lunedì 24 marzo 2025

Il trumpismo e la modernità sotto tiro

 


Qual è la nuova parola d’ordine mondiale? Distruggere la sensibilità politica di sinistra, cominciando dalle élite. Ma si tratta solo di questo? Purtroppo c’è dell’altro. Oggi  è sotto tiro l’idea stessa di modernità.

Partiamo però dai fatti. Diciamo pure dai dettagli.

Quanto accade negli Stati Uniti è molto preoccupante. Trump, sta piegando, con le buone o con le cattive, giudici e grandi studi legali privati al suo verbo. Nessuno si deve permettere di contrastare nei tribunali le sue decisioni, pena una persecuzione fiscale e poliziesca.

Ad esempio è fortemente significativa la sottomissione dello studio legale Paul, Weiss, Rifkind, Wharton & Garrison, uno dei più grandi degli Stati Uniti, costretto a promettere, per sopravvivere, di non occuparsi più di grandi questioni come la diversità, l’equità e l’inclusione.

Per non parlare dei giudici minacciati di incriminazione se oseranno opporsi, come di norma accade in ogni stato di diritto dove la giustizia è indipendente, alle misure sempre più repressive non solo verso i migranti ma contro gli stessi cittadini americani, a cominciare dalle storiche università della Ivy League (le più prestigiose) accusate da Trump di fare politica.

Avvocati, giudici, professori universitari, un ceto liberal, progressista, considerato colpevole di lesa maestà nei riguardi di un Presidente che non ammette il dissenso politico. Gli Stati Uniti sono veramente in pericolo. E soprattutto sono di cattivo esempio.

Inoltre, cosa non secondaria, la destra mondiale ha fatto di Trump un idolo. E' diventata trumpista.  Si vede in Trump  l' Angelo Vendicatore che con la sua spada fiammeggiante distruggerà le odiate élite politiche e intellettuali di sinistra.

Ma non solo. Perché radici e finalità della rivolta trumpiana sono profonde. Hanno di mira la modernità. Vanno oltre quel Project 2025, nato dai cervelli reazionari della Heritage Foundation, recepito da Trump.

Altro esempio. Quel che sta accadendo in questi giorni in Italia, a proposito del Manifesto di Ventotene, è un buon esempio della nefasta influenza del trumpismo: un impasto di autoritarismo, disprezzo per il dissenso e odio atavico verso la modernità liberale.

Chi scrive non è mai stato tenero verso la sinistra, soprattutto in versione welfarista, ma quel che sta accadendo va al di là della destra e della sinistra, perché riguarda le fonti stesse della nostra libertà di uomini e donne moderni.

Va precisato che al momento se negli Stati Uniti la teoria si fatta pratica, e dalle parole contro la sinistra si trascorre ai fatti, in Italia siamo in piena fase di delegittimazione, la fase 1 che precede quella della estromissione.

Ad esempio, il gioco di prestigio delle destre che dipinge Prodi come un violento leader comunista che mangia bambini e giornaliste, cosa creduta, ci dicono i sondaggi, da più della metà degli italiani, è un altro passo avanti verso la creazione di un clima di delegittimazione. 

Una atmosfera capace di favorire – ecco la fase 2, quella sta attraversando l’America – la repressione-distruzione di qualsiasi opinione, quindi non solo progressista. Ma che contrasti con l’ideologia del dio, patria e famiglia.

Inutile qui indagare colpe e responsabilità delle élite politiche e intellettuali di sinistra. Perché, ripetiamo, il problema va al di là dello schema politico progressisti-conservatori.

Ci spieghiamo meglio: il trumpismo mondiale rinvia al fiume carsico della controrivoluzione, che risale al rifiuto reazionario della modernità che ha preso corpo dopo la Rivoluzione francese. E che ha avuto un ultimo sussulto – e che sussulto – nel grande conflitto in difesa della civiltà liberale del 1939-1945. Vinto, e per fortuna, dalla liberal-democrazia. E ora, dopo ottant’anni di pace e progresso, il fiume carsico della controrivoluzione rivede la luce del sole.

Qui non è in gioco la dinamica destra-sinistra, ma la distruzione della ragione: di ciò che è alle basi della normalità liberale: mercato, stato di diritto, parlamentarismo, welfare. La modernità insomma.

Si pensi a un bisogno politico profondo, addirittura atavico, inespresso per lungo tempo ma latente, cioè sempre vivo, che riemerge dalle profondità reazionarie della storia.

Un qualcosa, che di forza propria, scavando tra le rocce dei più reconditi siti della civiltà liberale, a poco a poco ha modificato il paesaggio politico e intellettuale, prima sotterraneo poi di superficie, fino a venire allo scoperto, alla luce del sole.

Purtroppo, non è come si vuole credere una normale reazione della destra alla cultura woke o agli eccessi del welfare. Qui siamo davanti allo straripante ritorno di una forza che i più tradizionalisti tra i pensatori di destra, attribuiscono a tradizioni millenarie autocratiche, gerarchiche, militariste, per le quali la modernità resta una specie incidente di percorso.

Cosa volete che siano, si sente ripetere, due o tre secoli di liberalismo dinanzi a cinque mila anni di dominio della Tradizione (ovviamente con la maiuscola)? L’uomo, si dice, è inevitabilmente attratto – ecco il fiume carsico – dai valori della tradizione ai quali non può prima o poi ritornare. Ma quale normalità liberale… La vera normalità è quella della Tradizione: un capo, una fede, una terra da difendere…

Per inciso, Umberto Eco a suo tempo parlò di Ur-fascismo, di fascismo eterno, fascismo che cova sotto la cenere. In realtà, come ammettono candiamente alcuni pensatori tradizionalisti – si pensi a Evola – il fascismo non fu che una incarnazione storica, anche abbastanza plebea, della Tradizione, di qualcosa che era ed è prima e dopo i fenomeni strettamente storici. Perciò crediamo si debba parlare di Ur-Tradizione. Qualcosa di ancora più profondo, atavico, feroce, straripante. Che non tollera ostacoli di nessun tipo. Figurarsi quattro gatti di intellettuali e politici di sinistra.

Il che spiega a meraviglia l’accanimento contro la sinistra e contro ogni forma di liberalismo, giudicato come il “nemico numero uno” dell’Ur-tradizionalismo.

Tuttavia, ripetiamo, la guerra di Trump e dei trumpisti, anche europei, non è contro la sinistra ( avversario transeunte), ma contro la modernità (avversario epocale).

Ne sono consapevoli fino in fondo? Difficile dire. Un Bannon, lettore di Evola, già consigliere di Trump, probabilmente sì. Ma si pensi anche al modernismo reazionario di un Musk, roba da Terzo Reich. Da tempeste, tradizionaliste, d’acciaio. Su Marte.

La lista potrebbe continuare anche perché il tradizionalismo, consapevole o meno, mescola bene l’individualismo aristocratico con la fedeltà gerarchica al capo, tipica ad esempio nel seguito a cavallo, gli hetairoi (compagni),  di Alessandro Magno. E che ritroviamo in non pochi collaboratori politici di Trump, anche di alto livello, da Vance, R.F. Kennedy jr. , Hegseth, Witkoff, e così via.

Un  coacervo di Übermenschen (Superuomini), che come potenziali diadochi, potrebbero venire alle  mani in caso di successione.  

Comunque sia, il  "superomismo" spiega, tra le altre cose, ammirazione di Trump per gli autocrati, a cominciare da Putin…

L’ora è grave. La modernità è sotto tiro.

Carlo Gambescia

domenica 23 marzo 2025

Ritorno a Weimar...

 


Consigliamo sempre la lettura di Nolte. Un testo importante come La guerra civile europea 1917-1945 racchiude una puntuale ma raggelante descrizione della degradazione del linguaggio giornalistico nei terribili anni di Weimar.

La menzogna, ripetuta fino a diventare una verità accettata dalla maggioranza, era all’ordine del giorno. Qual era l’imperativo? Infangare un avversario tramutato in nemico assoluto. A qualsiasi costo. Alla fine la corsa verso l’abisso fu vinta da Hitler che cancellò la libertà di stampa. E non solo.

Proprio a questo pensavamo dinanzi alla prima pagina di “Libero”. In cui si parla di Prodi, un uomo di ottantacinque anni, che avrebbe intimidito, dopo una domanda sul Manifesto di Ventotene, la giornalista di “Quarta Repubblica”, certa Lavinia Orefici. Addirittura tirata per i capelli… Cosa che però, al momento, come si dice nei tribunali, non risulta agli atti (*).

Sulla reazione di Prodi, giustificata o meno, e sul vittimismo, anch’esso giustificato o meno, decidano i lettori, ovviamente dopo aver visionato il video.

Però, al di là delle storie di ordinario vittimismo, resta importante riflettere su un fatto gravissimo. Quale? Sull’ imbarbarimento pre-nazista, studiato da Nolte, che, di ritorno, sta travolgendo non solo l’Italia: nessuno dà più ascolto alla ragione. Sì, si rischia il ritorno a Weimar…

Si mente, non tanto per convincere ma per vincere, anzi stravincere. Si vuole la distruzione del nemico. Negli anni di Weimar il “giudeo” e il “borghese” (spesso accomunati) venivano dipinti come colpevoli di ogni male, inventando e reiventando, sul piano giornalistico, le storie più assurde e scabrose. Ma soprattutto nessuno dei nemici della Repubblica, in particolare nazisti e comunisti (divisi ma uniti nella battaglia contro la liberal-democrazia), badava più alla completezza e alla verità dei fatti.

Cosa intendiamo dire? ? Nessuno finora ha scoperto che la domanda posta a Prodi, basata su un passo del Manifesto di Ventotene, oltre ad essere frutto di una deconstualizzazione rimanda a una vera propria “mutilazione” che ne stravolge il senso. Certo bisogna averlo letto e meditato. E da quel che si  intuisce siamo in pochi. Roba da dita di una mano.

Perciò la questione del passo manipolato non riguarda solo la domanda a Prodi, ma la bassa qualità culturale dell’intero dibattito. Per dirla con Nolte, l’imbarbarimento.

A destra, pur di far passare Spinelli, Rossi e Colorni (prefatore ed editore) come biechi comunisti nemici della proprietà privata si mente e si manipola un testo in chiave orwelliana. Si tocca il fondo.

Però  deve  far riflettere anche il fatto che neppure Prodi e altri intellettuali di sinistra si siano accorti della manipolazione. Il che, ripetiamo, deve far meditare su come siamo caduti in basso.

Ma veniamo ai fatti.

Si legga qui:

La bussola di orientamento per i provvedimenti da prendere in tale direzione non può essere però il principio puramente dottrinario secondo il quale la proprietà privata dei mezzi materiali di produzione deve essere in linea di principio abolita e tollerata solo in linea provvisoria, quando non se ne possa proprio fare a meno” ( Il Manifesto di Ventotene,  Senato della Repubblica, pp. 59-60 **).

Nella domanda rivolta a Prodi salta il passo “La bussola di orientamento per i provvedimenti da prendere in tale direzione non può essere però il principio puramente dottrinario secondo il quale“.

Quindi travisamento totale. Fischi per fiaschi…. Male fa Prodi a non sottolineare la cosa all’ intervistatrice.

Non è neppure ( o comunque non solo) una questione di “senso della storia”. Perché, ripetiamo il passo ha subito un taglio ad hoc per dipingere gli estensori del Manifesto come favorevoli all’abolizione della proprietà privata. Dei comunisti insomma. Come vuole imporre la destra di Giorgia Meloni. E invece non è così.

C’è da aggiungere altro? No. 

Purtroppo viviamo in tempi bui… 

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://www.repubblica.it/politica/2025/03/22/video/ventotene_prodi_si_arrabbia_con_giornalista_che_cavolo_mi_chiede_modo_volgare_di_fare_politica-424079471/ .

(**) Qui: https://www.senato.it/application/xmanager/projects/leg18/file/repository/relazioni/libreria/novita/XVII/Per_unEuropa_libera_e_unita_Ventotene6.763_KB.pdf?fbclid=IwY2xjawJIk3dleHRuA2FlbQIxMAABHWLMpBcYINz06uTUcl-jz4QDoBfPsGbzqCFVD7b0LhaSzZCvm3dyjQzZeg_aem_XC8B0FylguKF1nwc_Lv-6w .

sabato 22 marzo 2025

Un “capolavoro di bufala”

 


La cosa non è recente. E rinvia all’importanza, a nostro avviso immeritata, o comunque eccessiva, assunta, più o meno dai tempi di McLuhan, dagli studi sulla comunicazione e sul linguaggio comunicativo, in particolare politico.

Per capire la brutta piega analitica facciamo subito un esempio (il lettore ora penserà quando si dice il caso…): Giorgia Meloni ha attaccato il Manifesto di Ventotene, dipingendolo come frutto di un progetto comunista, addirittura totalitario, che andrebbe da Spinelli a Von der Leyen.

Una falsità di stampo complottista e populista, con addentellati nella cultura fascista, notoriamente nemica, come proclamava Mussolini, delle demoplutocrazie: ieri a Londra e Parigi, oggi a Bruxelles. Giorgia Meloni mentendo asserisce che l’Unione Europea è nelle mani dei ricchi e dei burocrati, che si sarebbero  messi in combutta per opprimere e disintegrare il concetto stesso di nazione.

Insomma, una bufala. O comunque a voler essere clementi una tesi inverificabile: né vera né falsa, quindi indeterminabile. Che, purtroppo, in chi vi crede, evoca salutari apocalissi.

Reazioni? Qui viene il bello. Invece di smontarla, perché molto pericolosa, dal momento che un’asserzione del genere cancella ottant’anni di liberal-democrazia, cosa succede? Salta fuori il solito esercito di cretini, esperti in comunicazione politica, tutti pronti a celebrare il colpo comunicativo di Giorgia Meloni: non importa che sia o meno una bufala, si sente dire. È un capolavoro. Anzi un capolavoro di bufala.

Per quale ragione? Perché attaccando il Manifesto di Ventotene, Giorgia Meloni avrebbe ricompattato la destra, spostato l’attenzione su una questione che ormai non porta voti alla sinistra, questione che, anzi, la divide, e inutilmente. L’antifascismo non è più di moda. Perché perdere tempo ? A che serve spiegare che il manifesto di Ventotene, eccetera, eccetera? Non sposta un voto, chi se ne frega… Ecco le superbe conclusioni dell’esperto in comunicazione politica.

Ora è innegabile che la tecnica comunicativa giochi un suo ruolo, anche in politica, nel senso che il quando dire una cosa spesso è più importante del cosa si dice.

Però, attenzione, il cosa si dice, cioè il contenuto della comunicazione politica, ha un valore discriminante, rispetto al contenitore, cioè al quando e come si dice.

Perché non si tratta di spostare l’attenzione da un prodotto all’ altro ma di favorirne la dislocazione da un’idea all’altra. Qui, per inciso, emergono i limiti economicisti dell’approccio puramente comunicativo che mescola, appiattendo tutto, i beni con le idee sui beni.

Inoltre parliamo di un contenuto, palesemente falso, perché Il Manifesto di Ventotene non è un testo comunista ma, come detto, liberal-socialista (*). 

Il che significa che il Manifesto, piaccia o meno, rientra in pieno nella filosofia liberale. Però, ecco il punto: si tratta di una filosofia odiata dai fascisti come Giorgia Meloni, che, in linea con il pensiero reazionario, scorgono nel liberalismo e nel socialismo le due facce della stessa medaglia, cioè della modernità politica. 

Liberalismo, socialismo, comunismo, se non è zuppa è pan bagnato... Ecco il succo  del ragionamento meloniano. Perchè meravigliarsi?  La modernità politica da più di due secoli è il nemico  principale del pensiero controrivoluzionario.

Insomma sono in gioco valori fondamentali. Altro che capolavoro comunicativo…

Giorgia Meloni, mattone dopo mattone sta smantellando lo stato liberale, riprendendo l’opera di Mussolini. Ma si potrebbe risalire fino a Joseph de Maistre.

Inoltre lo stesso approccio comunicativo (“Ma che bravo!”, “Che comunicatore!”) viene esteso a Trump ed altri campioni della reazione. Oppure alla rilettura di vita e opere dei leader del passato: Giorgio Washington e Napoleone, Hitler e De Gaulle, Mussolini e Churchill.

Concludendo, lo specialista in comunicazione politica nella migliore ipotesi si occupa della forma. Il che, alla fin fine, può anche dare una mano alla scienza. Sempre che lo studio della forma non pregiudichi lo studio della sostanza. Cioè non si mescolino, come dicevamo, beni e idee sui beni.

Perciò si studino pure gli stili comunicativi dei leader. Fermo restando che sul piano della sostanza tra De Gaulle e Hitler esiste una bella differenza.

Sono cose che vanno dette. E ripeterle, anche a rischio di annoiare, non è mai una perdita di tempo.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2025/03/gli-opposti-estremismi-ancora-sul.html . E qui: https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2025/03/giorgia-meloni-sputa-contro-il.html .

venerdì 21 marzo 2025

Gli opposti estremismi. Ancora sul Manifesto di Ventotene

 


Altro che “buttarla in caciara”. Il nome in copertina di Corrado Augias, odiatissimo dalle destre, ha fatto perdere la tramontana a Giorgia Meloni. Detta anche Isterix. Perché di Spinelli, Rossi e Colorni e relativo Manifesto di Ventotene, la Meloni sapeva e sa meno di zero.

Probabilmente qualcuno tra i suoi consiglieri si è ricordato all’improvviso di un libretto in argomento, revisionista, L’inganno europeo (2006). Un piccolo testo, per capirsi all’insegna della critica “alla marmaglia antieuropea di Ventotene”. Autore Enzo Erra, già giornalista del “Secolo d’Italia”, fascistissimo, ma non privo di cultura storica (benché a senso unico), scomparso qualche anno fa. E così è cominciata la caccia alla citazione ad hoc da sottoporre alla onnipotente fondatrice di Fratelli d’Italia.

Come abbiamo scritto ieri (*)il Manifesto di Ventotene è un testo liberal-socialista, scritto in uno dei momenti più bui della storia europea, da uomini, come Spinelli e Rossi, che avevano sulle spalle almeno dieci anni prigione e confino . Colorni sarà addirittura ucciso dai fascisti nel 1944.

Un appello a costruire, una volta sconfitto il nazifascismo, un’ Europa libera dalla lebbra nazionalista, finalmente pluralista sotto il profilo economico e sociale, rigorosamente anticomunista (non semplicemente antistalinista), capace di coniugare socialismo e liberalismo, evitando sia la paralisi statalistica, sia la logica predatoria dei grandi monopoli privati. Contro i quali Rossi, liberale einaudiano, lottò tutta la vita.

La dottrina liberal-socialista – perché di questo si tratta – una volta assicurati alcuni diritti fondamentali, punta sull’auto-organizzazione del sociale, su basi pluralistiche e decentralizzate, rispettando sia i diritti di proprietà che i diritti associativi, le libere imprese come le libere associazioni di mestiere. Insomma pubblico e privato insieme. Ma non per decreto. Si chiama, ripetiamo, liberal-socialismo.

Questo in teoria, perché – ecco il senso della parola “dottrina” – l’ idea liberal-socialista non è mai discesa fino in terra dalle nuvole delle grandi dottrine politiche.

Sotto questo profilo l’Unione Europea, non si può definire liberal-socialista, ma neppure una specie di reincarnazione dell’Unione Sovietica, come pretende Giorgia Meloni.

Siamo invece davanti a un’esperienza welfarista, che punta sullo scambio protezione sociale-obbedienza, dai risvolti inevitabilmente burocratici, che accomuna, sia la destra che la sinistra. Con un differenza, che la sinistra vuole che il welfare sia esteso anche i migranti. La destra no.

Pertanto, oggi come oggi, Spinelli, Rossi e Colorni, non si riconoscerebbero nel revanscismo nazionalista di Giorgia Meloni. Anzi fiuterebbero subito la venefica pista fascista. Ma neppure sposerebbero, pur favorendo l’accoglienza, la causa del welfarismo burocratico. Inoltre, se ci  si passa l’espressione, schiferebbero Trump e Putin per schierarsi al fianco dell’Ucraina.

L’equivoca pace evocata dalla piazza di sabato non sarebbe cosa per loro. Colorni, che pubblicò il Manifesto in una Roma occupata dai nazifascisti, cadde con le armi in pugno. Venne fermato in via Livorno, vicino piazza Bologna. Dove nel dopoguerra, l’odiata demoplutocrazia italica, permise al Movimento Sociale di aprire una sua sezione. Per la cronaca, frequentata (sembra) da Maurizio Gasparri, oggi senatore di Forza Italia.

Pertanto, se da una parte c’è una Giorgia Meloni che strumentalizza il Manifesto, da faziosa e ignorante fascista, dall’altra non si può non rilevare un uso improprio del liberal-socialismo, qualcosa di lontanissimo dalla melassa welfarista di Bruxelles, che per giunta viene usato per giustificare una equivoca manifestazione sulla pace in nome di un’Europa, che oggi tutto è eccetto quella vagheggiata da Spinelli, Rossi e Colorni.

È vero, che peggio del fascismo non vi è nulla, però è altrettanto vero che non lo si combatte e vince con le menzogne.

Gli opposti estremismi non giovano alla buona politica liberale.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2025/03/giorgia-meloni-sputa-contro-il.html .

giovedì 20 marzo 2025

Giorgia Meloni sputa contro Il Manifesto di Ventotene

 


Perché stupirsi del veleno sputato da Giorgia Meloni contro Il Manifesto di Ventotene?

“Sputato”. Non conosciamo termine migliore. Lo sputo è una ostentazione di disprezzo verso qualcuno a qualcosa. Nel caso della Meloni metaforico. Ma sempre di disprezzo-sputo di tratta.

Dicevamo, perché stupirsi? L’ Italia è il paese che ha inventato il fascismo. Una delle invenzioni politologiche del XX secolo. Come la democrazia rappresentativa lo fu del XIX. Ovviamente, il fascismo sta alla democrazia liberale, come l’invenzione della dinamite al vaccino contro il vaiolo.

Non è facile liberarsi, anche dopo ottant’anni, dalle scorie fasciste. Cosa che diventa ancora più complicata quando un partito, mai integratosi nel sistema liberal-democratico, se non in modo passivo e opportunistico come il Msi-An-Fdi, governa addirittura l’Italia.

Chi scrive ha studiato a fondo Il Manifesto di Ventotene e trova che si può discutere in alcuni punti legati a certo pedagogismo politico e all’articolazione economica e sociale della futura società europea. Resta invece fuori discussione l’anticomunismo, e diremmo antitotalitarismo, degli estensori: Altiero Spinelli, Ernesto Rossi (condannati a durissime pene detentive), Eugenio Colorni (quest’ultimo ucciso dai fascisti nel 1944).

In sostanza tre liberal-socialisti (Rossi meno), tesi a coniugare socialismo e libertà; contrari a qualsiasi forma di statizzazione dell’economia e soprattutto, ripetiamo, negatori dell’ utopia comunista.

Si legga qui:

Comunismo:

Col predicare che la loro «vera» rivoluzione è ancora da venire — costituiscono, nei momenti decisivi, un elemento settario che indebolisce il tutto. Inoltre, la loro assoluta dipendenza dallo stato russo, che li ha ripetutamente adoperati per il perseguimento della sua politica nazionale, impedisce loro di svolgere alcuna politica con un minimo di continuità. Hanno sempre bisogno di nascondersi dietro un Karoly, un Blum, un Negrin, per andare poi facilmente in rovina insieme con i fantocci democratici adoperati; poiché il potere si consegue e mantiene non semplicemente con la furberia, ma con la capacità di rispondere in modo organico e vitale alla necessità della società moderna” (p. 43-44).

Statizzazione dell’economia:

La statizzazione generale dell’economia è stata la prima forma utopistica in cui le classi operaie si sono rappresentate la loro liberazione dal giogo capitalista; ma, una volta realizzata in pieno, non porta allo scopo sognato, bensì alla costituzione di un regime in cui tutta la popolazione è asservita alla ristretta classe dei burocrati gestori dell’economia” (p. 61) (*) .

Sputando sul Manifesto di Ventotene Giorgia Meloni si è rivelata per ciò che è: una fascista ignorante e faziosa.

Ignorante perché non ha letto a fondo Il Manifesto, faziosa perché ha citato in modo acontestuale, soprattutto dal punto di vista storico. Fascista perché ignorante e faziosa.

Dopo anni di carcere,   in un’ Italia e un’Europa che celebravano le pagliacciate di Mussolini e scritto nel periodo in cui i nazifascisti vincevano su tutti i fronti,   gli estensori continuavano a interrogarsi caparbiamente sulla complicità dei popoli con la reazione fascista. 

Di qui il pedagogismo, talvolta rigido, di uomini costretti dal fascismo a vivere in isolamento o dietro alle sbarre. Ignorati da masse  giubilanti vendutesi a Mussolini per un tozzo di pane.

Giorgia Meloni, attaccando Il Manifesto di Ventotene, rimprovera a Spinelli, Rossi, Colorni certo pedagogismo rigido, che ripetiamo non rappresenta la nota dominante del Manifesto, frutto inevitabile di anni di dura prigione e delle asprezze patite ingiustamente.

Giorgia Meloni non si interroga sul fatto che le dittature, e in particolare quella fascista, possono alterare momentanemente anche gli uomini migliori. Che certo pedagogismo può essere il frutto venefico di quel fascismo, con il quale la Meloni non ha mai fatto i conti.

Sicché se la prende con Spinelli, Rossi e Colorni come se fossero venuti dal nulla. Come se nel 1941, alla stregua di certi film fascisti dei telefoni bianchi, si vivesse in pace e in una fatata Ungheria.

E questo accade in un Paese, che, come dicevano, ha inventato il fascismo, cosa che tuttora non pochi rivendicano con orgoglio, e che in larga parte ignora Il Manifesto di Ventotene. E che quindi pende dalle labbra di una fascista ignorante e faziosa.

Che cosa più grave, a differenza di Spinelli, Rossi e Colorni, è cresciuta in un clima di libertà. E che quindi non ha scuse.

Carlo Gambescia

(*) Per il testo integrale qui: https://www.senato.it/application/xmanager/projects/leg18/file/repository/relazioni/libreria/novita/XVII/Per_unEuropa_libera_e_unita_Ventotene6.763_KB.pdf?fbclid=IwY2xjawJIk3dleHRuA2FlbQIxMAABHWLMpBcYINz06uTUcl-jz4QDoBfPsGbzqCFVD7b0LhaSzZCvm3dyjQzZeg_aem_XC8B0FylguKF1nwc_Lv-6w .

mercoledì 19 marzo 2025

Stati Uniti. Il realismo politico zoppicante di Giorgia Meloni

 


Un esempio di realismo politico strumentale? Zoppicante o addirittura fasullo, per essere più espliciti? Si legga qui:

“Chi ripete ossessivamente che l’Italia dovrebbe scegliere tra Europa e USA lo fa strumentalmente, per ragioni di polemica domestica o perché non si è accorto che la campagna elettorale americana è finita, dando a Donald Trump – piaccia o no – il mandato di governare e di conseguenza ai partner occidentali di fare i conti con questa America”.

Così Giorgia Meloni ieri al Senato (*) .In quel “piaccia o no” c’è il trucco. A dire il vero di strumentale c’è solo il ragionamento di Giorgia Meloni.

Si sostituisca al nome di Trump quello di Hitler, di Mussolini o di qualche altro dittatore e si faccia lo stesso ragionamento. Poiché “Tizio” è al potere bisogna tenerne conto.

Facilissimo, no? E invece si tratta della stessa logica pseudo-realista che spinse negli anni Trenta del secolo scorso Gran Bretagna e Francia a “fare i conti” con Hitler. Come? Cedendo. Fino a quando non invase Polonia. E finalmente si comprese qual era il gioco del dittatore nazista.

Il realismo politico, cioè tenere conto dei rapporti di forza, è importante, ma ancora più importante è il non snaturare i propri valori politici. Per capirsi: se l’interesse spinge all’ alleanza con il diavolo, i valori sono lì per fare da freno, agire come una specie di spirito del bene che non può favorire il suo contrario, lo spirito del male.

Si dirà: 1) Trump non è Hitler; 2) L’Italia ha tutto da perdere da un conflitto, dal commerciale al politico, con gli Stati Uniti; 3) L’Italia, può tranquillamente tenere i piedi in due staffe, anzi addirittura in tre, addirittura quattro, Russia, Ucraina (e cinque) con Israele. Senza dimenticare (sei) la Cina. Roba da saltimbanchi.

Vediamo meglio.

Si noti al punto 3), una specie di ecumenismo bilaterale, in linea – quando si dice il caso – con il bilateralismo, a sfondo nazionalistico, rilanciato da Trump.

Quanto al punto 1), Trump ha lo stesso approccio aggressivo di Hitler alla politica interna e internazionale. Inoltre ha la stessa capacità del Führer di imbrogliare le acque: di parlare di pace agendo da uomo di guerra che approfitta dei deboli. Inoltre, la visione politica di Trump è decisamente autoritaria, se non addirittura dittatoriale.

Trump non accetta alcun tipo di freno (costituzionale, giudiziario, politico, mediatico, politico) al suo potere. In questo momento i giudici americani si stanno interrogando, e con grande preoccupazione, sull’ipotesi, molto realistica, che Trump punti a ignorare i controlli di legittimità costituzionale sugli ordini esecutivi per andare avanti come un treno nell’implementazione del suo progetto politico chiaramente eversivo. Cosa gravissima.

Infine al punto 2) è certamente vero che, sul piano dell’interesse, l’Italia avrebbe tutto da perdere da un conflitto politico-economico con gli Stati Uniti, però è altrettanto vero che sul piano dei valori, assecondare il progetto trumpiano, significa prendere le distanze dalla liberal-democrazia e dalla stessa Europa liberale.

Facciamo solo un esempio: le indiscrezioni sulla telefonata di ieri tra Trump e Putin confermano l’assenza di qualsiasi accenno al ruolo dell’Europa. Americani e russi la giudicano un soggetto passivo, come la stessa Ucraina del resto. Territori da spartire.

Cosa vogliamo dire? Che se l’Europa è giudicata da Trump res nullius, figurarsi l’Italia. Pertanto buon senso imporrebbe legami più stretti con l’Europa liberale. Proprio per difendersi, tutti insieme, dal progetto trumpiano di nullificazione politica dell’Europa, dell’Italia e ripetiamo dell’Ucraina. Al momento qualcosa si muove (riarmo e coalizione volenterosi), ma l’Italia frena.

Trump, con sguardo rapace, scorge nell’Europa occidentale un ricco giacimento finanziario off shore dal quale drenare denaro e risorse. Le stesse tesi di Hitler.

Qui però viene alla luce la natura strumentale del realismo politico di Giorgia Meloni. Che non potendo condividere i valori liberali europei, perché come ex missina, quindi neofascista, non li ha mai amati, evoca il realismo politico come scudo per favorire la strategia di Trump. Del quale invece condivide i valori, anche se evita di ammetterlo ufficialmente. Inutile ricordare gli abbracci, anche ideologici, con Bannon, Musk e lo stesso Trump.

Giorgia Meloni, con la scusa di un realismo politico, ufficialmente attento agli interessi dell’Italia, difende invece valori antiliberali, che condivide con Trump.

In realtà il gioco della Meloni è ancora più subdolo. Perché mescola realismo politico e concetto di pace. Il suo pseudo ragionamento è questo: Trump lavora per la pace, quindi tenere conto di Trump, significa lavorare per pace. Il problema è che non è universalmente riconosciuto che Trump lavori per la pace. Quindi la premessa maggiore è a dir poco zoppicante.

Al di là di questo, è interesse dell’Italia legarsi al carro di Trump, che poi sembra essere lo stesso di Putin?

E qui di nuovo gli interessi rinviano ai valori. Quindi, detto per inciso, non è vero che in politica estera gli interessi debbano avere la meglio sui valori.

Perché se si crede nei valori liberali, si deve dire no a Trump, come un tempo lo si disse, seppure in ritardo, a Hitler.

Se invece si crede nei valori autoritari, ci si può accodare, pronti a raccogliere le briciole che cadranno dalla tavola dei padroni.

Come il duce a Salò.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://www.dire.it/18-03-2025/1133639-il-monito-della-premier-meloni-chi-allontana-usa-e-ue-indebolisce-loccidente-mai-messo-in-dubbio-il-sostegno-allucraina/ .

martedì 18 marzo 2025

Trump e i nazisti dell’Illinois

 


Si legga qui:

“Tramontato, almeno per tutta la durata della presidenza Trump, il sogno ucraino di entrare nella Nato…” .

Il passo è tratto dal sito Ansa (*). “Sogno ucraino” a parte (purtroppo), il brano riflette un’opinione abbastanza comune. Cioè che Trump sia un presidente” normale” e che fra quattro anni rinuncerà al potere e tornerà a vita privata.

Va detto che negli Stati Uniti persino gli oppositori di Trump pensano la stessa cosa. Insomma si attribuisce una presuntiva lealtà istituzionale a un Presidente che l’attore, Robert De Niro, tra i pochissimi a cantarle fin troppo chiare al magnate, ha definito un gangster politico

In effetti rischio Al Capone è enorme. Anche perché mancano gli anticorpi.

Crediamo infatti che Trump, già espressosi a favore, punti almeno ad altri quattro anni. Riteniamo che Trump ritenga fattibile, attraverso l’introduzione di un nuovo emendamento, l’abrogazione del 22° (1951), che vieta il terzo mandato, per assicurarsi un periodo più lungo di tempo

Si respira un clima di intimidazione. Molti democratici potrebbero votare per lui. Per non parlare dei repubblicani sotto ipnosi. E così conseguire – semplifichiamo – quel consenso dei due terzi della Camera dei rappresentanti e del Senato, oppure del 75 per cento degli Stati americani.  Un consenso, a dire il vero,   che in sede di ratifica degli emendamenti, rinvia agli organi legislativi (o apposite assemblee)  di tre quarti degli Stati (Articolo 5 della Costituzione).  Procedura senz'altro complessa.  Ma, come si dice, mai dire mai. 

Con conseguenze politiche “pesanti” per il “regime” in senso sociologico di tipo “semimonarchico”, o peggio ancora di stampo mobster al quale Trump sembra stia lavorando.

Come si spiega questa mancanza di anticorpi? O detto altrimenti un atteggiamento così ingenuo?

Innanzitutto, la novità della situazione. Il cosiddetto americano medio non ha mai vissuto una situazione del genere. Come “Presidente agitatore” Trump rappresenta un unicum nella storia degli Stati Uniti.

Di conseguenza gli stessi sondaggi, che assegnano al magnate un gradimento tra il quaranta e i cinquanta per cento, hanno una funzione normalizzante, di routine. Per capirsi: “Mussolini? Parliamone”; “Hitler? Severo ma giusto”; “Il corporativismo? Un esperimento interessante”. E infine: “Trump? Un uomo che vede lontano”; "Un sincero patriota". Per alcuni addirittura “un liberale”.

Siamo davanti al flusso impercettibile del sempre uguale, nonostante le “sparate” di Trump. È vero che per il 5 aprile è prevista una grande manifestazione nazionale, però è altrettanto vero che la protesta non riguarda il nodo istituzionale. Cioè il pericolo che Trump, che tra l’altro ha stabilito il record degli ordini esecutivi (a far tempo dal 1937), stravolga la Costituzione degli Stati Uniti, la più antica tra le moderne costituzioni scritte.

In realtà in Trump non c’è nulla di normale: dal pacchiano riarredo della Casa Bianca in stile Emirati arabi al suo odio per la libertà di stampa, gli immigrati, i diritti civili, i giudici e più in generale lo stato di diritto.

La nostra non è solo una battuta: con Trump e la sua corte dei miracoli sono andati al potere per la prima volta nella storia degli Stati Uniti i pittoreschi nazisti dell’Illinois consacrati dai Blues Brothers. Esageriamo? Si pensi l’aggressiva politica estera di Trump e alla sua simpatia per dittatori come Putin.

Quel che poi stupisce del fenomeno Trump, non è solo la sua straordinaria capacità di mentire, di rovesciare la realtà, di confondere le acque, ma l’acquiescenza della gente, anche dei suoi stessi avversari.

E qui torniamo al ruolo determinante della routine. Di ciò che si ripete giorno per giorno, sostanzialmente immutato. Sembra addirittura serpeggiare un senso di grigia monotonia. "Lo si lasci pure fare Trump…". "Perché drammatizzare? Tanto  con il prossimo presidente democratico cambierà tutto…".

Dicevamo delle “sparate”. Il concetto è quello dell’assurdità come normalità. Quel che fa e dice Trump è così assurdo da non poter essere vero. Qualcosa di così incredibile al punto di favorire il tranquillizzante invito a non prenderlo sul serio. E come? Riappropriandosi di una normalità che non si considera minacciata, si dice, da un pagliaccio.

Di qui il quadro di apparente normalità, governato dai rituali sondaggi. Da una parvenza di regole (per ora). O dalla ridicola "emergenza-uova" per la colazione degli americani: cosa presa sul serio dai mass media. Capito? Trump si prepara a massacrare la Costituzione, e qual è il problema principale? Le uova strapazzate.

Sembra prevalere un clima animato dalla rassegnazione. Calma e gesso, si dice. Perché si confida nel fatto che la cosa durerà quattro anni. Anzi, meno. Forse, si sospira, già le elezioni di Midterm potrebbero, eccetera, eccetera. Auguri.

A dire il vero, Wall Street ha finalmente subdorato qualcosa. Non gratifica Trump. Anzi. 

Il concetto è il seguente: essere ricchi non significa essere dalla parte del capitalismo. Come ben sapeva Pareto, il capitalismo a caccia di profitti sul mercato, fondato sul rischio è una cosa (buona), il finto capitalismo a caccia di rendite, fondate sullo stato protezionista che azzera i rischi un’altra (cattiva).

E Wall Street sembra  stare  dalla parte del mercato non da quella della corte dei miracoli trumpiana. Potrebbe essere un indizio di risveglio.

Una spia rossa che si accende. Il primo passo per liberarsi da un nazista dell’Illinois di nome Donald Trump.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2025/03/17/trump-annuncia-parlero-con-putin-la-pace-mai-cosi-vicina_eaa71f76-a0d1-4b7e-8c0e-164daab29f18.html .