domenica 17 novembre 2019

Benito Mussolini, Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht    
Marcello Veneziani cantore del 1919




Marcello Veneziani  va in giro per l’ Italia  a presentare  i suoi  libri nostalgici  sugli dei e sul  mito. Classici argomenti da “tentazione fascista”. Per chiarirsi le idee al riguardo si  leggano Cassirer, Jesi e Kunnas. Da ultimo, Veneziani,  si è trasformato nel cantore, ancora più nostalgico, del 1919.
Per chi ancora non lo sapesse  il “Diciannovismo”  (o “Sansepolcrismo”)   è il  cavallo  di battaglia del cosiddetto fascismo di sinistra.  Come per certi  comunisti romantici,  Rosa  Luxemburg e Karl Liebknecht  sono  il comunismo che poi non fu,  così per Veneziani,  Podrecca, Farinacci e Rossi, sono il vero fascismo che si perse strada facendo…
E sulla base di queste anacronistiche e romantiche  scemenze, Veneziani  va in giro per i teatri, si dice, tra gli applausi di un’Italia tristemente sospesa   tra  ignoranza e  nostalgia. Celebrando un centenario che non c'è... O se c'è,   esiste solo nella testa dei  neofascisti.  
E quando  qualcuno si azzarda a  muovere  un' obiezione, Veneziani si atteggia  subito  a perseguitato politico: si mette  a frignare  sulla natura illiberale di un sistema liberale  che invece alcuni anni fa addirittura  lo premiò  con  un incarico "demoplutocratico" di vertice alla Rai.
Dicevamo del fascismo di sinistra, del “Sansepolcrismo”.  Termine che prende origine  da piazza San Sepolcro a Milano, dove il 23 marzo 1919  si tenne   nella sala riunioni del Circolo dell’Alleanza Industriale, l’ “adunata” fondativa dei fasci di combattimento, presieduta da Mussolini  e da circa  trecento scalmanati, più  o meno noti.  Alle questure.
Il velleitario programma  sansepolcrista,  mezzo  repubblicano e mezzo socialista, venne poi messo nel freezer per vent’anni.  Mussolini, lo scongelò nel 1943, ormai  disperato e nelle mani dei nazisti, riconsacrando il sansepolcrismo  in chiave antisemita nei cosiddetti 18 Punti di Verona. Una vergogna incancellabile.  
Molti neofascisti, e  tra questi Veneziani, sostengono tuttora  che se Mussolini avesse tenuto fede ai principi del 1919  il fascismo  sarebbe stato  ben  altra cosa. In senso positivo, ovviamente.  
In fondo, come dicevamo all’inizio,  si tratta della stessa tesi  dei neocomunisti quando rimpiangono il comunismo che mai fu di Rosa Luxemburg   e dei mitici  consigli operai.  
In realtà, sia il Sansepolcrismo sia il comunismo consiliare, restano due fenomeni politici profondamente  antiliberali e anticapitalisti. Pertanto, Benito  Mussolini "il rivoluzionario" del 1919,  per dirla con De Felice,   e  Rosa Luxemburg, critica,  da sinistra,  di Lenin,  una volta al potere, avrebbero comunque  preso una direzione antiparlamentare, terroristica  e autarchica.  Di male in peggio.
Mussolini fu fucilato nell’aprile del 1945 dai partigiani, dopo vent’anni di danni.  Rosa  Luxemburg e Karl Liebknecht  furono invece sequestrati e  uccisi dai corpi franchi, gruppi paramilitari, nel gennaio del 1919.
Chissà se anche Mussolini… Difficile dire. Di sicuro,  Veneziani oggi  celebrerebbe Farinacci... 

Carlo Gambescia                         
                 

sabato 16 novembre 2019

Ma quanto è bravo Massimo Maraviglia…
Filosofia del gusto e altre cose….


Massimo Maraviglia (nella foto con i suoi studenti) è un esempio classico di  spreco italiano: un Paese che oggi si dichiara di nuovo sovranista, e trionfalmente,  ma dove, come ieri e  l’altro ieri,  se  uno studioso non sposa la causa mainstream, delle cordate  di  destra o di sinistra (pari sono), rischia di  ritrovarsi  a insegnare in un liceo, e non all’università come  meriterebbe. 
Di Maraviglia ricordo, e con piacere,  un  profondo e  originale lavoro su Schmitt che  in un  paese normale  gli  avrebbe aperto le porte dell’università alla stessa velocità di un gran premio automobilistico. Va però detto che Maraviglia, eccellente educatore e filosofo,  in quel clima mefitico, avrebbe rischiato di intristirsi e appassire: senza sole, senza acqua. Come  un’ elegante e raffinata orchidea…         
Dopo questo omaggio floreale,  non posso  non segnalarne  un magnifico testo apparso sul suo blog: “Idee per una filosofia del gusto (manifesto semiserio, teorico-pratico)” (*).
La sua idea di gusto, ricorda quella  di  Georg  Simmel: privilegiare, ma con leggerezza,  la forma sui contenuti, perché  la forma resta i contenuti passano. Il punto non  è rappresentato  dal  contenuto fisico  - almeno così sembra di capire - di un cibo, ma   dalla   forma mentale con cui si  addenta una pizza napoletana o si mangia  un kebab turco.  
Lasciamo la parola al professor Maraviglia:

Della modalità. Est modus in rebus. La mamma insegna a stare a tavola, ascoltarla. Quindi su le mani. Impugnare bene le posate. Bocca chiusa. Niente gomiti sul tavolo. Vino alle signore. La scarpetta solo in rarissimi casi, quando cioè il sugo lo chiede imperiosamente ed è peccato mortale lasciarlo nel piatto (in questo caso è meglio ubbidire a Dio che agli uomini). Finire quello che c’è nel piatto: si ricordi che l’avanzo è sempre della mala creanza. Non fare gli schizzinosi. Conversare. Non essere né troppo lenti né troppo veloci. E se si è a conoscenza di qualche debolezza in questo campo, ascoltare le mogli!
Nazionalismo e internazionalismo. In cucina, come dappertutto, è cosa buona l’orgoglio nazionale. Ma nemmeno stonano la consapevolezza regionale e financo il campanilismo locale. Noi siamo sempre in quanto apparteniamo. Tuttavia la gastronomia è il regno del gusto e su tutto il gusto domina. Esso è come la musica per la poesia: se la musica qui ha sempre ragione, là il sapore trascende ogni altra considerazione. Quindi … dall’hamburger al kebab, dal sushi alla tempura, dall’adobo alla cheescake, dal bratwurst alle moules: tutto va bene quando sia fatto bene. Ogni piatto, per quanto umile, se sia ben eseguito tende alla bontà e adorna la nostra vita.

Perfetto. Solo una piccola osservazione, da umile sociologo dell'economia...
Nel testo di Maraviglia  si critica l’accoppiamento poco giudizioso  tra mercato e  ristorazione.  In  realtà, il mercato della ristorazione, grande o piccola che sia,  è tra i pochi mercati dove la libera concorrenza funziona, come provano prezzi contenuti, code, prenotazioni e l’alto tasso di mortalità  e sostituzione delle imprese di settore, nonché   l’accorta politica dei prezzi, che si adegua verso il basso, persino nella grande ristorazione. Magari tutti i mercati funzionassero così.
Certo, ciò presuppone un rapporto qualità-prezzo intorno a valori medi, talvolta medio-bassi.  Ma si può migliorare.
L’importante, soprattutto per il consumatore,  resta la forma, il modo in cui si addenta… Qui lasciamo  di nuovo la parola al professor Maraviglia.
Leggetelo. E con gusto.  
Carlo Gambescia                

venerdì 15 novembre 2019

Il caso Cucchi e la democrazia liberale
L’istinto del taglione


Sotto il profilo sociologico le moderne  forze di polizia sono il prolungamento del weberiano monopolio  della violenza legittima,  tradotta in forza legalizzata, insomma approvata dalle leggi. Moderno stato rappresentativo e controllo pubblico dei comportamenti socialmente illeciti  vanno di pari passo.
Tutto bene allora? Non completamente. E ci spieghiamo subito.
Il profilo degli agenti di polizia rimanda a soggetti addestrati all’uso scalare del forza, uso limitato -  ecco la caratteristica del moderno stato di diritto -  dalle leggi a tutela della libertà dei cittadini.  Purtroppo, l’uso della  forza razionalizzata attraverso il diritto, spesso entra in conflitto con l’ideologia del taglione, antichissimo ma irrazionale strumento di giudizio che continua innervare il comportamento di alcuni poliziotti ( e non solo),  mossi dall’idea che il criminale, o chi ritenuto tale, debba essere trattato spietatamente, per l'appunto come un criminale. Come un soggetto irrecuperabile alle società. Sempre e comunque.  Si può parlare, come ora  vedremo, di  un istinto del taglione.
Va  però detto  che in larga parte la polizia moderna ha accettato il diritto razionale e il relativo uso limitato e legalizzato della forza.
Nel caso Cucchi, ci troviamo invece davanti a poliziotti, nel caso due carabinieri, che hanno applicato il taglione, violando le regole dello stato di diritto. Di qui, la condanna di ieri.
Qual è il succo del nostro discorso?  Che lo stato di diritto, a differenza di altre forme storiche di governo degli uomini, ben incarnato dalla democrazia liberale, offre gli strumenti perché il diritto razionale faccia il suo corso. E come si dice alla fine “trionfi”.  
Ovviamente sussistono problemi organizzativi e ideologici. Tradotto: le lentezze della magistratura, legate a problemi di risorse, e la condivisione in alcuni settori sociali, anche esterni alle forze dell’ordine,  delle legge del taglione.
Attenzione, semplificando i concetti,  il rapporto tra taglione e uso razionale e legalizzato della forza, non va visto in chiave evolutiva: nel senso che l’istinto del  taglione non sia altro che una sopravvivenza sociale che presto sparirà all'insegna del vissero felici e contenti.
In realtà, il farsi giustizia da soli, sulla base di una proporzionalità  delle pene, inventata o reinventata, spesso in un attimo,  è un impulso sociale profondo,  o se si preferisce una  spinta istintiva a compiere un’azione che si giudica un atto di giustizia, proporzionale all’offesa ricevuta dal singolo o dal gruppo sociale.
Nel caso Cucchi i due carabinieri  hanno ritenuto, picchiando a morte il giovane,  di compiere un’azione reintegrativa sia sul piano singolare che collettivo.
Il che, come giustamente hanno deciso i giudici, forse inconsapevolmente (insomma senza fare  nessuna analisi sociologica, ma applicando la legge che vieta, eccetera, eccetera),  non è una scusante, ma indica come, anche in una società razionale,  l’irrazionalismo  sia sempre in agguato.
Tuttavia, come abbiamo anticipato, la società liberale, a differenza di altre,  offre, con lo stato di diritto,   gli strumenti giuridici per arginare l’istinto del taglione.
E non è poco.

Carlo Gambescia                      

giovedì 14 novembre 2019

 Acqua alta  
Morte a Venezia 2



Di ingegneria idraulica non capiamo nulla. Di sociologia qualche cosina. E quale può essere la reazione del sociologo al clima di catastrofe che oggi sembra aleggiare su Venezia “invasa dall’acqua alta”?  Per una specie di   “Morte a Venezia 2”?
Che le reazioni, degne di un paese in disarmo e diviso,   rimandano a quel fenomeno che può essere definito il suicidio italiano,  sempre  pronto, con sconcertante regolarità, a consegnarsi al  castigamatti di turno.  
L’atteggiamento socio-mentale è il seguente: si parte, uno, da una visione della realtà utopistica: Venezia senza l’acqua alta per sempre, tipo fenomeno degli storni allontanati dalle città grazie alla tecnologia dei finti richiami. Un cosetta facile facile….  Per poi proporre a distanza di anni,  due, un incredibile  confronto tra la  Venezia città di Utopia  e la  Venezia reale,  città dei ladri, di tutti coloro che con le loro ruberie politiche avrebbero impedito e prolungato  la realizzazione del Mose: un prodigio della tecnica, capace di mettere al riparo la città lagunare in via definitiva.

Non si dice però, che i tecnici, quelli seri,  non hanno mai garantito una “mosaica” apertura e chiusura delle acque dalla qualità cronometrica, né che gli ecologisti hanno ferocemente e irrazionalmente condannato il Mose, non proponendo soluzione alternative, se  non una deportazione di massa in stile Cambogia rossa. Di qui però polemiche, giudizi, ritardi e arlecchinate varie.  
Cosa vogliamo dire?  Che una classe dirigente, a destra come a sinistra, priva di senso della misura,  che imprudentemente ha illuso la gente, promettendo l’impossibile, per non riuscire a mantenere neppure il possibile,  si autocondanna inevitabilmente al suicidio.  Perché si ritrova non solo  a dover chiedere scusa di cose che non poteva promettere, ma addirittura ad alzare la posta, ripromettendo l’impossibile: che il Mose sarà  finito a breve  e che poi più nulla accadrà.  Latte e miele pioveranno su Venezia.       
Mose o non Mose, Venezia è una città che è lì da secoli, con le sue  caratteristiche, culturali, sociali, geologiche, cose  che la rendono unica.  
Però unicità significa soprattutto unicità-difficoltà nel promettere soluzioni definitive che in realtà non esistono. Quindi serviva una sana presa di distanza da ogni eccesso. Solo per fare un esempio: se si rideva, da un lato,  dell’idea-limite di prosciugare la città e costruire una diga fissa (non mobile come il Mose) alle sue bocche, si doveva altrettanto ridere,  dall’altro, dell’  idea-limite di far crescere le aspettative delle gente, a scopo elettorale,  ventilando soluzioni  miracolistiche a proposito di dighe mobili e  di un rassicurante  “business as usual”.  

Insomma, soluzioni definitive non esistevano e non  esistono,  quindi serviva e serve  prudenza. Del resto  i veneziani, come prova la storia della Serenissima, sono gente realista,  se ci si passa l’espressione, non si lasciano fregare facilmente, magari subiscono, per poi rialzare la testa, appena passata la bufera.  
La canea miracolistica rinvia perciò alla “Terraferma” allargata alla Regione Veneto e all’intera Italia, soprattutto politica,  a destra come a sinistra: cinematografari della politica che hanno promesso ciò che razionalmente non potevano  mantenere.  
Tutti colpevoli, nessun colpevole? Bah... Le cause dei suicidi politici  restano spesso  nascoste come quelle dei suicidi individuali.  Bisogna rassegnarsi.
Una cosa è certa però,  prima o poi, dal clima di rissa continua,  salterà fuori l'energumeno armato del bastone più grosso: il castigamatti che  presenterà il conto all’Italia.  Del resto è già accaduto.  Dopo di che però,  delle due l’una:   o pagare, servendo,  o pagare morendo,  politicamente o meno.

Carlo Gambescia                   

                               

mercoledì 13 novembre 2019

Il saggio di Cailin O’ Connor e James Owen Weatherall
Disinformati si nasce…


Esistono libri utili.  Perché consentono  al lettore,  che vuole capire quel che accade, di approfondire. Ovviamente richiedono un certo impegno, ma alla fine, chiuso e riposto il testo, si può provare l’ebrezza della conoscenza, o comunque di sapere qualcosa più degli altri.
Il volume di   Cailin O’ Connor e James Owen Weatherall, L’era della disinformazione. Come si diffondono le false credenze (Franco Angeli, pp. 275, euro 28,00), appartiene a questa rara specie.   Come del resto la collana in cui viene pubblicato: “Tracce. I nuovi passaggi  della contemporaneità”.  Collezione che offre interessanti titoli sulla “quarta rivoluzione industriale”, il “capitalismo senza capitale” “confini e immigrazione”.Complimenti all’editore.
Che cosa dicono O’Connor e Wheatherall (già noto per The Physics of Wall Street, 2014), professori di logica e filosofia della scienza  dell’Università della California”? Innanzitutto che l’uomo, scienziati compresi (perché tre capitoli su quattro sono dedicati  alle pratiche di “color che sanno”, è un animale che tende alla disinformazione. Si potrebbe dire, che disinformati si nasce. Le fake news  vengono da lontano e forse  nascono con l’uso sociale, assai antico, del mito, come strumento di legittimazione. E come ora vedremo di rassicurazione collettiva. 
Ecco il punto: per quale ragione tendenza alla disinformazione? Perché le cose si possono anche sapere, appropriandosi del loro contenuto di verità, ma per ragioni di conformismo sociale (o pressione sociale) quella stessa verità può  venire occultata.  Per  il semplice  motivo  di uniformarsi al mainstream:  di sentirsi rassicurati dal senso di appartenenza, a prescindere dai contenuti di verità dell'appartenenza. 
Sembra addirittura, come provano studi di psicologia sociale, a partire dal pioniere Solomon Asch, che l’uomo tenda alla disinformazione, per un’innata volontà di andare d’accordo con i suoi simili. Insomma, quel che unisce, poi divide.  In principio fu la cooperazione non il conflitto. O comunque, quest'ultimo, venne dopo,  O’Connor e Wheatherall quasi rovesciano  le famose tesi  di  Hobbes.
In sintesi, banalizzando:  non è vero ciò che è vero, ma è vero quel che piace, non a al singolo ma al gruppo di appartenenza.
Ovviamente, una predisposizione del genere, nell’epoca dei social e delle comunicazioni istantanea, si è trasformata, o comunque rischia di trasformarsi nella polarizzazione politica e sociale -.  altra interessante  tesi sostenuti dagli autori -  della lotta tra conformismi opposti, se si vuole delle stupidità sociali contrastanti. 

Lo scienziato, pur tra i limiti della logica di gruppo, può contare sulle evidenze scientifiche, che pure ci sono, ma l’uomo comune no, perché prigioniero della logica mass mediale della notizia curiosa, anche se falsa.  Di qui, le pesanti responsabilità dei decisori politici e mediatici in questa corsa verso le idiozie politico-sociali, corsa che ad esempio negli Stati Uniti ha  fatto vincere Trump, presentato dai social di destra, purtroppo seguiti a ruota dall’informazione tradizionale, come un vero americano, difensori dei sacri valori, in lotta contro una banda di pedofili e corrotti capeggiata da Hillary Clinton. Fantapolitica… Eppure.  
Rimedi?  O’Connor e Wheatherall (nella foto accanto), su questo fronte tentennano,  come del resto accade quando ci si confronta con il grado zero della socialità umana. 
Per un verso raccomandano  agli scienziati, di non rinunciare mai al valore delle evidenze, delle prove scientifiche,  respingendo qualsiasi pressione esterna ( ma anche interna: parti interessantissime del  libro sono dedicate, anche grazie all’aiuto di grafici, a schemi relazionali di trasmissione dell’informazione). 
Per l’altro verso, si chiede una regolamentazione dei social, severa ma non limitatrice della libertà di espressione. Crediamo però  che gli stessi autori,  nonostante il  vivacissimo pragmatismo, si rendano conto dello sforzo sisifico di conciliare libertà e  nuovi media. Come impedire  la polarizzazione (concetto tra l’altro sviluppato in sociologia, già negli anni Quaranta del Novecento da Pitirim Sorokin)  a colpi di  leggi limitative della libertà di espressione? 
Interessante, anche l’introduzione del concetto di  “democrazia volgare”, che ricorda quello di “democrazia emotiva”, coniato da Theodor Geiger, già negli anni Cinquanta del secolo scorso, al quale  O’Connor e Wheatherall affiancano quello di una democrazia qualitativa, capace di mediare  tra “democrazia volgare” e tecnocrazia.  Lasciamo però  la parola (conclusiva, anche nel libro) agli autori:

“Proporre una nostra forma  di governo, va ovviamente oltre gli scopi di questo libro. Ma ci teniamo a sottolineare che questa è la conclusione logica  delle idee che abbiamo discusso. E il primo passo di questo processo è abbandonare il concetto  del voto popolare  come modalità adeguata per pronunciare un  giudizio che richiede una conoscenza specialistica. La sfida è quella di  individuare nuovi meccanismi  per aggregare valori  che catturino gli ideali democratici, senza renderci ostaggi  dell’ ignoranza e della manipolazione” (p. 233, corsivo nel testo).

Geiger, di cui si veda “Democrazia senza dogmi” (Utet 1968, in Saggi sulla società industriale, a cura di P. Farneti)  ai suoi tempi, consigliò di contrastare la “democrazia emotiva”, populista  e demagogica, puntando sull’accettazione piena degli interessi, in primis, l'interesse dell' elettore a difendere il migliore dei mondi possibili: quello liberal-democratico, imperfetto, ma meno degli altri.  
O’Connor e Wheatherall, si muovono in fondo  nella  stessa direzione, sottolineando giustamente il ruolo dei  meccanismi, per “aggregare valori”.
I valori però, a differenza degli interessi, indicano ciò che vale, e quel che vale, implica giudizi di valore, quindi gerarchizzazione della realtà, di ciò che viene prima. 
Il punto è che su quel che viene prima non tutti sono d’accordo. Di qui conflitti, manipolazioni  e polarizzazioni. Sorokin, che pensava per millenni, riteneva che le polarizzazioni, segnassero inevitabilmente le epoche di crisi e di transizione verso nuovi ordini (si veda in particolare Man and Society in Calamity,  Dutton & Co.1942), età di ferro distinte dalla diffusione di  valori opposti a quelli difesi dagli ordini precedenti.  Insomma, trasformazione epocali.  Ma stiamo veramente vivendo in un’epoca  simile, in tutto e per tutto,  alla dissoluzione  dell'Impero Romano o all'autunno del Medioevo?  
Dalla riposta dipendono le soluzioni. Apocalittiche o meno.  Ma anche  il valore, pratico, se si vuole politico - quindi non solo conoscitivo -   di libri come quelli di Sorokin, Geiger, O’Connor e Wheatherall…  Siamo perciò, ripetiamo,  oltre il puro interesse di lettura.  Il che significa, sicuramente,  oltre queste brevi note.      
Carlo Gambescia
                        
     

martedì 12 novembre 2019

Antisemitismo  e caso  Segre
C’è poco da minimizzare...

Oggi la destra, cantando vittoria,  cita  i dati dell’Osservatorio sull'  Antisemitismo della Fondazione CDEC, secondo i quali  gli insulti antisemiti  ricevuti da Liliana Segre, non sarebbero duecento al giorno,  ma meno di  duecento all’anno, e non tutti  indirizzati   alla senatrice. Inoltre, come si sottolinea,  i dati errati riguarderebbero il 2018 non  il 2019 (1).
Pertanto -  ecco la lezioncina di educazione civica della destra - ci troveremmo davanti  a  una montatura della sinistra per criminalizzare la destra:  una "balla"  per favorire l’ istituzione di una Commissione parlamentare ad hoc  rivolta a perseguitare politici innocenti  come Salvini, fior di patrioti e  bravi ragazzi delle curve .
Però quel  che non viene ricordato, furbescamente,  è che nel 2018 l’Osservatorio ha registrato  197 episodi di antisemitismo, ossia un numero nettamente superiore rispetto al 2017 e al 2016  quando ne furono catalogati 130 (+ 60 %) (2).
Si dirà che si tratta di dettagli di poco conto rispetto  alla rumorosa  campagna  di “Repubblica”. In realtà, se la sinistra ha travisato,  ferma  però restando la gravità degli attacchi alla senatrice,  anche la destra non sembra essere da meno.  Perché l’antisemitismo è pericolosamente in crescita. Cosa che non si può negare. E neppure minimizzare.  

Inoltre,  ricondurre l’antisemitismo  a questione di  “ego”, di puro e semplice protagonismo, come leggiamo su “Termometro Politico” (3),  ragioni subito  gioiosamente accettate dalla macchina propagandistica della destra, significa, ripetiamo, minimizzare un fenomeno, principalmente politico, che certamente non va strumentalizzato, ma neppure ridotto a folclore egolatrico da social.  
L’Italia -  e quel   che è ancora più triste è  doverlo  ripetere ogni volta -  ebbe  le sue “brave”  leggi razziali a chiarissimo contenuto antisemita. E i  "bravi italiani"  del tempo,   salvo alcune eccezioni,  non alzarono un dito. Come del resto nel dopoguerra  gli stessi “bravi italiani”  continuarono a far finta di nulla. Le leggi razziali? Un errore, tra i tanti meriti del fascismo. A cominciare  dai  "treni che  arrivavano sempre in orario". Ecco cosa  ripetevano tanti  “bravi italiani” se intervistati (4).
Verrebbe da dire  che spaccavano il secondo anche i treni diretti in Germania e Polonia, stipati di donne, vecchi, bambini o poco più  grandi come Liliana Segre... 
Certo, è  vero che durante la Prima Repubblica, politicamente parlando, l’antisemitismo militante rimase solitario patrimonio ideologico dei gruppuscoli neonazisti e neofascisti. Tuttavia con la Seconda e soprattutto  Terza Repubblica,  l’ascesa dei movimenti populisti e di  estrema destra  ha causato il ritorno dell’antisemitismo diffuso. Quindi bisogna vigilare, senza eccessi politici, ma vigilare.  
Altro che egolatria… La bestiaccia  antisemita è più sveglia che mai.

Carlo Gambescia                     



(3)  Qui:  https://www.termometropolitico.it/1465466_liliana-segre-non-riceveva-200-insulti-al-giorno-prima.html .
(4) Si veda A.M. Di Nola, L’antisemitismo in Italia 1962-1972, Vallecchi, Firenze 1973.

lunedì 11 novembre 2019

Spagna, vince Vox

Surtout pas trop de zèle

 


«Noche de euforia. Vox alcanzó ayer el éxtasis. Santiago Abascal proclamó que sus 52 escaños significan el «perfeccionamiento de la democracia española» porque el Congreso tiene una representación «más real y fidedigna» de lo que piensa una gran parte del país. El líder de Vox celebró que la fuerza de esos diputados servirá para abrir aún más debates que el «consenso progre» ha intentado cerrar. Así, ha anunciado que, al superar los 50 escaños, podrá presentar recursos de inconstitucionalidad cuando crea oportuno, llevando su guerra contra la izquierda también a los tribunales.» (https://www.elmundo.es/espana/2019/11/11/5dc86b28fdddff474e8b45b6.html).

Così Santiago Abascal  (nella foto)  leader di Vox, partito uscito vittorioso dalle elezioni di ieri.  Cosa è successo? Al "Congreso" i socialisti (120 s.), hanno perso  tre seggi, quindi non hanno sfondato,   i popolari (88 s.) ne hanno guadagnati  una ventina, recuperando qualcosa rispetto alle elezioni di aprile, ma a danno dei  centristi di Ciudadanos, (10 s.) crollati, da cinquantasette a dieci.  Anche Podemos (35 s.) ne ha persi otto.  Vox (52 s.) invece ha raddoppiato i seggi, qualificandosi come terza forza. L’unica maggioranza possibile, nel senso di solida ( o comunque più solida di altre),  è quella tra  socialisti e popolari. Altrimenti, ancora una volta,  avrà al meglio  -  sui partiti, tutti,  e contro  la Spagna, tutta -  l’ingovernabilità.

Per quale ragione Vox, forza politica di destra, per alcuni estrema (un mix di centralismo socio-morale ed etnopolitica),  nel giro di  un anno  si ritrova ai vertici della politica spagnola? Il motivo è  nel fatto che la Spagna sembra aver dimenticato i pericoli della radicalizzazione politica.  Dalla guerra civile sono trascorsi ottant’anni, dalla morte di Franco, quarantaquattro. Tanti, troppi anni? Difficile dire.
Comunque sia, gli spagnoli  mostrano di  non scorgere  più  i rischi insiti in una politica costruita sui perfidi intrecci dell’odio ideologico. 
Odio, per il pluralismo storico, quello di Sánchez che ha preteso il trasferimento delle spoglie di Franco dalla Valle dei Caduti. Odio, quello di non pochi indipendentisti catalani che non accettano alcuna mediazione politica in chiave plurale (ossia di rispetto delle idee dei non indipendentisti)  Odio, quello di Vox,  verso il pluralismo morale e sociale. Odio, infine, dell’estrema sinistra di Podemos verso il pluralismo economico.
E con il ritorno dell’ odio, sarà difficile  giungere al  «perfeccionamiento de la democracia española». E non solo spagnola.  Lo diciamo noi, da umili liberali?  No, lo sosteneva  Talleyrand, che a proposito della politica  invitava ad evitare  sempre gli eccessi di zelo:  "Surtout pas trop de zèle". 
E che cos’è l’odio, se non il frutto avvelenato dell' eccesso di zelo nel difendere la propria causa politica?  La politica, come arte del possibile, di "principi" può morire. 

Carlo Gambescia