domenica 16 febbraio 2025

La destra arsenico e vecchi merletti

 


Esiste una destra, a destra dell’estrema destra. Per capirsi un’estrema destra al quadrato.

Si tratta di una poltiglia culturale. Uno stagno, dai cattivi odori, acqua ferma insomma, che in genere raccoglie i falliti dell’estrema destra: coloro che non sono riusciti a diventare deputati con l’estrema destra parlamentare, quella in doppio petto diciamo, o perché mai candidati o perché non votati. Rifluiti, per la serie la volpe e l’uva, verso l’estrema destra al quadrato.

E che per quest’ultima ragione, che talvolta fa addirittura aggio sull’odio verso la democrazia liberale, appena possono sputano veleno sulle istituzioni liberali. Guai però toccare loro la memoria del Duce (sempre con la maiuscola) e delle “conquiste” del Fascismo (altra maiuscola).

Insomma, una cosa tipo arsenico e vecchi merletti.  Per reinventare il titolo di un vecchio film.

Arsenico, perché si usa la democrazia contro la democrazia, dal momento che un volta al potere la destra al quadrato, come lo scorpione di Esopo, pungerebbe inevitabilmente la rana. Come? Cancellando ogni libertà.

Vecchi merletti perché si abbellisce, si immerletta  la memoria politica del fascismo e del nazionalsocialismo. Regimi dediti all’uncinetto, si dice, che come le buone nonne di una volta, al momento opportuno, allungavano un meritato schiaffetto al nipotino discolo.

In realtà, i cantori dei dittatori si fanno belli del proprio percorso politico. In effetti molti di costoro hanno alle spalle una lunga storia di contestazioni interne all’estrema destra. Oggi sono assai critici verso Giorgia Meloni, liquidata come   sporca moderata, come un tempo erano contro Fini, giudicato peggiore di Badoglio, e prima ancora contro Almirante e Michelini, definiti anch’essi, pur con sfumature differenti,  morbidi.
 

Per questi personaggi grotteschi, perfino la Fiamma di Rauti, che non condivise la svolta politica finiana, era al servizio dell’Oro e non del Sangue, per usare la terminologia cara agli orfani del Duce ( con maiuscola d’ordinanza).

Ovviamente, quando si va a indagare si scopre, come dicevamo,  che alle origini dei contrasti c’è sempre il rifiuto di una candidatura o di una carica da parte dei futuri “badogliani”.

Di conseguenza, come una enorme palata di pellet nella caldaia di casa, l’ aggressione russa all’ Ucraina ha rimesso in circolazione soprattutto sul Web l’estrema destra al quadrato.

La cosa curiosa è la pelle di agnello di cui si ricopre.  Sembra dica cose di buon senso, fino a quando, ovviamente, il discorso non cade sui migranti e  sull’ordine pubblico.

Si predica la pace e ogni tipo di garanzia sociale (eccetto che per i migranti) e si civetta con il pensiero anticapitalista e antiliberale. Si chiama anche rossobrunismo.

Si noti però una cosa (quando si dice il caso…): il pacifismo predicato dall’estrema destra al quadrato porta a fare il tifo per personaggi come Putin e Trump. Ammirati, cosa che non si ammette pubblicamente, perché portatori di una cultura politica gerarchica e autoritaria.

Però Putin e Trump pacifisti non sono. Oppure se lo sono, il loro pacifismo ricorda quello di Hitler e Mussolini, che nel 1938, usarono la Conferenza di Monaco come prosecuzione degli ideali di guerra, nascondendosi però, come Mussolini, dietro l’altarino di una momentanea pace. Un anno dopo Hitler invase la Polonia. E nel 1940, Mussolini, aggredì una Francia prostrata.

Oggi Putin vuole l’Ucraina, e chissà cos’altro; Trump, come dice, la Groenlandia e il Canada. Proprio come Hitler e Mussolini che, pur continuando a evocare la pace ( il primo addirittura dai tempi della rimilitarizzazione della Renania, il secondo dopo l’aggressione all’Etiopia), aspiravano a mettere sotto i piedi Europa e Stati Uniti.

Putin e Trump non sono credibili. Se non agli occhi di grotteschi personaggi, con pretese da influencer neofascista, che purtroppo  popolano la non proprio piccola bottega degli orrori dei social.

Si gioca sulla mancanza di cultura storica nei lettori ( e diciamo pure di senso critico), per riproporre la stantia versione, già apprezzata negli ambienti neofascisti, del Duce Uomo di Pace, del Duce degli Umili, di Hitler costretto a difendersi da Cechi e Polacchi, e così via.

Sono gli stessi svergognati, mai dimenticarlo, che oggi presentano, alla stregua della propaganda fascista e nazista di ieri, Putin e Trump come uomini di pace.

La vulgata sembra essere la stessa: la piccola Russia che deve difendersi dalla gigantesca Ucraina, come la piccola Germania di Hitler doveva parare i colpi dalla gigantesca Cecoslovacchia. Con Trump nella veste pacifista del Mussolini di turno.

Definirle menzogne è poco.

Ecco perché chiunque abbia memoria delle nefandezze fasciste e naziste dovrebbe evitare di concedere spazio a questa gente…

Carlo Gambescia

sabato 15 febbraio 2025

“C’è un nuovo sceriffo a Washington…”

 


Per il riarmo ci vuole tempo. All’Unione Europea, qualora nei prossimi anni ( a cominciare dalle prossime elezioni tedesche) riesca a uscire indenne dalla sfida interna delle destre populiste, autoritarie e in odore di fascismo, servirebbe, cominciando però da ora, almeno un decennio per costituirsi in forza armata unitaria e riorientare la produzione bellica (*) .

Attualmente (dicembre 2024) si è avuta solo la timida nomina a un incarico nuovo di zecca, quello di Commissario europeo per la difesa e lo spazio, del lituano Andrius Kubilius: un professore, di orientamento cristiano conservatore e membro del Ppe. Per dirla in tutta franchezza: un pesce fuor d’acqua.

Ovviamente esiste tuttora la Nato. Però come? Con le pesanti riserve di dover finanziare economicamente un’ alleanza militare, piegata, come mai in passato, agli interessi americani. Dal momento che secondo la dottrina Trump l’alleato europeo o esegue quel che impone Washington o viene emarginato.

L’ estrema debolezza europea spiega l’arroganza di Vance e Trump. I fatti – la inesistente forza militare – giocano contro l’Unione Europea.

Vance, durante la conferenza di Monaco (corsi e ricorsi infausti), cosa che nessun commentatore ha sottolineato, oltre a mostrare un atteggiamento di disprezzo (anche fisico, si pensi alla sua postura da alto ufficiale della Wehrmacht)  verso i leader europei presenti, ha argomentato  dal punto di vista esclusivo della superpotenza americana. Per dirla alla buona: o così o pomì.

Per contro, i suoi continui riferimenti a un presunto tradimento da parte dell’Europa del valore occidentale di libertà lasciano il tempo che trovano. Dal momento che non sono certo i leader europei a “consigliare” Kiev di cedere più di un quinto del suo territorio all’invasore russo. O, peggio ancora, a tessere le lodi di una estrema destra europea in numerosi casi finanziata da quel campione di “liberalismo” che risponde al nome di Putin.

Sembra veramente di vivere in una specie di incubo politico. O per meglio dire, nel mondo alla rovescia.

Tutti ricordano, la battuta di Alberto Sordi, ingenuo tenente di un esercito italiano in procinto di sbandarsi, l’otto settembre del 1943: “Comandante, i tedeschi si sono alleati con gli americani!”. E in sala, tutti a ridere, perché, anche il più ignorante degli spettatori, ricordava che i tedeschi sparavano agli italiani, perché questi ultimi finalmente avevano capito da quale parte stare. Quella dell’Occidente liberal-democratico.

Sordi alla fine del film, giunto in modo avventuroso a Napoli, durante le Quattro Giornate, imbraccia la mitragliatrice e spara contro i soldati di Hitler. La nuova Italia e la nuova Europa non porsero l’altra guancia.

E invece cosa è successo ieri? E non è una battuta… Che gli americani si sono alleati, o quasi, con i russi: i nemici della liberal-democrazia. Qualcosa di incredibile. E per giunta, Vance, l’aiuto del “nuovo sceriffo in città” (così ha definito Trump), ha avuto la temerarietà di tenere una lezioncina sulla libertà all’Europa.

Capito? Trump caccia l’Associated Press dalla Casa Bianca perché continua a scrivere Golfo del Messico, e Vance liquida l’Europa come la nuova Unione Sovietica. E, quando si dice il caso, chiede ai tedeschi di votare domenica prossima per un partito neonazista.

Che fare? Sul piano europeo, va raccolta subito la gloriosa bandiera dell’Occidente insozzata dalle parole di Vance. Anche perché non tutti i cittadini americani sono dalla parte di Trump. E il magnate, che si è circondato di suprematisti bianchi, a cominciare da Vance, potrebbe commettere qualche passo falso. Anche se, per ora, ne dubitiamo.

Va lanciato un coraggioso messaggio all’America che non sta con Trump. Va stabilito un ponte con gli oppositori. L’Europa deve mostrarsi aperta e pronta ad accogliere i possibili rifugiati politici e non. A cominciare proprio dai latinos respinti alla frontiera del Messico o addirittura imprigionati  e  deportati. Inoltre, prima che sia troppo tardi, l’Europa deve investire in armamenti e puntare su una forza armata unica, capace, se necessario, di sostituirsi alla Nato.

Al momento, e al di là della pur gravissima situazione in cui rischia di trovarsi Kiev, una grave sfida all’Europa può essere rappresentata dal non così remoto pericolo dell’ occupazione militare della Groenlandia da parte degli Stati Uniti (**). Del resto, Trump, uomo dalle decisioni improvvise, rappresenta un pericolo anche per la libertà e l’indipendenza del Canada.

Come reagire? Si possono dare prove di fermezza quando manca la forza militare?

Sintetizzando, quanto detto fin qui, andrebbe recuperata, senza perdersi in chiacchiere, la vittoriosa cultura militare e liberale del 1945. Il che però come abbiamo detto richiede tempo e sintonia politica, al momento assente in un’Europa, quasi per più di metà “trumpizzata”. Ma se mai si comincerà, eccetera, eccetera.

Sì, cari lettori, c’è un “nuovo sceriffo a Washington”. Ed è un fascista, o qualcosa che gli somiglia molto. “Comandante, i tedeschi si sono alleati con gli americani!”.

Shock che va superato. Come però? Puntando sulla consapevolezza che ogni euro investito in armi e truppe europee, è un euro di libertà non solo per l’Europa ma anche per gli Stati Uniti e per tutti coloro che credono sinceramente nei valori liberal-democratici dell’Occidente e che non vogliono piegarsi ai suoi nemici interni ed esterni.  Quindi le spese militari e per gli armamenti, come è stato anticipato anche in sede Ue, sono poste che vanno iscritte fuori bilancio.

Nemici dell’Occidente dicevamo. Ai quali ora si è aggiunto anche Trump. Nemico interno.  Che ieri a Monaco ha parlato per bocca del Feldmaresciallo James David Vance.

Carlo Gambescia

 

(*) Per una veloce informazione in argomento si veda qui: https://pagellapolitica.it/articoli/difesa-comune-esercito-unione-europea .

(**) Ne abbiamo scritto ieri. Qui: https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2025/02/nuuk-in-cambio-di-kiev.html .

venerdì 14 febbraio 2025

Nuuk in cambio di Kiev

 


Ne diciamo una che potrà apparire forte. Che però  aiuta  intuire il nostro amaro destino. Di europei e italiani. Sì destino, nel senso di qualcosa di ineluttabile che come un meteorite si sta per abbattere sulla civiltà occidentale, diciamo pure atlantica, così come l’abbiamo conosciuta e apprezzata fino all’avvento di Donald Trump, ora fresco di secondo mandato.

La prossima a cadere sarà la Groenlandia. Ma, a dire il vero, neppure al posto del Canada dormiremmo sonni tranquilli.

Trump, che come ogni  aspirante autocrate sguazza nella diplomazia segreta, ha probabilmente messo sul piatto della bilancia la Groenlandia: vuole scambiarla con l’Ucraina. Al presidente americano, che aspira a tramutarsi in una specie di dittatore,  la politica di forza della Russia piace. Per inciso, non si sottovaluti la possibilità di colpi di mano costituzionali da parte di Trump. Per poter conservare il potere oltre i quattro anni canonici o comunque trasmetterlo a qualche suo sodale.

Siamo dinanzi a impresa collettiva, portata avanti dalla parte più reazionaria, dell’incultura americana, con Trump come amministratore unico pro tempore. Per capire la profonda differenza di idee tra una destra e una sinistra perbene e la destra corte dei miracoli di Trump si leggano l’autobiografia di Reagan, le memorie Bush padre e quelle di Obama. A dire il vero anche l’autobiografia del chiacchierato Clinton non è male. Se le idee contano qualcosa, come del resto la cultura, parliamo di lettori forti e di buona letteratura. Non della spazzatura complottista avidamente letta da Trump.

La Groenlandia rappresenta per gli Stati Uniti una specie di Crimea ghiacciata. Un’ annessione che torna utile per rafforzare ed estendere la parte Est dei confini continentali americani. La Groenlandia per gli Stati Uniti costituisce una questione interna, da chiudere per sempre. Proprio come la Crimea e l’Ucraina per la Russia. E questo vale in assoluto. Al di là del fatto che la Groenlandia sia al tempo stesso un’importante base osservativa per la balistica missilistica e un “tappo” navale tra l’Artico e l’Atlantico.

Pertanto crediamo che il prossimo passo americano sarà costituito dallo scambio di Nuuk contro Kiev. Il futuro potrebbe vedere soldati russi a Kiev e soldati americani a Nuuk capitale della Groenlandia. Con l’Europa, debole, divisa e “trumpizzata”, che non potrà che prendere mestamente atto.

Altrimenti come spiegare questo mettere con le spalle al muro l’Europa, fino al punto di umiliarla? 

Un atteggiamento molto apprezzato da Putin e dai suoi predecessori, risalendo almeno fino a Pietro il Grande, che aveva verso l’Europa del suo tempo un atteggiamento di odio-amore. Che si tramutò nel XIX  in puro odio panslavista.  Corrente politica  reazionaria, riabilitata di fatto da Stalin nel XX. E che oggi, rivive nel panrussismo di un Putin e nelle stramplate teorie di Dugin.

Trump ritiene di non avere alcun bisogno dell’Europa né della Nato. Guarda a un mondo tripolare – Cina, Russia, Stati Uniti – con l ‘ Unione europea, in rovina, balcanizzata, nella mani di micro-autocrati pronti a ricevere ordini da Mosca.

Difficile dire, se Trump punti a un’alleanza con la Russia contro la Cina. A una specie di neo patto Ribbentrop-Molotov, per avere mani libere in Estremo Oriente, proprio come Hitler nel 1939 contro Polonia, Francia e Gran Bretagna.

Per inciso, risulta evidente, come in questo grande gioco, l’Italia di Giorgia Meloni e le destre trumpiane europee (Regno Unito incluso) siano considerati da Trump poco più che figuranti. Piccoli ma affidabili roditori da abbandonare al proprio destino una volta usati per distruggere dall'interno Unione Europea e Nato.

Trump considera l’Europa perduta. Tempo sprecato con interlocutori fin troppo raffinati per lui, dalla mentalità socialista e pacifista. Una palla al piede.

Trump probabilmente, piuttosto che all’Atlantico guarda al Pacifico, non tanto per una fedeltà a complicate ragioni geopolitiche, quanto per una politica difensiva, intesa come allargamento dei confini. La Russia è sull’altra sponda dello Stretto di Bering. Un braccio di mare la separa dall’Alaska. Il che spiega l’interesse Usa per il Canada come 51° stato, giudicato, militarmente importante, se schierato come seconda linea di un blocco unico, anche militare, statunitense.

Ragionamenti terra terra? La cultura politica di Trump e dei suoi consiglieri è molto rozza: un miscuglio di pastorale americana, isolazionismo, razzismo e complottismo. Trump immagina truppe russe e cinesi sul suolo americano. Da leader “agitatore”, una specie di paranoide politico, pensa veloce e agisce di conseguenza.

Di qui la preferenza per la Russia, perché di razza bianca e cristiana. Discorso che può essere esteso alla politica più che amichevole verso Israele. Popolo di Fratelli maggiori, apprezzato da Trump, al di là degli interessi contingenti definiti da alcuni superficiali osservatori di tipo  “immobiliare”.  In realtà Trump  è  in linea con una specifica tradizione reazionaria. Alla quale, da più bravo del Bar Sport nativista, attinge  a piene mani.

Parliamo di una concezione ultrarazzista, che scorge nell’ eredità culturale degli americani, in particolare primi coloni e l’ universo Wasp, il retaggio di una mitizzata provenienza genetica, attraverso la Gran Bretagna, dal popolo di Israele. Si chiama anche suprematismo bianco. Per capirsi: è come se nello Studio Ovale sedesse un “Imperatore” o “Gran Dragone” del Ku Klux Kan.

Accennavamo a un neo patto Ribbentrop-Molotov. Per ora lo si consideri come un’ ipotesi. Un'idea, pronta a trasformarsi in  strumento difensivo per prendere le misure non tanto all’Europa, che è a pezzi, quanto alla Cina.  Che al momento Trump vuole solo ridimensionare economicamente.  La presidenza di Trump più che imperiale è  provinciale. Ma per questo non meno pericolosa. 

Può l’Unione Europea evitare tutto questo? E la Nato cosa può fare? La prima è in caduta libera. Discute di tassi e di transizione ecologica. Inoltre è assediata da uno spaventoso contrattacco storico delle destre, associate al nazifascismo, sconfitte nel 1945.

Quanto alla Nato, la proposta di Trump, di aumentare il contributo, collegandolo all’acquisto di armi di fabbricazione americana, è iugulatoria. Perché se accettiamo crescerà la nostra dipendenza da una politica americana antieuropea (sarebbe come comprare combustibili dalla Russia), se invece rifiutiamo, per ricostituire una forza militare decente, serviranno almeno dieci anni. E di qui a dieci anni i giochi saranno fatti.

E probabilmente a nostro danno.

Carlo Gambescia

giovedì 13 febbraio 2025

Pavana per Zelensky (quasi) defunto

 


Ravel ci perdonerà se, tradendolo, perché la sua pavana, danza barocca e solenne, non era dedicata a una bimba defunta, ma una principessa viva e vegeta.

Ci perdonerà, dicevamo, se dedichiamo la nostra pavana a un principe dei nostri tempi, che sempre ammireremo: Volodymyr Zelensky. Che, invece, rischia, e non solo politicamente, di passare quanto prima a miglior vita. Diciamo quasi defunto. Perché lo sarà, e di certo, se in questa brutta storia avranno la meglio i cattivi e i traditori.

Una breve premessa. Non è vero che la pace sia tutto, come evocava nella puntata di ieri sera de “Il cavallo e la torre”, Andrea Riccardi, storico non banale, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, primo cameriere di papa Francesco (in senso figurato, dal momento che la carica fu abolita da Paolo VI).

Perché tutto dipende dalle caratteristiche della pace perseguita. E soprattutto dalle sue conseguenze.

Ora, e veniamo al punto, a cosa potrebbe condurre un possibile accordo, in stile mafioso (*), sulla cessazione della guerra in Ucraina tra Trump e Putin? Sulle povere spalle di Zelensky e di ciò che resta dell’ Europa e della Nato? Tra l’altro due entità politiche e militari, popolate di traditori, generalmente schierati a destra e con Trump?

Porterà, anche questa volta, a quella che il depresso Neville Chamberlain, definì  in modo improvvido  “La pace per il nostro tempo”?  Si ricordi la celebre  foto, anno di grazia 1938,  di Chamberlain,  di ritorno da Monaco, che agita nervosamente il foglietto del trattato sulla spartizione della Cecoslovacchia, tenuta in disparte, controfirmato da Hitler.  L’anno dopo Hitler invase la Polonia. Fine delle trasmissioni.

Putin e Trump  non sono uomini di pace. Il primo è un dittatore, il secondo aspira a diventarlo. Fra Trump e il potere assoluto, per ora, vi sono duecentocinquant’anni di democrazia liberale americana. Potrebbero essere pochi. Trump e Putin cercano il potere non la pace.  Il che non  depone in favore di alcuna nuova età dell'oro.

Come ha notato Riccardi, tradendo il suo pacifismo costi quel che costi, Putin avrebbe gradito soprattutto i modi di Trump: il suo trattarlo alla pari: “da imperatore a imperatore”. L’atteggiamento di Riccardi, ricorda quello di coloro che apprezzarono la Pax religiosa di Costantino, che invece contribuì all’ affossamento, prima culturale che politico, dell’Impero romano. Roma, sopravvisse circa un secolo e mezzo. Da fantasma, o quasi.

Trump e Putin, come già accaduto in passato, assomigliano a quelle maldette pietre umane che la storia, maestra di ironia, scaglia a sorpresa contro gli uomini, sconvolgendo idee e programmi.

Costantino voleva la pace, come prima di lui, Cesare, poi Augusto, e dopo ancora Diocleziano. E per venire ai nostri tempi, pacifisti, si fa per dire, del calibro di Carlo V, Luigi XIV, Napoleone, Hitler, Mussolini. Uomini potentissimi abituati a trattare i popoli come branchi di pecore.

Sicché, se accordo sarà, sarà pagato e salatamente da Zelensky. E dagli ucraini ovviamente.

Zelensky, da leader accorto, per ora, ha scelto di fare buon viso a cattivo gioco. Ma potrebbe essere a rischio la sua stessa sopravvivenza fisica, perché con gli eredi di Ivan IV “il terribile” non si scherza. Si pensi alla triste fine che travolgerebbe Zelensky, indebolito politicamente, sostituito dopo elezioni politiche a breve (imposte dai russi), anzi addirittura isolato perché considerato nemico di dio (dei russi) e dei nemici di dio ( gli ucraini, tuttora non pochi, decisi a battersi).

L’Ucraina perderebbe così un presidente che ha saputo guidare Kiev con grande abilità e coraggio, a differenza dei generalissimi della corrotta Saigon, che più di sessant’anni fa videro scendere in campo al proprio fianco addirittura le armatissime truppe americane. Nonostante ciò, molti di costoro, aggrappati agli elicotteri USA, trascorsero il resto della loro vita vendendo liquori a San Francisco.

Probabilmente è questa la sorte che i sostenitori, anche europei, di Trump e Putin, sognano per Zelensky. Che invece finora ha orgogliosamente resistito. Purtroppo, non basta vincere, il nemico, quando non può essere ucciso, va umiliato. Questo il turpe vangelo di dittatori e destre.

Un’ ultima cosa. Quando Trump dichiara che non vuole l’Ucraina nella Nato e parla, da ventriloquo di Putin, dell’ attribuzione a Kiev dello status di nazione neutrale, sembra non ricordare che nel 1914 con Belgio e Lussemburgo non funzionò. Mentre la Svizzera, la cui condizione di stato neutrale risale al Congresso di Vienna, si salvò nel 1941 solo perché Hitler aveva scatenato una gigantesca invasione contro la Russia. Anche il Vaticano rischiò di essere occupato e in ogni caso dovette subire brutali controlli polizieschi.

La condizione di neutralità tra paesi militarmente impari è semplicemente ridicola. Putin, che ha già ottenuto nel 2014, la conferma della denuclearizzazione dell’Ucraina, non ha fatto che approfittare di questa condizione di inferiorità di Kiev. E così avverrebbe in futuro.

Una tragica buffonata, come subito provò l’immediata occupazione della Crimea. E così via fino all’aggressione russa di tre anni fa.

Ora si vuole addirittura obbligare Zelensky a cedere. Perché, si ripete, lo vogliono Trump, Putin, Papa Francesco, Riccardi, la Comunità di Sant’Egidio, il Festival di Sanremo.

Insomma tutti vogliono la pace. Zelensky deve obbedire. Anzi meglio, deve sparire.

Poveri illusi.

Carlo Gambescia

(*) Sul realismo “criminogeno” rinviamo al nostro Il grattacielo e il formichiere. Sociologia del realismo politico, Edizione Il Foglio, 2019, pp. 41-49.

mercoledì 12 febbraio 2025

Il suicidio welfarizzato

 


Luca Coscioni esulta. La Toscana sarà la prima regione italiana a garantire ai malati tempi e modalità certi per l’accesso al suicidio medicalmente assistito. Sul “certi” nutriamo qualche dubbio. E spieghiamo perché.

A dire il vero, in linea di principio, esulta anche chi scrive. Semplificando al massimo il concetto: la vita di un individuo è proprietà dell’individuo stesso. Fino all’ultimo. Di qui la libertà di decidere quando mettere la parola fine.

Detto questo, al di là delle inutili polemiche con le destre, che sull’individuo condividono la posizione creaturale del cristianesimo, resta una questione fondamentale.

Diamo per ipotesi che il modello toscano sia esteso a tutta l’Italia. Cosa accadrebbe? Innanzitutto cosa prevede il testo?

L’istituzione di una Commissione medica multidisciplinare nelle Asl [che] dispone che le strutture sanitarie debbano garantire il supporto, l’assistenza e i mezzi necessari al completamento della procedura, disciplina la procedura e i tempi (complessivamente venti giorni), prevede la gratuità delle prestazioni sanitarie. Secondo l’atto possono accedere al suicidio medicalmente assistito le persone affette da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che reputano intollerabili; tenute in vita da trattamento di sostegno vitale; pienamente capaci di prendere decisioni libere e consapevoli; che esprimono un proposito di suicidio formatosi in modo libero e autonomo, chiaro e univoco”.

Più concretamente?

Il testo prescrive che la procedura per la verifica dei requisiti del malato da parte della commissione multidisciplinare permanente si debba concludere entro 20 giorni dal ricevimento dell’istanza. In caso di esito positivo, si procede all’approvazione o alla definizione delle modalità di attuazione del suicidio medicalmente assistito entro 10 giorni, ed entro altri 7 giorni l’azienda sanitaria assicura il supporto tecnico, farmacologico e sanitario per l’assunzione del farmaco. La norma stabilisce che tali prestazioni siano gratuite e si stanziano 10mila euro all’anno per tre anni” (*).

Dicevamo cosa accadrebbe? La burocratizzazione o welfarizzazione del suicidio medicalmente assistito.

Si crea una struttura burocratica sulla base del principio, tipicamente welfarista, che l’individuo non sappia ciò che è bene per lui. Di qui la supervisione delle commissioni, che invece, si dice, sanno perfettamente ciò che è bene per l’individuo. Il che però, inevitabilmente, come ogni altra articolazione welfarista, impone tempi procedurali, approntamento dei mezzi necessari, eccetera, eccetera.

Dicevamo logica welfarista: con un mano si dà con l’altra si toglie. Il diritto positivo, che si nutre di regole, recepisce un diritto dell’uomo, anche quello “finale” diciamo, che però, come accade per altri sacri diritti dell’uomo – si pensi al diritto di proprietà – una volta tradotto il regole, ne esce mutilato.

Detto altrimenti: il welfare rinvia sempre alle commissioni, diciamo al collettivo. Che cosa? Un diritto dell’uomo che invece concerne l’individuo.

Di conseguenza il welfare invece di ampliare la libertà dell’individuo la restringe. Si dice che ciò avvenga per garantire lo stesso diritto a tutti. Di qui però ciò che viene definito il ricorso all’ ineguaglianza per stabilire l’eguaglianza.

Per fare solo alcuni esempi: come per altre prestazioni sanitarie, all’inizio gratuite, anche il suicidio medicalmente assistito vedrà l’introduzione di ticket in base al reddito percepito? E le categorie protette? Ad esempio un soggetto con invalidità civile superiore al 45 per cento, a parità di patologia, rispetto a un soggetto, in precedenza sano, godrà di una corsia preferenziale?

Come si può intuire una questione seria, come quella del suicidio medicalmente assistito, una volta welfarizzata rischia di tramutarsi in qualcosa di tragicomico.

Quando in realtà basterebbe abolire o depenalizzare l’ art. 580, del Codice penale a proposito di istigazione o aiuto al suicidio, permettendo così ai singoli  (persone, notai e medici) di auto-organizzarsi liberalmente (**).  Tra l’altro, sulla necessità di un cambio di indirizzo, è già intervenuta la Corte Costituzionale con sentenza del 25 settembre-22 novembre 2019, n. 242. Demandando però al Servizio Sanitario Nazionale...

Insomma, suicidio welfarizzato sì, suicidio privato no. In Italia, anche dinanzi alla morte, lo stato è tutto, l’individuo nulla.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://www.adnkronos.com/cronaca/suicidio-assistito-fine-vita-toscana-approva-legge-cosa-prevede_6tAXY5tkJYTdo0PCuCkOix .

(**) Su questo tema si veda il nostro precedente articolo in argomento. Qui: https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2024/08/del-suicidio-assistito.html .

martedì 11 febbraio 2025

Foibe e totalitarismo nazionalista

 


Pochi sanno che nel 2008 fu istituita la “Giornata europea di commemorazione delle vittime di tutti i regimi totalitari e autoritari”, nota anche come “Giornata europea della memoria per le vittime dello stalinismo e del nazismo”, nonché celebrata in alcuni paesi come “Giornata del nastro nero”.

Alla quale è stata affiancata nel 2019 una risoluzione che invita alla commemorazione, sempre in questo giorno, “delle vittime dei regimi totalitari”, in particolare del “nazismo e del comunismo” Ritorneremo sul punto più avanti.

Riteniamo di grande importanza, dopo il “Giorno della Memoria”, istituito nel 2005, in sede Onu, per ricordare i sei milioni di ebrei trucidati scientemente dai nazifascisti, anche l’istituzione di un “Giorno” europeo dedicato a tutti coloro che furono uccisi in nome di pericolose mitologie legate al nazionalismo, alla razza e alla classe sociale. Nazionalismo, il lettore prenda appunto.

Però, proprio sotto l’aspetto commemorativo, il “Giorno del Ricordo”, per onorare le vittime delle Foibe, andrebbe ricondotto nell’alveo di una celebrazione più comprensiva delle vittime del totalitarismo. Ad esempio è riduttivo parlare di stalinismo o titoismo (da Tito, capo partigiano della Lega dei comunisti di Jugoslavia). E spieghiamo perché.

Innanzitutto il totalitarismo non è altro che la prosecuzione del nazionalismo con i mezzi ancora più potenti dello stato totalitario. Sarebbe perciò meglio parlare di totalitarismo nazionalista. E’ qualcosa di avvolgente, meccanico, infernale, una dinamica che una volta avviata va oltre mandanti ed esecutori politici.

Purtroppo, in Italia, si è permesso che la destra nazionalista, per giunta dalle origini fasciste, quindi potenzialmente totalitarie, si appropriasse in chiave anticomunista, complice Berlusconi, al governo nel 2004, di una celebrazione, certamente giustificata, la cui matrice ideologica, con riguardo agli atroci fatti accaduti, anche in precedenza, per un verso riconduce al comunismo, per l’altro al nazionalismo. E che quindi rinvia concettualmente al totalitarismo nazional-comunista, ben rappresentato, come esecutore, dal titoismo.

Cosa vogliamo dire? Che l’accento anticomunista, lungo una linea ben precisa che va dal Movimento sociale a Fratelli d’Italia, occulta la natura nazional-fascista e nazista, quindi totalitaria, delle stragi, che hanno preceduto le Foibe, compiute in Iugoslavia da fascisti e nazisti (villaggi incendiati, donne violentate, vecchi e bambini massacrati, fucilazioni di massa), secondo il verbo nazionalista e razzista, che ha trovato in Mussolini e Hitler gli esecutori.

Oggi purtroppo si tende a dimenticare la natura distruttiva del nazionalismo e di conseguenza del combinato disposto, ideologicamente parlando, tra nazionalismo e comunismo. Cioè, per essere più precisi, tra nazional-fascismo e nazional-comunismo. Una miscela esplosiva tipica di ogni forma di totalitarismo nazionalista. Quindi non si tratta solo di Stalin, di Tito, di Hitler e di Mussolini. Esiste un’ideologia pericolosa che si chiama nazionalismo. Del colpo su colpo. Rossi o neri che siano mandanti ed esecutori.

Perciò, cosa accade? Che quando la destra calca la mano sulla responsabilità comunista dei massacri delle Foibe, nasconde le colpe del nazionalismo fascista in Iugoslavia. Per contro quando la sinistra enfatizza le stragi nazifasciste, cela le colpe del nazionalismo comunista.

Nonostante i comunisti ancora oggi celebrino l’internazionalismo di Marx e i fascisti quello di Mazzini, in realtà il nazionalismo duro e puro resta una componente fondamentale del totalitarismo nei suoi due volti, nazifascista e comunista. E sul punto rinviamo alla classica opera della Arendt sul totalitarismo, in particolare sullo stadio nazionalista-imperialista.

Ecco perché, lo ripetiamo, è giusto parlare di totalitarismo nazionalista, come comune inglobante – per parlare difficile – di fascismo e comunismo.

E invece cosa accade ogni 10 febbraio? Si celebra una “parte” dell’intera storia. Il “Giorno del Ricordo” è una celebrazione sostanzialmente anticomunista.

Non riunisce divide. Come prova la prima pagina del “Secolo d’Italia” in copertina, che, per inciso, mutila il pensiero di Mattarella.

Ovviamente, sulle divisioni politiche, esiste anche la responsabilità di una certa sinistra, che tuttora, persino in sede europea, rifiuta di mettere sullo stesso piano nazismo e comunismo.

Ci riferiamo in particolare alla Risoluzione del Parlamento europeo del 19 settembre 2019, alla quale si accennava nell’incipit, che ha visto il voto contrario di cinque eletti del Pd (su 18) e di tutti i rappresentanti del M5S (*). In questa risoluzione, in linea con quanto abbiamo fin qui scritto, si invitano “ tutti gli Stati membri a celebrare il 23 agosto come la Giornata europea di commemorazione delle vittime dei regimi totalitari a livello sia nazionale che dell’UE ” (**) .

Purtroppo i miti, soprattutto quelli cattivi, sono duri a morire. A destra come a sinistra… Per la cronaca (storica), il 23 agosto 1939 l’ Unione Sovietica comunista e la Germania nazista firmarono il trattato di non aggressione, noto come patto Molotov-Ribbentrop, che in pratica favorì il via libera all’aggressione nazista alla Polonia e un anno dopo all’attacco alla Francia al quale partecipò anche il fascismo.

A dire il vero, la Risoluzione passata con il voto di FdI, Lega e Fi, non contiene il termine fascismo. Vi si parla, genericamente, di regimi autoritari.

Particolare, questo, non secondario, perché rappresenta un trattamento di favore verso il fascismo, al quale uno storico serio come Emilio Gentile ha invece riconosciuto pienamente il carattere totalitario.

Ripetiamo, le Foibe, per quanto pagina dolorosa, sono soltanto la parte di una storia, tragicamente più ampia, che vede il fascismo, insieme a nazismo e comunismo, distruggere l’idea di libertà in Europa. Quindi parliamo di ideologie tossiche che vanno oltre le stesse figure di Hitler, Mussolini, Stalin e Tito.

Perciò ricordare le Foibe, come qualcosa a sé stante, non aiuta la causa della libertà. E soprattutto non facilita il riconoscimento di una infezione pericolosa e contagiosa come il nazionalismo, parente stretto, diciamo così, del totalitarismo.

Si pensi solo al ritorno del protezionismo, apportatore di guerre. 

Concludendo, il nazionalismo oggi è in fortissima ripresa. E purtroppo, per ora, manca il vaccino.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://pagellapolitica.it/fact-checking/non-e-vero-che-tutti-tranne-il-pd-hanno-votato-contro-i-totalitarismi-al-parlamento-ue .

(**) Qui: https://www.europarl.europa.eu/doceo/document/TA-9-2019-0021_IT.html .

lunedì 10 febbraio 2025

Il paradosso della spada

 


Google si è subito allineata alla decisione di Trump di cambiare il nome del Golfo del Messico in Golfo d’ America.

Il gigante digitale, che stando alle cronache complottiste, minacciava la nostra libertà, si è inchinato, senza fare una piega alla spada politica.

Il che suggerisce una riflessione. Tutta la letteratura, sul potenziale liberale e illiberale del digitale, sembra avere perso di colpo tutto il suo fascino. Perché?

La tecnologia rinvia all’uso che ne fa l’uomo, e l’uomo agisce sulla base dei più vari criteri, tra i quali c’è il fondamentale criterio politico, che a sua volta rimanda al potere di comandare e di essere obbediti.

Ovviamente il potere politico si basa sulla forza e sul consenso, o comunque su una combinazione sociale di questi fattori. Di conseguenza quanto più il potere è esteso e concentrato, per ragioni di forza o consenso, tanto più diviene difficile per l’individuo micro o macro (dal singolo cittadino al gigante economico) sottrarsi al dovere di obbedienza.

Il che significa che l’ultima parola, piaccia o meno, spetterà sempre alla spada. Si rifletta su un punto preciso: l’essere umano può rifiutare di piegarsi, opponendo a sua volta spada a spada. Il che spiega, almeno in parte, la lunga sequenza storica di guerre e rivoluzioni. E questa è la prima parte del paradosso della spada.

Passiamo alla seconda. Se Google si fosse rifiutata di cambiare la denominazione del Golfo del Messico cosa sarebbe accaduto? Che sarebbero seguite misure punitive. Diciamo illiberali. Un terreno sul quale Trump sembra muoversi a suo agio. 

Per capirsi: Google Maps, sul piano formale, può anche essere una meraviglia della tecnologia digitale, però dei suoi contenuti, in ultima istanza, decide la spada politica. Nel caso specifico ha deciso quella sovranista, o per meglio dire dei “patrioti”: si legga pure nazionalisti sfegatati.

Si può osservare che il nostro ragionamento è piuttosto semplicistico. Perché il mondo moderno è caratterizzato da leggi, mercati, scienza e tecnica, nonché da quel fenomeno ideologico conosciuto come liberalismo che sembra giustamente preferire alle pallottole le schede elettorali. Insomma il moderno è una realtà complessa che non disdegna, anzi promuove la pacificazione. Detto altrimenti, il rifiuto dell’uso della spada.

Purtroppo, le intenzioni, per quando buonissime e condivisibili come quelle liberali, non sono sufficienti. La tecnologia, anche come impresa economica, se spinta nell’angolo dalla spada politica, “deve obbedire” con un qualsiasi altro cittadino.

Si potrebbe definire questo nostro tempo, grosso modo, dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica, come il nuovo tempo della spada. Del rifiuto, spesso anche grossolano, della pacificazione liberale.

Pertanto appellarsi ai meriti della tecnologia, oppure evocarne i demeriti non serve assolutamente a nulla. Magari nutrendo l'illusione  che la tecnologia, per forza propria, condurrà a un’età dell'oro, di pace, eccetera, eccetera.

E qui, come detto, veniamo alla seconda parte del paradosso della spada: perché, come insegna la metapolitica, l’idea di pacificazione liberale, che rimanda al rifiuto della spada, andrebbe difesa proprio sfoderando la spada. Cosa che al liberale ripugna.

Esiste, però – ne abbiamo parlato in un nostro libro (*) – una forma di liberalismo politico, archico, triste, realista, perché costretto ad agire talvolta di controvoglia, ma ad agire. E qui si pensi a una figura come quella di Churchill, che ebbe il coraggio di rispondere alla sfida di Hitler. E vinse. Oppure a liberali come Raymond Aron, lucidissimo, capace, negli anni della Guerra Fredda, di “immaginare il disastro” di un cedimento di tipo pacifista al comunismo sovietico (**). E quindi perfettamente in grado di non sottovalutare, quando necessario, il ricorso alla spada.

Ora, proprio alla luce del liberalismo triste, il paradosso della spada, non sembra privo di logica. Perché una logica c’è. Purtroppo. E si chiama lotta per l’esistenza.

Carlo Gambescia

 

(*) Carlo Gambescia, Liberalismo triste. Un percorso: da Burke a Berlin, Edizioni Il Foglio, 2012.
(**) Si veda in argomento Jerónimo Molina, L’immaginazione del disastro. Raymond Aron realista politico, Edizioni Il Foglio, 2024.