domenica 19 gennaio 2025

Infantino (e Ortega). Un ricordo cognitivo

 


Purtroppo non abbiamo avuto l’ occasione di conoscere Lorenzo Infantino, scomparso ieri.

Nato nel 1948, calabrese, con studi economici a Siena, cattedratico di fama internazionale, già professore di scienze sociali alla Luiss e in prestigiose università straniere.

Profondissimo studioso di filosofia e metodologia delle scienze sociali, in particolare nell’ambito della sociologia e della scienza politica.

Lo conoscevamo di fama. Quindi nessun aneddoto personale. Il nostro è un ricordo cognitivo. Cioè frutto di letture.

Prima però un passo indietro. Benedetto Croce negli anni Quaranta del secolo scorso manifestò la sua contrarietà alla pubblicazione di The Road to Serfdom: una specie di plotone di esecuzione cartaceo di qualsiasi forma di collettivismo, comandato da Hayek.

Croce temeva l’identificazione tra liberismo e liberalismo. O se si preferisce non vedeva di buon occhio lo stretto legame tra il liberalismo è un determinato modello economico, sempre espressione dello spirito del tempo, già evidenziata nel suo notevole confronto, a più riprese, con Luigi Einaudi.

Croce difende una visione del liberalismo metastorica, maturata soprattutto negli anni della dittatura fascista: la storia come storia di una libertà che si nutre conflitti.

Per Croce la libertà è una specie di contenitore olistico di processi storici solo apparentemente non comprensibili, se non in chiave dello spirito del tempo, spirito che sovrasta gli uomini, soprattutto quando sono sprovvisti di laica fede nella missione metastorica della libertà.

Lunga digressione per dire che Infantino, parte invece da un impianto conoscitivo di tipo contrario, fondato sull’individualismo metodologico ( per capirsi anti-durkheimiano: semplificando l’individuo precede la società e non viceversa). Una visione legata alla potente lezione della Scuola liberale Austriaca (in primis, Menger, Mises, Hayek). Un pensiero giustamente valorizzato da Infantino con la fondazione negli anni Novanta di un’ ottima collana scientifica: la “Biblioteca Austriaca”, per i tipi di Rubbettino.

A nostro avviso al centro della ricca opera infantiniana , almeno un trentina di volumi, per non parlare di curatele e traduzioni, spicca l’idea di ordine inintenzionale.

Sotto questo aspetto incrociammo il suo pensiero, molti anni fa, approfondendo l’opera di Ortega y Gasset.  Alla quale Infantino aveva dedicato acuti studi e notevoli edizioni  negli anni Ottanta, culminati nel 1990 nell’ eccellente introduzione al grande pensatore spagnolo pubblicata da Armando Editore.

Probabilmente l’ottica di Infantino andava oltre lo storicismo orteghiano ( e ovviamente della metastoria crociana), che invece guardava a Dilthey e alle sue categoria semi-olistiche, di cui Ortega non diffidava come Infantino. Certo, sul punto, molto dipende da come si interpreti ,eventualmente, il concetto orteghiano di “circunstancia”. Ortega, crediamo, propendesse per la chiave olistica: l’uomo e la “sua circostanza storica”, come struttura che precede l’individuo. Che poi comunque deve reagire, in quando individuo dotato di libero arbitrio, eccetera.

Diciamo che in linea principio tra Ortega e Croce da una parte e Infantino dall’altra, come fattore divisivo c’è il giudizio su Hegel e di riflesso su Dilthey. Croce e Ortega, tentennano, il no di Infantino invece è inflessibile.

 


Ovviamente Ortega a differenza di Durkheim, non fu mai un costruttivista repubblicano (qui la sua distanza dai modernizzatori con la dinamite del 1931, meno forse dai professori della Terza Repubblica francese). Però Ortega non era neppure un individualista metodologico. Tuttavia il filosofo spagnolo fu sempre distinto da un’ariosa apertura intellettuale di natura anti-assolutista e anti-tradizionalista fondata sull’esercizio metodico del dubbio.

Un aspetto che Infantino colse magnificamente nella sua Introduzione. Unendovi un interessante surplus cognitivo-autobiografico. Come quando, trattando il pensiero orteghiano, parla implicitamente di se stesso, al punto di scolpire intellettualmente, fra le righe, il suo cammino intellettuale. Anche futuro.

Si legga qui.

L’Assoluto può orientare la vita personale di ciascuno; non può però essere una credenza liberatoria. Non c’è più punto di vista privilegiato sul mondo […]. L’enigma esistenziale non può ammettere una ed una sola soluzione. Il che equivale a rendersi conto che la libera interazione fra gli individui posti sullo stesso piano dinanzi alla legge, non ha un risultato predeterminato. […] Gli uomini convivono all’interno di un ordine inintenzionale , ateologico. Questa configurazione della vita individuale e collettiva, ostile a ogni forma di eleatismo, è la formazione sociale che Ortega ha cercato di decifrare, mentre ancora la cultura europea si trovava disorientata e in piena crisi. Egli ha operato lungo la stessa direttrice delle menti più fervide del suo tempo. E, con esse, è entrato a far parte della più radicale delle comunità: quella dei classici, di coloro che ci aiutano ad essere più razionali, perché sanno sollevare nuovi interrogativi, problemi che sopravvivono al proprio tempo” (*).

Una comunità di “menti fervide”, animate per così dire dal dubbio euristico, cioè esteso alle proprie ipotesi di lavoro,  il cui esercizio impone immaginazione sociologica,  grandissima erudizione e umiltà conoscitiva .

Doti che mai mancarono al professor Infantino. 

 Carlo Gambescia

 

(*) L. Infantino, Ortega y Gasset. Una introduzione, Armando Editore, Roma 1990, pp. 21-22 Lorenzo Infantino – unitamente a Luciano Pellicani, altro benemerito orteghiano, diciamo così – ha fornito agli studiosi fondamentali contributi sull’opera di Ortega. Sui quali si rinvia alla bibliografia racchiusa nella sua Introduzione ,  pp. 165-171).

sabato 18 gennaio 2025

“Il Paradiso (sovranista) delle signore”

 


A proposito dell’importanza del latino, che resta cosa per pochi e felici (inutile oracoleggiare, e per giunta in chiave scolastica, sul latino di massa), ricordiamo il detto De minimis non curat praetor (“Il pretore non si occupa di cose di poca importanza”).

Per quale ragione? Perché l’argomento di oggi può apparire cosa di poco conto. E invece proveremo che non è così.

Nessuno è perfetto. Ogni tanto ci capita su Raiplay di vedere una puntata del “Paradiso delle signore”. Fortunatamente in famiglia c’è chi, di volta in volta, ci aggiorna, riassumendo gli ultimi sviluppi, eccetera.

Nella puntata di ieri – qui il (brutto) segno dei tempi – Tancredi di Sant’Erasmo ( nella foto, ultimo a destra in seconda fila), che concentra in sé, tutti gli aspetti del personaggio negativo: aristocratico che più antipatico non si può; spietato imprenditore, da prendere a schiaffi ogni volta che apre bocca; manipolatore parentale e piromane. Che fa, dicevamo, il pessimo Tancredi? Delocalizza. Trasferisce la sua fabbrica di tessuti in Jugoslavia.

Non per vendere capi italiani alla Jugoslavia socialista per caso, comandata a bacchetta dal Tito. Ma, da come si evince, per reimportare o trasferire in Italia. Anno di grazia 1966.

Va detto che proprio in quell’anno la Fiat firmò un accordo con la Russia, allora sovietica, sull’apertura dello stabilimento di Togliattigrad per vendere automobili ai russi. Va anche ricordato che sempre la Fiat, nel 1954 aveva già stipulato un accordo con Belgrado per costruire campagnole e 1400 nello stabilimento Bandiera Rossa, auto sempre  da commercializzare in loco.

Però furono sostanzialmente operazioni, in particolare Togliattigrad, che ebbero il sostegno del governo italiano, che favorì la concessione di prestiti a tassi agevolati ai russi (*).

Nella puntata incriminata, diciamo così, si opta invece per la tesi della delocalizzazione pura, in conto (bassi) costi della manodopera. Si vedono addirittura sfilare infuriate le operai con i cartelli, come si legge, “in difesa del lavoro italiano”. Con Tancredi di Sant’Erasmo promosso ( e bocciato) sul campo a John Elkann. Anacronistico.

Ecco il dettaglio, di cui il pretore, come dicevamo all’inizio, si dovrebbe invece occupare. Perché abbiamo subito avvertito “puzza” lontano un miglio di destra nazionalista, pardon sovranista. Il male si diffonde. Insomma il diavolo è nel dettaglio.

Non sarà – questa la nostra impressione – che si sta preparando, in attesa di normalizzare anche Palazzo Palladini,con il dottor Poggi, come capofabbricato, una lottizzazione delle soap? “Un posto al sole” , soap buonista al centro-sinistra, “Il paradiso delle signore”, soap sovranista alla destra?

Comunque battute a parte, va sottolineato che le due serie hanno in comune l’antipatia per la libera impresa, “Un posto al sole” vede sempre e solo camorristi, “Il paradiso delle signore”, delocalizzatori.

Peccato, perché il “Paradiso”, come all’epoca scrivemmo era partito bene evitando lagne anticapitaliste e anticonsumiste (**) Però nel 2015 era al governo Renzi che aveva fama di modernizzatore, seguito fino al 2018 da Gentiloni, altro riformista.

Altri tempi. Altri Paradisi…

Carlo Gambescia

(*) Qui per un carrellata in argomento: https://www.formulapassion.it/automoto/mondoauto/quando-la-fiat-arrivo-in-urss-togliattigrad#google_vignette .

(**) Qui: https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2015/12/la-fiction-al-tempodi-renzi-il-paradiso.html#comment-form .

venerdì 17 gennaio 2025

David Lynch o Peter Greenaway?

 


Diciamo subito una cosa antipatica. David Lynch, ora scomparso, fece bene a scegliere il cinema e la televisione perché la sua opera pittorica, come prova il quadro in copertina, era ed è inguardabile (*). Certo, se poi vi si filosofeggia sopra, tutto è possibile…

Però, a dire il vero, anche la sua opera cinematografica non ha mai destato più di tanto il nostro interesse. Altro giudizio in controtendenza. Sì, guardabile, però con troppi canditi.

Nei suoi film si esagera con i richiami simbolici: troppo di tutto, come quei panettoni con troppi canditi, che alla fine disgustano e rovinano il Natale.

Ovviamente parliamo di un rispettabilissimo cineasta, dedito alle pellicole d’autore, però con concessioni come “Twin Peaks”, capolavoro quanto si voglia nel suo genere, ma inizialmente prodotto alimentare. Nell’opera di Lynch, probabilmente perché regista americano, e che quindi doveva fare i conti con Hollywood, si scopre un lato alla Buffalo Bill, che potemmo definire da rodeo onirico. Che pur essendo onirico resta rodeo. E la  critica alla  dialettica negativa  dell'illuminismo?  La si lascia a Marzullo.

Come comproviamo la nostra tesi? Citando, per contrasto, un altro regista, altrettanto amante delle belle arti, ma anche scrittore prolifico e non banale, poco tradotto in Italia. Chi? Peter Greenaway, però britannico, quindi meno coinvolto nei rodei, di quattro anni più vecchio di Lynch (1942 vs 1946), vivente. Il che spiega pure la vittoria al botteghino per 2 a 0  di Lynch e la buonissima stampa su di lui.

Crediamo sia impossibile trovare nell’opera di Lynch un capolavoro come “Il ventre dell’architetto” (“The Belly of an Architect”), girato da Greenawey, nel 1987, in una Roma, senza isole pedonali, al tempo stesso reinventata ma autentica, vera, polverosa, pesante e corrotta sotto le luci cinefile e notturne di un Pantheon torreggiante che oppone gli antichi ai moderni, mai visto prima.

Un film sulla decadenza, che abbraccia per immagini, trama, recitazione, musiche (di Wim Mertens, compositore di bravura non comune), la crisi dell’idea illuminista di purezza e perfezione, che Greenawey coglie nell’illuminismo negativo dell’Altare della Patria romano, che dovrebbe ospitare una mostra curata dall’architetto, il cui ventre è nel titolo del film. Una mostra su Boullée, anch’egli profeta criptoilluminista di una grandiosità urbanistica che affascinerà persino Hitler.

Greenaway scolpisce per immagini il rovesciamento di una grandezza che non c’è mai stata, o che è sfuggita di mano agli assegnatari storici.  Una pericolosa "fame" di grandezza che va da Boullée a Speer? Forse.

Senza esagerare in canditi, che pure non mancano, resta memorabile la chiusa del film. Che consacra il suicidio dell’architetto, Stourley Kracklite, interpretato da un ben diretto Brian Dennehy (lo scerifffo di “Rambo”), che, nonostante la tentazione dell’oro, desidera ancora pianificare grandiose città. E senza badare a spese. Ma come? Se utile e funzionale sembrano ora prevalere? L’Occidente come Crasso, prigioniero dei Parti, sarà costretto a soffocare nel suo oro, versatogli in gola dai carcerieri? No comment.

Basta. Ammalato, tradito, anche dai suoi finanziatori, Kracklite, si lancia dalla terrazza delle Quadrighe, volo finale senza angeli, che simboleggia la capitolazione della ragione davanti agli effetti perversi e imprevisti del suo bisecolare e non facile esercizio. Suicidio dell’Occidente? Il rischio c’è.

Probabilmente sbagliamo, però a Lynch continuano a preferire Greenaway.

Carlo Gambescia

(*) Qui una scelta: https://knightfoundation.org/articles/david-lynch-unified-field-pafa/ .

giovedì 16 gennaio 2025

Valditara e la scuola sovranista: dalla geostoria alla geopolitica

 


Molto interessante l’ intervista al “Giornale” di Giuseppe Valditara, Ministro dell’istruzione e del merito (*). O meglio, la definiremmo chiarificatrice. Dal momento che Valditara non si stanca mai di ribadire di essere un ministro super partes. Sebbene abbia all’attivo un libro intitolato Sovranismo. Una speranza per la democrazia (Book Time, 2018).

E si vede. Perché delinea una riforma della scuola di primo ciclo (elementari e medie inferiori) in perfetta linea con altre sue innovazioni di indottrinamento nazionalista come il Liceo del Made in Italy.

Perché non va la sua riforma? Qualsiasi uomo di cultura superiore, e il ministro è professore di diritto romano, non può ignorare i pericoli del nazionalismo, lo si chiami o meno sovranismo per ripulirlo: il vero cancro che ha divorato la storia del Novecento.

Non aver capito questo significa candidarsi a ripetere gli stessi errori delle generazioni del 1914 e del 1945. E soprattutto non saper distinguere tra la fisiologia e la patologia storica. Tra la formazione degli stati nazionali, si pensi ai “risorgimenti” belga, greco, italiano, eccetera, dell’Ottocento, e il nazionalismo aggressivo, che ha condotto a due guerre mondiali, e per venire ai nostri giorni, all’ invasione russa dell'Ucraina.

Ci limitiamo a un punto centrale, diciamo ideologico della riforma, probabilmente sfuggito anche ai critici più severi. Valditara propone la sostituzione della geostoria, oggi insegnata nelle scuole, con la storia come grande narrazione epica dell’Italia e dell’Occidente.

In realtà la geostoria, come osmosi tra storia e geografia, una brillante ricetta storiografica, che risale all’ École des Annales (Bloch, Febvre, Braudel), rappresentò una sana reazione intellettuale al virus nazionalista, prima e dopo la Seconda guerra mondiale (**).

Si pensi a una grande storia sociale dell’umanità, che trova la sua ragione nell’apprezzamento di un mondo geograficamente e culturalmente plurimo ma al tempo stesso in costante comunicazione economica, culturale e politica. Una storia corale, segnata dall’idea della cooperazione, spesso neppure intenzionale, tra gli uomini. Di qui l’inutilità, che non significa inevitabilità, delle guerre, quindi del conflitto.

La geostoria veicola l’idea del superamento delle barriere tra gli uomini. Della geografia come ponte tra gli uomini. E questo perché privilegia il flusso culturale e non il riflusso nazionalista. Come invece impone l’ approccio del ministro Valditara, da lui esteso non solo all’Italia ma all’idea stessa di un Occidente fortezza , ben lontana dall’idea di un Occidente liberal-democratico, come libero mercato aperto al mondo.

Il che non significa, sul piano politico, che la liberal-democrazia non debba essere difesa, se serve anche con le armi, ma che una cosa è il pacifico spirito di nazionalità, al servizio degli scambi economici e culturali, un’ altra il nazionalismo aggressivo apportatore di guerre e distruzioni.

L’autodistruttiva stupidità nazionalista delle destre (si pensi al Dio, Patria e Famiglia di Gorgia Meloni, all’America first 2.0 di Donald Trump, al neo nazionalismo panrusso di Putin) consiste nel voler inculcare nei bambini delle scuole elementari e nei ragazzi delle medie inferiori le stesse idee di potenza, estendendole all’intera storia dell’ Occidente euro-americano, che condussero a due terribili guerre mondiali.

Si badi bene, il rifiuto della geostoria non rinvia automaticamente a un’ innocua storia epica delle nazioni e degli imperi, come asserisce Valditara.

Tutt’altra cosa. Una volta rotti i ponti della geografia degli scambi, l’accantonamento della geostoria rischia di rimandare alla geopolitica, pseudoscienza prediletta da fascisti, nazisti e dai seguaci, anche attuali, della politica di potenza. E che vede, ripetiamo, nella geografia non un ponte ma una barriera.

Insomma, la geografia può essere ponte e può essere barriera. In ultima istanza sta all’uomo decidere. Però più si insiste sull’idea geografica di barriera più cresce il pericolo di una geopolitica di guerre e distruzioni

Di conseguenza le idee nazionaliste di Valditara non aiutano.

In sintesi, nella sua riforma, il netto rifiuto della geostoria, quale introduzione ai rapporti pacifici tra i popoli, quantomeno come idea regolativa, rischia inevitabilmente di tradursi nella valorizzazione delle geopolitica, vista come preambolo teorico alle necessarie guerre tra i popoli.

Perché una cosa è dire che le guerre talvolta sono inevitabili, qui la grande lezione della geostoria, e qui si pensi alla titanica lotta tra liberal-democrazie e nazi-fascismo; un’altra preparare il terreno a svolte geopolitiche che scorgono nella guerra e nei conflitti fenomeni necessari se non addirittura vitali.

Pertanto delle due l’una: o Valditara mente, o non si rende conto di quel che dice.

Nel primo caso è pericoloso, nel secondo incosciente.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://www.ilgiornale.it/news/politica/pi-storia-dellitalia-senza-ideologia-2423058.html.

(**) Tra i suoi collaboratori spicca il nome di Ernesto Galli della Loggia, autore nel 1980 di un magnifico libro di geostoria: Il mondo contemproaneo (il Mulino). Ne è passata di acqua sotto i ponti…

mercoledì 15 gennaio 2025

Sullo “scudo penale” per i poliziotti

 


La cosa non sembra interessare più di tanto l’opinione pubblica. In particolare il comune cittadino. Il che non significa che non stia accadendo qualcosa di grave. Con possibili conseguenze sgradevoli per tutti i cittadini.

Si pensi a un anziano alla guida, con occhiali, che di sera, per sua sventura, sotto la pioggia, non veda la paletta della polizia, magari in borghese, e per questo preso a pistolettate. O per chi,colpito da improvvisa sfortuna, una volta sceso dall’auto, venga freddato perché ha portato la mano versa la tasca interna della giacca per tirare fuori i documenti. Sono cose che potrebbero capitare.

La destra dice che lo “scudo penale” per il poliziotto che spara e uccide è un’ invenzione dei giornali di sinistra. Chi scrive non è di sinistra (a dire il vero neppure di destra). Però non può non invitare i lettori a riflettere sulla questione. Si legga qui intanto:

Secondo fonti del governo (…) non si tratterebbe, di una ‘scriminante’ o di una causa di non punibilità, né si interverrebbe sul diritto sostanziale, ma sul codice di procedura penale (…) immaginando forme di non immediata iscrizione nel registro degli indagati quando è evidente che l’appartenente alle forze dell’ordine ha usato l’arma di ordinanza nell’esercizio delle sue funzioni” (*).

E chi deve stabilire l’evidenza? Se non un magistrato? Qui la necessità, come prevede l’attuale normativa, dell’ iscrizione al registro degli indagati. A tutela stessa dell’indagato. Cioè del poliziotto che ha sparato, eccetera, eccetera.

Si noti intanto come scrivevamo ieri l’altro (**), l’idea, non così innocua, di stravolgere il codice di procedura penale, che invece nei suoi principi dovrebbe porre cittadini e poliziotti ( o comunque le forze dell’ordine) su in piano di parità dinanzi alla legge. Per chi non lo sapesse, si chiama eguaglianza formale.

Si dice però che non si vuole intervenire sulle “scriminanti”.

Un passo indietro. Che si intende con questo termine? Le cause di giustificazione, dette appunto scriminanti, sono particolari situazioni in presenza delle quali un fatto, che di regola costituirebbe reato, non acquista tale carattere perché consentito o imposto dalla legge. Ad esempio l’uso delle armi nei casi di difesa legittima (art. 52) ; il consenso dell’avente diritto (art. 50) ; l’esercizio del diritto o l’adempimento del dovere (art. 51) ; l’uso legittimo delle armi (art. 53); lo stato di necessità (art. 54).

Stesso discorso per la non punibilità. In quest’ultimo caso, si parla della distinzione tra cause di giustificazione (come per gli articoli appena citati) e le cause di esclusione della pena (o cause di non punibilità): si pensi a situazioni in cui il reato non viene escluso, che tuttavia consentono all’ordinamento per ragioni di opportunità, di non applicare pena o altra forma di sanzione penale. In altre parole, una forma di speciale immunità per i poliziotti.

Però, nonostante ciò, si ammette che si vuole intervenire sul Codice di procedura penale. Quindi? Scudo (di procedura) penale…

Possiamo dire una cosa alla buona? Se non è zuppa è pan bagnato. Vedremo cosa escogiteranno. Fermo restando un fatto fondamentale: che comunque sia questa destraccia, dalle radici missine, che poi sarebbero neofasciste, perché l’intento del Movimento sociale era quello rivitalizzare il fascismo, considera gli italiani, e forse non a torto purtroppo, come un pugno di scemi.

Inciso: nei venti anni del nostro blog, che cadono nel 2025, mai ci siamo visti costretti a scendere in dettagli così tecnici. Con la destra al potere è cambiato tutto. Oltre che sociologi e metapolitici, pur di difendere le nostre libertà, dobbiamo improvvisarci avvocati. Che malinconia. Soprattutto per il palloso (pardon) uso di note al testo. Un apparato, per l’appunto tecnico, che non aiuta la lettura…

Torniamo sul punto. Qui non si tratta di escogitare modifiche procedurali. Perché è in gioco qualcosa di più importante. Che si vuole nascondere agli italiani, tra l’altro già molto disattenti.

Cosa dicevamo? Che lo stato di diritto può essere stravolto e trasformato, rendendo legale ciò che dal punto di vista del principi costituzionali non è legittimo. Pensiamo alla violazione dell’articolo 3 della Costituzione: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali” (***).

L’ attribuzione di una speciale immunità ai poliziotti, anche in termini di procedura penale, ma comunque per legge, quindi legale, resta invece illegittima dal punto costituzionale, perché il poliziotto, per così dire, sarebbe considerato per legge più uguale degli altri. Troppo rigida la nostra distinzione tra legalità e legittimità? Forse. Però qui sono in gioco libertà fondamentali. E la rigidità si impone da sola.

Inoltre siamo dinanzi al conferimento di una speciale licenza di uccidere, per dirla brutalmente. Si va contro l’articolo 27 della Costituzione sulla presunzione di innocenza, sulla natura umanitaria e rieducativa delle pena e sul rifiuto della pena di morte. Insomma si consentirebbe al poliziotto, di tramutarsi in giudice, in violazione di qualsiasi principio di proporzionalità della pena, grande conquista della civiltà giuridica moderna, e (perché no?) della divisioni dei poteri, potente pilastro dello stato di diritto

Per portare acqua al mulino della pistola facile si evoca il caso del carabiniere di Rimini, indagato ingiustamente, secondo la destra, per eccesso di legittima difesa. E sia.

Però la verità giudiziaria, diciamo così, deve essere stabilita da un giudice non dalla polizia. Che invece è parte in causa. O ancora peggio dal governo. Ricordiamo a Giorgia Meloni e Guido Crosetto che in una liberal-democrazia è buona regola conferire gli encomi dopo le indagini della magistratura. Non prima.

In una liberal-democrazia…

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2025/01/14/fonti-di-governo-non-ce-scudo-penale-la-misura-allo-studio-non-andra_b87ff82d-4ac4-42a1-b1ac-2676b22836cd.html .

(**) Qui: https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2025/01/abedini-libero-stato-di-diritto-e.html .

(***) Qui: https://www.senato.it/istituzione/la-costituzione/principi-fondamentali/articolo-3 .

(****) Qui: https://www.senato.it/istituzione/la-costituzione/parte-i/titolo-i/articolo-27 .

martedì 14 gennaio 2025

Traditore di tutti

 


Un amico ieri chiedeva: “Perché ce l’hai così tanto con i giornali di destra, cioè con “la stampa organica” come la chiami tu?

Ho glissato, promettendo però un articolo in argomento. Quindi eccoci qui.

Diciamo che, semplificando, si può essere di destra in due modi: o con la bava alla bocca o con l’uso della moderazione.

Montanelli, forse il più grande giornalista italiano della seconda metà del Novecento, era di destra. Però negli anni Trenta, come in seguito ammise, bevve, anche se non proprio avidamente, le pericolose stupidaggini di Mussolini. Però poi capì che estremismo politico e retorica dell’intransigenza, soprattutto quando si scrive su un quotidiano, possono essere molto pericolosi.

“Il Giornale” da lui fondato, al quale devo, almeno in parte, durante gli anni Settanta del secolo scorso la mia formazione politica, era un modello di sobrietà, di retorica della transigenza. Oggi purtroppo, e non solo per "il Giornale,  non è più così.   

Le radici di questa involuzione  rinviano all’ondata populista, scatenata dal Tangentopoli, che dopo aver liquefatto il sistema politico italiano  ha portato al potere prima Berlusconi poi Giorgia Meloni. Oltre che, negli intervalli, governi, di sinistra (o meno) sempre più statalisti.

Tutto ciò è accaduto in un clima politico, andato sempre più incattivendosi, contagiando anche la sinistra, perfino, la migliore, quella illuminata e liberale. Che oggi messa angolo, priva di idee, nello stesso mucchio populista, non sapendo più che pesci pigliare, scaglia anatemi contro la destra,

Destra che fa del suo peggio per catalizzare l’odio della sinistra. Per dirla all buona, governa a dispetto. E usa la sinistra, provocando reazioni altrettanto scomposte, come arma di distrazione di massa. Si pensi al famigerato “E allora la sinistra!” di Gorgia Meloni e sodali.

Di conseguenza, anche sul piano giornalistico, volano insulti da tutte le parti. Regna un clima da giornalismo ultimi anni Repubblica di Weimar o tarda Terza Repubblica francese. Moltiplicato per mille, quanto a sguaiatezze e menzogne, dai Social e dalle possibilità di Internet di giungere a tutti con messaggi sempre più perentori e semplificati. Per inciso, si pensi ad esempio a un personaggio come Musk. Un altro Belpietro, come ora vedremo,  però dalle dimensioni stellari. Di nome e di fatto diciamo.

Si prenda il titolo de “La Verità” di oggi: “Assalto alle caserme dei carabinieri”. In realtà tre molotov in tutto, lanciate a Torino e nel Mugello in giorni differenti. Inoltre gli incidenti di sabato, in parte accelerati, almeno a Roma, dalle cariche della polizia, sono definiti “sommosse”. Capito? Poche centinaia di persone. Come se fosse il tumulto dei Ciompi nel 1378 o la rivolta dei Reggio Calabria nel 1970-71, che vide il Movimento Sociale in prima linea, all’insegna del “Boia chi molla”. Ora però gli eredi, tuttora orgogliosi delle radici missine, sono dall’altra parte della barricata…

Lo scenario dipinto da Belpietro è quello di un’Italia a tinte fosche, in grave pericolo, e che quindi necessita della mano ferma della polizia e dello stato. Una menzogna.

Cose, che Montanelli, che visse gli Anni di Piombo, e subì addirittura un attentato, si rifiutò sempre di enfatizzare, proprio perché sapeva, come amava dire, che alcuni lettori del “Giornale” erano più a destra del suo direttore, e che perciò non andavano fomentati a prescindere (*).

Ecco il vero ruolo di una stampa di destra: informare sempre, distinguendo però tra fatti e opinioni; criticare quando necessario, senza però denigrare l’avversario; non perdere mai di vista i sacri confini tra liberalismo da una parte, e fascismo e comunismo dall’altra, invalicabili per un giornalismo che voglia restare libero e liberale, mai ridotto a schiavo di ideologie totalitarie E questo fu il giornalismo praticato da Montanelli fino a quando nel 1994, Berlusconi, fondando un partito politico, non lo mise con le spalle al muro. Ma questa è un’altra storia.

Questa critica va estesa a tutta la stampa oggi organica alla destra, una destra, quella di Giorgia Meloni, che non ha mai voluto fare i conti con il fascismo. Di qui la sua pericolosità.

Sotto questo aspetto. Belpietro, che tra l’altro si dice liberale, è una specie di antiMontanelli. Altro che sacri confini tra giornalismo liberale e giornalismo gridato a scopo ideologico.

Belpietro vero sobillatore, nella foga, non sembra avvedersi della fondamentale contraddizione che segna il suo giornalismo. Come si può essere al tempo stesso novax e carabiniere?

Una contraddizione che è tipica di tutta la destra populista dalle radici fasciste. Destra che punta sull’antistatalismo per rafforzare però lo statalismo. Per capirsi, anche il fascismo all’inizio si diceva liberale… Ma solo per captare il consenso di un liberalismo babbione, che nulla aveva di liberale. Resta perciò tipico proprio dei fascisti giocare sull’equivoco.

In questo modo Belpietro tradisce se stesso, perché non s’avvede della contraddizione; tradisce l’intelligente sobrietà di Montanelli; tradisce il liberalismo perché appoggia e rilancia una politica reazionaria. Belpietro traditore di tutti.

Purtroppo, dopo trent’anni, come dicevamo, si è fatta così grande abitudine a questo doppio gioco della stampa organica alla destra, che nessuno sembra più farvi caso. Inoltre la stampa di sinistra, sebbene qualche volta colga nel segno, ricorre alla stessa retorica dell’intransigenza che caratterizza la stampa in sintonia con la destra.

Non ci sono più avversari ma solo nemici. Di qui il ricorso generalizzato alla menzogna e all’insulto. Nel quale Belpietro, a destra, è superbo interprete, come lo è per par condicio un Travaglio.

Ora, se queste cose non le diciamo noi, chi mai le dirà?

Carlo Gambescia

(*) Sul punto si veda M. Staglieno, Montanelli. Novant’anni contro corrente, Mondadori, Milano 2001,  pp. 319-320, ampi sunti del  primo editoriale scritto per “il Giornale”. Almirante, oggi celebrato da Giorgia Meloni come  padre nobile di Fratelli d’Italia, scrisse nel 1976 che “il Giornale” era la  “quinta colonna dei rossi”. Che anticipazione di acume democratico e liberale… (P. Granzotto, Montanelli, il Mulino, Bologna p. 170).

lunedì 13 gennaio 2025

Abedini libero. Stato di diritto e diritto dello stato

 


Che cos’è lo stato di diritto in due parole? Uno stato in cui ogni disposizione, ad esempio in ambito penale, deve essere prevista dalla legge.

Pertanto, per venire a ciò che ci interessa, poiché l’articolo 718 del Codice di procedura penale prevede la titolarità del Ministro di Grazia e Giustizia sui casi di estradizione, la riconsegna all’Iran di Abedini, presunto terrorista secondo gli Stati Uniti, sarebbe in perfetta linea con lo stato di diritto. Anche perché il Ministro dispone di un potere di revoca, alla quale la Corte di Appello, come nel caso di Abedini, deve comunque rimettersi (per semplificare il concetto). In pratica la Camera di Consiglio si riunisce pro forma. Dal momento che “la revoca è sempre disposta se il Ministro della Giustizia ne fa richiesta”(*).

Non siamo giuristi – qualcuno dirà, e si vede – però l’impressione è che con l’articolo 718 il legislatore abbia voluto introdurre una parvenza di legalità: un colpo di vernice coprente, marchio stato di diritto, alla ragion di stato o comunque al mercanteggiamento politico.

Qui, e dispiace dirlo, il punto debole dello stato di diritto. Quando però? Quando si usa la forma per far  prevalere la sostanza. Quando, in sede di applicazione, ci si nasconde dietro il diritto positivo, cioè il diritto vigente.

Quando, per capirsi, si finge di ignorare un fatto fondamentale: che, proprio durante il fascismo, una volta “inteso lo stato di diritto come stato di diritto positivo, in quanto il solo diritto positivo era riconosciuto come diritto, si constatò quanto facilmente lo stato potesse modificare stringendola fino a sopprimerla, la sfera di libertà garantita ai cittadini nei confronti di esso” . Così Guido Fassò, grande e dimenticato filosofo liberale del diritto (**).

Detto altrimenti: lo stato di diritto che si autodistrugge in nome del diritto dello stato.

Certo i Tg ripetono che il ministro Nordio, e dietro di lui un governo che in verità non hai mai regolato i suoi conti con il fascismo, ha semplicemente applicato la legge vigente. Nulla di speciale. Nessun mercanteggiamento politico.

E sia pure. Però esiste una questione di fondo. Perché una volta ammesso il principio che tutto il diritto può essere ricondotto alle norme poste dall’autorità sovrana (per buttarla sul dotto, il positum, nel senso di posto da una autorità), tutto è possibile, perfino la soppressione dei diritti individuali.  Ovviamente per legge, utilizzando, in modo furbesco (se ci  si passa l'espressione) la  forma diritto per sopprimere la sostanza libertà,  come ben sottolinea Fassò a proposito del fascismo.  Per farla breve:  si salva la faccia evocando la legalità della misura, perché posta da un norma derivante da un’autorità sovrana.

Al di là della questione Abedini-Sala, si evidenzia un problema legato, e non da oggi, a una pericolosa visione statalista del diritto (tecnicamente si parla di giuspositivismo) che tramuta lo stato di diritto in diritto dello stato. Di qui però la necessità, di fare in modo, perché lo stato di diritto sia tale, di evitare ogni intromissione della ragion di stato, indipendentemente dalle sue finalità, buone o cattive che siano.

Sotto questo aspetto, per venire al concreto, l’articolo 718 andrebbe emendato, riservando ai giudici ogni decisione. Solo così si può difendere la divisione dei poteri, che è parte integrante dello stato di diritto.

Ovviamente i giudici sono esseri umani e possono sbagliare, come del resto politici e governi. Però, proprio per questo, se un giudice, può avere anche le sue idee politiche, un politico ha solo le sue idee politiche. Il che spiega la maggiore pericolosità del potere governativo rispetto al potere giudiziario, come pure la necessità della loro separazione.

Concetto in fondo molto semplice. Eppure…

Carlo Gambescia

P.S. Di questo dovrebbero occuparsi liberali in prestito a “Libero” e non di bibbie e difese d’ufficio dell’Arma.

(*) Qui per la norma: https://www.brocardi.it/codice-di-procedura-penale/libro-undicesimo/titolo-ii/capo-i/sezione-ii/art718.html .

(**) G. Fassò, Storia della filosofia del diritto. Il Novecento, il Mulino, Bologna 1972, vol. III, pp. 378-379.