venerdì 22 settembre 2023

Antitaliano a chi? La guerra delle razze (con altri mezzi)

 


Il termine antitaliano è un portato della storia risorgimentale. Chiunque allora fosse contro il processo di unificazione in chiave liberale, veniva liquidato  come nemico dell’Italia: austriacanti, filoborbonici, papalini.

Il fascismo, con Mussolini, restrinse l’appellativo agli antifascisti, rovesciandone però il senso politico in chiave antiliberale: chi era contro il fascismo, quindi anche un liberale, non era italiano, ergo era antitaliano (*).

Come si può intuire siamo davanti a un' ideologia, a una certa visione dell’Italia e dell’Antitalia, tesa, di volta in volta, alla delegittimazione dell’avversario. Alla sua trasformazione in nemico. Accuse, che una volta caduto il salutare correttivo liberale, come nel caso del fascismo, possono sempre condurre, come nel 1943-1945, alla guerra civile.

A questo, tristemente, pensavamo, a proposito dell’accusa di “antitalianismo” lanciata dalla Lega contro il direttore del Museo Egizio di Torino: Christian Greco. Accusato di favorire i “non italiani”, praticando sconti sui biglietti di ingresso. In particolare, si dice, Greco avrebbe favorito i visitatori di religione islamica. Di qui l’accusa di “razzismo” verso gli italiani. In quest’ultimo caso siamo dinanzi a una interessante variante ideologica, per quanto grossolana e biasimevole. Che merita una riflessione.

Perché? Per la semplice ragione che l’accusa di razzismo contro gli italiani implica in coloro che la lanciano un razzismo superiore a quello (presunto) del direttore del Museo Egizio. Perché presuppone la credenza nell’ esistenza di una razza: quella italiana.

Qui si faccia attenzione: non si tratta neppure della celebrazione della  razza “ariana” racchiusa nel  famigerato Manifesto  fascista del 1938. Siamo addirittura oltre il fantapolitico arianesimo razziale.  Si attesta l’esistenza di ciò che scientificamente, sotto l’aspetto genetico, non esiste: una razza italiana (**).

Ovviamente ciò non significa che se gli italiani fossero una razza, l’accusa di razzismo sarebbe giustificata.

Un passo indietro. Non esiste posizione ideologica peggiore di quella della guerra delle razze, frutto velenoso di un preciso portato sociologico che rimanda a due dannose scelte politiche,con ripercussioni sul piano legislativo. Vediamole.

O si introduce una gerarchia (razzismo), si pensi all’apartheid sudafricana, o si vara un meccanismo compensativo, diciamo di welfare, per parificare, sulla base di gerarchie dei torti subiti (quindi di nuovo gerarchie, ma “antirazziste”…), le varie “razze”, se proprio si vuole usare questo termine.

Sotto il secondo aspetto (quello della gerarchia morale dei torti subiti), se si deve fare una critica al direttore del Museo Egizio, lo si può accusare di welfarismo compensativo. Cioè, lo stato, si assume l’onere di colmare la distanza tra il biglietto scontato e il biglietto a prezzo pieno per favorire per "ragioni morali" un determinato gruppo sociale. Detto altrimenti: si persegue l’uguaglianza attraverso la disuguglianza.

Però esiste un problema: che sulle "ragioni morali" (ne parliamo in generale: non desideriamo entrare nel merito) non vi è e non vi sarà mai accordo. Ogni individuo ha una sua idea di giustizia, incluso il direttore del Museo Egizio e i leghisti che lo attaccano. Il che, si badi non significa che per chi scrive razzisti e antirazzisti pari siano. A noi interessa evidenziare la questione sociologica: che gli uni e altri, pur per "ragioni morali" differenti, nobili o meno, ripropongono comunque una gerarchia sociale che inevitabilmente non è condivisa da tutti i contendenti.

Di qui i conflitti e la continuazione della guerra tra le razze con altri mezzi: quelli dello stato etico che ritiene di conoscere alla perfezione il fine ultimo a cui devono tendere le azioni dei singoli individui come prolungamento della realizzazione del bene universale. Lo si potrebbe anche chiamare stato totalitario.

Esiste un rimedio? Sì. Far pagare a tutti lo stesso biglietto. Prezzo unico, in base alla legge della domanda e dell'offerta  di cultura (che, piaccia o meno,  non per tutti è un patrimonio né mai lo diverrà).  E soprattutto, cosa fondamentale: lasciare le valutazione morali fuori dai musei.

Carlo Gambescia

(*) Su questi aspetti rinviamo a G. Belardinelli, L. Cafagna, E. Galli della Loggia, G. Sabbatucci, Miti e storia dell’Italia unità, il Mulino, Bologna 1999, pp. 53-62.

(**) Sul punto si vedano le recenti ricerche di Donata Luiselli e Davide Pettener dell’Università di Bologna. Qui una rapida sintesi: https://bolognamedicina.it/wp-content/uploads/2020/09/Storia-Genomica_DIARIO-2018.pdf .

giovedì 21 settembre 2023

Migranti. La colpa è di Al Capone...

 



È difficile rinunciare. A che  cosa? A tenere il fiato sul collo di Giorgia Meloni. Certo, il lettore potrebbe annoiarsi. Sempre lo stesso ritornello… Però il boccone è sociologicamente ghiotto. Oltre che politicamente necessario perché l’Italia è finita in un brutta china.

Si prenda il discorso all’ONU (*). Si potrebbero individuare numerose incongruenze: si parla ad esempio di “sacralità dell’essere umano”, citando Giovanni Paolo II, dopo aver proclamato, prima di partire per New York, l’istituzione di veri e propri campi di concentramento per i migranti. Dov’è “la sacralità dell’essere umano”?

Si legga con attenzione il discorso: al di là della contraddizioni( potremmo enumerarne altre) è molto interessante il suo sottotesto , un “non detto”, probabilmente ignorato persino da coloro che lo hanno scritto, tanto è naturale a destra, estrema destra, il riflesso pavloviano di natura proibizionistica.

Un passo indietro. Che cos’è il proibizionismo? Negli Stati Uniti degli anni Venti il proibizionismo, come divieto di fabbricazione, vendita, importazione, trasporto di alcol, fu un fallimento totale. Fu il classico effetto perverso (si vuole il bene si ottiene il male), che favorì lo sviluppo del gangsterismo e del contrabbando. Oltre al fatto che la qualità delle bevande alcoliche peggiorò. Non pochi furono i casi di intossicazione.

Quel che però qui interessa stabilire è che il proibizionismo, culturalmente parlando (quindi in senso generale), parte dal presupposto che lo stato, facendosi educatore, maestro, prete, poliziotto, medico, sappia sempre ciò che è bene per singolo cittadino.

Qualcuno, a questo punto, si chiederà che relazione vi sia tra il proibizionismo e i migranti. Si legga prima questo passo tratto dal discorso di Giorgia Meloni.

«Sono i trafficanti di esseri umani che organizzano la tratta dell’immigrazione illegale di massa. Illudono che affidandosi a loro chi vuole migrare troverà una vita migliore, si fanno pagare migliaia di dollari per viaggi verso l’Europa che vendono con le brochure come fossero normali agenzie di viaggio, ma su quelle brochure non scrivono che quei viaggi troppo spesso conducono alla morte, a una tomba sul fondo del mar Mediterraneo. Perché a loro non importa se la barca sia adatta o meno ad affrontare quel viaggio, l’importante per loro è solo il margine di guadagno».

Capito? È come dire, che se agli americani negli anni  Venti continuavano a farsi un “cicchetto” di nascosto, la colpa era di Al Capone. La colpa non era di Al Capone, parassitaria escrescenza criminale, ma del proibizionismo di stato che limitava la libertà dell’uomo di farsi un bicchierino, favorendo così il contrabbando di bevande alcoliche. Classico esempio sociologico di eterogenesi dei fini. Si chiama anche effetto non previsto.

Certo, gli alcolici, quando si esagera, possono fare male, ma la colpa è del consumatore in eccesso non è dello stato, che non deve occuparsi dei vizi altrui. E quando si coinvolgono altre persone? Nessuna pietà. La libertà è responsabilità. Chi beve troppo, sa da sé a cosa può andare incontro.

Accettare il rischio, anche altrui, della libertà, rinvia a un sentire moderno che dovrebbe ormai essere patrimonio genetico, in senso culturale,  di una destra normale: che l’individuo viene prima dello stato. Classico prezzo da pagare alla liberazione dalla società arcaica.

E invece no. Perché le origini ideologiche di Giorgia Meloni, dei suoi ministri e compagni di partito affondano nell’arcaico culto fascista dello stato: perciò l’individuo viene sempre dopo. Pertanto si tratta di un proibizionismo, per usare un termine meloniano, a 360 gradi.

Inutile qui insistere sui tic di questa destra rivolta a comprimere se non cancellare per legge la libertà personale in ogni ambito sociale.

Si legga nello stesso discorso il passaggio sull’intelligenza artificiale: da un lato si parla di “algoretica”, nuovo parolone all’Azzecagarbugli, dall’altro in Italia si sperimenta sui cellulari l’ “It- Alert”, per tenere sotto controllo tutti i cittadini ( a quando l’obbligo per legge di smartphone? ).

E qui veniamo ai nuovi “mercanti di schiavi” che non sono altro che il portato di una forma di contrabbando “di esseri umani”, perché a questi stessi “esseri umani” non è riconosciuta la libertà di movimento. Di conseguenza, come per la banda di Al Capone, prolifera un commercio clandestino che in senso stretto riguarda i passaggi navali. La vera schiavitù, se proprio si vuole usare questo termine, è nella condanna all’immobilismo, alla stanzialità. Dal momento che se gli individui potessero spostarsi liberamente, comprare un normale biglietto, non assisteremmo più al triste spettacolo dei gommoni che colano a picco.

Probabilmente, come fu per i migranti italiani, si ricorrerebbe a viaggi di terza classe, ma più sicuri ed economici, grazie a un mercato ufficiale dei viaggi per nave, con soluzioni alla luce del sole e per le tasche di tutti. Il che non significa che il truffatore sparirà come per incanto per sempre (qui basti pensare a quel che può capitare a chiunque viaggi per turismo), vuol dire invece che ci si muoverà, finalmente, secondo una logica antiproibizionista, che antepone l’individuo allo stato, valorizzando la libertà di scelta tra “migrazione” e “stanzialità”.

Ovviamente la libertà ha i suoi rischi. L’integrazione dei nuovi arrivati implica comunque tensioni. Il mondo purtroppo non è perfetto, né mai lo sarà, ma l’età moderna parla, per la prima volta nella storia, direttamente all’individuo: una grande conquista. Che merita qualche sacrificio.

Una rivoluzione individualistica che Giorgia Meloni, ancorata al “dio, patria e famiglia”, ignora completamente. Quindi continuerà a ragionare in termini proibizionistici, antiquati, arcaici, statalisti.

In fondo non è neppure sua colpa. È cresciuta così. In un ambiente retrogrado.

Però governa l’Italia e parla all’ONU. E questo è un problema.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://www.governo.it/it/articolo/intervento-del-presidente-meloni-alla-78ma-assemblea-generale-delle-nazioni-unite/23620 .

mercoledì 20 settembre 2023

Migranti. Arrivano i colonnelli

 


Di solito non siamo d’accordo con “il Manifesto”, ma l’articolo più informato e chiaro sulla questione “sbarchi” lo troviamo sulle sue pagine. (*).

Di fatto, si tratta di campi di concentramento affidati ai militari. Sarà il Ministero della Difesa a occuparsi dell’edificazione e della gestione. Si parla di tende e container, filo spinato. I migranti  dovranno  restarvi  dentro per un periodo di diciotto mesi. Insomma, arrivano i colonnelli.

Ecco in che cosa consiste la politica di Giorgia Meloni, madre affettuosa, ma solo con la sua bambina. La perfidia fatta persona. E applicata alla politica. Inutile citare altre figure  storiche simili,  anche vicine a noi, che il lettore riconosce benissimo.

Tra l’altro ci è stato “consigliato” di non esagerare. Ma la misura è colma.

Migranti. Abbiamo già spiegato che si tratta di un fenomeno stagionale e strutturale al tempo stesso (**). Che non può essere affrontato in termini di polizia. Invece ora si parla addirittura di militari e di strutture da carcere militare.

Che fare allora?

Intanto, sul piano della retorica politica, l’Italia non va assolutamente dipinta come il “campo profughi dell’Europa”. Così ieri Giorgia Meloni.  Siamo perciò davanti a una specie di barbara  neolingua  che sta cambiando il senso alle parole. Si rifletta:  ammesso e non concesso che sia così, sarebbe un titolo di merito. Dal momento che si tratta di esseri umani che fuggono da guerre alimentate da russi e cinesi.   

Qui un aspetto che finora pochi hanno colto. I russi sono nostri nemici, i cinesi potrebbero diventarlo. Quindi aiutare i profughi non solo è un atto umanitario ma politico, anzi metapolitico. Perché l’Italia, aprendosi, proverebbe di saper includere, non escludere. Sicché con l’inclusione si lancia un messaggio forte ai nemici. Parliamo di dittature, che, proprio perché tali, vivono di esclusione, a cominciare dall’ incarcerazione degli avversari politici.

In secondo luogo, sul piano concreto, si tratta di cambiare totalmente lo spirito delle politiche verso il migrante. Va cambiata la forma mentis. Ciò  significa che non è soltanto  un problema di risorse.  Che poi si trovano sempre e che in ogni caso vanno considerate un investimento in capitale umano.  Si tratta invece  di una questione di mentalità. Sul punto la responsabilità mediatica è enorme, a cominciare dalle televisioni di stato, nelle mani della destra razzista,  e dalle emittenti private,  prigioniere di un populismo o piagnone o aggressivo.

Se si  dipinge il migrante come un potenziale criminale (destra) o un clochard, anche suo malgrado, (sinistra), si rimane all’interno di una specie di welfarismo militarizzato (destra) o pauperizzato (sinistra). Il migrante, ripetiamo, va giudicato come risorsa, investimento, sfida, non come res nullius, peso economico, battaglia perduta in partenza.

Questo sul piano della mentalità.  Su quello concreto, che dipende dal precedente,  vanno riattivati tutti i canali di intervento privati, civili, pacifici, penalizzati dal governo di destra, a cominciare dalle ONG. Lo stato deve disinteressarsi del migrante. Italia ed Europa si devono aprire lasciando che i flussi siano regolati dalla legge della  domanda e dell' offerta.

Certo, il primo impatto potrà essere duro, per tutti. Come furono i processi migratori  da Sud a Nord nell’Italia e nell’Europa degli anni  Cinquanta e  Sessanta.  Ma se è vero, come dicevamo, che aiutare i profughi non solo è un atto umanitario ma politico, anzi metapolitico, Italia ed Europa, aprendosi, proverebbero di saper includere attraverso il sistema di mercato, che è alle origini della nostra grandezza. Risiede qui la grande differenza tra la liberal-democrazia occidentale e le dittature russe e cinesi. E questo è un valore che va esaltato.

Una cosa deve essere chiara: quanto più Italia, Europa, gli stessi Stati uniti, accettano l’idea che il migrante sia un peso, come provano le vergognose  parole di Giorgia Meloni sull' "Italia campo profughi",   non dette al cognato  ma  all' ONU,  tanto più si rischia di assomigliare al nemico.

Può apparire retorico quel che stiamo per ribadire, ma la sfida di includere il migrante è innanzitutto una sfida di civiltà. Da condurre non in nome del piagnucoloso umanitarismo di sinistra, ma della riaffermazione chiara e forte di quei valori di libertà e di mercato che hanno fatto grande l’Occidente.

Valori che si difendono in Ucraina come nel Mediterraneo, sparando sui nemici veri di oggi, non sugli amici di domani.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://ilmanifesto.it/migranti-tutti-dentro-fino-a-diciotto-mesi-e-affidati-ai-militari .

(**) Qui: http://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2023/09/metapolitica-del-migrante.html .

martedì 19 settembre 2023

I “soldati giapponesi” d’Italia

 


Il buon cinema, come un buon libro, è quello che fa riflettere. È questo il caso del film che abbiamo visto ieri sera: “Le due vie del destino” – “The Railway Man” (2013). Tratto da una storia vera.

La pellicola è incentrata sulla vicenda di un prigioniero britannico dei giapponesi, che riesce a sopravvivere alle torture e al duro lavoro per la costruzione della “ferrovia della morte” (quella, per capirsi, del “ponte sul fiume Kwai”), torna a casa traumatizzato, si vuole vendicare del suo brutale carceriere ma  non riesce: il torturatore, finalmente nelle sue mani, si pente sinceramente, ammette le proprie colpe, si abbracciano, piangono insieme, nasce un’amicizia per tutta vita.

Pertanto abbiamo una sequenza, sebbene individuale, che ha un valore sociologico: il delitto, la vendetta, il senso di colpa, il perdono, l’amicizia.

Pensavamo ieri sera: quando oggi in Italia si parla dei delitti fascisti e delle vendette partigiane, si è ancora fermi ai primi due passaggi: delitto e vendetta.

Vendetta, parola tremenda, soprattutto in bocca ai vincitori. Tuttavia i fascisti dopo Mussolini non hanno mai ammesso le proprie colpe è non hanno mai visto nelle riposte partigiane, alcune in effetti difficili da giustificare, un atto di giustizia. Di conseguenza, quando non si avverte il senso colpa, come consapevolezza del male commesso e della giustezza della punizione, resta impossibile pervenire al perdono e all’amicizia. O a quel che si chiama, nel caso italiano, memoria condivisa, che ovviamente, non può includere la giustificazione del male commesso dai fascisti.

Va detto che se fino alla nascita di Alleanza Nazionale i missini rivendicavano addirittura la bontà della dittatura fascista, dopo Fiuggi, per gradi, hanno sposato la strategia dell’omissione storica: non si parla più del fascismo, né bene né male. Giorgia Meloni, da ultima, sotto questo profilo, mostra di essere abilissima. Quest’ anno è riuscita a celebrare il 25 Aprile senza pronunciare la parola antifascismo.

Si badi bene, esistono due tipi di antifascismo: 1)l’antifascismo del ricatto, che ogni volta sposta l’asticella verso l’alto, e 2) l’antifascismo del senso di colpa, quello sincero che i fascisti dopo Mussolini, dal Movimento Sociale a Fratelli d’Italia non hanno mai provato.

In fondo, l’antifascismo del ricatto, al netto dei suoi usi come risorsa politica da parte dell’antifascismo di sinistra, ha origine reattiva, prima sul campo, per ragioni di pura sopravvivenza, poi, in seguito, nella perdurante assenza di limpidezza politica dei fascisti dopo Mussolini.

Il giapponese nelle ultime battute della pellicola non rimprovera al britannico, alleato degli americani, l’uso della bomba atomica. In Italia, i fascisti recriminano tuttora, su quella che per loro fu una piccola bomba atomica: la fucilazione di Mussolini.

Giorgia Meloni, omette furbamente di parlare del fascismo, ma se decidesse di farlo, evocherebbe subito la triste sorte del “duce assassinato”. Perché? Per la semplice ragione che tra i fascisti, di ieri come di oggi, non esiste alcun senso di colpa. Non si riesce ad accettare che un regime nato nella violenza non poteva non finire nella violenza. La classica spirale dell’odio. Ripetiamo: è come se nel film quando  al  britannico che   ricorda al giapponese le torture subite, quest’ultimo rammentasse l’uso della bomba atomica da parte degli alleati americani. La violenza reattiva (bomba atomica) è una cosa, quella attiva (esercitata sui prigionieri e sconfitti) un’altra. E non è questione di numeri finali: di gretta contabilità delle vittime. Ma della decisione di ricorrervi per primi, semplicemente per aggredire un nemico che si presume più debole. C’è un antico proverbio biblico che aiuta a capire meglio di tante parole: “Chi semina vento raccoglie tempesta”.

Il senso di colpa, se sincero, non consente di guardare nel giardino dell’altrui coscienza, invece vi si guarda quando non si prova alcun senso di colpa. E questo è proprio il caso di Fratelli d’Italia. Giorgia Meloni, che, pur tra le omissioni, nasconde a fatica il suo livore, ricorda il collo di un vulcano, una temporanea solidificazione del magma in cima.

Un specie di “tappo” su un partito in ebollizione, integratosi passivamente nel sistema politico, “tappo” che può saltare via in qualsiasi momento. Pertanto il vero pericolo per la libertà non è rappresentato, o comunque non solo, dal populismo di Salvini, ma da un partito  come  Fratelli d’Italia che continua a non provare alcun senso di colpa. Sotto questo aspetto asserire che sono trascorsi ottant’anni dalla fine della guerra, non significa assolutamente nulla. Perché senza senso di colpa è come se il tempo si fosse fermato, dal momento che senza l’autentica consapevolezza del male commesso,  non possono seguire le fasi successive del perdono e dell’ amicizia.

Un’altra prova, crediamo definitiva, di questo atteggiamento, si può ravvisare nella rivendicazione da parte di Fratelli d’Italia, per bocca di La Russa, del carattere “afascista” della Costituzione: perché non vi ricorrerebbe esplicitamente il termine antifascismo. Ci si attacca al “codicillo”  -  del resto La Russa è avvocato -   pur di non ammettere le proprie colpe. Come detto, strategia dell’omissione storica.

Ovviamente la sinistra incalza. Ricatta. Brutta parola. Ma cosa può  fare? Se i “ soldati giapponesi” d’Italia non provano alcun senso di colpa?

Carlo Gambescia

lunedì 18 settembre 2023

Metapolitica del migrante

 


Sono o non sono i migranti un problema sociale? Dalla risposta a questa domanda dipende l’atteggiamento della politica e dei cittadini nei riguardi del migrante. Però sotto c’è  dell’altro. Se il lettore avrà la pazienza di seguire il nostro ragionamento lo scoprirà.

Un passo indietro. Con il termine migrante si usa indicare chiunque si sposti, e per qualsiasi ragione, verso nuove sedi, di regola da un paese all’altro. Parliamo di movimenti collettivi, di natura mimetica, sociologicamente rilevanti, sebbene le motivazioni siano di natura individuale.

Il termine richiama giustamente quei fenomeni migratori che osserviamo in natura, ad esempio la migrazione stagionale di alcune specie di  volatili verso lidi più caldi. Su quest’ultimo fenomeno, in linea di principio nessuno ha nulla da ridire. Anzi, spesso nelle città, ad esempio all’inizio dell’autunno, si osservano con piacere le fantastiche evoluzioni che compiono nel cielo queste magnifiche schiere alate.  Meno graditi sono gli escrementi che piovono sulle strade. Ne segue, quasi sempre invocato-evocato dai cittadini, l’ intervento delle autorità pubbliche che provvedono alla pulizia delle strade e all’allontanamento dei volatili, dai centri storici, ricorrendo a varie tecnologie.

Qualche lettore penserà che siamo impazziti. In realtà l’atteggiamento umano verso le migrazioni dei volatili riflette l’atteggiamento culturale dell’uomo verso ciò che è fuori di sé e che non può controllare direttamente, in particolare il “diverso”. Parliamo di reazioni, altrettanto mimetiche, contrastanti che vanno dall’ammirazione al fastidio.

Quindi un nesso tra uomini e uccelli esiste. Però – ecco il punto qualificante del nostro ragionamento – il migrante umano, proprio perché tale, dovrebbe vedersi attribuito un rispetto maggiore. E invece no. Se ne chiede, così ripete questa destra che oggi governa, l’allontanamento ancora prima che si alzi in volo, per così dire. Per la destra, che si dice interprete di un comune sentire,  il migrante è perciò un problema sociale. Bisogna impedire al migrante di “deiettare” sull’Italia. Di qui quell'arcaica  mitologia, a scopo propagandistico, per amplificare il pericolo delle “deiezioni”

Quanto alla sinistra, va detto che è giustamente affascinata dal volo degli uccelli… In altri termini, dal volo verso l’Italia del migrante. Non nega i pericoli di “deiezione”, quindi non nega l’esistenza del problema sociale, ma al tempo stesso ritiene che sia possibile gestirlo, anche perché, come si ripete altrettanto giustamente, non è possibile impedire un fenomeno fisiologico come il “volo”. Che viene giustamente visto come il prolungamento ideale della libertà umana: qualcosa di consustanziale all’essere umano, anche quando si trovi, per disgrazia o colpa, rinchiuso in una prigione.

Riassumendo: la destra, che si comporta contro natura – la natura sociale e migratoria dell’uomo – teme e rifiuta le migrazioni; la sinistra invece, dal momento che accetta la natura in quanto tale, ammira in particolare le magnifiche evoluzioni in cielo, per così dire, dei migranti.

Per dirla in chiave metapolitica: la destra esclude, la sinistra include. La destra amplifica le “deiezioni”, la sinistra minimizza. Si badi bene: i fenomeni dell’esclusione e dell’inclusione sono altrettanto naturali, come il “volo” del migrante umano. Sono dinamiche presenti in ogni società storica negli ultimi cinquemila anni. Certo, sono dinamiche non prive di conseguenze sociali. Che però non si possono ignorare né cancellare.

Bisogna invece prenderne atto. Ecco il punto fondamentale: la consapevolezza di questa dinamica metapolitica (inclusione ed esclusione) come pure della naturalezza dei fenomeni migratori (necessità di “volare”). Si chiama realismo politico.

Cosa vogliamo dire? Che una classe politica che si rispetti (discorso però da estendere all’intera classe dirigente) davanti a questi fenomeni, proprio perché insopprimibili (inclusione, esclusione, migrazione) deve sapere che ogni decisione in un senso o nell’altro avrà precise conseguenze: una politica esclusiva, o “securitaria” come si dice, si appoggia su una pericolosa retorica del capro espiatorio, vede solo “deiezioni”, per contro un politica inclusiva, li ignora quasi del tutto, e designa come capro espiatorio la  destra, vista come  nemica.

Qualunque politica si scelga,  se ci si perdona l’espressione,  non sarà mai una passeggiata di salute. In realtà, non esistono politiche inclusive ed esclusive prive di costi sociali. Diciamo che la posizione della sinistra è più in linea con il fenomeno naturale delle migrazioni, rifiutato invece a priori dalla destra.

Però, al di là delle scelte morali che tanto appassionano (forse troppo), si evidenzia – ecco il fatto grave – sia a destra che a sinistra una mancanza totale di realismo politico. Anzi, diremmo metapolitico.

Quel che sta accadendo in questi giorni, è ciò che è sempre accaduto nei mesi estivi, quando le condizioni climatiche si fanno più propizie per traversate e sbarchi. Enfatizzare tutto questo, come se dovesse durare anche nei prossimi mesi, quando le condizioni climatiche si faranno avverse, significa favorire, a destra come a sinistra, una specie di conflitto politico e sociale per impedire o favorire che ogni giorno il sole sorga e tramonti.

Dal punto di vista dell’analisi metapolitica tutto  ciò è  ridicolo. Eppure…

Carlo Gambescia

domenica 17 settembre 2023

Intelligenza artificiale e democrazia dei ciucci

 


E così Salvini parla  in francese meglio di chiunque lo abbia studiato fin dalle scuole medie e poi approfondito da adulto, leggendo, giornali, libri, eccetera. Miracoli dell’intelligenza artificiale. Todos Caballeros.

Però prima la notizia.

«Salvini poliglotta, dal francese fluente, si rivolge in un video diffuso attraverso i social ai cugini d’oltralpe per invitarli al raduno di Pontida. Ma il leader della Lega si mette al riparo dalle tempeste che il popolo della rete ha riservato a suoi colleghi, al primo accento sbagliato. E sfrutta l’intelligenza artificiale per un francese impeccabile, senza ricorrere a interpreti, ma con la sua voce naturale, ricreata dall’intelligenza artificiale. Utilizzando l’innovativa piattaforma IA HeyGen, Matteo Salvini ha registrato il video in italiano, ma il bot ha tradotto e doppiato all’impronta il testo, con una perfetta corrispondenza tra il labiale e il discorso» (*).

Non si capisce se questo programma potrà essere applicato alla parte colloquiale dell’incontro. Nel senso di un “doppiaggio” automatico, in tempo reale, senza la mediazione di un interprete umano. Al momento, crediamo non sia ancora possibile. Ma in futuro, anche prossimo, chissà.

Se sarà così, lo studio delle lingue, che implica soprattutto la conoscenza della cultura, della storia, del costume, il tocco magico dell’uomo, si tramuterà in qualcosa di funzionale. Ci spieghiamo meglio.

Cosa può accadere ? Che uno strumento, quindi un mezzo, come l’intelligenza artificiale, frutto della cultura umana, rischia di trasformarsi, in termini di fini, in un nemico della stessa cultura umana che lo ha inventato. Per farla breve: la funzione (il mezzo) ha la meglio sul fine (la cultura)

Crediamo che l’intelligenza artificiale offra un ottimo esempio di due fenomeni che i sociologi conoscono bene: 1) dell’ambiguità dei mezzi, cioè, come detto, della tecnica, come scienza applicata ( quindi un mezzo), che si sostituisce alla conoscenza autentica di una lingua ( il fine); 2) degli effetti imprevisti delle azioni sociali: tanti scienziati che operano in sedi diverse, che credendo di perseguire il bene per se stessi e/o per gli altri, traducono in realtà il male per tutti (o quasi).

Il punto però non quello di imitare i tradizionalisti di ogni risma per prendere posizione contro la scienza e la tecnica. Perché coloro che amano sul serio la cultura, e sono sempre stati pochi, continueranno a studiare seriamente  la lingua francese. Quindi la “fiaccola” resterà comunque accesa. E in questo si deve trovare la forza  morale  per andare avanti.

Anche perché, da un punto di vista funzionale, occorrerà sempre chi conosca – stiamo semplificando – quel “doppio senso” o “sottotesto” racchiuso nelle lingue, conoscenza  profonda che nasce dall’intuizione che può avere solo il singolo studioso – l’essere umano non una "macchina"  – della storia e del costume della lingua studiata e parlata.

Pensiamo a un “approccio” umanistico, che, come ci dicono, basicamente inibito all’intelligenza artificiale che, al momento, assembla il già conosciuto. Detto altrimenti, almeno per ora,  l'intelligenza artificiale  continuerà  a  privilegiare il noto all’ignoto.

Però non si possono escludere sviluppi di tipo funzionale e afinalistico, quindi imprevisti se non addirittura perversi (si vuole il bene si ottiene il male). Ai quali sarà difficile porre rimedio. Dal momento che la scienza è anche istituzione, quindi tecnica, e di conseguenza potenza e politica. In una parola, risorsa politica, al servizio di un gruppo sociale (politici, scienziati, uomini d’affari, eccetera),  risorsa da usare per conquistare e mantenere il potere. Insomma sarà difficile porre paletti.  E pensiamo a tutti i campi, non solo alle lingue straniere. Si rischia la cultura del pappagallo che ripete sempre le stesse cose, cultura  funzionale alle istituzioni.

Al momento però, se ci si passa l’espressione, Salvini resta un ciuccio. Presuntuoso ma ciuccio,  perché così sono tutti capaci di parlare una lingua straniera.

E qui va fatta un’ ultima riflessione, diciamo velenosa: un’applicazione come l’intelligenza artificiale che consente di promuovere a professore il ciuccio, per intendersi, quel “così tutti sono capaci”, rappresenta la naturale continuazione della democrazia con altri mezzi.  Quelli della tecnica.

Democrazia dei ciucci ovviamente. Esiste però una democrazia che non sia dei ciucci? La risposta ai lettori.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://www.agi.it/politica/news/2023-09-17/lega-salvini-intelligenza-artificiale-video-francese-invito-pontida-23067752/ .

sabato 16 settembre 2023

Caro Ferrara, chi mena per primo…

 


Ne scrivevamo proprio ieri (*). Perciò è di conforto che, in questa seria crisi politica, anche Giuliano Ferrara, “ateo devoto”, abbia intuito il potenziale pericolo per la liberal-democrazia del dio, patria e famiglia, evocato a gogò da Giorgia Meloni.

Come pure che fiuti il pericolo degli accoppiamenti poco giudiziosi tra Giovanni Orsina e una destra nazional-cattolica. Del tipo “cura e militar”, come si legge nel terzo volume della tetralogia di José María Gironella, per bocca di Julio, “el policía”, massone e repubblicano. Questa era la ricetta del caudillo Franco, uscito vincitore dalla guerra civile spagnola. Questo era il nazional-cattolicesimo. Con la “guardia civil” sulle spiagge a controllare che i bagnanti, anno di grazia 1940, si togliessero l’accappatoio solo al momento di entrare in acqua, come imponeva la pia chiesa spagnola.

Ferrara riconosce all’avversario (che sarebbe meglio chiamare nemico) una dignità culturale che non possiede, né merita. Mantovano, il “compassato magistrato” scriveva su “Pagine Libere”, rivista della Cisnal, diretta da un colto gentiluomo, Ivo laghi, che, contro i reazionari di destra, con i quali si schierava Mantovano, difendeva la modernità del sindacalismo rivoluzionario. Laghi era decisamente contrario  il ritorno alla società corporativa agognata da Maurras, poi finito nelle braccia di Hitler, potenziale beniamino – Maurras non Hitler – di Mantovano.

Ferrara cita Cantoni, e come al solito da post-gramsciano e post-leniniano scorge raffinate strategie culturali. E si diverte a costruire genealogie, eccetera, eccetera. A volare alto, come sa fare, anche bene.

In realtà, per citare un cattolico liberale vero, Manzoni, invece di cercare lontano si deve scavare vicino. Nell’orto del fascismo dei preti di parrocchia che benedicevano i gagliardetti, nemici della monarchia liberale, perché massonica, disposti a seguire, in nome del dio, patria e famiglia, Mussolini e la “crociata italica” fin dentro Salò.

L’odio verso il mondo moderno si coniuga perfettamente con il fascismo. Che, come scriveva Evola, non era che una dell’incarnazioni, transeunte e rozza, dell’eterna idea di Tradizione (con la maiuscola).

Va anche detto che Evola era fieramente ghibellino, quindi Ferrara nella sua genealogia commette un errore: Cantoni e Mantovano non sono mai stati né evoliani, né evolomani. Antimoderni sì. Ma in chiave “cura e militar”. Nazional-cattolici, come i franchisti della prima ora.

Per tornare a Giovanni Orsina, sul quale Ferrara sembra sospendere il giudizio, va detto che, se esiste “un’operazione… spericolatamente ambiziosa” come scrive Ferrara, Orsina sbaglia due volte, come storico e come liberale. Anche tre, perché firma, seppure di rimbalzo, sul “Giornale”, ormai lontano anni luce dal liberalismo dei Montanelli, dei Zappulli, dei Matteucci, dei Romeo.

Più seriamente. Orsina erra come storico, perché sembra aver dimenticato che il fascismo conquistò il potere grazie alla complicità delle varie istituzioni, chiesa inclusa. Come liberale, perché sembra non aver capito la lezione di quei liberali falliti come Salandra.

Ovviamente, non siamo davanti al tumultoso ritorno delle camicie nere a Montecitorio, però la forma mentis, antiliberale, anticapitalista, antiparlamentare, è la stessa. E come allora si parla di restaurazione dei sacri valori rappresentati da dio, patria e famiglia. Esiste  e torna a galla, più vivo che mai,  il  richiamo a una specie di fascismo da basso continuo,  profondo, populista, da giornata particolare...  Come del resto ha illustrato il "caso"  del libro di Vannacci  in testa alle vendite...   

La china è pericolosa, Ferrara lo ha capito. Però dovrebbe essere più esplicito, più diretto. Meno ghirigori.Soprattutto verso i possibili fiancheggiatori come Orsina e i necrofori della democrazia liberale come Mantovano. Le genealogie deliziano il palato degli intenditori e degli ospiti delle terrazze romane. Però da Scola a Sorrentino, ne è passata tanta di acqua sotto i ponti di Roma.

Caro Ferrara (pardon,  per l’eccesso di confidenza): “Ah ah ah ah… A far l’amore comincia tu.  Ah ah ah ah… A far l’amore comincia tu”. Anzi la guerra. Perché così finirà… E come dicono dalle  parti di Porta Settimiana,  chi mena per primo…

Carlo Gambescia

(*) Qui: http://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2023/09/giovanni-orsina-e-la-sindrome-di.html .