martedì 9 maggio 2023

Fratelli d’Italia e i duri e puri

 


Per ogni neofascista duro e puro il governo Meloni tradisce i “grandi ideali”. Il ragionamento è il seguente: “Fratelli d’Italia parla, parla, ma poi si comporta come il Partito democratico e il Movimento Cinque stelle”.

Il neofascista tipo, vorrebbe il blocco navale, i campi di concentramento per migranti; l’uscita dall’Europa e dalla Nato, l’alleanza con Putin, mettere in prigione pacifisti, LGBT, eccetera, eccetera; la sostituzione del parlamento con una nuova camera corporativa pronta a obbedire a un esecutivo dittatoriale; la nazionalizzazione del sistema economico e dei servizi pubblici; infine l’autarchia, economica ed ecologica, mitigata da qualche scambio economico con Russia e Cina ed eventuali fratellini minori. E ovviamente, ogni 28 ottobre, la celebrazione del Ventennio fascista, età di progresso e di prosperità.

Non è un programma realizzabile, se non con l’istituzione di un partito unico, l’imprigionamento o l’esilio di tutti gli avversari politici, e l’introduzione di controlli polizieschi sull’intera popolazione.

Esageriamo? Si faccia un giro in rete, non ci si esprime così nettamente ( a parole ovviamente), ma la sensibilità culturale e questa. Una cosa raccapricciante.

E Fratelli d’Italia che fa? Ovviamente, non può sostenere pubblicamente certe idee eversive della civiltà liberal-democratica. E poiché vuole mantenersi al potere, media con l’Europa, media con la Chiesa, media con Biden, eccetera, eccetera. Un neofascista duro e puro direbbe che “democristianeggia”.

Però le pressioni culturali sono forti. L’uscita del ministro Lollobrigida sulla “sostituzione etnica”, i proclami filofascisti di La Russa, il complottismo di Rossi, eccetera, eccetera, indicano che la linea di confine culturale tra neofascismo e Fratelli d’Italia è tenue. Si pensi a una rete piena di buchi, attraverso la quale passa di tutto.

Naturalmente, dal momento che conviene, Fratelli d’Italia parla di folclore. Insomma, minimizza (“quattro nostalgici”), ironizza (“non siamo i nazisti dell’Illinois”), storicizza un tanto al chilo (“gli italiani non vogliono sentir parlare di fascismo e antifascismo”). Tutto il repertorio “normalizzante”, per spingere a guardare il dito invece della Luna. Insomma, per mettere tra parentesi il Ventennio, salvo poi magnificarne ad arte le presunte conquiste sociali.

Ovviamente, come detto, la tesi dei duri e puri è che la Meloni ha tradito i “grandi ideali”. Diciamo pure che a chiunque la pensi in modo estremista, basta poco per parlare di tradimento. Si tratta della logica del “tipo sociale” setta.

Però esiste una questione, di solito sollevata da coloro che ritengono che con il tempo Fratelli d’Italia possa trasformarsi in partito conservatore e democratico. La tesi buonista è la seguente: “Che bisogna avere pazienza, farli governare, perché solo così potranno trasformarsi in una forza democratica”.

Detto altrimenti: si ritiene che siano le abitudini acquisite a “fare l’uomo”. Il che è abbastanza vero. Però se non si è culturalmente liberal-democratici, se non si conoscono i fondamentali – si pensi, nella migliore delle ipotesi, ai silenzi di Fratelli d’Italia sulla Resistenza – resta molto difficile cambiare pelle.

Al massimo, come purtroppo è andata per Alleanza Nazionale, si accetta un’ integrazione “nel sistema” passiva, obtorto collo, non rinunciando però ai bonus del sottogoverno. La carne, come si dice, è sempre debole.

Purtroppo, oltre al rischio di regressione, non vediamo altre soluzioni. Insomma delle due l’una: o regressione verso il vivacchiare al governo, benefit inclusi, che può durare anche cinque anni, a spese dell’economia e della società italiane, o regressione verso il neofascismo, che però potrebbe provocare disordini, isolamento internazionale, se non addirittura un inizio di guerra civile.

Al limite, come una specie di miscela chimico-politica tra le due soluzioni, Fratelli d’Italia, nel tentativo di risucchiare i neofascisti, come si fa con i figli “vivaci” ai quali si vuole comunque bene, potrebbe cooptarli, alzando i toni con la sinistra, in base all’evoluzione degli eventi, è chissà poi tentare il colpo grosso. Lo squadrista prêt-à-porter, da quelle parti, fa sempre comodo. Una specie di riedizione dell’almirantiano neofascismo in manganello e doppio petto.

Una cosa è sicura: nessuno si faccia illusioni, fascisti erano e fascisti sono rimasti.

La colpa di questa situazione è degli imbecilli che li hanno votati. E anche della sinistra demagogica che ha fatto del suo peggio al governo come all’opposizione.

Purtroppo, all’Italia manca un partito liberale. Non si confonda con il liberalismo, il ribellismo anarchico-conservatore degli italiani, pronto però a venire a patti, in cambio di qualche favore, con i padroni del momento, perché tutti hanno una famiglia da mantenere, eccetera, eccetera.

Certo, si dirà che non esiste un liberalismo, ma più liberalismi, eccetera, eccetera, guai perciò a mitizzare, magari in chiave dottrinaria.

Può darsi. Però vogliamo proporre un test rapido, partendo da un micro-evento: Roma 2023. Un sindaco di sinistra vuole chiudere l’intera città, quasi dal raccordo anulare, alle auto che non sono in regola con le norme anti-inquinamento. Ha ragione? Ha torto?

Non entriamo nel  merito. Del resto il concetto di bene comune, poi addirittura collegato alle questioni ambientali, ha assunto caratteri astrologici. Come gli oroscopi individuali.

Il punto è un altro. Chi protesta non evoca il diritto di proprietà (“di un mio bene decido io quando rottamarlo”), ma implora aiuti economici per farsi un automobile nuova. Insomma, vuole i trenta denari.  E Fratelli d'Italia sottoscrive.  Negli Stati Uniti una situazione del genere sarebbe inconcepibile.

Ecco, gli Stati Uniti sono un paese liberale, l’Italia no.

Carlo Gambescia

lunedì 8 maggio 2023

Quanta ipocrisia…

 


Abbiamo recuperato un’ intervista di Veneziani uscita sulla “Stampa”, datata primi di aprile. Un solo un punto, qui evidenziamo, che vale per tutti gli altri.

A una domanda sulla famiglia, Veneziani risponde così:

“Dobbiamo tutti accettare l’idea che su quei temi vi sono due linee divergenti, una fondata sulla difesa della natura, della comunità e della famiglia tradizionale e una sui diritti individuali, i desideri fluidi e il liberismo sessuale. E’ una contesa che va ricondotta nel perimetro della civiltà, non demonizzando l’altrui posizione ma impegnandosi entrambi a portare a rigore le proprie scelte e rispettare quelle altrui, pur contrastandole, come prevede un paese libero, maturo e democratico. Le scelte di ciascuno devono essere garantite nella sfera privata, ma non possono ricadere su terzi (madri con uteri in affitto, figli voluti o rigettati). Ed è giusto sostenere che se nella sfera privata ciascuno è libero; nella sfera pubblica viene tutelata e promossa la famiglia, la maternità e i figli” (*).

Quanto è bello pontificare, tirando fuori un serie di luoghi comuni di destra sulla comunità, la famiglia, eccetera, eccetera.

Ora, per ciò che riguarda il “rigore” personale di Veneziani rispetto a questi valori, lasciamo la parola a Dagospia. Non ci interessa. Quando si scrive di qualcuno, mai mescolare vita pubblica e vita privata.

Veniamo piuttosto al punto. Di quale famiglia tradizionale parla? Quella borghese dell’Ottocento con l'amante nascosto nell'armadio? Quella patriarcale ancien Régime, ad alta mortalità infantile, da braccia per i campi? Quella di dieci figli, come carne cannone, auspicata da Mussolini e benedetta dalla Chiesa Cattolica? Quella dell’antichità romana, in particolare repubblicana, dove il padre aveva ancora diritto di vita e di morte sui figli?

La famiglia è un concetto fluido, come provano gli studi storici ed etnologici.

Non esiste una famiglia tradizionale, esiste, eventualmente, la famiglia tradizionale secondo il cattolicesimo controriformista, che tuttora abbaglia quel reazionario di Veneziani.

Quanto al liberismo sessuale, per la destra resta da celebrazione del Maschio Nazionale, solo quello di D’Annunzio, Mussolini e minori. Più che di “liberismo sessuale” a proposito della sinistra, sarebbe interessante parlare della “destra allupata”. Non basterebbe un nuovo Altare della Patria dedicato alla Cameriera Ignota

Poi che c’entra il liberismo? Non risulta agli atti una discussione tra pensiero mandrillo e mandrillismo? Einaudi e Croce discussero invece delle differenze filosofiche tra liberalismo e liberismo? Studia Veneziani. Eventualmente, se proprio si deve, Augusto Del Noce, parla di “nichilismo gaio”. Studia Veneziani.

Comunque sia, per certa destra la libertà sessuale, alla luce del sole, come accade oggi, resta peccato.

Quanta ipocrisia…

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://www.marcelloveneziani.com/lo-scrittore/interviste/la-destra-e-da-sempre-tradizione/.

domenica 7 maggio 2023

Monarchia. Questioni di carisma, anche quando manca…

 


La monarchia, o “regime di Palazzo”, come la chiama Samuel Finer, ha millenni. Probabilmente è la più antica forma di governo e di stato. Se si vuole, sociologicamente parlando,  di stato-governo. Detto questo, il discorso si fa più complesso, perché non è facile spiegare l’interesse registrato ovunque per l’incoronazione di Carlo III e Consorte. Soprattutto, oggi,  in un mondo dove su circa duecento stati,  le monarchie sono una quarantina (e quindici di queste, come stati membri del Commonwealth, hanno Carlo III come re, seppure im modo simbolico).

La monarchia nasce dal diritto della forza, o meglio delle armi: monarchia di spada e patriziato militare, con conseguenti conflitti di palazzo, violenti o meno, per la successione (il che spiega la definizione del Finer), hanno caratterizzato questa forma di stato-governo fino alla sua costituzionalizzazione ottocentesca.

Nel XIX secolo, semplificando, sulla scia delle riforme parlamentari britanniche del secolo prima, i monarchi continuarono a regnare ma non a governare. Si passò, di fatto (e in molti casi di diritto), dal re per volontà di dio al re per volontà della nazione.

Pertanto, dinanzi a cinquemila anni (con importanti eccezioni ovviamente: città-stato, repubbliche aristocratiche, mercantili, stati-governi teocratici, per indicarne solo alcune), che cosa sono due secoli di striminzite monarchie costituzionali (con poche monarchie ancora assolute) e di repubbliche a valanga (più o meno democratiche)?

Probabilmente nell’immaginario collettivo il re e la monarchia non hanno perduto l’antico fascino. Ovviamente rivisto e corretto alla luce delle necessità mediatiche del nostro tempo. Non più piani di conquista, ma uguaglianza ed ecologia. E soprattutto tanti pettegolezzi. Un chiacchiericcio, che se un tempo, era patrimonio dei circoli aristocratici, oggi è proprietà del popolo mediatizzato.

Si tratta di un fuoco di paglia, per lo più mediatico, o la monarchia tornerà di nuovo a ruggire? Non si può dire. Gli uomini, fin dai tempi delle teorie politiche di Platone (ma si potrebbe risalire ai popoli del Vicino Oriente antico), si sono divisi tra i sostenitori del governo delle leggi e i seguaci del governo degli uomini, e in particolare di uno solo.

Una tendenza, quest'ultima in particolare, di tipo antropologico-politico dura a morire. Ad esempio, come fu notato già suo tempo, il Presidente degli Stati Uniti, pur non potendo essere rieletto per più di due volte, gode dei poteri di un re costituzionale, in un paese – attenzione – che si proclama vero  credente nel governo delle leggi.

Sotto questo profilo il cosiddetto presidenzialismo, soprattutto quando rimanda all’elezione diretta, nasce dall’immaginaria passione degli uomini per essere governati da un Re Leone (antichissimo simbolo monarchico), magari dotato di poteri taumaturgici. Come ancora si riteneva nel famoso secolo di Luigi XIV, celebrato da Voltaire in un’opera che ancora oggi si legge volentieri.

Per contro, il governo delle leggi viene giudicato, freddo, lontano, quasi un mostro gelido: una specie di gabbia giuridica che talvolta rischia, si dice, di soffocare gli uomini nelle spire della burocrazia giudiziaria e procedurale.

Del resto le critiche di fascisti e comunisti allo stato di diritto, ossia al governo delle leggi, si fondano sull’idea dell’uomo carismatico, solo al comando, una specie di padre, severo ma giusto, capace di intuire miracolosamente i desideri del popolo: una riedizione secolarizzata della monarchia. Di cui furono protagonisti alcuni feroci capi militari, chiudendo così il cerchio del patriziato militare, come Hitler, Stalin, Mao

Ovviamente Carlo III è un monarca costituzionale che regnerà senza governare: gli usi e costumi istituzionali britannici parlano chiaro al riguardo, quindi nulla a che vedere con le spietate figure appena ricordate. Però agli uomini piace il carisma, anche quando non c’è, come nel caso di Carlo III.

Ma questa è un’altra storia.

Carlo Gambescia

sabato 6 maggio 2023

Il Napoli di De Laurentiis ha smentito anche Marx

 


Il Napoli non è squadra fortunata, sotto la brillante gestione di Aurelio De Laurentiis, che prese nel 2004 la squadra in C, pur sfiorando più le volte lo scudetto, è incappata nel lungo ciclo vittorioso della Juventus. Comunque il terzo scudetto c’è. Auguri e complimenti al Napoli.

Ma va registrato un altro  fatto importante.

Non pochi storici del calcio – a partire dai socialisti Ghirelli e Brera – hanno collegato strutture sociali ed economiche all’andamento delle squadre calcistiche sulla falsariga ideologica delle scene di lotta di classe a San Siro.

Un’associazione causa-effetto in parte comprovata, almeno a far tempo dal consolidamento federale negli anni Venti del Novecento del “massimo campionato di serie A”, come declamava Carosio, che invece era fascista.

Dove l’economia cresce, il calcio vola. Ecco l’assioma socialista. Un tempo addirittura applicato alla nazionale di calcio sovietica, che alla fin fine non vinceva mai nulla. Ma lo si ripeteva a pappagallo per celebrare servilmente i successi economici, in verità inesistenti, di Mosca.

In effetti però, il famoso scudetto del Verona nel 1985, che gli anticapitalisti romantici del calcio mitizzano, non fu un effetto del comunitarismo delle piccole squadre, ma un prodotto del decollo del Pil nel Nord-Est, quindi della società fondata sul contratto, tanto per citare due concetti sociologici reinventati da Ferdinand Tönnies: comunità e società.

Va però detto, che il terzo scudetto del Napoli ha smentito il materialismo storico di Ghirelli, Brera e Marx.Perché nel 2022 non si è registrata alcuna sintonia tra Pil della Campania e i successi calcistici del Napoli.

Quest’anno, la Campania – con Napoli che segue a ruota – oltre a non aver mai colmato nei due decenni precedenti i dislivelli con il Nord – registra addirittura un regresso, che potrebbe restare tale anche nel 2023 (*).

Insomma, De Laurentiis ha smentito Marx e vinto lo scudetto. Di nuovo complimenti a auguri.

Carlo Gambescia

 (*) Qui: https://napoli.corriere.it/notizie/economia/23_marzo_27/confindustria-campania-pil-2023-stimato-in-calo-dello-0-5-si-andra-in-recessione-centronord-sempre-piu-lontano-c47f3843-f115-42de-8adf-d2709ebb4xlk.shtml

venerdì 5 maggio 2023

Il socialismo fascista di Giampaolo Rossi

 


 

Oggi lasciamo la parola a Davide Maria De Luca del “Domani”. Prima però una breve riflessione introduttiva.

Giampaolo Rossi, “fedelissimo di Giorgia Meloni”, in predicato di diventare nuovo direttore generale della Rai, rappresenta una specie di antologia intellettuale delle destra complottista, filorussa e antiamericana. Davide Maria De Luca scava nel suo blog. E ne trova delle belle (anzi brutte). Testi pubblici: figurarsi, che dirà Rossi in privato…

Quel che è interessante dal punto di vista dell’antropologia del fascio-complottista, se ci si passa il termine giornalistico, è che Rossi sembra non aver mai capito il senso della sconfitta del 1945, come vittoria della libertà contro il totalitarismo. Rossi odia gli Stati Uniti e vede in Putin la reincarnazione del socialismo fascista. Si tratta di una forma mentis, di un riflesso culturalmente condizionato, magari anche ben nascosto sotto la riscoperta della geopolitica, altra scienza a dir poco sospetta.

Nel suo caso parleremmo di sindrome Drieu la Rochelle.

Si legga qui:

“ 1943, 5 Marzo.  (…) Come può credere nel fascismo nel quale io non credo più? Il fascismo è troppo poco socialista. E’ un semplice risveglio dell’eroismo borghese che non ha il coraggio di uscire dai suoi schemi e finisce con l’esserne soffocato. Nell’estremo pericolo Hitler non ha un grido che venga dal cuore, non un’impennata dell’immaginazione. E’ pietrificato nel limite delle sue forze. Il comunismo, se non altro, sarà il perfetto e definitivo degrado di questa civiltà. La macchina ha il diritto di essere coronata sovrana.A meno che il genio dei russi sotto sotto non sia meno inaridito del nostro e non si affranchi dalle costrizioni all’interno delle quali è fortificato!”(Pierre Drieu la Rochelle, Diario 1939-1945, il Mulino, Bologna 1995, p. 340).

Anche per Rossi, probabilmente Putin incarna quel genio. Un mio amico parla di “danno biologico”.

Rossi sogna ad occhi aperti, come tanti neofascisti di Fratelli d’Italia, la rivincita storica dei fascismo sulle democrazie liberali. Non ha mai capito e accettato, ripetiamo, la lezione del 1945.

Un personaggio del genere potrebbe diventare direttore generale della Rai.

Carlo Gambescia

 
***

 

«Putin ci salverà da Soros». Ecco Giampaolo Rossi, l’uomo Rai di Giorgia Meloni (*)
di Davide Maria De Luca

Così scriveva sul suo blog, ospitato sul sito del Giornale, Giampaolo Rossi, manager Rai, fedelissimo di Giorgia Meloni e in questi giorni in prima fila per il posto di nuovo direttore generale della Rai, dopo che in autunno era stato scartato dalla rosa dei possibili ministri della Cultura per via delle sue critiche al presidente della Repubblica Sergio Mattarella (nel 2018 lo aveva paragonato a Dracula e, in sostanza, accusato di golpe).
Nato a Roma nel 1966, esperto di comunicazione e nuovi media, Rossi è anche direttore scientifico della fondazione An e un militante e intellettuale da sempre vicino alla destra sociale.
Negli ultimi anni si è anche trasformato in un complottista (per sua stessa definizione) e in un arci-putinista, convinto che il presidente russo costituisca «l’unica speranza per scongiurare una crisi internazionale senza ritorno» e un argine a difesa dei valori tradizionali contro le élite mondialiste che vorrebbero annacquare l’identità dei popoli bianchi.
L’ARCIPUTINISTA
Sul suo blog, che ha aggiornato fino al 2018 e che è stato spulciato da Domani, Rossi appariva quasi ossessionato da Putin e dal complotto del Nuovo ordine mondiale. «Pensare che la Russia stia per invadere l’Europa – scriveva nel 2018, quattro anni dopo l’inizio delle operazioni militari russe in Ucraina – è solo il frutto di una schizofrenia indotta».
I timori europei causati dall’atteggiamento aggressivo della Russia? Soltanto una narrazione che «affonda le sue radici nei secolari interessi imperiali di Londra» e che oggi si sposano «con gli interessi dell’élite globalista». Ma d’altro canto ci sono ragioni per cui le élite mondiali dovevano sentirsi minacciate da Putin. Nel 2017, Rossi era certo che la Russia e la Cina avessero messo in moto una «complessa strategia geo-economica di “de-dollarizzazione” del mondo» volta a «scardinare il dominio finanziario del dollaro e con esso il potere globale degli Stati Uniti». Non sembra sia finita bene.
Spaventate da Putin, le élite avrebbero creato ad arte, in «laboratorio», dei nemici interni da contrapporgli. Putin però, magnanimamente, non li perseguitava più di tanto. La condanna dell’oppositore Aleksej Navalny nel 2017 a 15 giorni di carcere per aver organizzato manifestazioni non autorizzate «è minore di quanto si sarebbe preso in Italia per lo stesso reato», scriveva Rossi. Lo stesso Navalny, in ogni caso, «viene formato nei laboratori universitari americani collegati all’élite mondialista in connessione con la Cia». Navalny, sopravvissuto a un tentativo di avvelenamento, si trova in prigione con una condanna a 8 anni ed è oggetto di una nuova indagine per cui rischia l’ergastolo.
IL GRANDE COMPLOTTO
Il grande complotto delle élite è l’altra ossessione che unisce decine di post nel blog del papabile direttore generale della Rai. «Guai a chi si oppone ai disegni del Nuovo ordine mondiale», metteva in guarda in uno dei suoi articoli. Secondo Rossi, il principale esponente di questo complotto è il miliardario ungherese George Soros, «speculatore globalista con il vizietto di destabilizzare governi democraticamente eletti» e vero architetto dei «processi migratori per alterare gli equilibri demografici secondo quella “etica del caos” tipica dell’umanitarismo ideologico della élite». Rossi ci tiene a ricordare che Soros è «ebreo», ma «di origine ungherese», e lo paragona al mostruoso Shelob di Tolkien, «il malefico essere a forma di ragno».
La vena anti-élite e pro Putin è una relativa novità di Giampaolo Rossi. La mutazione risale probabilmente alla caduta del governo Berlusconi, quando Rossi dichiara: «Sono un complottista». Seguendo le varie incarnazioni del suo blog prima di essere ospitato sul Giornale, si scopre che nei primi anni 2000 si definiva invece un «liberale, neocon, teocon». Tra i post di quegli anni si trova anche una delicata ode a Giorgia Meloni, appena eletta vicepresidente della Camera: «Piccola piccola tra tutti quegli onorevoli grandi, grandi». In quegli anni scrive che Obama è «un afro di Honolulu», ma allo stesso tempo i pacifisti che protestavano contro la guerra in Iraq andavano denunciati di «”crimini contro l’umanità”, perché è la loro indifferenza, il loro egoismo che ha prodotto più vittime di Stalin ed Hitler messi assieme».
ROSSI OGGI
Dal 2018, quando entra nel consiglio d’amministrazione della Rai, Rossi cessa le pubblicazioni sul blog e dirada i suoi interventi. Non prima però di aver attaccato frontalmente il presidente della Repubblica Sergio Mattarella per la sua gestione delle consultazioni prima della nascita del governo giallo-verde nel 2018: «Napolitano aveva abbattuto un governo legittimo; Mattarella ha impedito che nascesse». Con l’arrivo della pandemia diventa critico sui vaccini (le parole di Mattarella in proposito sono «inquietanti») e sul green pass, tanto che l’Espresso lo definisce «ideologo Novax di Giorgia Meloni». Nell’ultimo anno, quello dell’apparente transizioni di Meloni e Fratelli d’Italia al conservatorismo, nel quale Rossi ha fornito più di un aiuto intellettuale, Rossi sembra avere deciso di parlare d’altro. Pressoché impossibile trovare una sua dichiarazione sulla guerra in Ucraina, che fino a poco tempo fa definiva una provocazione Nato nei confronti della Russia. Difficile anche perché da qualche mese ha cancellato i suoi profili Twitter e Facebook.

Davide Maria De Luca

(*) Qui: https://www.editorialedomani.it/politica/italia/putin-ci-salvera-da-soros-ecco-giampaolo-rossi-luomo-rai-di-giorgia-meloni-azr1aeeg  .

giovedì 4 maggio 2023

Gli ultimi soldati dell’Occidente

 


Dell’effettiva dinamica si sa poco. Però i droni (ucraini?) sul Cremlino, a prescindere dalla riuscita (eliminare Putin?), hanno un enorme valore simbolico.

Quale? Il blitz, se ucraino,  prova che la Russia è una tigre di carta: agita il fantasma della guerra non convenzionale, perché non è capace di vincere quella convenzionale.

Una guerra non convenzionale, che in realtà non vuole nessuno, perché costituisce il massimo dell’impoliticità (né vincitore, né vinti). Perciò invece di evocare, ogni cinque minuti, l’Armageddon atomica (il mantra di pacifisti e pontieri, anche nel senso dei ponti vacanzieri), si dovrebbe intensificare la guerra convenzionale.

Anche perché l’Ucraina dà prova di battersi bene, armata dall’Occidente nonostante tutto.

Nonostante che cosa? Una pubblica opinione pacifista attenta a limitare gli “aiuti” e seminare panico e disfattismo: gente per alcuni al soldo di Mosca.

Una pubblica opinione con la quale i russi non devono fare i conti. Le dittature non hanno bisogno di comandare per essere obbedite. Per contro in Occidente nessuno vuole comandare né obbedire. Nonostante ciò, l’Occidente ha provato di essere più forte della Russia, sia sul piano politico che militare. Ecco il valore simbolico dei droni sul Cremilino. L’Occidente deve credervi però. Ma non è tutto.

Oggi Panebianco, sul “Corriere”, scrive di una “guerra costituente”, nel senso di una posta in gioco, che va al di là dell’Ucraina, perché rimanda a una nuova costituzione del potere mondiale, nel senso di una sua redistribuzione, che, in caso di vittoria in Ucraina, insomma del respingimento dei russi, andrebbe a favore dell’Occidente euro-americano rispetto all’Oriente russo-cinese.

Siamo d’accordo con questa tesi. Il punto è che tale  risultato può essere raggiunto solo attraverso un intenso sforzo militare. Che per svilupparsi ha necessità “anche” di una percezione diversa del soldato ucraino. Probabilmente esageriamo – eccesso di romanticismo – ma ci piace vedere  nei combattenti ucraini gli ultimi guerrieri dell’Occidente.

Che cosa vogliamo dire? Che accanto al fatto militare si pone il fatto culturale.

Si dia un’occhiata ai giornali di oggi: vivono l’attacco al Cremlino come una disgrazia. Ci si interroga sulla responsabilità ucraina, come si fosse in una aula giudiziaria. Con piglio avvocatesco, da quattro soldi, l’Ucraina aggredita – dimenticando tra l’altro che furono per primi i russi a tentare di eliminare Zelensky – viene dipinta, o quasi, come una nazione di guerrafondai, o comunque di gente poco civile che porta solo guai all’Occidente.

In realtà, questa è guerra. E si può vincere solo schierando un forza militare superiore a quella del nemico. Non solo però: occorre, come detto, una percezione culturale diversa.

Dicevamo degli ucraini, come ultimi soldati dell’Occidente, aggiungiamo veri soldati che combattono e muoiono sul campo. In una guerra, cosa che la pubblica opinione occidentale non vuole capire, che è ideologica: tra sistemi di idee, che, per ricaduta, sono sistemi di vita.

Ecco, ripetiamo, il fatto culturale: gli ucraini difendono il nostro sistema di vita. Un mondo, come sperano, che un giorno sia anche il loro.

Sotto questo aspetto sono gli ultimi soldati dell’Occidente, perché i penultimi hanno battuto Hitler.

Carlo Gambescia

 

mercoledì 3 maggio 2023

“Cuneo”. Perché continuare a mentire?

 


Che la formazione dei giornalisti economici sia carente è un dato di fatto. Risparmiamo ai lettori, i soliti ricordi del “vecchio” a proposito del tirocinio giovanile presso un quotidiano economico che oggi non c’è più. Altri tempi.

Però imparammo più in quei mesi di economia, che nei seminari di sociologia economica all’università.

Veniamo al punto.

Perché continuare a farsi del male? Perché continuare a mentire? Perché parlare ancora di “cuneo fiscale?” Anche da parte della sinistra. Se, come abbiamo scritto, ieri, i cosiddetti sgravi, sono principalmente previdenziali (*).

C’è una notevole differenza, come abbiamo già spiegato. Non c’è proprio nessuno che insorga e dica le cose come stanno? Che è una buffonata?

Altro che “il taglio alle tasse più importante degli ultimi decenni”… Perché taglia un’altra cosa e ignora le imprese. Anzi se continua così, la destra, per sanare le spese in deficit, le tasse sarà costretta ad aumentarle.

Qualche giornale, a dire il vero, parla solo di “cuneo”. Evidentemente in redazione, qualche “vecchio” giornalista avrà segnalato il gioco delle tre carte del governo Meloni. Eppure, nessuno, diciamo proprio nessuno, ha contestato la differenza che corre tra taglio fiscale (Irpef, Irap, Ires eccetera, eccetera **), che può stimolare la domanda, e taglio previdenziale-contributivo (Inps), che addirittura secondo alcuni osservatori, visto lo sfascio delle spesa pubblica, può ripercuotersi sulle dimensioni delle future pensioni. Per la serie il grillo disse un giorno alla formica…

Il problema di fondo, ignorato dalla destra e dalla sinistra, è quello dello scossone in senso liberale e riformista: liberalizzazioni a privatizzazioni, senza tentennamenti. Cominciando, solo per fare alcuni esempi, dalla vendita del demanio pubblico e dalla privatizzazione della Cassa depositi e prestiti. E, proprio per lanciare un messaggio forte, tipo la “pacchia è finita”, privatizzazione della Rai: il megafono di ogni governo. Di destra come di sinistra. Da ultimo della Meloni. Inutile tornare sulla propaganda in favore del “cuneo fiscale”. Una vergogna. Roba da tempi dei coniugi Ceausescu.

A dire il vero, simbolicamente, la prima dichiarazione di un Presidente del Consiglio, liberale vero non per finta, crediamo debba essere proprio questa: privatizzazione della Rai. E non proclamare, presentandola come una rivoluzione, il trasferimento di alcuni uffici a Milano, per continuare a condividere “la pacchia” con il Lombardo-Veneto.

Ecco la vera rivoluzione: liberale. Non i pannicelli caldi del “cuneo fiscale”. Che come il  famigerato cetriolo… E qui, per decenza, ci fermiamo.

Carlo Gambescia

(*) Qui: http://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2023/05/il-taglio-delle-tasse-piu-importante.html .
(**) Qui, solo per farsi un’idea: https://tasse.economia-italia.com/tasse-in-italia .