venerdì 21 giugno 2024

“Autonomia differenziata”: una buffonata statalista

 


Il lettore avrà notato che sulle nostre pagine finora non si è parlato della  legge sull’ “autonomia differenziata”. Perché? Per la semplice ragione che si tratta di una questione tutta interna a una visione statalista della realtà. Roba da mandarini del welfare state.

Si rifletta sul punto: lo stato, anzi il macrostato, trasferisce alle regioni alcuni poteri ad esempio in ambito sanitario e fiscale, poteri che le regioni, come micro-stati, gestiranno in proprio, all’interno però di livelli minimi di prestazioni, uguali per tutti, si dice, stabiliti dal macrostato.

Sono virtuosismi redistributivi.  Giochi di prestigio welfaristi.  Dal  momento che in pratica per il cittadino non cambierà nulla. Il concetto base resta quello di prima. Uno sportello continuerà a dividere chi è dietro da chi è davanti. Anzi, probabilmente (basta farsi un giro nel Nord Est), i poteri pubblici, regionali, ad esempio nell’ambito del fisco, si faranno più occhiuti, perché più vicini, troppo diciamo, al cittadino. Insomma ci saranno maggiori controlli, altro che crescita della libertà… " Ho visto  il figlio della Rosa, con l'auto nuova,  manda un vigile...".

In realtà, la vera riforma, sarebbe quella di ridurre i poteri del macrostato, con effetto liberatorio a cascata, non sul microstato, ma sull’individuo, puro e semplice. La vera riforma è quella di fare a pezzi la gabbia di ferro del welfare. Per capirsi, meno o zero potere allo stato, più al cittadino. Altirmenti detto: lo stato ( e neppure la regione ovviamente) non è la soluzione ma è il problema. Concetto totalmente estraneo – purtroppo – alla ratio della legge sull’autonomia differenziata.

E infatti cosa accade? Che destra e sinistra, sul tenersi stretti i poteri pubblici, sono d’accordo. Vivono sulla gabbia di ferro.

E di che discutono allora? Di eguaglianza distributiva. 

La sinistra sostiene che questa legge dividerà le regioni ricche da quella povere. La destra  il contrario. 

Come se la qualità delle prestazioni dipendesse dal passaggio di poteri dalla burocrazia dello stato a quella della regioni. Sempre di burocrazia si tratterà. Criteri e mentalità saranno gli stessi di prima. 

Ripetiamo, il vero problema viene invece eluso. Dal momento che l'unica vera cosa da fare  sarebbe  quella di   privatizzare la sanità,  come altri settori ovviamente.  Partendo dal centro, e così via.  E non puntando sulla spartizione del bottino tra stato e regioni.

Insomma una buffonata statalista. Che barba, che noia.

Carlo Gambescia

giovedì 20 giugno 2024

Povero Montanelli...

 


Montanelli si sarà rigirato nella tomba: Giorgia Meloni alla festa dei Cinquant’anni del “Il Giornale”. Oggi esce pure una lunga intervista: soliti otto milioni di baionette (marchio di fabbrica), fiumi di disprezzo verso la sinistra (per ricompattare), e tracce evidenti di complottismo antieuropeo (per preparare possibili uscite di sicurezza).

Montanelli, nell’Italia del 1975, che andava decisamente a sinistra (qualcuno pure con il kalashnikov), grazie alla fondazione de “Il Giornale” tenne alta la bandiera liberale. 

È agli atti (si pensi alle varie biografie uscite su di lui) che Montanelli sosteneva una cosa molto semplice. Difendeva il principio al quale doveva e deve attenersi ogni buon giornalismo liberale: guidare il lettore, non lasciarsi guidare dal lettore. 

 Nel senso, per capirsi, di non essere mai più a destra ( o sinistra) del lettori. Si chiama equilibrio. E nasce da quel che un amico spagnolo, professore di scienze sociali, Jerónimo Molina, chiama l’ “immaginazione del disastro”. Cioè, capire che le parole sono pietre e possono fare danni, in crescendo fino alla guerra civile. O comunque, spianarle la strada. Quindi vanno ben scelte ed economizzate.

Una moderazione che dall’avvento in politica di Berlusconi, a cominciare dal “Giornale”, non è più di casa in Italia. E infatti ci ritroviamo con una ex missina, dalle saldissime radici fasciste ( o neofasciste, decida il lettore) al governo. Mentre “Il Giornale” di direttore in direttore, di estremismo in estremismo, è caduto sempre più in basso. In qualche modo, la presenza di Giorgia Meloni ai “Cinquant’anni”, lei così antiliberale, anticapitalista, “filo-occidentale” e “filo-semita” per caso (diciamo fin quando reggerà Biden), ricorda la foto che comprova il tradimento, scattata da un investigatore privato. Insomma, i fedigrafi a letto insieme.

Tradimento dei valori liberali. Roba da divorzio. E infatti chi scrive non ha più alcun rapporto con “Il Giornale” da almeno trent’anni. E c’è invece chi è andato in pensione passeggiando tra le rovine. Del resto la carne è debole... Scagli la prima pietra, eccetera, eccetera.

E qui si aprono alcuni  problemi. 

Può un liberale, che a fatica si riconosceva nei programmi di Berlusconi, votare Giorgia Meloni? Montanelli mai consigliò di votare Almirante. 

Può un liberale comprare e leggere “Il Giornale” tutti i giorni? No. Eventualmente sì, ma solo se iscritto, per parafrasare Magnotta, al partito dei Tafazzi. In effetti i delusi non sono pochi: la diffusione attuale è di trentamila copie.

Quando leggiamo, sotto la testata del “Giornale”, “ 50 anni contro il coro” (in realtà diciamo un ventina, fino al 1994) non possiamo non avvertire, per dirla all’antica, “un moto di sdegno”.  Un quotidiano,  un tempo elegante e forbito, politicamente e culturalmente aristocratico, oggi  finito nelle grinfie del volgarissimo trust giornalistico di destra, proprietà dell’imprenditore Angelucci. Per buttarla sul romanzo d'appendice,  si pensi alla contessa decaduta,  finita  a fare la governante presso  una  famiglia di parvenu.

Purtroppo, ora le cose vanno così. Per dirla con uno dei massimi filosofi del Novecento, Rino Gaetano: “Chi porta gli occhiali, chi va sotto un treno/ Chi ama la zia, chi va a Porta Pia/Ma il cielo è sempre più bluuuuuuuuu”.

Ecco “Chi legge il Giornale, chi vota Meloni/ Chi non lo legge, non la vota e si è rotto i…” Lasciamo all’immaginazione del lettore. Basta possedere un minimo di senso della rima baciata…

Carlo Gambescia

mercoledì 19 giugno 2024

Il "Secolo d'Italia" non dice la verità

 


Dal punto di vista politico, Il “Secolo d’Italia”, da organo di stampa di Fratelli d’Italia ( che, formalmente, l’editore sia la Fondazione Alleanza Nazionale è una foglia di fico legale), fa il suo dovere: come si diceva un tempo, “attacca l’asino dove vuole il padrone”, cioè Giorgia Meloni. Quindi magnifica, come si può vedere, il primo Sì alla legge sul premierato (sul "SI" non accentato stendiamo un velo pietoso...).

Invece dal punto di vista dell’informazione, nel senso di dire sempre la verità, mente. Perché, come ogni serio giornalista sa, questa legge renderà più difficile la caduta di quei governi che stanno lavorando male (*). Quindi, il titolo corretto, sarebbe: “Democrazia più debole”.

Si dirà, ma allora i complotti, gli inciuci, i “cambi di casacca” in corso d’opera? Per riprendere Thomas Jefferson, a proposito della libertà stampa (“Toccasse a me decidere se dovessimo avere un governo senza giornali o giornali senza un governo, non esiterei un attimo a preferire la seconda opzione”), si può dire lo stesso dei “cambi di casacca”: se si dovesse scegliere tra un parlamento in divisa (dopo questa riforma) e i “cambi di casacca” ( di prima) non c’è partita. Meglio “i cambi di casacca”. E spieghiamo perché

Dietro la legge sul premierato si nasconde un concetto plebiscitario di democrazia. La legge è congegnata in modo tale, che chi vince le elezioni governa per cinque anni, a prescindere dalle capacità dimostrate in corso di legislatura. E se ne possono fare di guai in lustro...

Massima concessione all’elettore: un sosia politico del premier, se, eventualmente, quello in carica, risultasse inviso ai suoi stessi deputati. Cioè, la legge prevede che debba essere promosso primo ministro un parlamentare della stessa maggioranza che ha vinto le elezioni.

La ratio della legge sul premierato è che il  popolo può dire la sua solo al momento del voto. Dopo di che il manovratore scelto deciderà per tutti. Anche per coloro che non lo hanno votato. Qui risulta evidente la logica plebiscitaria, che, come tale, penalizza la minoranza, cioè chi ha perso le elezioni, e che comunque siede in parlamento.  Che, per cinque anni, gode di un formalissimo diritto di tribuna. Detto altrimenti parla a se stessa. Perché di fatto non può incidere. Va onestamente riconosciuto che nelle dittaure non esiste neppure il diritto di tribuna. Però, per dirla alla buona, si dovrebbe sempre guardare avanti non indietro.

Perciò è vero che la legge sul premierato evita i “cambi di casacca”, ma a che prezzo?

Insomma, se la democrazia è rispetto delle minoranze, questa legge, che favorisce esclusivamente la maggioranze, non rafforza ma indebolisce la democrazia. Quindi il "Secolo d’Italia", giornalisticamente parlando, mente.

Carlo Gambescia

(*) Ce ne siamo già occupati qui: https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/search?q=premierato ( i primi tre articoli).

martedì 18 giugno 2024

Orbán e Meloni, il gatto e la volpe…

 


La dichiarazione che segue è di Viktor Orbán, la cui stima verso Giorgia  Meloni, ricambiata, è nota (*). Parole che rinviano in modo esemplare a un atteggiamento totalmente estraneo a quello di una destra liberal-democratica ed europeista. Tra l’altro sono ufficiali i fitti contatti nelle ultime ore tra  Orbán e la  Meloni. Se ci si passa la battuta, il gatto e la volpe puntano ad accasarsi, ma i loro voti messi insieme, unitamente a quelli delle altre destre, non basteranno comunque.

Leggiamo.

«(…) Oggi a Bruxelles la volontà del popolo europeo è stata ignorata. Ilrisultato delle elezioni europee è chiaro: i partiti di destra si sono rafforzati, la sinistra e i liberali hanno perso terreno. Il Ppe invece di ascoltare gli elettori, alla fine si è alleato con i socialisti e i liberali: oggi hanno stretto un accordo e si sono spartiti i vertici dell’Ue”. Lo scrive su X il premier ungherese, Viktor Orbán. “A loro non interessa la realtà, non si preoccupano dei risultati delle elezioni europee e non si preoccupano della volontà del popolo europeo. Non dovremmo essere ingenui: continueranno a sostenere l’immigrazione e a inviare ancora più denaro e armi alla guerra tra Russia-Ucraina. Non cederemo a ciò! Uniremo le forze della destra europea e lotteremo contro i burocrati favorevoli all’immigrazione e alla guerra”, aggiunge (…)» (**).

Mente. In realtà, la distribuzione dei seggi nel Parlamento europeo, prima e dopo le elezioni, seppure ancora provvisoria, prova, quanto meno tendenzialmente, l’esatto contrario (***). Un inganno che rinvia al classico atteggiamento demagogico delle destre non liberali, anzi antiliberali, che blaterano di volontà del popolo quando devono agguantare il potere, salvo poi ignorarla una volta al comando. Dimostrando così una sete di potere senza pari, tipica di coloro che nell’album di famiglia hanno croci frecciate e camice nere

Sui migranti le politiche dell’Ungheria e dell’ l’Italia (ieri altra strage di migranti a largo della Calabria), provano invece proprio quanto appena detto.

Quanto all’invasione russa dell’Ucraina, per ora, Giorgia Meloni sembra aver sposato la linea Nato. Però, ecco il punto, come si può avanzare per gli Affari Esteri dell’Ue, secondo nostre fonti accreditate, il nome di Elisabetta Belloni ? Forse perché si tratta di un puro funzionario, esecutore di ordini? Utilissimo nel caso dovesse vincere Trump, favorevole a una politica filorussa? Di qui la strada spianata al conseguente contrordine della Meloni? Il pericolo c’è. La Meloni un tempo non nascondeva la sua ammirazione per Trump. Ovviamente, ora ha davanti a sé Biden. Però solo per alcuni mesi, quindi prende tempo. Il vero volto, isolazionista della Meloni, verrà fuori “dopo”, in caso di vittoria del magnate americano, isolazionista come la leader di Fratelli d’Italia.

Fortunatamente, al di là del del furbo piangere con un occhio solo di Orbán e della Meloni, la maggioranza di centro-sinistra favorevole alla riconferma di Ursula von der Leyen, non ha bisogno dei loro voti, come mostra la nostra copertina. Perciò è politicamente giustificato che si vada avanti senza cercare o accettare l’appoggio di una destra che di liberale non ha proprio nulla. Anzi, che all’occorrenza, come si evince dalle parole di Orbán, aspira ad allearsi con partiti chiaramente filonazisti e filofascisti.

Ciò che è grave, per tornare a Orbán e alla Meloni, che, ripetiamo, evocano  un successo politico che non ha alcun fondamento sul piano concreto della distribuzione dei seggi in Europa, è il fango che si getta sulle istituzioni parlamentari europee. Soprattutto, come ormai accade da anni, quando si asserisce che Bruxelles ignora la volontà del popolo, secondo il cliché retorico dell’anti-parlamentarismo pre-fascista.

In realtà gli elettori europei, quindi non solo coloro che hanno votato Fratelli d’Italia, hanno  ribadito la sua fiducia nelle istituzioni europee e in un centro-sinistra perfettamente capace di condividerle politicamente e moralmente. Quindi affidabile sul piano dell’opzione liberal-democratica. Poi lo si potrà criticare sul piano del dirigismo, ma non su quello dell’ europeismo.

È proprio su quest’ultimo punto che risiede la pericolosità di Orbán e della Meloni e delle varie destre, più o meno estreme. Che gettano fango sulle istituzioni parlamentari europeo. Rendendosi indegne di governare.

Carlo Gambescia

(*) Si veda qui l’intervista in ginocchio a Orbán, tipo quella storica di Minà con Fidel Castro, di un certo Giubilei: https://www.ilgiornale.it/news/politica/commissione-ue-ha-fallito-su-tutto-guerra-ai-migranti-ora-2329826.html .
(**) Qui: https://www.agi.it/estero/news/2024-06-17/nomine-ue-conclusa-cena-verso-bis-von-der-leyen-26819550/ .
(***) Qui: https://asvis.it/goal16/home/484-20781/i-numeri-del-nuovo-parlamento-europeo .

lunedì 17 giugno 2024

Il mito della "vittoria mutilata"

 


Questa storia dell’evocazione di un peso maggiore dell’Italia in Europa è molto pericolosa. Ci riporta al passato. Un passato di disgrazie politiche.

Mussolini aveva raccolto la brillante vittoria del 1918, traducendola falsamente, sulla scia dei nazionalisti, in “vittoria mutilata” dagli alleati. Per Mussolini, l’occupazione illegale di Fiume da parte di D’Annunzio, fu il punto di partenza ideologico per alimentare in seguito il ridicolo sogno dell’ “Italia imperiale”. Qui il lettore prenda appunto, diciamo mentale: “ vittoria mutilata”.

In effetti l’Italia di Mussolini, per un certo tempo, riuscì a "pesare" sull’Europa. “Contava” perché la si credeva forte sul piano militare e più decisionista e aggressiva su quello politico: un grande bluff. Nel dopoguerra, un’Italia sconfitta che aveva mostrato tutta al sua pochezza militare, politica e morale, si reinserì faticosamente nel contesto europeo. Con i trattati di Roma, l’Italia riacquistò uno status di parità con nazioni un tempo nemiche. Infine L’ombrello Nato, non solo in termini di interessi ma anche di valori, consolidò nel mondo l’immagine della nuova Italia liberal-democratica.

Finalmente l’Italia non pesava più in Europa e nel mondo, come negli incubi imperialistici di Mussolini. E non poteva pesare, anche perché paese povero di risorse naturali, prigioniero in una macchina burocratica ereditata dal fascismo, moderno a metà, perché ancora stregato da pregiudizi religiosi e sociali.

Oggi la situazione, che sotto il profilo della modernizzazione, rinvia a due periodi alti, di crescita in tutti i sensi (gli anni Sessanta e Ottanta), è profondamente cambiata. Il populismo, soprattutto di destra ha una componente nazionalista. Il populismo vede ovunque “vittorie mutilate”. Il populismo porta con sé una riflessione nazionalistica, via via sempre più prepotente, sul peso dell’Italia in Europa nel mondo. Da ultimo con il governo Meloni, su chiare posizioni di estrema destra, è addirittura tornato in voga il linguaggio mussoliniano. “L’Italia vuole pesare di più” proclama quasi ogni giorno Giorgia Meloni. 

Se si guarda alla storia d’Italia, tutte volte che l’Italia ha tentato di pesare di più, con Crispi nell’Italia liberale (disastro africano), con Mussolini, nell’Italia fascista (tragedia della guerra mondiale) è finita male, ma veramente male.

Ovviamente, almeno per ora, Giorgia Meloni, non parla di avventure militari. Però il Mediterraneo, sebbene attraverso l’impiego di una specie di marina coloniale anti-migranti (le motovedette cedute dall’Italia alla Libia), si è nuovo militarizzato. Inoltre, una crisi della Nato, ad esempio con Trump al potere, potrebbe aprire scenari fino a ieri inauditi, con rovesciamenti delle alleanze e peggioramento dei rapporti all’interno di un’ Unione europea divisa in paesi pro e contro Mosca, anche sul piano militare.

Nessuno previde nel 1989, dopo la caduta del muro, la dissoluzione dell’ Unione Sovietica. Fu tutto molto veloce. Un tornado politico.

Sotto questo profilo il neo-nazionalismo italiano non promette nulla di buono: il voler pesare di più – poi a ogni costo – è pericoloso. Per l’Italia, parliamo del Paese, della “gente comune”, la posta in gioco è molto alta. Non si tratta solo di andare a Bruxelles, come si legge questa mattina, per pretendere incarichi apicali per un pugno di voti presi in più. Ma sussiste il serio rischio, in caso di una sconfitta politica, di veder risorgere il mito della “vittoria mutilata” dagli alleati, come nel 1918.

Questa identificazione nazionalistica, un vero e proprio lavaggio del cervello, tra Fratelli d’Italia e l’Italia – nel senso che una sconfitta a Bruxelles del Governo Meloni rischia di essere assimilata ed evocata come una sconfitta dell’Italia, di “tutti” – è pericolosissima, soprattutto in un quadro internazionale instabile e divisivo.

Purtroppo il neo-nazionalismo è una pianta velenosa. Un cancro politico a rischio di metastasi sociali che va sradicato prima che sia troppo tardi.

“Prima che sia troppo tardi”. Anche qui il lettore prenda appunto.

Carlo Gambescia

domenica 16 giugno 2024

“Piano Mattei”? Tremila trattori

 


La sinistra imbecille – non troviamo altro termine – ironizza sul resort per “ricchi” di Borgo Egnazia, dove si è tenuto il G7, definendolo “non luogo”. Attenendosi al canone della caliginosa antropologia di Marc Augé. Un prestigiatore post-strutturalista colpevole di aver dirottato, non mediocri intelligenze, verso inutili tesi di dottorato sui suoi inutili libri… Roba da ergastolo.

Secondo il mago Silvan dell’antropologia anticapitalista d’Oltralpe (quello della sociologia era Pierre Bourdieu), il “non luogo”, ad esempio un centro commerciale, è tale perché non ha addentellati con la realtà: trattasi, scrive, di frutto velenoso del tardo capitalismo, eccetera, eccetera. La colpa di Borgo Egnazia, quindi di Giorgia Meloni che lo ha scelto, – ecco il populismo di sinistra ammantato di snob-teorie – è di essere un ” non luogo” una costruzione artificiale, spuntata dal nulla, e riservata solo ai ricchi. Quelli tipo “ma che bontà, che bontà, che cos’è questo resortino qua”…

Giorgia Meloni, spregiudicata com’è, davanti a questa tesi si sarà fatta un montagna di risate. Lì a darsi di gomito con la sorella e il cognato. Scorgendovi, da quella volpe che è, il vicolo cieco in cui si è cacciata una sinistra che, pur citando Augé, poi ha i propri resort, salvo non parlarne davanti al “popolo” e alle “telecamere”. Pronta a scatenare – la Meloni – il solito teatrino, tra destra e sinistra, a chi sia più populista dell’altro. E altrettanto  lesta  a tirare fuori la lista della serva, per sbattere in faccia alla sinistra che il suo “non luogo” è costato di meno.

In realtà, Giorgia Meloni, che come ha giustamente scritto Bloomerberg, ha approfittato del G7 per promuovere “herself” , la spara grosse. Nella Roma del Maestro Califano si chiamano pallonari. Ecco la Meloni, politicamente parlando, è una pallonara. E  su questo, una volta presa in castagna, andrebbe, regolarmente, crocifissa. Però in conferenza stampa nessuno dei giornalisti presenti ha alzato il ditino.

Di balle spaziali ne evidenziamo solo una, che vale per tutte le altre. “Piano Mattei”. Ora, ammesso e non concesso, che sia cosa buona e giusta, si legga qui, cosa ha annunciato la Meloni

Un ‘fondo speciale multi-donatori’ che partira’ da ‘130 milioni di dollari’ e un accordo bilaterale ‘tra l’Italia e il Gruppo Banca Africana di Sviluppo’ in cui Roma ‘ha impegnato150 milioni di dollari’ (…). Sono due nuovi fondi per finanziare il piano Mattei annunciati a margine del G7” (*).

Vogliamo fare  anche noi  i conti della serva?  E sia. 

Semplifichiamo per i lettori: diamo il dollaro ed euro alla pari. In tutto sono 280 milioni di euro. Sanno i lettori quanto costa un trattore? Per saperlo basta fare un giro su Internet: 100 mila euro. Il che significa che con 1 milione di euro si comprano 10 trattori, con 10 milioni 100 trattori, con 100 milioni 1000 trattori, con 280 milioni, crepi l’avarizia, se ne comprano 3000. L’Africa ha 1 miliardo e mezzo di abitanti. Il 70 % vive di agricoltura. Ma mettiamo pure la metà: 3000 trattori per 750 milioni di agricoltori.

E parliamo di trattori, non di strutture integrate, idrauliche, fattorie modello, eccetera. Cose molto più costose… Quando si dice prendere per i fondelli. Gli italiani. E purtroppo pure gli africani.

Ecco, di questo, la sinistra, che si dice vicina ai “Poveri della Terra”, dovrebbe parlare. Cose concrete. Non dei fantasmatici “non luoghi”. Solo così potrebbe smontare le balle spaziali di Giorgia Meloni. E invece? Ça va sans dire, cita dottamente Marc Augé… 

Imbecilli.

Carlo Gambescia

sabato 15 giugno 2024

G7, ci risiamo. Torna l’alleanza fra Trono e Altare

 


Talvolta si può restare stupiti per gli  elementi di continuità che si ritrovano nei fenomeni storici. Però,  G7, Trono e Altare...  Il titolo è criptico. Serve subito una spiegazione.

Tutto il pensiero controrivoluzionario, cioè nemico dei diritti sanciti dalle rivoluzioni liberal-democratiche (inglese, americana, francese) si è sempre appellato alla ferrea unione tra potere politico e potere religioso, proprio per contrastare meglio la marcia dei diritti individuali, invisi a queste due forme di potere autocratico: lo stato assoluto e la chiesa cattolica, struttura autoritaria per eccellenza (il protestantesimo prenderà altre strade in stretta connessione con le rivoluzioni liberali). Tecnicamente si chiamava e si chiama alleanza fra Trono e Altare.

Si pensi solo per fare un esempio – relativamente recente – ai concordati tra la chiesa cattolica, l’Italia fascista e la Germania nazista. Di regola, lo stato liberale separava, lo stato autocratico univa o pretendeva addirittura, come nel regalismo, di prendere la Chiesa sotto la propria ala, oppure come nel confessionalismo, si mascherava da prete.

Qual è la nostra tesi allora? Che al G7 la presenza del papa può essere soltanto giustificata da una riproposizione dell’antica filosofia della stretta unione fra Trono e Altare.

Si rifletta su alcuni punti. Al governo c’è un partito, Fratelli d’Italia, che nell’idea del Concordato mussoliniano vede ancora un capolavoro di sapienza giuridica. Non solo questo però. Parliamo di un partito, dalle idee controrivoluzionarie, che vede i diritti individuali come fattori di disgregazione sociale. Come del resto prova l’eliminazione dal documento finale di qualsiasi riferimento all’interruzione di gravidanza e alla protezione del diritto a un orientamento sessuale non in linea con i criteri del cattolicesimo.

Si dirà che questa è  la sacrosanta posizione della “destra dei sani principi morali”, del "dio, patria e famiglia", eccetera, eccetera. Quindi giusto così. Giusto, dal punto di vista del pensiero controrivoluzionario e nemico, dal almeno due secoli, della grammatica liberale dei diritti individuali.

Siamo davanti a un vero e proprio passo indietro. Per ora, questa negazione dei diritti individuali, pilastro della società moderna, è riproposta in modo soft, diciamo pure ipocrita. Si pensi, ad esempio, a quanto ha dichiarato il ministro Lollobrigida in argomento: che, introdurre la questione, poteva essere “inopportuno, data proprio la presenza del Santo Padre” (**). Capito? Il papa come scudo: lo si invita, e poi si adduce la scusa, che perché lo si è invitato, quindi, eccetera, eccetera. Qui è in gioco una questione epocale, e Lollobrigida invece della Luna, fissa il dito. Come si dice, o ci fa o c’è…

Il tutto per continuare a finanziare, vero e proprio atto di confessionalismo (lo stato che si fa prete), non sgradito alla chiesa cattolica, le organizzazioni antiabortiste, che, con la loro presenza, puntano a trasformare i consultori  in succursali della guerra civile.

Inutile dire, che il lettore difficilmente troverà sui giornali di oggi, qualcosa al riguardo.  Sfugge anche ai più attenti osservatori, e non si capisce se per ragioni di buona o cattiva fede, che i contrivoluzionari, i difensori dell’unione fra trono e altare, sono tornati. E se continuerà così, le cose andranno sempre peggio per i difensori dei diritti individuali.

Tra gli anni Settanta e Ottanta dell’altro secolo, ai tempi dei referendum sulle leggi sul divorzio e sull’interruzione di gravidanza, si parlava di “forze della reazione in agguato”. In realtà gli italiani si mostrarono più che maturi e votarono no. Era un sì alla modernità dei diritti liberali. Il clerico-fascismo fu battuto. Saremo in grado di batterlo una seconda volta?

Ne dubitiamo.

Carlo Gambescia

(*) Qui 2023: https://www.consilium.europa.eu/media/64497/g7-2023-hiroshima-leaders-communiqu%C3%A9.pdf  .Qui 2024: https://www.g7italy.it/wp-content/uploads/Apulia-G7-Leaders-Communique.pdf . Per una verifica immediata basta inserire in “trova” le parole-chiave, ad esempio abortion e Lgbt.
(**) Qui: https://www.ansa.it/sito/notizie/speciali/g7-italia/2024/06/14/meloni-al-g7-litalia-ha-stupito-e-tracciato-la-rotta_42b8ce1d-5e0e-4490-b1d3-264c15dd0a5a.html .