martedì 21 novembre 2023

L’ “antropología desconocida” di Javier Milei

 


Come è duro dirsi liberali. Poi dichiararsi addirittura libertari significa essere subito liquidati e relegati all’estrema destra. Il che è triste e fastidioso.

Triste perche così vince la menzogna politica; fastidioso perché la vittima predestinata rischia di ritrovarsi in brutta compagnia e di non essere presa  politicamente sul serio.

Ecco quel che abbiamo provato ieri, leggendo e sentendo liquidare in questo modo per l’ennesima volta dalla stampa mondiale Javier Milei, il candidato “anarco-capitalista” (quasi una parolaccia), trionfatore delle elezioni argentine. Lo si è messo fin dall’inizio sullo stesso piano di personaggi come Trump, viziatissimo figlio di papà dalle pulsioni golpiste, di Bolsonaro, un ex  militare mezzo fascista, e di altri personaggi minori delle destra populista e radicale internazionale.

In realtà, come leggevamo ieri in un editoriale dello storico Carlos Pagni su “La Nación”, con Milei si entra in una “geografía desconocida” (*). Dal momento che le idee di Milei, un professore di economia, di umili origini, da pochi anni in politica, grazie a una fresca di gloria mediatica, sono dirompenti. Non solo rispetto agli ultimi quarant’anni di storia argentina, dopo il ritorno della democrazia, ma con riguardo a quel drago dalle sette teste che si chiama peronismo, alitante dominatore della politica e dell’economia argentina dalla seconda metà degli anni Quaranta del Novecento. Tuttora vivo nell’immaginario collettivo, pur con sfumature politiche diverse, populiste, sindacaliste, socialdemocratiche.

Insomma, nulla a che vedere, almeno sembra, con il timido tentativo di  Mauricio Macri, presidente dal 2015 1l 2019, altro candidato non proveniente dalle file del peronismo, meno evoluto di Milei sul piano teorico,  anch’egli però vincitore in questa tornata,  perché portatore di  voti preziosi al ballottaggio.

Il linguaggio e le idee liberali di Milei rappresentano qualcosa di radicalmente di nuovo per l’elettore argentino. Il problema è se riuscirà ad attuare il suo programma. Cioè, se questa “geografía desconocida” acquisterà  una morfologia reale.  Dal momento che per ora sulla stoffa politica di Milei nessuno può giurare. Si dovrà giudicare dall’opera.

Progetti come la privatizzazione dell’economia, l’apertura all’economia mondiale, l’abolizione della banca centrale, l’adozione del dollaro, la revisione radicale dei sistemi di assistenza sociale e di istruzione pubblica sono qualcosa di inaudito per le orecchie non solo dei peronisti vecchi e nuovi, come pure di un’imprenditoria argentina dipendente in larga parte dallo stato (la famigerata “oligarchia” vive di sussidi), ma, sul piano esterno, per quel blocco politico mondiale di stampo liberal-socialista, macro-archico (statalista), che come una vischiosa melassa impedisce qualsiasi riforma liberale.

La diversità intellettuale di Milei, cosa che si può scoprire leggendone le pubblicazioni (**), rispetto alle destre radicali e populiste è nella riconduzione dei diritti civili nell’alveo della sfera privata. Le contestazioni, più grossolane, che gli sono mosse, ad esempio di essere favorevole alla cessione di organi e al tempo stesso contrario all’ aborto, rinviano invece a due precise idee liberali: la proprietà individuale del proprio corpo (cessione degli organi) e il principio che si può anche abortire (quindi depenalizzazione) ma non con l’autorizzazione e i denari dello stato. In ultima istanza, deve essere sempre l’individuo a decidere ciò che fare del proprio corpo, non lo stato.

Per contro le destre radicali e populiste non tengono in alcuna considerazione l’individuo, al quale antepongono concetti astratti come il “popolo” “dio”, la “tradizione”, la “famiglia”, la “società”, la “nazione”, lo “stato”. Milei, come vero liberale e autentico libertario (l’uno non esclude l’altro: si può essere liberali in politica e libertari sul piano dei diritti civili), pone alla base del discorso politico l’individuo, una realtà concreta, tangibile e innegabile.

Pertanto, parlare di Milei, come di un politico di estrema destra è totalmente sbagliato. Il trattamento obbligatorio da mezzo fascista è un tentativo di disinnescare il potenziale esplosivo racchiuso nel suo porre al centro del discorso politico non lo stato ma l’individuo. L’analisi politica di Milei riconduce i diritti civili e politici all’individuo, rifiuta qualsiasi forma di mediazione, di qui la sua forte polemica contro le “caste” e le “burocrazie” pubbliche e private.

La differenza tra l’uso del termine “casta” in Milei, quindi in un vero liberale, e l’uso che ne fanno in Italia la sinistra e la destra (populiste o meno),  è data dal giudizio sullo stato: Milei non fa sconti, vuole ridurne il ruolo al minimo se non al grado zero, soprattutto in economia, mentre destra e sinistra vogliono conferire allo stato una veste etica: da stato delle “caste” a stato del “popolo”. Un’utopia pericolosa che non tiene conto di alcune regolarità metapolitiche come  a proposito della distinzione tra governanti e governati e della conseguente e inevitabile deriva oligarchica e burocratica di ogni governo, per quanto democratico si professi.

Ovviamente, quanto fin qui detto rimanda alla teoria politica di Milei. Se si vuole al mondo dell’ideale e dell’astratto. La vera domanda è se riuscirà a tradurla in fatti concreti. Il che dipende non solo dalle idee, ma dalla stoffa politica dell’uomo Milei. E qui torniamo non tanto o non solo alla “geografía desconocida” – le idee – di cui scrive Carlos Pagni, ma all’uomo, all' “antropología desconocida” di un presidente che intorno a sé, come scrive l’editorialista de “La Nación “, ha raccolto il 55,7 per cento dei voti contro il 44,30 per cento dell’avversario.

Potranno bastare per una rivoluzione liberale? Forse. Ma soltanto se dopo il “teorico” anche l’ “uomo politico” Milei saprà mostrarsi all’altezza della situazione.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://www.lanacion.com.ar/politica/entramos-en-una-geografia-desconocida-nid20112023/ .

(**) Per farsi un’idea del suo approccio si veda J. Milei, W la Libertad Carajo! Breve antologia di saggi in difesa delle libertà individuali e del diritto di proprietà, Facco Editore 2020. Per acquistarlo: https://www.amazon.it/liberda-antologia-libert%C3%A0-individuali-propriet%C3%A0/dp/8832075067 .

lunedì 20 novembre 2023

Femminicidio, tra negazione della realtà e caccia alle streghe

 


Il termine femminicidio risale agli anni Novanta dello scorso secolo e indica “l’omicidio di una donna per via della sua appartenenza di genere” (*).

Dal punto di vista dello studio del fenomeno, sociologi, psicologi e criminologi lamentano la scarsità e la frammentazione dei dati complessivi. Si discute dell’ assenza di vere e proprie statistiche storiche capaci di andare oltre i trent’anni. Come pure si critica la politicizzazione della questione che impedisce un’analisi obiettiva del fenomeno.

Comunque sia, secondo i dati raccolti da fonti Istat ed elaborati da Openpolis (2023),

“nel 2022 in Italia si sono registrati 319 omicidi di cui 125 con vittime di sesso femminile (circa il 39%). Un totale di 140 episodi hanno avuto luogo in un contesto domestico e in questo caso 103 hanno colpito donne (quasi il 74%). (…) . Sono stati 67 i delitti commessi da partner o ex partner, 61 con vittime donne, ovvero il 91%.. In generale l’Italia presenta il secondo dato più basso d’Europa per incidenza degli omicidi sul totale della popolazione: 0,48 ogni 100mila abitanti. Più elevato solo di quello del Lussemburgo (0,32) e ben al di sotto della media Ue (0,89). Anche per quanto riguarda gli omicidi di donne il dato italiano è inferiore alla media Ue (0,38 contro 0,66). Tuttavia se negli anni il numero di uomini vittime di omicidio si è fortemente ridotto nel nostro paese, lo stesso non si può dire delle donne (…). Nei primi anni Novanta per ogni donna uccisa erano uccisi 5 uomini. Nel tempo tale rapporto è gradualmente diminuito fino ad arrivare nel 2021 a 1,6. Se poi consideriamo le uccisioni di donne solo da parte di familiari, partner o ex partner della vittima, vediamo che la loro incidenza è lievemente diminuita (da 0,36 nel 2012 a 0,32 nel 2021). Ma è aumentata in rapporto al totale degli omicidi di donne. 85,3% degli omicidi di donne in Italia sono commessi da familiari o (ex) partner (2020). Nel 2012 la quota si attestava invece al 74%, oltre 10 punti percentuali in meno” (**).

Pertanto siamo davanti a dati obiettivi che confermano la crescita del fenomeno. Le note interessanti sono due: 1) il rapporto tra uomini e donne uccise è cresciuto in "favore" (per così dire)  di queste ultime; 2) l’aumento della quota di incidenza dell’ambito familiare ed ex partneriale.

Riconosciuto questo, si osserva però un altro fatto, che rischia di non facilitare l’analisi obiettiva del fenomeno: la trasformazione del “femminicidio” in risorsa politica.

In che modo? La sinistra, esaspera i toni e parla addirittura di un’ Italia segnata dal femminicidio di massa, aspetto che invece i dati smentiscono (***). La destra, da par suo, nega il ruolo giocato dalla famiglia e dagli ex partner, ruolo che invece i dati confermano. 

Si punta così  a guadagnare voti, puntando sull' appello politico alla pancia e non alla ragione degli elettori e delle elettrici.  Per dirla in modo triviale, si chiama anche politica con la bava alla bocca. 

Questa contrapposizione, dai toni così esasperati, non aiuta a capire né a risolvere il problema. Perché se è vero che c’è crescita, ma non a livello di  "epidemia" sociale,  resta altrettanto innegabile il collegamento tra femminicidio e basi sociologiche e psicologiche familiari ed ex partneriali.

Siamo davanti a un processo di inclusione che impone i suoi tempi. La mentalità, che la sinistra definisce patriarcale, come ogni forma di mentalità radicata non può che mutare lentamente. In Italia, società a tardiva modernizzazione, una vera e propria rivoluzione dei ruoli, che punta all’inclusione della donna, si è sviluppata negli ultimi cinquant’anni. E va crescendo, a tutti i livelli, come attestano ad esempio i dati sull’istruzione, sul lavoro, come pure sulle separazioni e sui divorzi.

Il cambiamento di mentalità, tuttora in corso, non può che registrare resistenze, ancora legate a una mentalità esclusiva ad uso e consumo dell’uomo, che sono declinate, sul piano individuale, lungo una scala di reazioni, anche psicologiche, spesso imprevedibili, reazioni che non escludono il ricorso alla violenza e all’omicidio.

Ovviamente la destra, che difende una visione tradizionalista – per la sinistra “patriarcale” – della famiglia, tende a negare una realtà che invece affonda le sue velenose radici nel tradizionalismo esclusivista maschile.

Per contro, la sinistra fa del suo peggio, all’interno di un processo inclusivo che procede, magari lentamente, ma procede, per creare un clima da caccia alle streghe, di scontro tra i generi che, piaccia o meno, non favorisce l’inclusività.

Si è così creata una specie di terra di nessuno politica, tra le due trincee, tra inclusivisti ed esclusivisti: i due nemici si osservano, si cannoneggiano, talvolta partono, alternandosi, all’assalto del nemico. I più deboli, cioè le donne, ma anche gli uomini fragili psicologicamente che si fanno assassini, restano morti sul campo, anche civilmente. Nessuno vince, nessuno perde. Non è guerra ma  neppure pace.

Così però non se ne esce più.

Carlo Gambescia

(*) Qui, per la terminologia e per un’ interessante raccolta di dati in argomento: https://www.openpolis.it/resta-alto-il-numero-di-femminicidi-in-italia-e-in-europa/ .

(**) Sempre qui: https://www.openpolis.it/resta-alto-il-numero-di-femminicidi-in-italia-e-in-europa/ .

(***) In  realtà, il triste primato, che rinvia  a numeri rilevanti, distanti però dai fenomeni di massa, riguarda soprattutto i paesi baltici. In Lettonia si sono registrati 2,14 omicidi ogni 100mila donne, in ambito domestico, per un totale di 22 episodi. Segue la Lituania con 0,87. In Italia, invece, come detto, è allo 0,42. Il dato più basso lo riporta invece la Grecia (0,16) ( https://www.openpolis.it/resta-alto-il-numero-di-femminicidi-in-italia-e-in-europa/).

domenica 19 novembre 2023

Il cittadino al guinzaglio

 


Qual è oggi la vulgata politica? Quali sono, e non solo in Italia, le tesi politiche più diffuse tra la gente? Sulle quali destra e sinistra si contrastano? Presto detto: la lunghezza del guinzaglio statale sul cittadino. Ma procediamo per gradi.

Riducendo all’ osso ciò che già circola in forma semplificata nell’intero Occidente euro-americano, intanto possiamo dire questo: 1) a sinistra si difende la tesi sulla  cattiva  destra affamatrice di un   popolo che  la sinistra  vuole  difende ed elevare; 2) a destra si accusa  invece  la sinistra di  opprimere un  popolo che la destra vuole altrettanto difendere ed elevare. Insomma, per dirla alla buona,  se non è zuppa è panbagnato.

In realtà, il vero  punto della questione è che per  "difendere ed elevare"  i governi di destra e sinistra scorgono all’unisono nello stato lo strumento ideale.

L’individuo, in quanto tale, è scomparso da ciò che resta del discorso pubblico dopo lo tsunami populista, mediatico e digitale, degli ultimi trent’anni. Una specie di maremoto, non solo di parole, propagandistico e demagogico, che ha sconvolto e ridotto il confronto delle idee al puro e semplice scambio di accuse cospirative, insulti della peggiore specie e rilancio di utopie stataliste.

Inoltre il populismo penale, cioè il ruolo di una magistratura piegatasi alle giustizia spettacolo, ha finito per fare il resto. Va anche ricordato l’effetto di ricaduta di una epidemia di Covid, pardon pandemia, che ha decisamente contribuito al rilancio dell’interventismo statale in tutti i campi.

Perciò oggi la vulgata politica – non solo italiana – ruota “vittoriosa” intorno alla redistribuzione di servizi e bonus ai cittadini. Di conseguenza il problema dei problemi per ogni di governo, di destra o sinistra che sia, è costituito dalla ricerca dei fondi per finanziare la spesa sociale.

Il che ci riporta al conflitto tra due tesi, accennato all’inizio: tra destra accusata di voler affamare il popolo, tagliando la spesa pubblica, e la sinistra che invece vuole accrescerla per nutrire il popolo.

Perciò, per capirsi, il duro e ricorrente conflitto tra destra e sinistra su pensioni e tributi rimanda non alla rivendicazione della libertà individuale da uno stato che con un mano dà (ad esempio un bonus sulla casa) e con quell’altra si riprende ciò che ha dato (in termini di cervellotici controlli sul bonus erogato), ma all’idea utopistica di uno stato che, una volta superate alcune “leggere” disfunzioni, potrà assolvere magnificamente il suo ruolo di protettore e giudice sociale.

Insomma, per venire – finalmente – al perché del guinzaglio usato nel titolo, ci si scontra esclusivamente  sulla lunghezza del guinzaglio statale sul cittadino: lungo o corto? In realtà, destra e sinistra, conservatori e progressisti, propongono, secondo le situazioni, lunghezze diverse, ma si guardano bene dal voler togliere il guinzaglio al cittadino. Ecco il vero punto della questione.

Ovviamente, la gente comune, per varie ragioni, psicologiche e sociali, crede ormai che la condizione naturale sia quella di essere tenuta a guinzaglio dallo stato. Pertanto, accetta di buon grado, anzi addirittura ringrazia. Anche perché, lo stato, asservendo l’offerta economica ( puntando su bonus e sconti fiscali alle imprese), favorisce, agendo indirettamente sui prezzi, la stabilità di domanda nell’ambito dei consumi.

A prima vista  l’economia mista (stato-mercato) sembra funzionare meglio dell’economia socialista (solo stato).  Ciò però  può essere  vero solo sul piano del controllo  politico a breve. Infatti,  dal momento che  per funzionare deve  imbrigliare il mercato, asservirlo come detto,  alla lunga la sfera del controllo politico  sull’economia della domanda, soprattutto in tempi di stagflazione (di inflazione e stagnazione produttiva insieme), rischia di estendersi e sovrastare ciò che resta della libertà di mercato dal lato dell’offerta.

Conclusioni? Il “modello cinese”di economia statizzata e “sovrana”, con l’appendice del mercato estero, semiaperto, ma controllato dal partito unico, pur nella differenza di tradizioni e ideologie, non resta un’ipotesi così remota anche per l’Occidente.

Soprattutto, come del resto sta accadendo, una volta che l’Occidente sembra decisamente tornato a incamminarsi sul viscido terreno dell’economia mista, con il beneplacito di una specie di partito unico cinese, destra-sinistra, favorevole, a prescindere dalla sua lunghezza, al guinzaglio sul cittadino.   Che, non lo si dimentichi mai,  rimanda a controlli che sono l’inevitabile portato proprio dell’economia mista.

Carlo Gambescia

sabato 18 novembre 2023

Dov’ è finita la destra libertaria?

 


Nell’ultimo periodo dell'epopea politica di Fini, dopo il “che fai mi cacci?” rivolto a Berlusconi, uscì un libro, che puntualmente recensimmo (*), intitolato In alto a destra: tre anni di idee che sconvolgono la politica (Coniglio Editore 2010), a cura di Giuliano Compagno. Scritto, come si autodefinivano sulla scia di un’intuizione di Luciano Lanna e Filippo Rossi, da un gruppo di  "libertari di destra", tra i  quali spiccavano, oltre a Compagno, Lanna e Rossi, Luciana Perina, Alessandro Campi, Umberto Croppi

Lanna, come una talpa sempre in cerca di radici, scrisse addirittura un pamphlet in argomento: Il fascista libertario (Sperling& Kupfer 2011),  anch’esso subito recensito (**).

Siamo intellettualmente curiosi. Ci piacerebbe sapere che cosa pensano i libertari (di ieri) di questo governo illiberale che (oggi)  distribuisce pistole agli agenti di polizia fuori servizio, che per i Rave non disprezzerebbe il metodo Hamas, che vieta le manifestazioni sindacali, che coltiva l’ignoranza scientifica penalizzando qualsiasi ricerca intorno alla carne sintetica, che rinchiude i migranti nei campi di concentramento in Italia e all’estero.

E non è neppure tutto. Ad esempio, il dio, patria e famiglia, celebrato da Giorgia Meloni, che tipo rapporto ha con il pensiero libertario?

Il vero problema, ieri come oggi, è che una destra prima di essere libertaria deve essere liberale, cioè deve, per forma mentis acquisita con lo studio, la pratica e la serietà d’intenti, anteporre l’individuo alla società, alla comunità, allo stato. Altrimenti il libertarismo non potrà mai essere sincero e coerente. Per usare una formuletta: il libertarismo è il grado superlativo del liberalismo, che invece è il grado positivo: se non c’è il buono (liberalismo) non può esservi l’ ottimo (libertarismo)…

Sotto tale aspetto le destre missina e post missina (quindi An e Fratelli d’Italia) non sono mai state liberali.  Sono dunque  ben al  di sotto del grado positivo.  Perciò parlare di fascismo libertario o di destra libertaria per i pronipoti di Mussolini e i nipoti di Almirante è un ossimoro, cioè un accostamento di parole dal significato contrario, come urlo muto, silenzio assordante, attimo infinito, false verità, assenza ingombrante. Insomma, rischia veramente di essere un gioco di parole. Nella migliore delle ipotesi: una scelta estetizzante. Un retaggio del dannunzianesimo politico spiegato al popolo.

Resta in ogni modo interessante scoprire, chiedendo agli ideologi di ieri, quanto fresco ossigeno libertario circoli oggi nei polmoni politici del governo Meloni e di Fratelli d’Italia. Cosa rimane di ciò che doveva essere uno “sconvolgimento” culturale e politico? 

I lettori già conoscono la nostra risposta: zero. Però, ripetiamo, il parere di Perina, Lanna, Rossi, Campi, Croppi, e da ultimo Compagno (del quale già conosciamo l’onesta risposta e in primis la grande onestà intellettuale), non guasterebbe…

Comprendiamo pure che non è facile esporsi, perché, reinventando Petrolini, l’onestà intellettuale è quella cosa che ti fa cacciar di casa…

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2010/08/il-libro-della-settimana.html .

(**) Qui: https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2011/02/il-libro-della-settimana-lucianolanna.html .

venerdì 17 novembre 2023

Tolkien giocava, la Meloni fa sul serio

 


La sinistra fa le pulci alle spese affrontate dal Ministero della Cultura per realizzare la grande mostra su Tolkien alla Galleria di Arte Moderna. Si parla di duecentocinquantamila euro. Non è una cifra astronomica. Quanto è costata la nuvola di Fuksas? Per parlare solo di un’opera pubblica voluta dalla sinistra? Trecentottanta milioni di euro. Per costruire un centro congressi poco utilizzato. Che perde soldi.

Il vero punto, per dirla alla buona, non è quello di fare i conti della serva, ma il messaggio culturale che vuole lanciare la destra, si badi l’estrema destra, che proviene dal Movimento Sociale, partito dalle radici fasciste. Messaggio tradizionalista, come vedremo. Sembra inoltre che Giorgia Meloni, appassionata lettrice de Il Signore degli Anelli, abbia imposto l’evento. Sicché il ministro Sangiuliano non ha potuto che rispondere “obbedisco”. Cose loro.

Una piccola premessa. Esistono due modi di fare letteratura: parlare al mondo e parlare a pochi. Dipende dall’autore e dalla sintonia tra i valori professati nelle  opere e i valori creduti dal suo tempo. Talvolta si crede di parlare al mondo, ma quei valori non sono sentiti e capiti da tutti. Talaltra si ignora di parlare al mondo e invece il mondo misteriosamente recepisce, assorbe e rilancia.

Tolkien appartiene al tipo di autore che non pretendeva di parlare al mondo, ma, nonostante ciò, acclamato e recepito.

A tale proposito va subito detto che la letteratura basata sulla creazione di mondi fantastici, che non è altro che una eredità tardo romantica, nella seconda metà del Novecento ha vissuto – e tuttora sta vivendo – la sua epoca d’oro come letteratura di evasione. Ovviamente, poiché si parla di diffusione di massa, lettori e gruppi di lettori hanno privilegiato aspetti differenti dell’opera di Tolkien, in particolare Il Signore degli Anelli.

Qui però ci interessa il lettore missino e postmissino.

L’estrema destra italiana, condannata all’emarginazione, ha subito colto nell’opera di Tolkien due aspetti fondamentali, uno proiettivo e uno sociologico.

Si è immedesimata – aspetto proiettivo – nella possibilità di poter ricondurre la sua ideologia, ufficialmente emarginata, all’interno di un mondo fantastico, dove poter immaginare la celebrazione dei suoi valori. Il che porta all’aspetto sociologico, cioè ai valori stessi, aspetto che rinvia all’universo autarchico, comunitario, gerarchico e mitico-manicheo che, piaccia o meno, si può ritrovare in quella specie di Pozzo di San Patrizio rappresentato da Il Signore degli Anelli.

Si è così innescato una specie di cortocircuito tra le idee di Tolkien, che intendeva parlare a pochi, e che quindi non aveva alcuna intenzione di lanciare messaggi collettivi, per giunta reazionari, e un’estrema destra in cerca di rassicurazioni soggettive e rivincite culturali sul piano oggettivo, quindi di parlare al mondo. Amore a prima vista, insomma.

L’estrema destra ha creduto di vedere in Tolkien, cosa del resto riconosciuta da non pochi intellettuali missini e postmissini degli anni Settanta e Ottanta, la possibilità di “usarlo” nell’ambito di una metapolitica dell’azione per perseguire quell’egemonia culturale che avrebbe prima o poi condotto alla riconquista del potere politico.

Perciò la vera questione non è se Tolkien fosse di destra o sinistra, dal momento che Tolkien giocava, si divertiva – quindi non è detto che vi credesse – con valori che potremmo definire pre-moderni, per dirla tutta tradizionali. Ma rinvia al fatto che l’estrema destra, che non ha mai giocato né mai si è divertita, ritiene tuttora quei valori universali. Parliamo di valori come il senso della gerarchia e della comunità e soprattutto, per effetto di ricaduta,  di inimicizia  verso chiunque osi anteporre  l'individuo alla comunità.  In sintesi, ciò che per Tolkien era relativo, per Giorgia Meloni era e resta assoluto.

Quanto al successo di massa, probabilmente resta legato alla versione cinematografica. Qui sarebbe interessante scoprire fino a che punto, negli ultimi vent’anni, una trilogia di grandissimo successo al cinema abbia influito politicamente su una fascia giovanile di spettatori, subito accorsa a leggere Il Signore degli Anelli, ignara di assorbire quei valori tradizionali oggetto di gioco letterario per Tolkien e nei quali invece la destra credeva e crede.

Perciò il problema qual è? Che su Tolkien si fanno  mostre che alla fine lasciano il tempo che trovano, mentre gli eredi dei fascisti sono al governo. Decidono. 

Insomma, Tolkien giocava, la Meloni fa sul serio.

Carlo Gambescia

giovedì 16 novembre 2023

Salvini, il sindacato e il monopolio legittimo della violenza

 


Salvini (minacciando) e Meloni (tacendo) hanno piegato Landini e Bombardieri.

Si lascino da parte i minuetti procedurali, infiorati di cavilli, (sulla natura giuridica dello sciopero generale) per andare alla sostanza metapolitica della questione.

La precettazione avrebbe avuto conseguenze penali per i lavoratori. La legge è esplicita: “La magistratura può disporre l’arresto fino a un anno per interruzione di pubblico servizio per i dipendenti che non si presentano, e fino a quattro per i promotori di uno sciopero dichiarato illegale”. Sicché Landini e Bombardieri ha fatto un passo indietro. Per evitare le gravi conseguenze del conflitto per i lavoratori e per il sindacato.

Prudenza? Insicurezza? Timore? Difficile dire. Il conflitto si basa sulla credibilità della minaccia. Ha la meglio chi appare all’altro più credibile nella concretizzazione della minaccia.

Facciamo un esempio: se entrano in conflitto due gruppi sociali, il primo distinto dall’etica della responsabilità, nel senso di badare alle conseguenze delle proprie azioni, il secondo dall’etica dei principi, nel senso di puntare sulla realizzazione dei principi senza mettere in conto le conseguenze, avrà sempre la meglio quello che agisce in base all’etica dei principi.

La situazione ottimale, dal punto di vista della composizione contrattata del conflitto, quindi democratico-liberale, è quando i due gruppi sociali agiscono in base all’etica della responsabilità. La peggiore, sempre dallo stesso punto di vista, quando entrambi i gruppi in conflitto si muovono sul piano dell’etica dei principi, perché si rischia andare alla guerra totale, per così dire.

Nel conflitto tra il governo e il sindacato sullo sciopero generale, il primo si è mosso sulla base dell’etica dei principi, il secondo sul quello dell’etica della responsabilità. Di conseguenza il sindacato ha avuto la peggio.

Alcuni ritengono, in modo alquanto superficiale, che il governo rappresenti la comunità dei cittadini, mentre il sindacato solo una parte. Di qui la giusta e necessaria affermazione, da parte del governo, di un principio generale di solidarietà. Dal momento che, si dice, sembra giusto che il tutto abbia sempre la meglio sulla parte. In realtà siano davanti a una logica politica illiberale che se portata alle sue ultime conseguenze finisce per privilegiare le maggioranze e schiacciare le minoranze.

In realtà lo stato-istituzione deve restare fuori dai conflitti sociali. I governi, di qualsiasi colore, che profittano politicamente del monopolio legittimo della violenza, passano, mentre lo stato rimane. Di qui la necessità che lo stato-istituzione rimanga sempre neutrale. L’ appropriarsi da parte del governo del monopolio legittimo della violenza, ponendolo al servizio di una parte politica, seppure di maggioranza, snatura il ruolo di neutralità dello stato. Una “appropriazione indebita” che alla lunga mina la credibilità delle sue istituzioni.

Per farla breve, la comunità dei cittadini, che il governo Meloni pretende di difendere, è quella dei cittadini che hanno votato a destra. Infatti oggi la stampa organica al governo festeggia la vittoria, mentre quella di sinistra recrimina e parla di sconfitta del sindacato.

Il vero problema è che il governo di destra, questa volta attraverso Salvini (ma chi tace, come Giorgia Meloni, acconsente), sembra  usare  le istituzioni dello stato come un randello contro le minoranze.  Le minaccia. Il che ne rivela l’anima illiberale e le radici fasciste. Non si dimentichi mai che il fascismo cancellò ogni libertà sindacale.

E ora purtroppo, come sembra, ci risiamo un’altra volta.

Carlo Gambescia

mercoledì 15 novembre 2023

“Que no se rompa España”

 


Le radici della guerra civile spagnola del 1936 si possono condensare nel “ Que  no se rompa España” (" Che non si faccia a pezzi la Spagna"), grido d’allarme intorno al quale le destre e i militari si mobilitarono per  puntare  al colpo di stato contro la Repubblica laica e socialista favorevole se non al separatismo a larghissime forme di autonomia.

Ne seguì una guerra civile, terminata nell’aprile del 1939, che portò il generale Franco al potere. Un militare intelligente, cattolicissimo, conservatore, per alcuni reazionario, che prudentemente tenne fuori la Spagna dalla Seconda guerra mondiale, avviandola dopo il conflitto, con l’aiuto degli Stati Uniti, verso uno sviluppo economico che favorì – influendo di rimbalzo sui cambiamenti di costume – il ritorno alla democrazia dopo la morte del Caudillo nel  novembre  del  1975.  Classico esempio di eterogenesi dei fini. O se si vuole di ironia metapolitica.

Dal 1978, anno del varo della la nuova Costituzione democratica aperta alle autonomie, fino all’inizio degli anni Duemila, la Spagna si è retta su una specie di patto non scritto: né vendette né assoluzioni. In modo politicamente intelligente si è preferito lasciare che il tempo rimarginasse le ferite, senza alcun intervento diretto degli uomini, includendo vincitori e vinti di ieri e di oggi, attraverso i naturali passaggi generazionali e gli spontanei cambiamenti di costume.

Se Franco non era mai stato tenero con gli sconfitti, la nuova Spagna democratica invece “lasciava fare, lasciava passare”: dai quattro nostalgici in visita alla Valle dei Caduti, una specie di Escorial, che Franco, come Filippo II, si era fatto costruire su misura, alla trasgressiva e liberatoria Movida madrilena degli anni Ottanta, che simbolicamente rappresentò un’eccezionale fase di mutamento culturale in direzione di una europeizzazione dei consumi e dei valori.

Questo patto tacito è stato violato dai socialisti, una volta ritiratosi l’abilissimo leader socialista Felipe Gonzáles, intelligente dominatore della politica spagnola tra il 1982 e il 1996. A sua volta succeduto, come premier, a un abile leader moderato, come  Adolfo Suárez, proveniente dalle file del  franchismo ma attentissimo  all’evoluzione dei tempi e dei costumi verso la democrazia. Suárez tra il 1977 e 1981 guidò con abilità la transizione dalla dittatura alla democrazia. Anche grazie al saggio sostegno del re Juan Carlos. Ma anche, soprattutto nella fase più delicata, di giuristi come Torcuato Fernández-Miranda Hevia, improvvisamente scomparso nel 1980.

Si può dire che i successori di Gonzáles e Suarez non si sono mostrati all’altezza, in particolare di parte socialista. E qui pensiamo a José Luis Rodríguez Zapatero (2004) e Pedro Sánchez (2018), che sembra abbiano fatto del loro meglio per risuscitare l’antico odio delle destre.

Per contro i Popolari – diciamo il centrodestra spagnolo – hanno espresso, sullo sfondo di padri nobili, come il vulcanico Manuel Fraga Iribarne, personaggi non proprio eccelsi come José María Aznar, se non mediocri come Mariano Rajoy e Pablo Casado Blanco, capaci solo di gestire, spesso neppure bene, l’esistente. Da ultimo:  Alberto Núñez Feijóo,  che però deve ancora scoprire le sue carte.

Sotto questo aspetto, Vox, partito fondato da alcuni dissidenti del Partito Popolare, definito di estrema destra, non è altro che una risposta radicale, al radicalismo socialista. Può apparire una banalità: ma gli estremismi sono tutti uguali e finiscono per reagire l’uno sull’altro. Di qui una pericolosa spirale di odio reciproco.

Il nodo è perciò rappresentato, come nel 1936, dal “  Que  no se rompa  España”, nel quadro di una progressiva radicalizzazione politica che sta entrando in una fase in cui i socialisti, sebbene divisi al loro interno, pur di conservare il potere, sembrano voler favorire il separatismo catalano.

La questione catalana, come del resto quella basca (per fare un altro esempio), per la Spagna, non è solamente economica, ma rinvia allo scontro tra due precise tradizioni politiche, se non ideologiche: una centripeta e inclusiva, moderna diciamo, che va da Isabella di Castiglia Ferdinando d’Aragona a Franco, passando per la centralizzazione borbonica; una centrifuga ed esclusiva che risale alla Spagna medievale e che come un fiume carsico giunge fino ai nostri giorni.

Pertanto, come si può intuire,  non è in ballo solo la formazione del governo Sánchez, ma la tragica riformulazione di un secolare conflitto tra due tradizioni storiche e ideologiche.

In una interessante miniserie televisiva, trasmessa nel novembre del 2008, “20-N: los últimos días de Franco”, interpretata da un magistrale Manuel Alexandre, Franco sul letto di morte, recuperando per un attimo le sue energie  vitali, apostrofa così Juan Carlos, accorso al suo capezzale: “ Que non  se rompa  España” (*).

Come si usa  dire, anche se non vero è ben detto.  Franco era un dittatore. Però interpretava, piaccia o meno, una delle tradizioni cui abbiamo fatto riferimento: quella centripeta e inclusiva, che prescinde da Franco. Guai non tenerne conto…

Un’ultima notazione, diciamo impressionistica. In Spagna c’è un termine – “mala leche” – che rimanda a certo presunto carattere cattivo (“tener mala leche”),  talvolta esteso anche agli spagnoli (**).  Ovviamente è un’esagerazione. Però…

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://www.youtube.com/watch?v=Xw6yJJFHpoc , minuto 3:30.

(**) Qui: http://www.inspagnolo.it/2013/02/cosa-significa-mala-leche-in-spagnolo.html .