatoio di valori consensuali capaci di mobilitare, altrimenti il pericolo resta quello della rivoluzione di vertice, a base burocratica, in genere guidata dai militari. Di solito ciò avviene nei paesi in cui le forze armate sono l’unica struttura sociale di riferimento. Si pensi a certe rivoluzioni latino-americane, a cominciare dal peronismo (che però fu appoggiato anche dai sindacati), oppure a ciò che ora sta accadendo in Africa. Naturalmente, il rischio-verticismo riguarda anche i partiti rivoluzionari preesistenti a ranghi ridotti, come prova il fallimento del socialismo reale, finito nelle mani di una elefantiaca e improduttiva burocrazia di partito.In ultima istanza, il destino istituzionale di una rivoluzione è legato al grado di effettivo consenso sociale che il nuovo ordine riesce a incarnare e capitalizzare nel tempo. E qui si pensi anche all’ impopolare involuzione burocratico-bellicista - per alcuni già implicita nel Dna - di fascismo e nazismo.
Una capacità che dipende dalla reale volontà delle contro-élite rivoluzionarie di stabilizzarsi, armonizzando bisogni reali e valori, come è avvenuto nel caso delle rivoluzioni borghesi. Una volontà spesso condizionata, ma non determinata, dal gioco delle circostanze storiche.

Dilettanti allo sbaraglio
Resta poi un aspetto sociologico-generazionale, individuato da Ortega y Gasset. Il quale sosteneva che « una rivoluzione dura soltanto quindici anni: un periodo che coincide con l’efficienza di una generazione» (La ribellione delle masse) . Ora, si può discutere sulle cifre fornite dal filosofo spagnolo (quanto dura una generazione quindici anni? Venticinque? Trenta? ), ma non sul principio: perché il vero problema, per la contro-élite rivoluzionaria, non è solo la conquista del potere, ma come trasmetterlo alle generazioni successive, di regola, poco desiderose di bruciarsi le giovani manine al sacro fuoco di una rivoluzione accesa da altri, nel caso specifico da padri liquidati come antiquati.
Per tornare a noi, dal momento che nell’Europa attuale non c’è alcun partito bolscevico, probabilmente le contro-élite rivoluzionarie dovranno, se rivoluzione vi sarà, formarsi sul campo. Ma se la rivoluzione, come alcuni sostengono può nascere solo dal cataclisma economico, quanto più la situazione economica si stabilizzerà, tanto più la rivoluzione diverrà remota. Detto altrimenti: niente rivoluzione, niente contro-élite rivoluzionarie. Da questo punto di vista la credenza che dal disordine (le due crisi: economica e rivoluzionaria) possa nascere spontaneamente l’ordine (le contro-élite rivoluzionarie) ricorda quella cristiana nella provvidenza. Mentre servirebbe - ma molto prima del possibile cataclisma - la presenza di organizzatori del calibro di Lenin o del «Mussolini il rivoluzionario» (fino al 1920), ben descritto dallo storico De Felice.
Insomma, la rivoluzione è cosa troppo seria, per lasciarla nelle mani di dilettanti allo sbaraglio come Antonio Di Pietro e Massimo Fini. 

Carlo Gambescia

giovedì 10 marzo 2011

Il libro della settimana: Pietro Grilli di Cortona e Orazio Lanza, Tra vecchio e nuovo regime. Il peso del passato nella costruzione della democrazia , il Mulino 2011, pp. 368, euro 29,00. 


www.mulino.it

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Si può apprendere la democrazia? La domanda è certamente di attualità. Dal momento che in questi giorni, da ultima la Libia, l’Africa sembra scossa da venti di rivolta. Democratici, appunto. Ma quale sarà il peso dell’eredità dei precedenti regimi autoritari sulla futura democratizzazione? Soprattutto perché, come insegnava Tocqueville, si possono cambiare di colpo le istituzioni politiche, anche con la forza di un rivoluzione, ma non le strutture sociali e le mentalità pre-esistenti. Perciò la transizione alla democrazia implica nei popoli, l’apprendimento graduale, ossia la capacità di metabolizzare gli errori passati, senza per questo negare totalmente la propria identità storica. Osservazione, in fondo banale, che tuttavia gli americani stentano tuttora a capire.
In argomento può essere di grande utilità e interesse la lettura dello studio, ancora fresco di stampa, curato da Pietro Grilli di Cortona e Orazio Lanza: Tra vecchio e nuovo regime. Il peso del passato nella costruzione della democrazia (il Mulino 2011, pp. 368, euro 29,00). I due curatori, docente universitari di Scienza politica, rispettivamente a Roma e Catania, hanno prodotto, insieme a un agguerrito gruppo di collaboratori, una ammirevole sintesi di scienza politica comparata. Lo studio è infatti dedicato all’intrigante problema del ruolo giocato dall’eredità autoritaria nei processi di democratizzazione o ri-democratizzazione. Processi che ruotano intorno alla questione della capacità o meno, da parte delle élite politiche e burocratiche sopravvissute alla dittatura, di apprendere la grammatica di una democrazia, che piaccia o meno, affonda le radici nel Vecchio Continente.
La risposta degli autori è sostanzialmente positiva, anche perché giocano in casa. Infatti lo studio è circoscritto ai seguenti paesi europei: Italia, Germania, Spagna e Portogallo, Polonia e Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia, Bulgaria e Romania, Russia. Diciamo che le nazioni più indietro nell’apprendimento sembrano essere le ultime tre . Anzi per la Russia, in realtà da sempre divisa tra Oriente e Occidente, si parla di vera e propria involuzione.
Ma, sull’importanza di un corretto rapporto politico con il passato, lasciamo la parola a Pietro Grilli di Cortona: «Per quanto distruttiva e discontinua possa essere una transizione, nessun regime nasce in un vuoto storico e istituzionale: le tracce del passato restano sempre e con esse occorre fare i conti (…) . Oltre che con le eredità visibili (élite, istituzioni, organizzazioni, prassi politiche) occorre fare i conti con quelle invisibili, prevalentemente la memoria del passato fatta filtrare da élite, mass media e istituzioni. Il tema è difficilmente circoscrivibile (…) ma la sua rilevanza nella politica delle democrazie è evidente: la riattualizzazione di fatti accaduti tanti anni prima può sembrare assurda, ma è parte della politica quotidiana e presenta aspetti positivi e negativi. Il passato fascista, nazionalsocialista, comunista, franchista, “collaborazionista”, nazionalista, nonché la complicità, i delitti e le responsabilità delle élite continuano a costituire altrettanti criteri con cui misurare scelte e comportamenti politici, a condizionare la legittimazione reciproca tra forze politiche contrapposte» .
Si tratta divisioni che noi italiani, purtroppo, conosciamo bene. Perciò un uso accorto della memoria può favorire l’ apprendimento politico, e dunque il futuro della democrazia, non solo in Europa. Anche se, come nota Grilli di Cortona, «la memoria presenta rischi negativi se si trasforma nell’ “ossessione della memoria”, in un passato che non passa mai, che continua ad alimentare conflitti e contrapposizioni» capaci di offrire alla politica solo «orientamenti paralizzanti »
Concludendo, diamo un piccolo consiglio al popolo libico: deporre Gheddafi può andar bene. Anche dimenticarlo. Ma senza esagerare. 

Carlo Gambescia

mercoledì 9 marzo 2011

Polemiche
Festa della Donna e dintorni




Dal post di ieri sulla Festa della Donna è scaturito un interessante dibattito . Di particolare rilievo l’intervento di Fabrizio Marchi, giornalista, scrittore, fondatore del Movimento degli Uomini Beta, impegnato, come dire, nel contro-femminismo militante, nonché autore di Le donne una rivoluzione mai nata (Mimesis), recensito qui: http://carlogambesciametapolitics.blogspot.com/2007/10/il-libro-della-settimana-fabrizio.html
Ecco la mia replica. Prima però il commento di Fabrizio Marchi:
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Caro Carlo,
in realtà la mia critica era rivolta soprattutto alla prima parte del tuo intervento (sulla questione eguaglianza fra i sessi e il riferimento a Tocqueville dirò qualcosa fra breve). Quella, per capirci, dove sostieni che, cito testualmente “le donne oggi guadagnano meno degli uomini, sono licenziate prima degli uomini, e non fruiscono nella stessa misura degli uomini, pur essendo spesso più brave, di analoghe posizioni di comando e responsabilità. Quindi sotto questo profilo resta ancora strada da percorrere”.Non sono d’accordo, oggi la grande maggioranza degli uomini (quelli non appartenenti alle elite maschili dominanti) , come spieghiamo (non a chiacchiere ma con i fatti) in tanti articoli del nostro sito, vive una condizione di oggettiva subordinazione, materiale e psicologica, sia nei confronti delle suddette elite dominanti (sia maschili che femminili), sia nei confronti del genere femminile nel suo complesso. A tutt’oggi, nel terzo millennio, i maschi di “terza classe“sono coloro che svolgono i mestieri più pesanti, nocivi e rischiosi. E sono gli stessi a crepare sul lavoro con percentuali che definire bulgare è un eufemismo (97%; il rimanente 3% di donne muore in itinere, cioè mentre si reca sul posto di lavoro… ). Sarai d’accordo con me che è quanto meno singolare che in una società dominata dalla spregevole oppressione maschilista” a morire sul lavoro siano quasi esclusivamente uomini…Pensa se invece la società fossimo dominati dal femminismo…(è ovviamente ironico ciò che dico, noi pensiamo che in realtà lo siamo…)Oggi un uomo e un padre “normale” (cioè un impiegato, un operaio, un tecnico, un insegnante, un precario) che si separa, viene espropriato di tutto: dei figli, della casa (anche se è di sua proprietà e ci sta pagando il mutuo), del reddito. In altre parole viene letteralmente buttato fuori di casa, gettato sul lastrico, in una condizione di prostrazione psicologica e morale devastante. E’ ormai noto che una gran parte degli “ospiti “ delle varie sedi della Caritas sono uomini e padri separati. Oggi un uomo che non appartenga alla elite dei maschi “vincenti” e di successo, economicamente e socialmente affermati, è praticamente un “invisibile”, costretto a sbattersi e a scimmiottare penosamente i modelli sociali dominanti senza averne i mezzi, sia materiali che immateriali, per poter vivere uno straccio di sessualità, “affettività” (a condizione…) e di vita relazionale, altrimenti negategli. In parole molto povere, è un povero cristo costretto ad elemosinare o peggio, a “comprare” (direttamente o, il più delle volte indirettamente) dei “beni” immateriali (sessualità e affettività) ridotti concettualmente, culturalmente, prima ancora che praticamente, a merce.Questa storia degli uomini (tutti) , sempre e comunque oppressori e privilegiati, e delle donne, sempre e comunque oppresse, discriminate e vittime innocenti è ormai, come si suol dire, una leggenda metropolitana che deve essere sfatata. Un banale quanto rozzo copia-incolla del concetto marxiano di conflitto di classe applicato alla relazione fra i generi. Poco più di una favola per bambini, per quanto mi riguarda. Eppure si è fatto largo nella cosiddetta “sinistra” occidentale liberal e post sessantottina che lo ha sposato in toto. Ricordo peraltro (senza nessuna nostalgia, sia chiaro, ma solo per correttezza di informazione…) che il femminismo non è nato né a Mosca né soprattutto a Pechino (nella Cina ultracomunista e ultra ideologizzata di Mao) dove era considerato, e non a torto, un “prodotto del capitalismo nonché un fenomeno piccolo borghese reazionario da combattere con risolutezza”...(sto usando quello stesso linguaggio utilizzato in quei contesti proprio per essere ancora più chiaro ed esaustivo…)Tornando a noi, quella del minor reddito complessivo femminile rispetto a quello maschile, è un’ altra delle grandi operazioni di mistificazione in corso da tempo (come quella sulla mano omicida degli uomini come prima causa di morte per le donne: 140 donne uccise in media ogni anno in Italia di cui il 20% per mano femminile, e circa 20.000 stroncate dal cancro…Nonostante l’evidenza sono arrivati a sostenere simili menzogne…) Il fatto che le donne guadagnino complessivamente meno degli uomini non è dovuto a discriminazione (sfido chiunque a portarmi un contratto di lavoro in cui a parità di qualifica e mansioni una donna guadagni meno di un uomo…)ma ad una serie di fattori: 1) la maternità 2) una gran parte opta per lavori meno impegnativi e con un minor orario e carico di lavoro (scuola e pubblica amministrazione 3) molte scelgono di lavorare part time e lasciano al marito il compito (e l’onere) di portare a casa la fetta maggiore di reddito, di cui comunque godono a loro volta i frutti, anche e soprattutto nel caso di separazione o divorzio… Il calcolo del reddito femminile è una delle operazioni più ipocrite, paragonabile a quelle sul PIL dei vari paesi. E’ ovvio che, sulla base delle considerazioni testè svolte, se mettiamo sulla bilancia il monte ore di lavoro complessivo delle donne e quello maschile, il reddito delle prime sarà minore di quello dei secondi…Ciò detto, nessuno disconosce che, ai più alti livelli (banche , finanza, industria ecc.) siano gli uomini (alcuni uomini, una esigua minoranza) ad occupare in maggioranza i posti più remunerati (e di più alta responsabilità). Ma questo è il risultato di un processo storico, sociale, culturale e antropologico estremamente complesso che rimanda alla divisione sociale dei compiti, dei ruoli e delle funzioni che nel corso dei millenni è andato costruendosi fra i generi e che non può essere ridotto (a meno di non voler essere banali) a questo banale paragone fatto col “bilancino” del dare avere, destoricizzato e decontestualizzato, come viene invece fatto dalla vulgata dominante corrente e “politically correct”.A fronte dei privilegi maschili (fra cui, ricordiamolo, anche quelli di crepare in miniera o in trincea o su una nave che affonda in pieno oceano) quali sono stati e quali sono tuttora i privilegi femminili? Ne vogliamo parlare? Quando volete, sono a disposizione di tutti e mi farebbe molto, molto piacere.
Sulla questione dell’eguaglianza e del riferimento a Tocqueville. Ci siamo occupati molto di questo tema sul nostro sito. E’ stata fatta negli ultimi decenni, molta confusione su questo punto. Il concetto di eguaglianza è stato artificiosamente sovrapposto con quello di omogeneizzazione e massificazione, tipici della cultura dominante di quello che un acuto e non omologato pensatore di nome Costanzo Preve, definisce come “capitalismo assoluto”. Noi non pensiamo affatto che maschi e femmine siano eguali, nel senso di uniformi. Siamo altresì convinti che i due generi siano ontologicamente differenti. E’ ovvio (come spieghiamo in un articolo del sito dal titolo “Natura e cultura”) che non ha senso separare completamente natura e cultura. Gli esseri umani sono appunto esseri sia naturali che culturali, e sono il risultato di questo complesso processo evolutivo che vede i due fattori compenetrarsi vicendevolmente (la vulgata di destra ritiene che la natura umana sia immodificabile, quella di sinistra, al contrario, ritiene che tutto possa essere modificato in seguito ad operazioni di ingegneria sociale).Noi riteniamo invece che gli uomini e le donne debbano riconoscersi reciprocamente nelle loro rispettive diversità e peculiarità, cosa che oggi non avviene perché il genere maschile è stato ed è costantemente colpevolizzato e criminalizzato. Una operazione mascherata come “progressista”, di “sinistra” e “politicamente corretta”, ma in realtà profondamente qualunquista, interclassista, sessista e razzista. Il contrario insomma di ciò che dovrebbe essere la Sinistra (senza virgolette e con la S maiuscola).Naturalmente il discorso sarebbe ed è lunghissimo e sono stato fin troppo prolisso per un post su face book. Però rivolgo un appello a Carlo e agli altri amici e amiche di questa lista. Vogliamo approfondire la questione? Ne vogliamo parlare dal vivo e con più tempo e calma? Siamo consapevoli che l’argomento è tabù, sia a destra che soprattutto a sinistra (alla quale apparteniamo, senza dogmi né steccati, e credo che proprio quanto stiamo affermando lo dimostri…), dove siamo considerati alla stessa stregua dei “socialfascisti” al tempo dello stalinismo o di negazionisti dell’Olocausto. Devo purtroppo ammettere che a “sinistra”, l’integralismo e la rigidità ideologica sono tuttora molto più potenti e radicati che non a destra (credo). Proprio questo tema lo dimostra. A sinistra è crollato tutto quello che poteva crollare eppure se si prova anche solo ad avanzare una critica al femminismo (e a come si è evoluto) scattano i fili dell’alta tensione. Come mai? Cosa c’è dietro a questa riluttanza (è dir poco…) a voler mettere mano alla questione?...Io qualche idea ce l’ho ma mi fermo qui…Grazie e scusatemi ancora per la lunghezza ma se siete nella lista di Carlo Gambescia siete sicuramente in grado di “reggere” queste mie modestissime e forse noiose riflessioni.


P. S. Vi invito a leggere alcuni articoli del sito, in particolare il Manifesto del Movimento, dal titolo “Il Movimento Beta”, a mia firma, e “L’emergere storico della Questione Maschile”, a firma di Rino Della Vecchia, entrambi sulla homepage)


Fabrizio Marchi
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Caro Fabrizio,
un piccolo appunto. Non si risponde, diciamo così, ad una “Allocuzione” ( il mio post di ieri, circa tremila battute) con una “Enciclica" (il tuo commento, circa diecimila battute). Bisogna battersi ad armi pari: a tremila battute si risponde con tremila battute. Altrimenti, io che dovrei fare? Rispondere con una doppia Enciclica? O addirittura scrivere un libro sugli Uomini Beta? Del resto anche tu scrivi di mestiere e sai benissimo quali sono le regole del gioco. Tuttavia è proprio l’impetuosa lunghezza del tuo testo a denunciare un atteggiamento intellettuale - scusami - che a me non piace: quello della guerra culturale, del colpo su colpo… Che, di regola, non porta da nessuna parte. Come ben spiega, se condotta all’estremo, la nullificante retorica delle opposte statistiche ( e quindi nel "mucchio" mi ci infilo anch'io...). Però la sociologia politica, pur servendosi delle cifre, insegna che Auctoritas, non veritas facit legem…
E qui vengo al punto. La questione fondamentale è quella del principio organizzatore. Ora, in una società come la nostra che venera l’eguaglianza, riconoscendone l’ Auctoritas, a prescindere dalla sua Veritas, come è possibile opporsi ad essa rimanendo al suo interno? Tocqueville, suggeriva l’associazionismo, come forma di temperamento dell’ eguaglianza e dell’ individualismo dei moderni. Un rimedio che forse poteva funzionare nell’Ottocento, ma che nella nostra società tardo sensistica, praticamente disintegrata, implica quasi automaticamente - parlo sempre dell’associazionismo - la guerra per bande, come prova la nascita di movimenti intellettuali fortemente conflittuali (io li chiamo "antisti") come il tuo, e di altri movimenti, altrettanto duri, che vi si oppongono.
Il problema, purtroppo, non è quello di una diversa declinazione del concetto di eguaglianza (che ha due sole varietà, soprattutto sul piano applicativo: formale e sostanziale), ma di dove trovare un altro principio organizzatore. E soprattutto di come imporlo.
Perciò caro Fabrizio la rivoluzione non potrà non essere totale. Ma chi ci assicura che dopo staremo tutti ( uomini e donne) meglio?


Carlo Gambescia

Ecco la contro-contro-replica di Fabrizio Marchi.

Caro Carlo,

mi scuso ancora per la lunghezza, non voleva assolutamente essere una forma di scortesia nè tanto meno di scorrettezza nei tuoi confronti. Ci mancherebbe altro...Purtroppo la sintesi non è il mio forte e la passionalità con cui ...porto avanti le mie idee mi porta talvolta involontariamente a debordare...Sono certo che hai compreso perfettamente quale fosse il mio spirito. In realtà non c’era nessuna polemica nelle mie parole, ho solo preso spunto dalle tue considerazioni, sempre estremamente interessanti, puntuali e mai scontate (anche in quei casi in cui non le si condividono), per sostenere le mie ragioni. Diciamo che ho approfittato per prendermi un po’ di spazio…Un peccato veniale che certamente mi perdonerai perché tu per primo sai quanto sia difficile portare avanti argomenti che cozzano con il cosiddetto “pensiero unico dominante” (in qualsiasi ambito e su qualsiasi materia…).Ciò detto, ti ringrazio moltissimo per lo spazio, la considerazione e la stima (assolutamente reciproca) che hai nei miei e nei nostri confronti. Ribadisco che, avendone tempo e voglia, si potrebbe organizzare un incontro su questo tema che io considero “strutturale”, come ben sai. Non sono necessarie iniziative ufficiali (convegni, conferenze ecc.). Anzi, credo che sia opportuno che innanzi tutto gli uomini si incontrino ufficiosamente per discutere di queste problematiche che li riguardano molto da vicino e che invece normalmente tendono a rimuovere (spiego le ragioni di questa rimozione sul sito http://www.uominibeta.org/ nell’articolo a mia firma dal titolo “Ciò che paralizza gli uomini”,proprio sulla homepage).Mi metto naturalmente a disposizione per l’eventuale organizzazione di questo incontro informale e ufficioso. Naturalmente chiunque volesse mettersi in contatto con noi può farlo scrivendo alla posta del sito.Grazie ancora per tutto. Un sentito, sincero e affettuoso abbraccio a te e agli altri amici e amiche della tua lista!
Fabrizio Marchi



Caro Fabrizio,
grazie, prendo nota di tutto. Benché - e ti prego di apprezzare la sincerità - io sia piuttosto pessimista sugli esiti di eventuali incontri pubblici o parapubblici.

Carlo Gambescia

lunedì 28 febbraio 2011

Il linguaggio dei nuovi media 
Costi e ricavi


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Il medium è il messaggio? Dopo Mcluhan il problema è sempre lo stesso. Detto altrimenti: è più importante quel che si dice o il chi e il come? Il contenuto o la forma del messaggio?
La risposta non è facile. Perché da essa dipende la corretta valutazione dei nuovi media, che a detta di alcuni avrebbero universalizzato i contenuti del nostro linguaggio, mentre secondo altri no. Diciamo che la verità è nel mezzo.
Studi recenti provano che il linguaggio dei giovani, soprattutto la generazione cresciuta a pane e Internet, è mutato, universalizzandosi, anche grazie all’uso del basic english di tipo informatico. Vocaboli come cliccare, craccare, eccetera sono entrati nel linguaggio comune. Come del resto è ben documentata la rilevanza dei Social Network (altro termine nuovo), teatro di fiorenti incontri amicali: reti fiduciarie che si esprimono attraverso linguaggi nuovi di zecca e ricchi di accattivanti richiami informatici. Ad esempio, oggi non si è più in casa o meno, ma si è on-line/off-line…
Inoltre, grazie allo sviluppo della telefonia cellulare e delle chat il linguaggio degli sms ha prodotto una vera e propria neo-lingua. Ecco un piccolo esempio tratto da un’inchiesta giornalistica: « Cmq sec. me se stas. c6è meglio così parl1po; se inv. nn c6fa niente». Tradotta in italiano la frase suona così: «Comunque secondo me se stasera ci sei è meglio, così parliamo un po’; se invece non ci sei non fa niente». Morale: la prima è di quaranta caratteri la seconda di sessantaquattro. Il che significa un congruo risparmio di tempo e denaro.
Tuttavia quel che si guadagna in quantità forse lo si perde in qualità: il medium pc, ad esempio, avvicina e allontana troppo in fretta, basta un clic per escludere, pardon bannare, chiunque all’improvviso non piaccia più a un cuore narciso.

Inoltre, la lingua di una chat resta priva delle sfumature che spesso “fanno” la differenza culturale tra individui. Perciò viva l’universalismo-egualitarismo dei nuovi media? Certo. Anche se impone, come sta avvenendo, un prezzo da pagare: si comunica velocemente con troppe persone e il più delle volte in modo superficiale. Onestamente, contabilizzare cinquemila amicii su Facebook significa veramente spezzare il pane dell'amicizia? Mah...
Superficialità, che per certi aspetti ricorda nei contenuti la diffusione del libro a stampa nel Cinquecento, segnata dal prevalere di una letteratura facile e popolare. Che però favorì lo sviluppo dell’alfabetizzazione e delle moderne istituzioni democratiche.
Ciò significa che Internet, grazie alla sua icasticità comunicativa, potrà influire, e in misura maggiore del libro, sulla capacità di mobilitazione politica della gente (si pensi, per ora, all’influenza dei Social Network sui movimenti di protesta, anche di segno opposto, dai no-global ai tea party). Oppure potrà potenziare l'arma, non proprio felice, del gossip politico, come nel caso delle sopravvalutate "battaglie" di WikiLeaks.
Resta però una controindicazione: lo strapotere del politicamente corretto, oggi molto forte soprattutto negli Usa, patria dei nuovi media. Infatti, i controlli linguistici su Internet, in base a parole chiave sono notevoli. Talvolta basta poco per essere individuati e bannati. Ovviamente, anche a Cuba le cose non vanno meglio…Anzi. Il che però significa che potere economico e politico sono sempre in agguato.
Insomma, il bicchiere può essere visto come mezzo vuoto o mezzo pieno. Fermo restando che in ultima istanza, come scriveva Ferdinand De Saussure, il padre della linguistica moderna, la radice del linguaggio è nell’interiorità dell’individuo. E perciò l’uomo, alla fin fine, sa sempre cosa è bene per lui. Quindi - botta di ottimismo inizio settimana - nessuna paura, ce la caveremo anche con Internet.

Carlo Gambescia


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venerdì 25 febbraio 2011

Il dopo Gheddafi
Chi  ne raccoglierà  il  potere?


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Per trarre qualche utile lezione politologica e sociologica dalla crisi libica è inutile concentrarsi sulla retorica mediatica e politica. Retorica, attenzione, largamente usata dagli occidentalisti più sfrenati come dagli ammiratori di Gheddafi.
Il problema fondamentale che la crisi libica pone - come sa ogni studioso serio di politica - è quello del vuoto di potere. Infatti il potere non ammette vuoti, al massimo brevi sospensioni o stati di eccezione.
Fino a quando il Colonnello, con le buone o le cattive, ha tenuto politicamente insieme la Libia, il vuoto non c’era. La Libia, ricca di petrolio, mostrava di essere all’altezza degli altri attori politici ed economici internazionali e quindi di favorire, seppure a fasi alterne e maggiormente dagli anni Novanta in poi, una politica di ordinato equilibrio esterno. 
Ora però non è più così. Il che pone due problemi
Primo. La Libia è oggettivamente in guerra con se stessa. E con una differenza sociologica importante rispetto all’Egitto e alla Tunisia. Quale? Che, come alcuni hanno notato, esercito e polizia sono divisi secondo linee etniche e tribali. E che quindi il Paese, da questo punto di vista, è più simile allo Yemen e alla Somalia. Il che non depone in favore di un rapido ritorno alla pace interna e, soprattutto, per vie interne.
Secondo. Il vuoto di potere rischia perciò di perdurare anche dopo l’eventuale caduta di Gheddafi. Si faccia attenzione all’assenza tra i rivoltosi di un qualsiasi governo provvisorio o comitato insurrezionale capace di parlare a nome di tutti.
Pertanto, dal punto di vista, del superamento del vuoto di potere, non restano che due possibilità: o un “recupero” di Gheddafi o un intervento occidentale in favore di una delle parti in lotta. Attualmente il Colonnello è completamente isolato. Quindi, se intervento ci sarà, non sarà di sicuro per rimetterlo in sella. Salvo che Russia e Cina non si oppongano fermamente a un intervento armato Nato. Ma, a loro volta, dovrebbero indicare un successore o comunque un referente politico interno. E dove trovarlo in una realtà clanico-tribale? Quanto all' Africa - in particolare quella Settentrionale - si tratta di un attore, almeno per ora, completamente fuori gioco. Dell’Onu è inutile parlare.
La vera questione perciò è quella del vuoto di potere. Il potere libico andrà a chi sarà capace di raccoglierlo.

Carlo Gambescia
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giovedì 24 febbraio 2011

Il libro della settimana: Luciano Lanna, Il fascista libertario. Da destra oltre la destra tra Clint Eastwood e Gianfranco Fini, Sperling & Kupfer 2011, pp. 256, euro 17,00.



www.sperling.it

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È possibile far andare a braccetto Eugenio Scalfari e Alain de Benoist? Il plutocrate del giornalismo radicale e lo spartano avversario del Pensiero Unico? No. A meno che non ci sia sotto il tentativo di nobilitare, attraverso un libro, un progetto politico parassitario. Ora, il libro è quello di Luciano Lanna, Il fascista libertario ( Sperling & Kupfer), mentre il progetto politico rinvia a Gianfranco Fini. Sulla natura personalistica dello strappo finiano è inutile sprecare parole. Soprattutto alla luce del flop milanese.
Che dire invece del libro di Lanna? Che non è un rigoroso saggio di storia delle idee, visto che la bibliografia secondaria è quasi tutta basata su fonti giornalistiche. Né, come sfugge allo stesso autore, « un libro di politica» o di teoria politica, perché, come spiegheremo, privo di qualsiasi valore teorico. E non è neppure, come lo definisce il volatile prefatore, Luca Barbareschi, una «cronaca culturale». Perché quando si fa “cronaca” (si pensi a certi affreschi di Montanelli) non si cerca, una pagina sì e l’altra pure, di certificare la coerenza delle posizioni politiche di Fini. Sfiorando il ridicolo, come sull’ immigrazione, dove mai si accenna alla Bossi-Fini. E nelle Conclusioni, dove in onore del Fini-Radamès, Lanna si attacca a pieni polmoni alle trombe dell’Aida.
Quanto al fascismo libertario, per tornare sull' inesistente valore teorico del libro, diciamo che viene ricondotto, all’insegna dell’et-et debenoistiano (ma leggendo Del Noce al contrario) a un azionismo di destra (buono) che occhieggia alla sinistra non comunista (buona). Che però non avrebbe radici illuministiche. Probabilmente si tratta di romanticismo fascista rispolverato e purificato… Lanna infatti accenna all’ omonimo libro di Sérant, ma in modo soft. Sapendo benissimo che l’et-et debenoistiano è una cosa, mentre l’aut-aut azionista-antifascista di Scalfari, principale sponsor del progetto finiano, un’altra. E così glissa su quei temi, come l’antisemitismo (Arendt) e il feroce anticapitalismo ( Kunnas e Furet), che avvelenarono il versante dark del fascismo immenso e rosso: sia a livello di regime che di movimento. Come provano le Leggi razziali del 1938, poi ribadite a Salò, che libertarie di certo non furono…
Insomma, il metodo Lanna - visto che altrove si parla di «metodo Perina» - consiste nelle citazioni e parafrasi, selettivamente aggiustate “in funzione di”. Prendiamo il caso della Nuova di Destra anni Ottanta. Secondo Lanna, dietro il progetto tarchiano c’era una «sensibilità nuova» ovvero «per dirla in positivo, comunitaria e libertaria a un tempo, postliberale e radicata nella grande cultura del Novecento, dalla vocazione euromediterranea e contraria allo “scontro di civiltà”, pacifica e solidarista, capace di pensare e declinare una dimensione del sacro nel rispetto della società secolarizzata, in grado di ipotizzare un’alternativa nella sfera economica al paradigma utilitarista e al modello dell’egoismo sociale, attenta alla qualità della vita e all’idea di una “modernità con l’anima” promotrice di un mondo plurale in cui le specificità vengano valorizzate e integrate, avversa a qualsiasi forma di imperialismo culturale e alla logica di esportare la democrazia con le armi fautrice di una prospettiva inclusiva e aperta di cittadinanza democratica». Perfetto. Siamo davanti a una bellissima parafrasi - certo, dichiarata - del miglior Tarchi. Ma di quello antisistemico e anticapitalista. Che c’entra tutto questo con l’ insistente ricerca da parte di Fini di rendite sistemiche e filocapitaliste ? Giudichi il lettore.
Ma il culmine del metodo Lanna è raggiunto a pagina 131, dove per edificare le ultime giravolte centriste di Fini, si ricorda che « il 31 maggio 1984, parlarono allo stesso tavolo Umberto Croppi, Giuseppe Niccolai e Giano Accame con l’esponente del Psi Antonio Landolfi e, soprattutto, con il giovane Francesco Rutelli»…
Si noti il «soprattutto». Inutile aggiungere altro.

Carlo Gambescia
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mercoledì 23 febbraio 2011

Oggi pubblichiamo il post del giovane amico Giacomo Gabellini. Si tratta di una rilettura de La Quarta Guerra Mondiale di Costanzo Preve. Libro, a nostro avviso, sicuramente interessante ma di taglio geofilosofico piuttosto che geopolitico, nonché influenzato da quella visione idealistica e idealizzante (in senso filosofico e morale) della concezione marxiana, così spesso rimproverata a Preve. Di qui il consiglio di integrarlo con altre letture più sobrie e strutturate, due in particolare: Gianfranco La Grassa, Finanza e poteri (Manifestolibri), ottimo vademecum per ogni buon realista post-althusseriano; Angelo Panebianco, Guerrieri democratici (il Mulino), eccellente ritorno a un realismo liberale più attento alle costanti del politico che alle presunte "regole" del mercato.
Buona lettura. (C.G.)


Riletture 
"La Quarta Guerra Mondiale"
di Giacomo Gabellini

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Se c'è un merito indubbio, tra i tanti, da riconoscere al professor Claudio Mutti, è quello di aver scelto di inserire tra le pubblicazioni della piccole ma agguerrite Edizioni all'insegna del Veltro ( http://www.insegnadelveltro.it/ ) molti saggi particolarmente eterodossi rispetto allo stagnante Zeitgeist contemporaneo.
Tra i tanti testi di indubbio valore, spicca senz'altro il saggio firmato dal prolifico e istrionico filosofo torinese Costanzo Preve (nella foto) , intitolato "La quarta guerra mondiale" Costanzo Preve, (La Quarta Guerra Mondiale”, Edizioni all’insegna del Veltro” 2008, pp. 192 ). Pensatore di formazione marxista, Preve si è sempre considerato un filosofo "divergente" rispetto all'ortodossia interpretativa che ha contribuito a fare delle idee del grande ebreo trevirese un vero è proprio oggetto di culto. In ogni caso, l'impostazione di carattere marxista propria a Preve si evince già dalle prime righe della prefazione, in cui egli ammette il proprio rammarico nel prendere atto del "revisionismo" postumo operato da molti intellettuali (Toni Negri e Marco Revelli in primis) provenienti dalla sua stessa area culturale, che hanno immolato tutti i propri ideali "di gioventù" sull'altare del "politicamente corretto" per condannare senza appello il Ventesimo Secolo, liquidato come vero e proprio "secolo delle ideologie assassine". Preve respinge questa lettura oltranzista e conformista offrendo una propria, originale riconsiderazione degli eventi.
Ma qual è la data di inizio della Quarta Guerra Mondiale? Il 1991, quando la ristrutturazione economica gorbacioviana meglio nota come “perestroijka”, improntata alla “glasnost” (trasparenza), assestò il colpo definitivo alle casse sovietiche e innescò un repentino effetto domino di conseguenze sempre più disastrose che culminarono, per l’appunto, con la disgregazione dell’Unione Sovietica è l’instaurazione di un assetto unipolare del mondo, con gli Stati Uniti al comando. In quello specifico frangente storico va collocato, secondo Preve, l’inizio della Quarta Guerra Mondiale, un conflitto quasi esclusivamente combattuto sul terreno della cultura. Autori di puro stampo reazionario colsero l’occasione per proclamare una non meglio precisata “fine della storia” (Francis Fukuyama), che avrebbe sancito il trionfo della democrazia anche negli angoli più remoti del pianeta, mentre altri (Samuel Huntington) preferirono andarci coi piedi di piombo e richiamarsi a un fantomatico “scontro di civiltà” che avrebbe visto la cultura confuciana e quella islamica opporsi frontalmente a quella “occidentale”. All’epoca la Russia era tenuta in pugno dall’ubriacone Boris El’cin che diede il via a una serie di privatizzazioni in ambito economico che rimpinguarono enormemente il portafogli di uno sparuto manipolo di “oligarchi” (Mikhail Khodorkhovskij, Roman Abramovich, Boris Berezovskij ecc.) ben assistiti da governi e poteri forti occidentali, a spese di una popolazione ridotta alla fame. In questa congiuntura si inserì un personaggio di nome Vladimir Putin, cui Preve riconosce enormi meriti, non ultimo dei quali quello di aver riportato la Russia nel novero delle principali potenze mondiali. Il circo mediatico occidentale si è invece scagliato contro Putin e contro tutti gli uomini politici dei paesi più disparati, accomunati dalla volontà di restituire alle proprie patrie un accettabile grado di sovranità. Preve non manca di smascherare l’ipocrita atteggiamento tenuto da quelli che definisce “intellettuali vaselina”, ovvero personaggi appartenenti alla risma sopra descritta, impegnati, con la loro costante opera di mistificazione (anche grazie alla visibilità che il circuito mediatico garantisce loro) a tempo pieno a inculcare il Verbo del Nuovo Ordine Mondiale nelle menti di milioni di persone.
Come si vede, ipocrisia e moderazione non trovano quartiere nell’incedere previano. Comunque, tirando un po’ le conclusioni, è possibile affermare che La Quarta Guerra Mondiale è un libro partigiano, scritto da un intellettuale che non nasconde il proprio background culturale e che non rinnega la propria giovanile fede comunista, ma che avverte l’urgenza di utilizzare gli strumenti indicati da Marx e da alcuni suoi interpreti (Lenin su tutti), per comprendere la complessa realtà che abbiamo sotto gli occhi. Una bella sfida.
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Giacomo Gabellini
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Giacomo Gabellini si interessa di filosofia, storia, politica e geopolitica. Autore di numerosi articoli che toccano i temi indicati per il blog Conflitti & Strategie (www.conlittiestrategie.splinder.com), con il quale collabora attualmente.
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