lunedì 22 gennaio 2007

Giornali
 Monoteismo liberista 




Su Repubblica di ieri è apparso un servizio a commento di un recentissimo studio dell’Antitrust sugli effetti delle liberalizzazioni del 1998 (Legge Bersani).
Ora, non abbiamo preso visione diretta dello studio. Ma quel che interessa è l’uso che ne ha fatto Repubblica. Se poi anche la ricerca dovesse riflettere i contenuti del servizio, allora la cosa sarebbe ancora più grave. Perché non  sarebbe più  un caso di ordinaria manipolazione giornalistica,  ma la dimostrazione della bassa qualità scientifica che distingue  gli “uomini di Catricalà”. Limitiamoci, per ora, a Repubblica.
Il succo del servizio è quello di dimostrare quanto le liberalizzazioni (commerciali) del 1998 abbiano fatto bene all’economia, ai lavoratori e ai cittadini. E che di conseguenza anche la legge del 2006 in materia otterrà gli stessi risultati. Ma la tesi ideologica di fondo è quella di mostrare quanto le liberalizzazioni, in ogni campo, siano una specie di panacea.
Per non farla tanto lunga, va detto che il dato più significativo, e più “pesante”, delle ricerca viene liquidato in sei righe. E di che si tratta? Lo studio dell’Antitrust dimostra che le liberalizzazioni commerciali hanno tagliato posti di lavoro. Ma Repubblica non ci dice quali e quanti. Però, ciò sarebbe avvenuto secondo l’Antitrust - come riporta (e non riteniamo casualmente) l’articolista - nella prospettiva “ di un’espansione futura attraverso un’intensa attività di investimento”. Peccato che nel servizio si siano dimenticati di riportare dati più precisi sugli investimenti effettuati dalle imprese commerciali “liberalizzate”.
Anche un altro dato pubblicato è sospetto, e perciò da verificare. Quale? Quello dell’aumento delle retribuzioni dopo il 1998 (dopo l’entrata in vigore della Legge Bersani). Perché sono aumentate, come si evince tra le righe dello stesso servizio, anche dove le riforme “liberali” non hanno funzionato. Quindi evidentemente, a differenza di quel che vuole fare credere Repubblica agli affezionati lettori, la relazione causale tra liberalizzazioni e crescita di salari e stipendi è solo uno delle relazioni, e neppure le più importante, per spiegare l’aumento delle retribuzioni. Ma qui lasciamo la parola agli economisti. Quelli veri. Che magari, ogni tanto, ci leggono.
Lo stesso discorso va fatto per i dati sulla crescita dell’inflazione. Il cui tasso di crescita è stato più o meno uguale ovunque, a prescindere dalle “liberalizzazioni”. Non può, insomma, un differenziale, tipo 0,2 %, avere valore probatorio, come invece gabella il quotidiano fondato da Eugenio Scalfari.  Diciamo la verità, credere sull’efficacia delle liberalizzazioni è un atto di fede. Ora, in campo politico-economico,  ognuno di noi, in chiave politeistica, può adorare gli dei (economici) che vuole. Quello che invece  non può essere assolutamente ammesso, è il monoteismo liberista. Come fa Repubblica.

Carlo Gambescia

domenica 21 gennaio 2007


Disastri  ambientali
Un pizzico in più  
di responsabilità, no?


Sulla questione del cambiamento climatico, al di là dei catastrofismi televisivi, più o meno di maniera, nessuno sembra interrogarsi seriamente sulle possibili conseguenze del fenomeno. Il problema è grave, perché gli eventuali riflessi sociali andrebbero divisi in due categorie: quelli prodotti dalla trasformazione del clima, e quelli causati dall’intervento dell’uomo, in condizioni di grave emergenza, per porvi riparo.
Ma andiamo per ordine.
Intanto, va detto che sulle conseguenze ambientali del mutamento climatico si sono già abbastanza diffusi i media: elevamento della temperatura, desertificazione, sollevamento del livello del mare, eccetera. Questi mutamenti - e veniamo al punto - provocherebbero innanzitutto una serie di conseguenze sociali dirette: spostamenti di popolazione, stravolgimento della localizzazione economica, sviluppo e diffusione di nuove patologie, e perfino epidemie. Si tratta di fenomeni che andrebbero a distribuirsi temporalmente nell’arco dei prossimi trenta-cinquant’anni, così almeno sostengono gli esperti. Il che significa che nell’arco di un paio di generazioni il nostro sistema di vita potrebbe cambiare radicalmente. E in peggio.
Inoltre, alle conseguenze sociali dirette, andrebbero ad aggiungersi, intersecandosi con le prime, le conseguenze sociali indirette, prodotte, attenzione, dall’intervento dell’uomo in risposta, ad esempio, agli spostamenti di popolazione, al grave peggioramento della situazione economica negativa e alla diffusione di pericolose patologie tropicali.
Il nocciolo del problema, che di solito non viene affrontato, neppure dagli esperti in tematiche ambientali, è che, quanto più si ritarda a intervenire, tanto più si rischia di incorrere in due fenomeni. Vediamo quali.
In primo luogo, la sociologia c’insegna che le cosiddette catastrofi sociali (guerre, rivoluzioni, epidemie, disastri naturali) provocano una centralizzazione del potere sociale, e la conseguente riduzione delle libertà individuali. Si pensi a quel che accade durante una guerra: militarizzazione del potere politico, economico e perfino culturale (attraverso l’introduzione di una censura sempre più rigida…). Perciò nella “guerra” contro l’improvviso e rapido peggioramento delle condizioni ambientali si riprodurrebbe un fenomeno del genere. Si pensi solo alla gestione politica di un esodo verso l’interno delle popolazioni rivierasche . E alla conseguente sistemazione (in tutti in sensi: abitativa, sociale, economica) delle medesime Oppure, alla diffusione di epidemie con centinaia di migliaia di malati da isolare e di morti ai quali dare sepoltura. Non stiamo facendo, a nostra volta, del catastrofismo, ma semplicemente segnalando quel che capita ai gruppi sociali nelle situazioni di grave pericolo.
In secondo luogo, alla centralizzazione si affianca la polarizzazione dei rapporti sociali. Nelle situazioni di emergenza, il gruppo sociale tende a scindersi in tre sottogruppi: da un parte una minoranza che dà il meglio di sé (si pensi agli episodi di abnegazione, in occasione di una calamità naturale); dall’altra, una minoranza, che invece dà il peggio di sé (si pensi ai saccheggi e altri atti criminosi….). Nel mezzo, resta invece la maggioranza della popolazione, che in qualche modo, senza eccedere, cerca di reagire al pericolo. E, ovviamente, la situazione rischia di andare incontro a derive sociali ancor più pericolose, quando, come è accaduto ed accade, le minoranze antisociali, si organizzano e prendono il potere. La polarizzazione rinvia alla centralizzazione e viceversa. Non c’è scampo. E si tratta di due “costanti” che ritroviamo, come dire, nelle situazioni “al limite”, in cui viene messa dura prova la capacità di reagire dell’uomo.
Ora, se dal punto di vista sociologico, la situazione che ci aspetta è questa, perché non intervenire per tempo, con provvedimenti graduali, e tutto sommato democratici, in grado di impedire che la catastrofe ambientale, incipiente, possa in un futuro, abbastanza vicino, trasformarsi in una catastrofe sociale, segnata da involuzioni autoritarie e antisociali?

Carlo Gambescia

venerdì 19 gennaio 2007


Anche i ricchi piangono
Il film di Lapo Elkann


Quando Lapo Elkann finì in ospedale, la prima reazione fu quella di ritenere la famiglia Agnelli proprio sfigata. La seconda di pietà verso un giovane, tutto sommato simpatico: un bambacione, certo ricco, ma finito in un brutta storia. La terza, non nostra, ma colta in giro: “ è la solita storia, questi (i ricchi) pur avendo tutto, vogliono provare tutto…”. La quarta, sentita al Bar Sport, infieriva volgarmente sulle cattive compagnie del ragazzo (come si diceva un volta). Infatti, come subito venne fuori su giornali, Lapo Elkann aveva trascorso la “nottata” dell’overdose nell’abitazione di un transessuale.
Insomma, sesso droga e rock and roll. C’era tanto materiale per un’aspra invettiva contro la corruzioni dei tempi, di quelle che piacciono tanto ai tromboni della morale.
Sì, è vero, il pesce comincia a puzzare dalla testa. Ma il problema della dipendenza da droghe, e in particolare quello dell’uso di cocaina, è ormai un problema diffuso. Tra gli sniffatori ci sono i ricchi, ma anche un ceto medio, di piccoli consumatori e spacciatori, e purtroppo molti giovani Secondo l’ultima Relazione annuale sullo stato delle tossicodipendenze il 5,4 per cento degli italiani tra i 15 e i 44 anni avrebbe sniffato almeno un volta nella vita. Tra gli studenti si scende al 4,8, e sotto i sedici anni al 2 per cento. Mezzo grammo di cocaina costa dai 35 ai 50 euro, per una dose possono bastare 20 euro. Lo “sballo”, in fondo, è a portata di tasca…
Insomma, il giovane Lapo si trovava in buona compagnia (si fa per dire…).
Ma perché ci si droga? Tra i giovani “per provare tutto e fare tutto”, tra gli adulti, per “ricaricarsi” e in alcuni casi anche per poi arrotondare, spacciando. Inoltre sembra che la coca, ma solo in certi ambiente scelti, sia uno strumento di ricatto, controllo e ascesa sociale. Il rischio della dipendenza viene fuori col tempo, e non perdona, dal momento che si finisce quasi sempre per morire di ictus o infarto.
Se la nostra non fosse una società dello spettacolo, quel che era capitato, avrebbe dovuto far riflettere sulla sprovvedutezza di tanti giovani meno famosi, e con minori responsabilità, del manager Fiat. Per poter poi agire, potenziando la prevenzione, e dove occorra, le attività di repressione.
Ma come al solito finì tutto in chiacchiericcio mediatico: o nel romanzetto rosa (il giovane Lapo, vittima della coca, per dimenticare un amore infelice), o nell’invettiva moralistica a scelta: variante religiosa (il giovane Lapo, come un peccatore punito da Dio ); variante tradizionalista (il giovane Lapo, come prodotto di una classe dominante da kali-yuga); variante laica (il giovane Lapo, come traditore della vera cultura di impresa: quella che impone la nanna alle 20 e la sveglia alle 6).
Per capire i problemi delle dipendenze, consiglio sempre di rivedere un vecchio film con Jack Lemmon e Lee Remick, I giorni del vino e delle rose. In quel film, che narra la storia di due alcolizzati, si riporta il problema della dipendenza a qualcosa di profondo che corrode dal di dentro e da sempre l’uomo: una cieca volontà di autodistruzione, indipendente da ogni vincolo sociale, culturale, morale e religioso. Un male intenso che porta alla morte. E quando ci si “ammala” non bastano per salvarsi un lavoro appagante, l’amore sincero, e lo stesso desiderio di smettere. Il film non ha lieto fine: a un certo punto si “ferma”, tecnicamente termina, lasciando però le cose, come sospese, al di là del bene e del male.
Il succo de I giorni del vino e delle rose è che per contrastare il problema delle dipendenze non servono il moralismo da quattro soldi, o peggio, il buonismo un tanto al chilo. Certo, va fatto tutto il possibile sul piano della prevenzione medica e psicologica. Il segreto però è aiutare senza la pretesa di giudicare e magari di risolvere per sempre un problema, che in realtà è interiore, e spesso impenetrabile: molte storie individuali dei pazienti non sono a lieto fine, e quel che peggio, è che legioni di psicologi e sociologi non hanno tuttora capito perché.
Ora Lapo è “ritornato”, tra i lampi dei flash dei fotografi e i sorrisi malandrini delle modelle, ma, francamente, è difficile dire come finirà anche il suo il film…
Carlo Gambescia

giovedì 18 gennaio 2007


L'allargamento dell'aeroporto  militare Nato Tommaso Dal Molin  di Vicenza
I pasticci di Prodi



La questione dell’allargamento della base militare Usa di Vicenza non è solo un problema di filo o antiamericanismo. Ma di dignità nazionale, di rispetto per i cittadini di Vicenza: tutti; sia quelli che vogliono l' "allargamento", sia quelli che non lo vogliono. Mentre la sua gestione, dimostra, ancora una volta, le pessime capacità politiche di Prodi. Ci spieghiamo meglio.
In primo luogo, va chiarito che si poteva e si può essere contro il progetto americano - e chi scrive non è assolutamente d’accordo - senza per questo mettere in discussione l’ ”alleanza strategica” con gli Usa. Berlusconi dette il suo consenso all’ampliamento della base, non perché obbligato dalle clausole di un trattato, ma per pure ragioni (diciamo così) di “amicizia” verso gli Stati Uniti.
In secondo luogo, il tiro è stato alzato, proprio dagli Usa, che ai primi tentennamenti del governo di centrosinistra hanno minacciato di andarsene. Ora, chi minaccia si comporta da amico? No. Allora, un vero governo indipendente, pur rispettando le scelte strategiche di lungo periodo, avrebbe dovuto fare "retromarcia", e rifiutare agli statunitensi il permesso di ampliare la base, perché venute meno se non le ragioni dell’ “amicizia”, sicuramente quelle della cortesia tra alleati.
In terzo luogo, proprio perché si trattava di una questione locale - e ripetiamo non nazionale e internazionale, in quanto non legata a precise clausole di un particolare trattato - si doveva rimettere subito la cosa alle autorità locali, e in particolare ai cittadini di Vicenza, invitandoli a esprimersi attraverso un referendum consultivo. Ora, che Berlusconi, abbia a suo tempo ignorato questa necessità, non ha bisogno di commenti. Ma che pure Prodi non l’abbia tenuta in alcuna considerazione è, a dir poco, strano: si può, benissimo, evitare di favorire un alleato (diciamo così) “scortese” rimanendo comunque alleati…
Perciò ricondurre il problema nell'alveo della polemica tra americanisti e antiamericanisti, pur non essendo del tutto sbagliato, può risultare fuorviante, perché non consente di capire un fatto fondamentale. Quale?
Un governo, normale - ripetiamo normale - , anche di destra, ma con la schiena dritta e vicino ai bisogni (anche locali) dei suoi cittadini, avrebbe dovuto prima demandare ai cittadini di Vicenza la scelta, e poi, stante il cattivo comportamento statunitense, eventualmente imporsi e dire di no. Invece, il ricatto americano ha provocato solo tensioni sociali e fatto esplodere tutte le contraddizioni interne al centrosinistra. E ora sono scesi in campo anche i movimenti antiamericani... Ma la colpa di avere esasperato i vicentini e gestito la questione "con i piedi" è di Prodi. E soprattutto risiede nella sua sudditanza politico-psicologica verso gli Usa, da vecchio democristiano doroteo... Prodi, sotto questo aspetto, mostra di essere tanto condiscendente verso gli Stati Uniti, almeno quanto Berlusconi.
Insomma, si può essere alleati e confrontarsi, anche duramente. Ma per farlo, si deve avere la schiena dritta. E non essere pasticcioni come Prodi...
Se ci si passa la battuta “qualunquistica”, ma nel caso efficace. Cambiano i direttori d’orchestra ma non la musica. Certo. Servono spartiti musicali nuovi, ma anche uomini di stato, a destra come a sinistra, capaci, e soprattutto consapevoli del proprio ruolo e del valore della dignità nazionale. Ma dove trovarli?
Carlo Gambescia

mercoledì 17 gennaio 2007

I libri della settimana: Alain Caillé,  Serge Latouche, Francesco  Gesualdi,  Alain de Benoist, alcuni titoli sull'idea di decrescita. 




A certe correnti di pensiero che amano costruire castelli in aria, si potrebbe rispondere, chiedendo scusa a Lorenzo il Magnifico, Quant’è bella concretezza/che si fugge tuttavia… Oppure ricordare, che nella Scienza Nuova, Giambattista Vico sostiene che “l’ordine delle idee deve procedere secondo l’ordine delle cose”. Ma probabilmente, l’intellettuale utopista, da buon erede di certo illuminismo sognatore, farebbe finta di nulla, pur di continuare a progettare irrealizzabili Città del Sole.
Certo, non è neppure accettabile l’elogio del realismo spicciolo, che alcuni oppongono alle fantasticherie sociali Dal momento che pensare “secondo l’ordine delle cose” non significa ignorare i problemi, ma solo cercare di risolverli adeguando le idee alle risorse. Senza per questo fare sconti, a chi poi confonda la realtà con i propri esclusivi interessi.
Un caso tipico è quello della cosiddetta ideologia della decrescita economica. Di recente propugnata da un gruppo di intellettuali francesi, tra i quali spiccano gli economisti-sociologi Serge Latouche e Alain Caillé, fondatori del Mauss (Mouvement anti-utilitariste dans le sciences sociales). E in Italia da Francesco Gesualdi, già allievo di Don Milani, e ora coordinatore del Centro Nuovo Modello di Sviluppo.
La tesi difesa, che ha indubbiamente una sua nobiltà, asserisce che l’Occidente, dando per primo il buon esempio, dovrebbe smettere di crescere. Dal momento che qualsiasi idea di crescita delle forze produttive sarebbe nociva per l’ambiente naturale. Di qui la necessità di produrre e consumare pochissimo: lo stretto necessario. Allo sviluppo dovrebbe perciò seguire un desviluppo, e poi una specie di società stazionaria, basata su un sobrio, se non proprio spartano, tenore vita.
Passiamo ora in rassegna qualche titolo in argomento.
Serge Latouche, molto attivo in Italia come guest della sinistra radicale, ha pubblicato Come sopravvivere allo sviluppo (Bollati Boringhieri 2005, pp. 105, euro 9,50). Si tratta di un testo paradigmatico: aiuta a capire quanto siano poco originali i ragionamenti “desviluppisti”. Infatti per due terzi del libro, Latouche critica, usando argomenti piuttosto scontati, qualsiasi concetto di sviluppo (sociale, umano, eccetera), e solo nelle ultime pagine affronta il problema di come “uscire dallo sviluppo”. Ma non va più in là di un fin troppo prevedibile pauperismo di derivazione gandhiana e tolstojana… Poche merci, pochi consumi, sviluppo locale (municipale e regionale), scambi di servizi, convivialità “vernacolare”, (per non definirla “comunitaria”, termine oggi non politicamente corretto). In conclusione, molte critiche, troppe buone intenzioni, nessuna proposta concreta.
Le stesse considerazioni valgono per Alain Caillé, autore di Dé-penser l’économique (La Découverte, 2005, pp. 316, euro 23,00). Un testo, che nonostante le ambizioni teoriche, risulta disorganico e contraddittorio. Fino a che punto è possibile conciliare, come propone Caillé, “Reddito di Cittadinanza” per tutti e decrescita economica? Dove trovare, in un’economia a bassa o nulla produttività, le risorse per finanziare un progetto così ambizioso? Certo, va riconosciuto, che negli anni Ottanta, Caillé e il Mauss dettero un rilevante contributo alla critica dell’ economicismo. Come molti ricordano, Caillé, giovane e spigliato direttore della “Revue du Mauss”, aprì un proficuo dibattito con Alain de Benoist. Oggi Caillé, è un togato professore che dirige il Géode (Groupe d’étude et d’observation de la démocratie), e pubblica libri con l’Unesco. E non dialoga più, almeno pubblicamente, con de Benoist. E purtroppo, anche la sua rivista ha perduto lo smalto di un tempo.
Problematico anche il testo di Francesco Gesualdi, Sobrietà. Dallo spreco di pochi ai diritti di tutti (Feltrinelli 2005, pp. 163, euro 9,00). Purtroppo, il testo è ricco di spunti, ( “consumismo che consuma” , “elogio della bicicletta”, “collettivo è bello”, “il mercato del baratto”) che però vengono poco sviluppati. Quanto alla sobrietà, un’idea in sé rispettabilissima, e che vanta padri nobili (da Platone a Franklin), Gesualdi propone addirittura una società, che ricorda quella tardo sovietica… Soprattutto, quando a proposito dell’economia sociale, scrive che “il pubblico potrebbe limitarsi a produrre generi essenziali per tutti, lasciando via libera al mercato per produzioni personalizzate”. E’ un po’ come dire che nella società stazionaria, ogni cittadino sarà lasciato libero di personalizzare il suo orticello… Il che è piuttosto inquietante.
Un buon antidoto è rappresentato dall’ultimo libro di Alain de Benoist, Comunità e decrescita (Arianna Editrice 2006, pp. 221, euro 12,95) che abbiamo già recensito (post dell' 11-1-2006) . Dove si “critica la ragione mercantile”, ma non in modo aprioristico. Il pensatore francese, come suo costume, va subito al cuore del problema: “E’ possibile indurre alla ‘semplicità volontaria’ senza attentare alle libertà, né uscire da un quadro democratico? E se non si può né imporre la decrescita con la forza, né convertire la maggioranza della popolazione alla ‘frugalità’ con le virtù della sola persuasione, cosa resta? La teoria della decrescita - conclude de Benoist - resta troppo spesso muta su questo punto”.
Un silenzio preoccupante. Perché è proprio qui il vero problema: fin quando la sobrietà resta una scelta individuale, e dunque priva di effetti sociali, la libertà non è in gioco. Ma se invece la si vuole imporre dall’alto, si rischia un nuovo totalitarismo, come dire, della decrescita: fondato sulla frugalità obbligatoria per tutti. E qui de Benoist fa un’ osservazione interessante: la deriva totalitaria può essere evitata, se in futuro certo l’ecologismo estremo riuscirà a rompere radicalmente “con l’ideologia dei lumi, ossia l’ideologia della modernità”. Ma un pensiero finora incapace di rinunciare a quel collettivismo giacobino che lo innerva, ne sarà in grado?
Comunque sia, forse è meglio tornare a Vico: far procedere l’ordine delle idee secondo l’ordine delle cose. L’idea di sobrietà, può essere valida come esperienza di arricchimento interiore. Ma va assolutamente respinta se presentata come un destino collettivo “obbligatorio”. Anche l’idea di decrescita, come principio regolativo, in sé non è sbagliata. E, tutto sommato, anche sul piano politico costituisce un utile contrappeso allo sviluppismo sfrenato di tipo liberista e capitalista. Il nodo fondamentale è però quello di trovare una via intermedia. E non c’è molto tempo da perdere perché i problemi ambientali sono piuttosto seri.
Non pensiamo, naturalmente a un rilancio del cosiddetto “sviluppo sostenibile”, spesso usato in modo gattopardesco o mimetico dai fautori della crescita economica a ogni costo. Ma a qualcosa di diverso, magari da reinventare. Ad esempio, si potrebbe valorizzare la classica distinzione introdotta da François Perroux. Quale? Quella tra crescita economica e sviluppo ( si veda L’économie du XXéme siècle, Puf 1964). L’ economista francese, scomparso nel 1987, per crescita intendeva la crescita economica (quella del Pil, ora giustamente criticata dai teorici delle decrescita), e per sviluppo, lo sviluppo morale e culturale dell’individuo: l’unico fattore capace di indicare il grado di progresso sociale realmente conseguito nel campo delle libertà civili.
Ora, secondo Perroux, senza crescita economica non c’è progresso civile, e viceversa: i due fattori procedono insieme. Per contro, i teorici della decrescita credono realizzabile il progresso civile senza la crescita economica. Il che è falso, come dimostra l’esperienza sovietica (progresso economico senza progresso civile,) e come proverà, prima o poi, anche quella cinese. Perciò il vero punto in questione non è cessare di crescere economicamente di colpo, ma trovare il giusto punto di equilibrio tra crescita economica e progresso civile. E non è affatto detto, stando allo stesso Perroux, che una società libera, civilmente progredita non possa, a un certo punto, autolimitare, in modo ragionato e democratico, certi consumi e favorirne altri, più socialmente importanti.
E quindi, (perché no?) decrescere.
Carlo Gambescia

lunedì 15 gennaio 2007


Da Erba a Caserta, americanizzazione dei costumi? 
L'Italia del non detto 




Chi si occupa di analisi sociale non può non porsi la seguente domanda: c ’è un legame sociologico e culturale tra quel che è accaduto a Erba e Caserta? La questione può apparire stramba e perfino provocatoria, magari mirata a colpire solo una certa parte della classe politica, quella a sinistra. Se però il lettore avrà la pazienza di seguire il nostro ragionamento, potrà accorgersi che le cose non stanno così.
Che cosa è successo a Erba? Un episodio di inaudita violenza. E che cosa indica? Che spesso la violenza più feroce colpisce all'improvviso, accanendosi sempre sui più deboli: donne e bambini. Di questo fatto si sono date finora le interpretazioni più differenti. C’è chi vi ha visto una “pura” esplosione di follia. E chi l’ha giudicato un frutto avvelenato dell’ odio razziale. E, infine, chi vi ha scorto, la disgregazione della “sana” vita di provincia. Una cosa però non è stata ricordata. Che dietro l’esplosione di violenza, l’odio razziale, la distruzione dei legami sociali c’è un nuovo modello socioculturale, in grande espansione: quello del farsi giustizia da soli, dando ascolto a un riflesso carnivoro... Si tratta di un modello estraneo alla tradizione europea continentale (basata sul rispetto del monopolio pubblico della violenza) e a quella europea mediterranea, meno rispettosa delle norme, ma dove in passato anche la faida più violenta rinviava a vincoli di tipo comunitario. A Erba, ha avuto il suo battesimo del fuoco, il modello dell’ individuo in guerra con tutti, a partire dagli “odiati” vicini di casa. Insomma, siamo davanti al modello americano del giustiziere “solitario”, un essere "carnivoro" per eccellenza (ai limiti della pura animalità), ma celebrato continuamente da cinema e televisione. E, di riflesso, sempre più condiviso a livello di immaginario collettivo, grazie al ruolo giocato dalla pervasiva megamacchina comunicativa Usa. Ora, per farla breve, quando una società si va americanizzando, o comunque inizia a subire l’ influenza di una cultura esterna, c’è il rischio che ne recepisca insieme, e confusamente, gli aspetti positivi e negativi. Urgono perciò scelte selettive: i media “locali” e la cultura "autoctona" sono chiamati a svolgere un ruolo critico e di contrasto. In Italia però si preferisce non dire…
Che cosa è successo a Caserta? Un episodio politico di puro valore mediatico. E che cosa indica? Che la politica è ormai ridotta a poca cosa. O se si preferisce a pubblipolitica: a presentazione e vendita pubblicitaria di decisioni politiche di nessun impatto. Dell’incontro si sono date le interpretazione più disparate. C’è chi vi ha visto lo scontro tra riformisti e radicali. Chi vi ha scorto il tentativo prodiano di ergersi a leader assoluto. E chi, infine, come l’opposizione di centrodestra, ne ha colto il valore pubblipolitico, guardandosi bene però dal riconoscere le responsabilità di Berlusconi, il primo in assoluto a introdurre in Italia il modo americano di far politica. Nessuno - ripetiamo nessuno - ha però colto il dato di fondo. Che la politica italiana somiglia sempre di più a quella americana, basata sulla gestione dell’esistente e sull’assenza di reali politiche di raccorciamento delle distanze sociali. Ormai, anche nell’ Italia politica, tutto si riduce per un verso, all’eccesso di riflettori puntati su eventi poco produttivi di decisioni redistributive, e per l’altro, a discussioni politico-giornalistiche su questioni di cortissimo respiro. E qui una cosa deve essere chiara: accettare gli attuali vincoli di bilancio - subiti bovinamente a destra e sinistra - significa rinunciare al varo di qualsiasi politica economica degna di questo nome (nei campi dell’istruzione, delle ricerca, della salute, dei lavori pubblici, del lavoro). Il che ci riporta al problema della politica-spettacolo all’americana, “tutto fumo e niente arrosto”, se ci si passa l’espressione… Tuttavia, se è vero, come abbiamo visto, che una società che si americanizza, o che comunque subisca un mutamento culturale di derivazione esterna, lo fa confusamente (mescolando bene e male), perché allora non individuare e contrastare gli aspetti negativi di questo processo ? Perché continuare a non dire?
A questo punto risulta chiaro, quanto il legame tra Erba e Caserta, sia rappresentato dall’americanizzazione dei costumi sociali e politici. E, ovviamente, dall’ influsso negativo che questa trasformazione culturale va esercitando sulla società italiana. Un legame debitamente occultato dai media e dalla parte meno critica, se non del tutto servile della cultura. Si preferisce tacere.
Si dirà, ecco il solito intellettuale antiamericano in cattiva fede. Perché non ricorda anche agli aspetti positivi del processo? Certo. Ma non è quel che già  fanno  i media quotidianamente? Che senso avrebbe unirsi al coro degli entusiasti? La questione che ci interessa e compete è un’altra: può una società democratica reggersi sul non detto e sull’accoglimento acritico di un’ altra cultura?
Ecco, la vera lezione che si può ricavare, da eventi come quelli di Erba e Caserta.
Carlo Gambescia

venerdì 12 gennaio 2007


(Meta) political comics 
Il borghese piccolo piccolo? 
In estinzione



Se i colletti blu (gli operai) sono da un pezzo a letto con la febbre alta, i colletti bianchi (gli impiegati) hanno il naso chiuso, la tosse e il mal di testa. Si tratta di un’epidemia seria, alle stregua di quelle medievali, che rischia di colpire i ceti medi, dopo quelli operai. Ha i nomi più diversi: disoccupazione tecnologica, lavoro flessibile, concorrenza cinese, liberalizzazioni, pensioni da fame, euro.
E per il momento sembra che nessuno abbia ancora scoperto il vaccino…
In primo luogo, perché si naviga a vista: non si va oltre l’idea del welfare come puntello ( o pronto soccorso…) del libero mercato. Ma per puntellare servono i soldi. E perciò bisogna produrre di più. E qui cade l’asino, come dicevano i nostri nonni: per far questo è necessario abbassare i costi, riducendo occupazione e stipendi (già bassi, o decimati dall’euro), magari ricorrendo alle nuove tecnologie “tagliaposti” di lavoro. Di conseguenza, in questo gioco dell’oca, ma sulla pelle dei lavoratori, che piace tanto ai professori del Corriere della Sera, il popolo dei ceti medi rischia di ritornare sempre alla casella di partenza, in compagnia degli ex operai. I quali sono tutti lì da un pezzo. E con le ossa rotte. Ma pronti a spiegare ai nuovi arrivati (ex insegnanti, ex impiegati cinquantenni, ex piccoli professionisti, eccetera) che il capitalismo gioca coi dadi truccati.
In secondo luogo, va pure ricordata, la ciclica disaffezione per la politica del colletto bianco. Che si lamenta, spesso a ragione, ma che poi rifiuta (perché la politica "è un cosa sporca") di andare oltre e scoprire i legami tra la propria situazione e quella politica generale . Rinunciando così a qualsiasi possibilità di mutare le cose (va anche detto, a discolpa del colletto bianco, che su piazza, di politici in gamba, oggi come oggi, se ne vedono pochi…). Tuttavia è pure noto che i ceti medi non hanno mai brillato per tempismo politico: dal sogno della “mille lire al mese”, quando stava per scatenarsi il finimondo, a quello della lavastoviglie, mentre fuori infuriavano gli “anni di piombo”, fino al salottiero “dove vai in vacanza?” ai tempi di Tangentopoli.
Il bello (o il brutto) è che nessuno oggi abbia il coraggio di dire al “borghese piccolo piccolo” che forse Marx aveva ragione. Per i “colletti bianchi” potrebbe andare sempre peggio. I processi di concentrazione della ricchezza e di trasformazione tecnologica, in atto, rischiano infatti di dividere la società in due uniche classi: da un lato, ultraricchi, ricchi, quadri dirigenti e servitù (camerieri, cuochi, vigilantes, eccetera): dall’altro, proletari, sfruttati nei lavori servili o flessibili, e sottoproletari sospesi tra miseria e crimine. Non avverrà domani mattina. Ma siamo sulla buona strada per farcela nel giro di un paio di generazioni…
E i ceti medi? In piccola parte potrebbero essere cooptati nei quadri dirigenti, e, per il resto, andare a ingrossare le schiere del proletariato postmoderno. Altro che soldi, lavastoviglie e seconda casa in multiproprietà per le vacanze.
Carlo Gambescia