sabato 18 luglio 2020

Unione Europea, l’errore della mancata parlamentarizzazione
Perché si parla  solo di fondi?

Giuseppe  Conte non solo prova  di non avere alcuna cultura politica, quindi visione. Ma non riesce neppure a ragionare da avvocato civilista, capace di dare il giusto valore ai denari, soprattutto quando ricevuti in  prestito.  
Insomma, economicamente parlando, nessun  pasto è  gratis, quindi l’Italia, che tra l’altro ha sempre mostrato di sprecare i soldi pubblici non avrebbe, innanzitutto, alcun diritto morale a soldi extra. 
Cari lettori, prestereste  soldi a un parente che in  precedenza ha mostrato che con i denari ricevuti,  invece di pagare i creditori e  restituirli, si è concesso un bel  giro del mondo in ottanta giorni? Vantandosi, al ritorno, delle bellezze  ammirate a spese vostre?
Piaccia o meno, la situazione è questa. E Conte sembra non voler intendere... Tuttavia, il vero  punto è un altro. Storico. E rinvia alla mancata parlamentarizzazione delle istituzioni europee.  Nel 1979, l’Europa votò per il Parlamento: un’istituzione  vista  però all'epoca  come una specie di   ripiego.  O peggio ancora, come è avvenuto, una  cassa di risonanza dei periodici libretti dei sogni politico-sociali in chiave welfarista ed ecologista.   Il potere di veto, diciamo il potere finale su tutto,  rimase  agli stati.  Se l’Europa avesse seguito la grandissima lezione dell’Ottocento liberale, dei Guizot, dei Cavour, dei Peel, dei Gladstone, il Parlamento europeo sarebbe divenuto, come fu allora,  il fulcro di una magnifica  trasformazione politica,  certamente conflittuale,  non idolore,   ma, attenzione dentro un parlamento capace si esprimere partiti transnazionali.                                                                                                    
Ciò significa che la belva nazionalista, oggi risvegliatasi proprio in seno alle istituzione europee, sarebbe  stata addomesticata.
Di più:  il Governo europeo  - ora rappresentato da istituzioni come i due Consigli e la Commissione che ricordano come funzionamento la costituzione magnatizia polacca  -   sarebbe  invece divenuto espressione di maggioranze politiche, ovviamente, all’inizio segnate da divisioni regionali, superabili però con il tempo, come insegna l’interessante storia del parlamenti nazionali, oggi dimenticata persino dai  liberali, affascinati purtroppo da progetti centralisti o economicisti di stampo socialdemocratico o verde... 
A differenza di quel che accade  oggi intorno a noi,  avremmo avuto un  “centralismo” buono,  quello del Parlamento Europeo. Invece si scelse la strada, non tanto degli spontanei movimenti economici di mercato, ma di una  costruzione  dall’alto attraverso istituzioni giustamente  impolitiche come la Banca Centrale, che però  si sono ritrovate, loro malgrado, a svolgere un ruolo politico. E i risultati non proprio convincenti,  sono sotto gli occhi di tutti.  Attenzione,  in sé l’idea della moneta unica  resta ottima, ma doveva essere attuata, dopo la parlamentarizzazione o comunque in parallelo. Comunque sia,  la  "regola"  era ed è di cominciare prima  dalla politica, ma in chiave liberale secondo la grande tradizione europea, per  poi affrontare le questioni economiche. 

Un altro gravissimo errore è stato quello  di aprire alle nazioni dell’Est prive di solide tradizioni parlamentari e liberali. Di allargare l’Europa anzitempo ai nemici dell’idea della democrazia rappresentativa. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti.
Oggi le prime pagine dei quotidiani italiani più importanti  si diffondono sul confronto tra  Italia e Olanda  circa il   ruolo della Commissione  in materia di fondi straordinari.  Cioè si continua  a  discutere non di politica ma di economia.  Come però?  Rispolverando, da un lato, i vecchi e pericolosi  luoghi comuni del nazionalismo, e dall’altro, evocando una solidarietà politica che avrebbe avuto senso solo nell’ambito di una Costituzione Europea  con al centro il Parlamento Europeo.  Purtroppo siamo davanti a un’idea ormai abbandonata. E cosa peggiore, lasciata andare  in nome di una democrazia diretta che ha ucciso, con i referendum confermativi, applauditi dalle belve nazionaliste, la democrazia rappresentativa.
Altra prova che la democrazia diretta non funziona  perché prigioniera dell’emotività xenofoba. I parlamenti sono le uniche sedi in cui popoli possono essere rappresentati. Anzi  vi “devono” essere rappresentati. E per il bene di tutti, a cominciare dai popoli stessi, spesso portatori  inconsapevoli  del tremendo virus della democrazia emotiva.
Siamo partiti troppo da lontano?  Diciamo pure che  discutere di bilanci e fondi  senza sapere perché si discuta solo di bilanci e fondi non aiuta a capire gli errori, in primis quello della mancata parlamentarizzazione,  di cui è costellata la storia della pseudo-unificazione europea.  E non usiamo il termine a caso.

Carlo Gambescia                         

                                                                                                                                                   

venerdì 17 luglio 2020

Riflessioni
La politica della paura

Si può contrastare l’approccio costruttivista-securitario? Quel vedere pericoli ovunque, dilatato fino al parossismo  da politici,  mass media,  social ed esperti di turno?  Per poter così usare il cannone politico?  Nel tentativo di edificare Sua Santità, la Sicurezza Sociale Totale?   
Si pensi, ad esempio,   a un fenomeno banale, come le previsioni del tempo, tramutate in  bollettini di guerra. Insomma, come difendersi dalla politica della paura? 
Esageriamo?  Si legga, in che termini catastrofisti,  si parla, proprio oggi,  del prossimo fine settimana.

 Un'ampia area depressionaria, posizionata su gran parte del continente europeo, tende a scendere verso l'Italia, causando instabilità diffusa, con fenomeni che domani saranno più intensi sulla fascia adriatica e su parte delle regioni del centro. Il Dipartimento della Protezione Civile ha dunque emesso un avviso di condizioni meteo avverse che prevede dalle prime ore di domani, venerdì 17 luglio, precipitazioni, a prevalente carattere di rovescio o temporale, sull'Emilia-Romagna, specie settori centro-orientali, in estensione dal mattino, su Marche, Toscana, Abruzzo, Molise e Lazio, specie sui settori orientali e meridionali. I fenomeni saranno accompagnati da rovesci di forte intensità, frequente attività elettrica, grandinate e forti raffiche di vento. Sulla base dei fenomeni in atto e previsti, è stata valutata per la giornata di domani allerta gialla su gran parte di Emilia-Romagna, Toscana e Lazio, sugli interi territori di Umbria, Marche, Abruzzo, Molise, Puglia e Basilicata.
E ciò è quasi nulla rispetto alla pandemia psicopolitica che si abbattuta sulle nostre società  in  seguito al  Covid: trasformato, a livello di immaginario collettivo, dopo un bombardamento politico-mediatico che non ha precedenti, nel virus destinato a distruggere la vita dell’uomo sulla Terra. Una politica, socialmente  autodistruttiva, dalle disastrose  conseguenze reali.

Si rifletta, sono misure protezionistiche  e securitarie invocate dalla stessa gente. Il "popolo" implora le catene...   
Insomma,  siamo davanti a un fenomeno politico-sociale, dotato di forza propria, nel quale le masse si immedesimano, difficile da contrastare. Probabilmente, dovrà  fare il suo corso…   
Ci si guardi intorno:  oggi  quasi  ogni cosa  diventa subito  fonte di pericolo e di isteria collettiva: dall’immigrato pronto a uccidere l’uomo bianco (ora, addirittura, infettandolo) a un’ attesa più lunga del previsto nella sala d’aspetto di un medico di base. Tutti rivendicano tutto. E soprattutto si rifiuta il rischio e con il rischio la responsabilità di assumersi quella normale alea che caratterizza la vita sociale.
Non è un fenomeno solo italiano. Siamo davanti alla inevitabile  degenerazione dell’approccio welfarista, fondato sull’idea di un’assistenza totale (dalla culla alla tomba). Fenomeno che ovviamente è più marcato dove storicamente manca, come in Italia, una forte cultura liberale  basata sulle meritocrazia, sul senso di responsabilità e sull’accettazione dei rischi sociali.
Attenzione, non si confonda il liberalismo vero e proprio  con il liberalsocialismo, attualmente professato da una sinistra che  raccoglie socialdemocratici, post comunisti,  cattolici sociali, liberali di sinistra, verdi.  Per fare un esempio,  Emmanuel Macron e Angela Merkel appartengono a questo mondo. Invece un personaggio, ormai storico, come  Margaret Thatcher, incarna un  liberalismo archico, basato sul realismo politico   che non crede affatto nelle  costose fantasie costruttiviste, macro-archiche,  del   liberalsocialismo.    
                  
Purtroppo il liberalsocialismo si incastra perfettamente nelle  paure e timori  dell’individuo. La stessa destra professa più o meno le stesse idee della sinistra: vuole il welfare, ma  non vuole  estenderlo agli  immigrati. Tutto qui. 
Il punto è che sinistra e destra, oggi addirittura vittime della sbornia populista, temono, adottando politiche realmente liberali di perdere voti, quindi potere.  Di qui le promesse, gradite ai potenziali elettori,  di fornire un gigantesco e costoso paracadute sociale. Ne è seguito quel fenomeno collaterale, ma non meno decisivo, legato al moltiplicatore massmediatico di timori e paure. Un vero affare per tutti; media, social, potere politico.
In realtà,  dietro la maschera liberalsocialista o della destra sociale si nasconde il Leviatano,  teorizzato da Hobbes, fondato, sullo scambio protezione-obbedienza tra stato e cittadino.  Di qui, un curioso e pericoloso fenomeno politico. Quale? Da un lato  una forte richiesta di protezione da parte del cittadino, dall’altro lato, l’impossibilità economica, da parte delle istituzioni, di rispondere, soprattutto economicamente,  alle aspettative  crescenti, se non tassando (sinistra) o riducendo autarchicamente i bisogni (destra).  Di conseguenza,  la crisi fiscale e sociale dello stato non  ha potuto non provocare  la  rivolta populista, aizzata e  sfruttata  da politici privi di scrupoli a destra come a sinistra capaci di promettere qualsiasi cosa pur di agguantare il potere.  Inutile fare nomi.

Ciò significa che  il  pericolo maggiore è quello della deriva demagogica (del resto già in atto...). Il che però implica, che in fin dei conti, l’approccio costruttivista-securitario (di tipo liberalsocialista o “destro-sociale”) è destinato a crollare da solo per eccesso di domanda sociale e politica.  
Però il rischio è che  una volta caduto questo welfare state semitotalitario,  esso sia   sostituito o da un sistema totalitario vero e proprio  capace di  imporre  l’obbedienza senza offrire nulla in cambio, oppure  dalla dissoluzione sociale:  da una specie di stato di anarchia  in cui  la protezione, quale  fatto puramente privato,  sia  inevitabilmente dettata  dalla  legge del più forte, militarmente parlando, come nell’Alto Medio Evo.
Come si può intuire non c’è di che stare allegri, anche perché, purtroppo, in un contesto del genere, così grave, anche un’ altra Thatcher, come la famosa rondinella solitaria  non farebbe  primavera.
 Carlo Gambescia                     

giovedì 16 luglio 2020

Benetton e Autostrade, la lezione di Pareto
Capitalismo coraggioso

Chi abbia tempo e  voglia  deve   leggere  le Cronache,  rubrica che Vilfredo Pareto scriveva più di un secolo fa per il “ Giornale degli Economisti”.  Per quale ragione? Per capire meglio il senso del “caso” Benetton e di Autostrade.
Maggioranza e Opposizione si accapigliano in modo ridicolo sulla revoca, tesi  condivisa  a grandi linee da destra a  sinistra. E per quale motivo?  Per compiacere  quelle  masse di imbecilli che come il famigerato  marito autolesionista si illudono, infierendo sui Benetton, di fare un dispetto al capitalismo, la gallina dalle uova d'oro... 
Se si dà uno sguardo ai giornali si parla  erroneamente  di esproprio (ma una concessione può essere revocata, non espropriata), di fantastici guadagni in borsa dei titoli Atlantia (può darsi, ma i Benetton  devono ancora recuperare soldi  per le precedenti cadute…), nonché  di altre amenità, per placare, come scrivevamo ieri, la tersitea bestia populista,  anticapitalista e antiliberale. Tutta "gente"  che alla gallina dalle uova d'oro tirerebbe il collo... 
E qui torniamo alle Cronache di Pareto, in cui il grande economista e sociologo quasi godeva nel prendere in giro certi finti liberali italiani che si proclamavano tali, senza però rinunciare al protezionismo doganale, alle lucrose concessioni pubbliche, eccetera, eccetera. Alle pastette con stato e governo insomma.
Oggi, nella rete polemica  di un Pareto redivivo  non potrebbe non incorrere la famiglia Benetton, che a dire il vero, tanto ha dato all’Italia fin quando ha privilegiato il suo core business, quello tessile.  Dopo di che ha però diversificato, affiancando investimenti in  altre attività, scivolando così sul pericoloso terreno del pubblico-privato, come nel caso delle concessioni autostradali. Comportandosi esattamente  come quei capitalisti fine Ottocento crocifissi da Pareto: pochi (si fa per dire), maledetti (dallo stato) e subito (nel senso di sicuri).  
Difendere la famiglia  Benetton, come scrivevamo alcuni giorni fa, significa però anche difendere i Benetton Atto Primo:  l’eroica e creativa impresa  che ha reso l’Italia economicamente  importante nel mondo.  Sull’Atto Secondo sospendiamo invece il giudizio, anche perché, se è vero, come sostengono i suoi avvocati, che sul crollo del ponte di Genova esistono precise responsabilità dello Stato, è altrettanto vero, che la famiglia Benetton, avrebbe dovuto rifiutare qualsiasi trattativa, per andare fino in fondo  cercando  di  ottenere giustizia.
Accettando la transazione  si è invece arresa al   mondo degli imbrogli ermeneutici (a voler essere buoni)  tra pubblico e privato.  E soprattutto, cosa importantissima, ha perso l’occasione per intraprendere  una sana battaglia liberale   gradita  a  un gigante del pensiero  come  Pareto.  E che tanto farebbe bene all'economia italiana.
Il vero problema è il sistema delle  concessioni, cosa che destra e sinistra -   vero e  indiviso concentrato di   populismo e statalismo -   non vogliono, anzi non possono comprendere. Sicché  la famiglia Benetton, accettando  la transazione  si rende complice - ora sì -  quantomeno moralmente  di un sistema  statalista  corrotto e illiberale.
Quali sono in sintesi  le proposte del Governo e dell’Opposizione?  La gestione pubblica, via Cassa Depositi e Prestiti   o qualche pastetta con altri concessionari privati. Capito? Stato o nuove clausole a gogò,  artatamente confuse quanto le precedenti.  Roba da pazzi.   In  un  sistema liberale si privatizzerebbe  l’intera rete, costi quel che costi,  aprendo se necessario a imprese estere.  E invece sembrano essere tutti d’accordo sulla spartizione delle spoglie, magari lasciando  qualche briciola   ai Benetton Atto Secondo.      
Ciò  che è  peggio è che sono a rischio i soldi degli italiani. Solo per dirne una:  Poste Italiane -  o  detto altrimenti la casa madre dei  depositi degli italiani, dalla nonnina  al commerciante -  possiede una quota di controllo non indifferente della Cassa Depositi e Prestiti.
Di sicuro,  la campagna di stampa contro la famiglia Benetton ha raggiunto livelli inauditi. Il che spiega un nostro precedente articolo in sua difesa.  Che rivendichiamo.
Però, ecco il punto,   a torto o ragione,  quando si è aggrediti con tale veemenza,  ci si deve battere in tribunale fino in fondo. E cosa, fondamentale, cercando di mettere  in luce, politicamente parlando, la natura  giuridicamente imbrogliata  e  cripto-corruttiva del sistema delle concessioni.  
Ecco l’unico vero mea culpa che i Benetton dovrebbero  fare: quello di essersi mescolati alle burocrazie governative  e statali. Insomma,  mai accontentarsi,  fatte le debite proporzioni,  del famigerato  piatto di lenticchie.  Il capitalismo ha necessità, a torto o ragione,  di coraggiosi capitani d’industria, anche a rischio di essere impopolari.
Vendere cara la pelle. Sempre. Il che, ripetiamo, fa bene al liberalismo, alle imprese e al capitalismo.  Pareto docet.     
                                                                                                                   Carlo Gambescia                

mercoledì 15 luglio 2020

Giornalismo di destra
Brutti, sporchi e cattivi

Questa mattina  ciò  che balza subito agli occhi  sfogliando le principali testate di destra  (“Libero”, “ Il Tempo”, “ Il Giornale”, “La Verità”)  è il tracotante  plebeismo  di un giornalismo gridato e violento.  Non si trova   un parola  in difesa di Benetton e più in generale  sulla necessità di una svolta liberale dell’economia italiana.
“Il Tempo” di Roma, ora nelle mani di un vicedirettore   neofascista vecchio stampo come  Storace, trasuda odio anticapitalista; “Libero”, come ogni giorno,  esplode impoliticamente contro i partiti  favorendo così  nemici della liberal-democrazia e del concetto di rappresentanza; “il Giornale”, oltre al quotidiano santino per celebrare il Cavaliere, spara a zero sul fiscalismo ma in chiave razzista; “La Verità” infine  semina xenofobia  come da manuale.

Insomma, brutti, sporchi e cattivi.
Tutti insieme, ora però  criticano la sopravvalutazione epidemica del Covid da parte del  governo populista. Attenzione però:  solo  dopo aver mandato giù, e di  tutto,  nei mesi di marzo e aprile. Allora  i sondaggi  erano tutti in favore di Conte...   Che grande politica quella della destra…  Mai contraddire l’elettore: va di moda il populismo? Tutti populisti. Va di moda Berlusconi? Tutti Berlusconiani. Torna di   moda Mussolini? Tutti, allora, eccetera, eccetera… Un’osservazione sul punto.

L’ unica testata  che fin dall’inizio ha contestato la devastante versione nevrotica  governativa sulla “pandemia”   si chiama “Linea”…  E lo ha fatto, e fa,  in modo civile e argomentato, usando la ragione.   E, cosa fondamentale, schierandosi  in difesa dei valori della  società aperta:   l’esatto contrario di quel che si legge sulle pagine di una destra incivile e
intollerante  che attacca il volgare  populismo di sinistra ricorrendo, a sua volta,  al triviale populismo di destra. Come provano, per l’appunto,  le prime pagine di oggi.
È perciò ovvio che l’elettore di destra, già di per sé mai  rimessosi dalla febbre fascista, o comunque "autoritarista",  sia sempre più disorientato e succubo di una visione politica radicalmente antiliberale che spiana  il terreno all’avventurismo politico di inquietanti personaggi  come Salvini, Meloni, Tajani.  Piccoli Bonaparte che potrebbero crescere.  Da questo punto di vista,  non si può del tutto escludere neppure un ritorno del Cavaliere, certo decrepito ma  avido di potere più di prima. 

Riassumendo, da un lato  una stampa di destra che  favorisce il disprezzo del discorso pubblico liberale, dall’altro un pugno di avventurieri politici, sempre di destra,  disposti a tutto pur di agguantare il potere.                                       

Del resto, per chiudere il quadro, quotidiani come “ La Repubblica”, “La Stampa”,  “Corriere della Sera”, che dovrebbero rappresentare il fiore all’occhiello della borghesia liberale,  strizzano invece  l’occhio al governo populista di Conte:  a proposito della cosiddetta  “cacciata” di Benetton parlano  di "tensioni" nel governo e di ritorno della mano pubblica come qualcosa di normale…

Purtroppo, in Italia, nessuno sembra  più comprendere  che lo stato non è la soluzione ma il problema. 
P.S. Non dimenticate, amici lettori, di scaricare (gratuitamente) “Linea”. Qui: linea.altervista.org/blog/  .                                    

Carlo Gambescia
    

martedì 14 luglio 2020

In difesa di Luciano Benetton

La sinistra non ha mai capito l’importanza della ricchezza. L’idea che meglio rappresenta  questo  approccio totalmente  sbagliato è quella balzachiana  che scorgeva  dietro ogni grande fortuna  un grande delitto. 
Il marxismo, consapevolmente o meno, ha ricondotto questa idea al  materialismo storico:  teoria che non è altro che una  filosofia economica della storia che scorge  nella distruzione delle grandi fortune -  tra l’altro,  idea tipo biblico-profetico -  l’atto catartico che consente la nascita  di un nuovo mondo,  autentico regno della giustizia.
La prima pagina del “Fatto” condensa  magnificamente questo desiderio  di farla finita con una  ricchezza  frutto, si ripete,  di ruberie. 
Il tutto è molto infantile.  Basterebbe scorrere qualsiasi  biografia di Luciano Benetton e della sua  famiglia per scoprire come dietro il successo vi sia soprattutto il duro lavoro. E come sia giustificata  la fierezza di aver dato tanto all'Italia e al mondo.   
Il problema piuttosto è un altro. Quale? Quello del contesto italiano prigioniero di un corrotto e predatorio statalismo che invece costringe  chi voglia fare impresa  a subire le prepotenze  di una  burocrazia che vuole sempre avere l’ultima parola su tutto, senza però assumersi  alcuna responsabilità.
Come tutti gli specialisti di diritto amministrativo sanno bene,  i contratti di concessione, dalle autostrade ai settori più diversi, a causa di clausole e disposizioni  frutto di riserve mentali, soprattutto pubbliche,  danno sempre luogo ad arbitrati e contenziosi.  Detto altrimenti, sul ponte di Genova, l’inchiesta ha individuato “comportamenti omissivi”, come si dice, anche da parte dello stato.
Nonostante ciò,  l’ideologia balzachiano-marxiana riscoperta e  sbandierata dai populisti  - attenzione, di sinistra come di destra -  ha imposto la condanna a furor di popolo di Luciano Benetton. Inutile qui  evocare argomenti razionali in difesa di un’impresa che ha creato ricchezza e posti di lavoro.  I media  (per non parlare dei social) accettano una sola tesi: quella populista  della totale  colpevolezza della famiglia Benetton. Che deve pagare colpe, che invece nell’ipotesi più sfavorevole, dovrebbe almeno condividere con la burocrazia  ministeriale.   Addirittura quasi  ci si lamenta  - si pensi alla tracotanza di un Travaglio -  del pensionamento della  ghigliottina .  

Pertanto, ripetiamo,   la prima pagina del “Fatto”,  vera cloaca populista a cielo aperto,  rilancia  l’ ideologia dell’odio sociale contro la ricchezza. 
I populisti, malati di statalismo,   non possono comprendere come il vero problema sia rappresentato proprio dall’abnorme presenza di uno stato che armato di  leggi, norme, regolamenti, commissioni, sub-commissioni, sub-sub-commissioni,   uccide invece  la libera concorrenza,  favorendo attendismo e irresponsabilità a tutti i livelli. "La  pacchia è finita" scrive "il Fatto". Bah...  Di certo, non per le predatorie burocrazie pubbliche. 
Di conseguenza, quando  il populismo evoca come panacea l’attribuzione di  poteri ancora più estesi allo stato, non fa che rendere ancora più spesse le catene burocratiche che impediscono, e non da oggi, la modernizzazione capitalistica dell’economia italiana.  
Sono cose, queste,  che vanno scritte. Insomma, Luciano  Benetton viene costretto a pagare per colpe non sue. O comunque, da  condividere, e non in piccola parte,  con l’amministrazione pubblica. Nella  quale  però,  ripetiamo, i populisti scorgono la mano  visibile che salverà l’Italia dalla famigerata  “rapacità dei capitalisti privati”.    
Roba da ridere, se non ci fossero scappati i morti.

Carlo Gambescia         
                              


lunedì 13 luglio 2020

#UscitoLINEA20
Tiè…  (ai gufi)


Ottimo  rimedio contro  bulli populisti,  finti amici della  libertà a sinistra e  destrorsi  in pantofole…
 Scaricabile gratuitamente qui:



Editoriali , articoli,   rubriche e  servizi, tra gli altri, di  Carlo Pompei, Roberto Pareto, Carlo Gambescia, Federico Formica...


Buona lettura!



domenica 12 luglio 2020

Il Partito democratico e lo stato d’ emergenza
Zingaretti il “grillino”


Ieri nel nostro  articolo abbiamo evidenziato il ruolo che potrebbe giocare il Partito Democratico  in Consiglio dei Ministri, come del resto  la renziana  Italia Viva, opponendosi alla proroga dello stato d’emergenza (*) .
I democratici, come  Zingaretti, classe 1965,  che hanno conosciuto i due volti del Partito comunista, quello dell’obbedienza cieca ai vari segretari  e del realismo politico, come capacità di coniugare  ideologia e prudenza, anche in termini di accettazione, seppure a lento rilascio, del metodo liberal-democratico.  I democratici, dicevamo, come Zingaretti, dovrebbero ben sapere che il prolungamento dello stato d’emergenza va a colpire i fondamenti dello stato di diritto, una struttura costituzionale, che  senza evocare i grandi principi liberali, ha permesso   la nascita e lo sviluppo di una democrazia liberale, zoppa quanto si voglia ma democrazia liberale, di cui hanno  beneficiato il Paese, il partito comunista  in particolare, nonché di riflesso  quello  democratico.
Pertanto prudenza imporrebbe, di non portare acqua al mulino di un populismo autoritario, con ampi tratti nevrastenici, politicamente nevrastenici, del  Movimento Cinque Stelle, un movimento  che rappresenta una specie di collettore fognario,  in senso politico, del peggiore populismo italiano, da Mussolini  a Grillo.

I comunisti italiani, un tempo avevano il sesto senso per i fascisti, li riconoscevamo a miglia di distanza. E ora invece Zingaretti che fa? Dichiara giulivo  che  “ Il Pd è pronto a sostenere qualsiasi scelta del Governo utile a contenere la pandemia. Chi nel mondo non lo ha fatto sta pagando un prezzo drammatico” (*). 
"Prezzo drammatico": lasciamo stare  la ricostruzione  virologico-populista di Zingaretti, intrisa  di tipica  nevrastenia grillina.  I lettori, per inciso, ricordino che storicamente parlando siamo dinanzi, alla prima epidemia al tempo populismo. Il che spiega le reazioni spropositate,   riflesso di una vera pandemia ma  politica: quella populista. 
Tornando a Zingaretti  si tratta, come evidente,  di un  via libera  alla scelta di prorogare lo stato d’emergenza.  Una scelta suicida, perché una volta rafforzatosi, Conte, rivolgerà la “pistola” elettorale contro il Partito democratico, prendendosi tutti i meriti.  Per fare un paragone storico, forse eccessivo, è  come se un tempo i comunisti avessero appoggiato le  scelte liberticide di Scelba  in tema di ordine pubblico...
Ovviamente, lo stesso discorso vale per Italia Viva:  Renzi  deve ancora spiegare  le ragioni politiche, attenzione politiche, non personali, che sono all’origine del suo sostegno  a un Governo populista della peggiore specie.

La tragedia del Partito democratico e dei fuoriusciti renziani - che poi è la tragedia dell'Italia -  è nel non voler  capire che il populismo, nelle sue due  forme (a destra come a sinistra),  resta  il solo autentico  nemico dell'ordine liberale  da isolare e combattere. 
Il Pci  reagiva  duramente alla fughe rivoluzionarie a sinistra, come combatteva la repressione e  il neofascismo a destra.  E questo perché, in qualche modo, lottando in Parlamento, andava interiorizzando, al di là dei riflessi animali leninisti, la cultura liberal-democratica. Una conquista preziosa, per tutti. 
Legato, che invece Zingaretti  sembra aver  dimenticato.  Insomma, l'ex segretario della FGCI romana,   ragiona come un grillino qualsiasi, e non come Giorgio Amendola,  per fare  un  nome importante  del vecchio  Pci  riformista.        

Carlo Gambescia