martedì 19 marzo 2019

Una lettera per Andrea Marcigliano






Caro Andrea, 

Questa è una lettera pubblica a te rivolta.  E di scuse.  Consentimi però, prima, di  inviare i miei ringraziamenti collettivi agli autori dei  numerosissimi attestati di stima, giuntimi ieri in forma privata. Devo sinceramente dire che  avrei preferito leggerli in calce alla mia replica. Comunque capisco.

Vengo a noi.  Tra i commenti apparsi  sulla pagina di Campi,  uno mi ha colpito in particolare, il tuo.  Certo,  quel che ieri  hai scritto di A Destra per caso mi ha ferito. Forse, se all’epoca  tu  avessi recensito il  libro, muovendo critiche, anche le più spietate,  forse  il commento di ieri non ci sarebbe stato. Forse, e tre, saremmo rimasti amici.
Il condizionale è d’obbligo, perché purtroppo è  vero che in quel libro, scritto a quattro mani  (che io, sia chiaro, ancora considero preveggente, soprattutto nei riguardi della parabola finiana)  sei  liquidato con una battuta, infelice e ingiusta.   E non mia.  Però come coautore, non potevo e non  posso sfuggire (come dire?) alla  “chiamata di correo”. Tuttavia,  posso ancora  scusarmi. E pubblicamente. Ovviamente, a nome mio.

Dico questo, perché  a differenza, di un altro commentatore sempre di ieri, di cui ricordo in altra occasione, molto lontana,  una servile  telefonata di scuse, ordinatagli in alto, tu Andrea sei un uomo dalla schiena dritta, oltre che colto, conoscitore di lingue straniere e dalle grandi capacità di lavoro. Nonostante il silenzio di questi anni,  ricordo ancora con piacere, oltre ai sempre interessanti scambi di idee,  quando mi onorasti, pubblicando con Settimo  Sigillo, di cui ero direttore editoriale,  un ottimo volume sui comunitaristi americani.    

Un abbraccio, credimi,  sincero.

Carlo




              

lunedì 18 marzo 2019

Replica a Campi
"Bamboccione" a chi?



Campi sei una delusione.  Da te mi aspettavo di meglio. 
Comunque sia,  “prendo spunto”, dalla tua replica, per  ricondurre  il tuo opportunismo e il tuo  carrierismo  nell’alveo, più ampio,  del  tuo narcisismo.  Direi infantile.  E ai bambini si dà del tu. 
Comincio dagli “attacchi”. Non fare il narcisista.  Non sei l’unico  che “attacco”. Ti piacerebbe… Ma non è cosi. E tu lo sai. Ma come al solito fai quello che  cade dalle nuvole.  Anche se poi  ti sfugge dalla penna che addirittura tieni i conti dei miei “attacchi”: “due l’anno”.  Atteggiamento  non proprio da scettico blu. Ma da Narciso ferito.
Vado avanti. “Onanistica esercitazione di, peraltro assai mediocre, scrittura”. Non ricordo che  tu la  pensassi così quando ti complimentavi per  i miei articoli, e me ne chiedevi,  ovviamente gratis,  per le tue riviste. O mentivi allora o menti oggi. Il che, comunque sia, rivela, ancora una volta,  per inciso,  il tuo opportunismo.
L’accusa di “eccesso di frustrazione intellettuale”, che sarebbe all’origine dei miei “attacchi”,  non è che la riprova del tuo narcisismo:  proietti te stesso nell’ altro. E dunque le tue frustrazioni.  Anche perché,  quando mai, e sfido chiunque a contraddirmi, a cominciare da te,  ho dichiarato di voler intraprendere la carriera universitaria?  MAI.  Mi sono sempre tenuto alla larga da quel mondo.  Al contrario di te, che invece  dicevi  che l’università non ti interessava.   
Altra cosa,  ma quali  “ delusioni professionali ed esistenziali”...  Ma quante puntate della mia via ti sei perso?  Ma di che parli?   “Costretto dalle circostanze a fare il commercialista per campare e il sociologo-analista-scrittore a tempo perso e per diletto”?  Forse  trent’anni fa…  E poi, ammesso e non concesso, eccetera, che male c’è a  lavorare di giorno e studiare e scrivere  di notte?  Se si vuole restare liberi, cosa che tu non puoi capire, si affronta tutto.  E a testa alta.
"Bamboccione" a chi?  Da narcisista quale sei, continui a  proiettare  te stesso nell’altro.  Comportati tu da uomo, e non accusare  chi si è retto sulle sue  gambe, tenendo la spina dorsale, bella dritta, per tutta  vita, come il sottoscritto. Chiedi in giro. E non a quelli che davanti ti accarezzano e dietro sparlano. Io invece le cose te le ho sempre dette in faccia, mai alle spalle.  O non è vero?
Certo, i bambini preferiscono le carezze.  Ma io sono all'antica.  Sii uomo. Cresci. 
Carlo Gambescia
Un articolo di Alessandro Orsini
Trump,  terrorista suprematista?




Ieri sul “Messaggero”,  Alessandro Orsini,  cercava di  convincere i lettori circa  l’assenza di qualsiasi legame  fra Trump e il terrorismo suprematista.  Come, da ultimo, in Nuova Zelanda.  
Un articolo infarcito di esempi storici, però piuttosto recenti, per così dire “a breve”. Per provare che quando il  terrorismo suprematista  colpisce,  al potere, negli Usa,  si trovano  i democratici. A far  tempo dal famoso attentato di Oklahoma City del 1995.  Quindi nessun legame. Anzi, come si fa intuire, i  cattivi sarebbero proprio gli imbelli democratici.       
Tra l’altro, Orsini, propone una sua teoria del terrorismo, quella dell’ “incapsulamento sociale” ( modello DRIA),  basata su una specie di autismo politico. Tradotto: vado d’accordo solo  con chi abbia le mie stesse idee, ignorando qualsiasi altri tesi contraria.  Modello che,  a dire il vero, spiega tutto e spiega niente,  perché ricorda il  banalissimo  meccanismo comunicativo del Social,  come, del resto,  qualsiasi altra dinamica  dell’inclusione settaria,  quale  reiterazione del medesimo.  Però, ecco il punto, non tutte le sette  si armano e uccidono i diretti ( e presunti) nemici.  Storicamente parlando,  e non dunque per esempi recenti, molte sette, si pensi alla diaspora confllttualista, interna alla post-Riforma protestante,  abbracciarono la causa del pacifismo. Quindi il modello dell’incapsulamento sociale, zoppica concettualmente.   
Cosa vogliamo  dire? Che  gli esempi  storici (recenti)  e il modello DRIA (che spiega tutto e niente),  sono presentati da Orsini, come eccellenti e obiettive armi  euristiche. Presentati...    In realtà, sono armi  retoriche. Per quale ragione? Perché si vuole ribattere - per carità,  anche a ragione  -  alle tesi di una sinistra intellettuale, che, in modo altrettanto retorico, sostiene, su basi prettamente ideologiche, che Trump e i suprematisti sarebbero la stessa cosa, anzi che il primo sarebbe diretta causa dei secondi. Di qui, l’attuale escalation.
Ora, a dire il vero,  che sia esistita, non solo  affinità ideologica, ma anche di fatto,   tra un miliardario e un terrorista, non sarebbe  novità assoluta: dal treno di Lenin  agli aerei di Osama.  Ma nel caso di Trump, si dovrebbe provarla. E sul punto la sinistra tace.
Come rispondere allora?   C’è un legame (o meno) tra il populismo razzista, professato da Trump  e gli attentati suprematisti?  Diciamo pure  che il miliardario americano, assurto alla Casa Bianca, è la punta dell’iceberg, per così dire, cognitivo.  Insomma,  non tanto del terrorismo suprematista, alla stregua di una specie di “Imperatore” del KKK, che dia ordini,   quanto  di un approccio semplicistico alla politica, dunque cognitivo. Che consiste  nell’indicazione al popolo, stravolgendo tempistica  e  modalità  del dibattito pubblico, di un  capro espiatorio,  quale  soluzione finale, e semplicistica,  di tutti problemi. Basta schiacciare il foruncolo...
Come ammette lo stesso Orsini “la logica di chi lotta non è la logica di chi vuole comprendere”. Perfetto. Ovviamente, Orsini, si considera tra coloro che vogliono "comprendere". Del resto è un professore.    
Però, curiosamente sembra sfuggirgli  un fatto fondamentale, denso di gravissime conseguenze pratiche. Che  una volta ammessa, sul piano cognitivo,  l’esistenza di un capro espiatorio ( il nero,  l’immigrato, l’islamico, il gay, eccetera, eccetera), premere il grilletto resta la cosa più facile da fare.   Perché è vero, che “la politica è lotta per la conquista e conservazione del potere”, ma resta  altrettanto vero  che il ricorso  all’uso della forza,  sebbene talvolta necessario, anzi addirittura ricorrente,  non è l’unica risorsa della politica.  Lo diviene invece, sempre,  quando si introduce la logica semplicistica del capro espiatorio. 
Se ci si  perdona, la banale metafora alla Cacciari,  Clinton e Obama svolgevano verso  questo tipo di logica semplicistica il ruolo del Katéchon, di coloro che frenavano. Trump, per metterla sull’automobilistico,  invece, spinge a tavoletta. Da autentico irresponsabile.  Di qui la sua pericolosità.  Che a Orsini, studioso che vuole “comprendere”,  sembra invece sfuggire.  

Carlo Gambescia
                                                                               

domenica 17 marzo 2019

Da Parigi a Christchurch. Come difendersi dai nemici della libertà
 Appel au soldat!




Abbiamo più volte affrontato la  questione dei gilet gialli francesi. Anche perché  tra le varie interpretazioni offerte da media e dai social non ne abbiamo trovata una valida.  Si va dal piagnisteo e comprensione verso un pugno di bambini viziati e violenti, come si è visto ieri a Parigi, all’etichettatura  liberal-populista (non liberale)  delle manifestazioni  come effetto di una  giusta  rivolta fiscale.
Da parte delle istituzioni, francesi, ma il discorso potrebbe essere europeo (in Italia si è perfino permesso che i loro cugini agguantassero il potere), si pretende di trattare la questione  con  gli strumenti dei tempi normali: contenimento (di polizia)  e promesse (di riforme).
Dietro questa posizione si nasconde un  ottimismo fuori luogo.  Ci spieghiamo subito: si ritiene, sostanzialmente, che la persuasione democratica continuerà ad avere la meglio, come negli ultimi settant’anni. Gli estremisti, prima o poi,  si stancheranno (non si capisce perché), l’economia ripartirà (non si capisce come) e tutto tornerà come prima.  Insomma, il "vissero felici e contenti"...
Purtroppo, la questione è un’altra. E riguarda il pessimo rapporto con l’uso della forza che distingue le attuali democrazie, imbevute di  pacifismo  cristiano e socialista.  Strumento ideologico  utile, ma per i tempi normali.  Nello stato di eccezione, conduce alla rovina.   
E per capire quanto sia diffusa, a livello politico e sociale  questa  incomprensione della realtà,   occorre riflettere sulla reazione collettiva, tutto sommato ambigua, come notava l’amico Fabio Brotto, al terribile massacro di islamici  in Nuova Zelanda.  Per un verso, infatti, ci si è stupiti, della ferocia, per l’altro si teme una reazione.  Però, ecco il punto,  tutti insieme, popolo ed élite illuminate o meno, si sono ben guardati dal dichiararsi “tutti islamici”, come accaduto invece in  circostanze simili, ma di segno opposto, all'insegna del siamo   “tutti americani”, “tutti francesi”, “tutti tedeschi”.   
Parigi, sabato 16 marzo 2019
Qual è il senso profondo, sociologico, di  questo atteggiamento? Che è  in atto una guerra tra Occidente e Islam, di cui l’Occidente non vuole prendere atto.  E così ficca la testa nella sabbia. Tanto le cose -  si dice -  con un minimo di buonsenso da tutte le parti, andranno a posto da sole...  Però, dal momento che  la verità si vendica, per vie talvolta misteriose, qualcosa si deve  pure avvertire, magari  a livello inconscio.  E infatti,   ci si guarda bene, collettivamente,  dal dichiararsi  “tutti  islamici”.  E quindi di schierarsi con il nemico.  Così come è in atto, per tornare al punto iniziale, una guerra interna all’Occidente, tra i nemici delle istituzioni liberali  e  i suoi  difensori. Questi ultimi, però come dicevamo,  rifiutano pubblicamente di prenderne atto. Ricorrendo alle interpretazioni di comodo ricordate all'inizio.  Dal momento che, come si ripete, le cose, anche stavolta andranno a posto da sole.  Insomma,  non è possibile, si ritiene fiduciosamente, che le persone non capiscano...  Però, nonostante l'alto tasso  di saccarosio politico,  l'angoscia nei comuni cittadini cresce, perché la gente normale si chiude in casa. E quel che è peggio, scorge il nemico (perché non esce), ma non  sta neppure con le istituzioni.
Perché si rifiuta il concetto di guerra?  Sul piano esterno e interno?  E di riflesso, quello dell’uso della forza verso i nemici esterni e interni?  
Il gilet giallo che saccheggia e distrugge negozi, simbolo del benessere in cui oggi tutti  viviamo,  e il suprematista bianco che ammazza  decine di islamici, perfettamente integrati, sono frutto della debolezza dell’Occidente, non della sua forza.  O  meglio nascono dal  rifiuto dell’uso della forza, quando necessario, per difendere la società aperta: quel benessere e quell' integrazione.  
Il selfie del suprematista,  autore degli  attentati terroristici  
nelle moschee di Christchurch .
Sembra, insomma,  che l’iniziativa privata, se si ci  si passa la battuta,  funzioni bene solo nell’ambito della guerriglia urbana e del terrorismo  razzista.  E questo perché, cosa paradossale,  i poteri pubblici, venendo meno alle intuizioni smithiane,  si rifiutano di tutelare l'ordine pubblico interno (e in prospettiva la pace esterna),  procrastinando l' uso della  forza contro i gilet gialli  e i suprematisti. 
Si rifletta: i cittadini normali si nascondono, perché intimoriti, quindi non vanno in piazza né per saccheggiare né per gridare siamo tutti islamici.  E più la paura cresce, perché queste organizzazioni, dai gilet gialli ai gruppi razzisti, non vengono "spente",  puntando sulla repressione (spietata, ma chirurgica, perché saremmo ancora in tempo), più aumenta il rischio che il resto della popolazione, fiutando la crescente debolezza degli attuali governanti,  si schieri  con i populisti e i razzisti, favorendo la  trasformazione delle nostre società da aperte a chiuse. Gli uomini - mai dimenticarlo - alla libertà preferiranno sempre la sicurezza. Le belle parole non bastano.
Pertanto,  quale  può  essere  la lezione per chi  al governo, come in Francia o altrove,  creda fermamente nella società liberale?   O combattere  o perire. 
Serve un atto di forza.  Per dirla  nella lingua D’Oltralpe,   un Appel au soldat!   
I soldati non ci sono?  Oppure non vogliono o non possono rispondere?  Allora periremo, la società aperta, sarà sostituita da qualcosa di completamente diverso. E di terribile.  Solo questione di tempo.  
                           

Carlo Gambescia      

sabato 16 marzo 2019

Fondazione Einaudi  di Roma: Alessandro Campi contro Giuseppe Benedetto
 Il bue che dice cornuto all’asino
 
 
 
Quel che mi ha sempre colpito, sgradevolmente colpito,   di Alessandro Campi  è l’ipocrisia unita a un carrierismo spaventoso.  L’uomo, per carità,  non  è stupido.  Ha una discreta intelligenza.   Lo conosco dagli anni  Ottanta.  Però, ad esempio, scrive libri su argomenti alla  moda.  Ultimamente ha scoperto Machiavelli, unendolo al tema dei complotti, anch’esso  molto  in voga.  Bingo!  
Venticinque anni  fa, voleva  scrivere con me un' antologia  sugli anti-utilitaristi  francesi, allora  sulla cresta dell’onda editoriale, fenomeno che "io",  conoscevo bene.  Delegandomi però,  gran parte del lavoro, altra sua tecnica da furbetto dell’Accademia:  pubblicare  antologie a spese degli altri. Insieme a quella dei mega-convegni, dove lui se la cava con due paginette, accrescendo però le relazioni accademiche e il potere sui  sottoposti, che con un invito, può salvare o perdere.        
Nel 2010 si offese  -  all’epoca  stava puntando   le sue carte su Gianfranco Fini -    perché in A destra per caso,  osai  scherzare  sul suo uso dei gomiti,  già evidente, ai tempi della Nuova Destra fiorentina. Tra l’altro,  un mese prima che uscisse il mio libro  (scritto con Nicola Vacca),  mi aveva proposto di far parte del Comitato della “Rivista di  Politica”.  I miei libri, non pochi, da allora, attendono ancora un recensore. Che fair play, con chi non  gli può essere utile...     
Alessandro Campi
       
Ogni sua  mossa è calcolata al millimetro. E, quando si dice il caso, alla fin fine,  risulta sempre  schierato con i vincitori. Ovviamente del momento. E'  abilissimo nel cogliere l’attimo. E nell’infierire sui perdenti, o presunti tali,  con battute all’arsenico. Lo si osservi nelle sue apparizioni televisive e pubbliche. Da ultimo, si è scagliato contro Calenda, facendo il gioco, quando si dice il caso, delle destre  vincenti.    
Dicevamo delle sue  mosse calcolatissime. Prima Alemanno, quando  la Destra sociale di  An contava qualcosa:  ricordo una sua ansiogena telefonata, per chiedermi di scusarlo con il direttore, per non aver potuto scrivere un articolo per  “Area”.  
Giuseppe Benedetto
Poi   Berlusconi, difeso  in tribune radiofoniche.  In seguito,  Fini, proprio nel momento della rottura con il Cavaliere,  del quale si fece mentore a colpi di interviste quotidiane in stile Travaglio. Addirittura Monti, se ricordiamo bene, a proposito di una sua candidatura  in Scelta Civica.  Forse, furono solo voci,  ma conoscendo il personaggio...
Si immagini, quindi la mia sorpresa,  nel leggere sulla  pagina Fb di Campi,  questa difesa di Corrado Ocone, per alcuni dimessosi, per altri cacciato dalla Fondazione Einaudi di Roma. 
  
 
Alessandro Campi
22 h 
Leggo della cacciata (perché di questo si tratta...) di Corrado Ocone dalla Fondazione Einaudi di Roma (dove dirigeva la Scuola di Liberalismo ed era a capo del Comitato scientifico). La causa della repentina rimozione sarebbe stata la sua partecipazione ad un convegno di studi d'ispirazione 'sovranista': un atto giudicato lesivo non si capisce bene di cosa. La Fondazione Einaudi di Roma (nulla a che vedere con la Fondazione Luigi Einaudi torinese) ha avuto negli ultimi anni vicende travagliate, anche sul lato economico. Ci sono già stati allontanamenti forzati e dimissioni. L'impressione di molti è che il suo presidente, Giuseppe Benedetto, abbia più ambizioni politiche che interessi scientifici e culturali reali. Ma questi sono aspetti secondari. La questione vera è l'atteggiamento intollerante tenuto nei confronti di Ocone. Conosco pochi, tra gli studiosi della sua generazione, che abbiano un profilo da liberale per così dire cristallino, intransigente, rigoroso e conseguente come lui. Lo testimonia ciò che scrive da anni,.Mettere in discussione il liberalismo di Ocone è (mi si perdoni la metafora d'alleggerimento) come mettere in discussione la fede per la Juventus di Giampiero Mughini. Debbo dedurne che chi andrebbe cacciato dalla Fondazione Einaudi, per manifesto illiberalismo, è semmai il suo presidente; ovvero chiunque abbia deciso la defenestrazione di Ocone. Al quale, per quel che serve, va la mia amichevole solidarietà. Ma il segnale - ecco il punto al di là del caso personale - è brutto assai. Basta discostarsi dai percorsi intellettuali consolidati (che sono poi anche quelli più sterili e noiosi) per venire colpiti alla stregua di eretici (non di capisce peraltro rispetto a quale ortodossia). Ma la battaglia delle idee è anche questo: trovi sempre qualcuno che, non sapendo cosa rispondere alle tue argomentazioni, prova semplicemente a chiuderti la bocca. Ed è anche per questo che merita di essere combattuta sino alla fine. Un abbraccio, caro Corrado.


Il problema non credo sia  Corrado  Ocone  e neppure la  libertà minacciata,  argomento tirato fuori dalle destre post-fasciste (si fa per dire), ogni volta che possono rovesciare sui liberali tutto l’armamentario ideologico del Ventennio. Una "narrazione", quella del "manifesto illiberalismo"  liberale,   sulla quale i fascisti costruirono l'alleanza con Hitler. 
Per inciso,  se fossi Ocone,  al  sentirmi  attribuire da Campi, un  “profilo da liberale per così dire cristallino, intransigente, rigoroso e conseguente”,  opporrei  una toccatina,  proprio come  era uso fare, si racconta,  il suo maestro ideale, Benedetto Croce, che non era superstizioso, però… 
Corrado Ocone
     
E allora qual è il punto? Se  fosse un sincero difensore della libertà,  Campi, collaboratore del “Messaggero" e del "Mattino", sarebbe insorto in occasione del “dimissionamento” il giugno scorso del direttore del "Mattino", perché fermamente  contrario alla svolta  populista (*).
Caro Campi, dove eri? Perché  per Corrado Ocone ti spendi  e per Alessandro Barbano  non hai speso una parola?  Le tue preoccupazioni per "la battaglia delle idee"?  E per l'importanza del "discostarsi da percorsi intellettuali consolidati"? Dove erano allora? 
Facile rispondere.  Perché i populisti erano e sono  sulla cresta dell’onda.  E il professore di Perugia, da buon opportunista,  non vuole perdere l’ennesimo treno.  Diciamo che non ha mai rinunciato a studiare da ministro, come scrivevo in A destra per caso. Dunque non si sa mai…
Capito? Giuseppe Benedetto, presidente della Fondazione Einaudi di Roma, persona -  preciso -  che non conosco, nutrirebbe  “più ambizioni politiche che interessi scientifici e culturali reali”?  Ora,  ammesso e non concesso  che sia così.  E lui, Campi?   Il bue che dice cornuto all’asino.

Carlo Gambescia    


   
    


venerdì 15 marzo 2019

Tajani su Mussolini
Un padre, severo ma giusto



Antonio Tajani, nato come giornalista, stando alla sua biografia politica, proviene dal movimento monarchico. Nessuno è perfetto. Qui una dichiarazione su Mussolini, di  ieri, che ha provocato un putiferio (*) .

"Mussolini? Fino a quando non ha dichiarato guerra al mondo intero seguendo Hitler, fino a quando non s'è fatto promotore delle leggi razziali, a parte la vicenda drammatica di Matteotti, ha fatto delle cose positive per realizzare infrastrutture nel nostro paese, poi le bonifiche. Da un punto di vista di fatti concreti realizzati, non si può dire che non abbia realizzato nulla". Lo dice a La Zanzara su Radio 24 il presidente del Parlamento Europeo Antonio Tajani. 



“Strumentalizzazioni” o meno,  che però  hanno dato il via a repliche infuocate,   da parte di parlamentari europei (Tajani è Presidente a Strasburgo) e  politici  italiani.  Non sono neppure  mancati  coloro che hanno mostrato di apprezzare, addirittura all’interno del Parlamento europeo, il peana  di Tajani. 
Comunque sia,  si è rimproverato  al  delfino di Berlusconi (l’ultimo della serie), di non avere capito la “natura” del fascismo.  Tajani, viste le brutte, si è scusato.

"Da convinto anti-fascista mi scuso con tutti coloro che possano essersi sentiti offesi dalle mie parole, che non intendevano in alcun modo giustificare o banalizzare un regime anti-democratico e totalitario", lo afferma il presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani. "Sono profondamente dispiaciuto che, malgrado la mia storia personale e politica, qualcuno possa pensare che io sia indulgente col fascismo - aggiunge -. Sono sempre stato convintamente anti-fascista".


In realtà, nonostante la ritrattazione, le affermazioni di Tajani riflettono un pensiero comune sul fascismo, abbastanza  diffuso in Italia, dove, molti nostri connazionali, all’incirca un italiano su tre,  facendo la media dei sondaggi (di parte o meno), continua ad ammirarlo.
Ovviamente,  come si evince anche dalle dichiarazioni del politico di Forza Italia,  si ammira il Mussolini dei lavori pubblici, dei treni in orario, dei treni popolari, dell’assistenza sociale, del guinzaglio alle banche, delle colonie e  perfino dell’autarchia economica.  Un  papà burbero, insomma. Severo ma giusto.
La memoria sociale è sempre selettiva, segue percorsi misteriosi. Sicché  a nulla è valsa la contrapposizione antifascista  costruita sulla figura del papà degenere, che avrebbe imbrogliato gli italiani, ai quali invece serviva   un papà vero.  Fuor di metafora:  uno Stato (con la maiuscola), in grado di occuparsi di  tutti i bisogni dei cittadini, tradotti in  democratici diritti sociali. Di riflesso, la Costituzione italiana ha i  tratti paternalistici dello stato che vede e provvede. E, inevitabilmente, la sua pratica  è degenerata nell'assistenzialismo individualistico, parassitario.
In breve: dallo stato collettivistico del fascismo si è passati allo stato  individualistico della democrazia "sociale".   Ciò significa che  sempre un  padre si è scelto,  e solo per nutrire l’infantilismo italiano, subito  pronto a dimenticare, in nome dell'assistenzialismo corporativo,  le cose brutte del fascismo come l’incarcerazione degli avversari politici, l’alleanza con i nazisti, la guerra mondiale e civile, le  persecuzioni contro gli ebrei, come del resto  quelle  belle della democrazia, ad esempio una cosetta che si chiama  libertà,  appena si  prova  a toccare il welfare.  Il che, per inciso, spiega il successo del  populismo,  abilissimo nel toccare le corde di un modello  assistenzialistico, gradito agli italiani,  trasmigrato, ripetiamo,  dal fascismo alla democrazia.  "Sociale", dimenticavamo.
Tutto ciò  però   ha impedito di capire  realmente che cosa fu il fascismo:  una dittatura, dai tratti totalitari fondata sullo scambio della sicurezza con  libertà.  Un patto  accettato, entusiasticamente, da tutti gli italiani. Per  un infantilismo, ripetiamo,  che ancora oggi continua a perseguitarci, e che vede nello Stato un Padre,  severo ma giusto.   E di cui Mussolini, domenicalmente solenne,  in divisa e dal balcone, venerato dalla piazza e circondato da altri uomini in uniforme,  fu l’incarnazione perfetta.
Alcuni storici, in contrasto con gli antifascisti, monopolizzati politicamente da una sinistra altrettanto statalista,  sostengono, che il fascismo non può essere ridotto al familismo a  delinquere. Si tratta di un fenomeno che va studiato e in qualche modo, ricondotto, nel bene o nel male, alla storia d’Italia. Il che è giusto dal punto di vista storiografico, ma non da quello politico, studiare il fascismo non significa riabilitarlo. Le riabilitazioni rinviano alla persuasione  politica non all’analisi storica.
Invece, quella di Tajani, anche se subito corretta,  ha  i tratti della vera riabilitazione politica.  In un Paese, per giunta,  dove il fascismo come fenomeno storico, a parte De Felice e alcuni suoi allievi, ancora attende di essere studiato seriamente.  E dove molti italiani, continuano a guardare Mussolini con quel  rispetto, se non con l' ammirazione dovuta  ai padri  che puniscono i figli a fin di bene.
Le parole di Tajani, infine, confermano  due cose: la prima,   che gli italiani alla libertà continuano a privilegiare la sicurezza; la seconda, che alla sovranità della legge preferiscono la sovranità degli uomini. Ancora meglio se uno solo. E dai tratti autoritari del padre,  severo ma giusto.      
Il che  dovrebbe togliere il sonno  a chiunque abbia a cuore la libertà. Tajani,  membro di un partito, che, tra l’altro si definisce liberale, sembra invece dormire benissimo.

Carlo Gambescia                                             
  



giovedì 14 marzo 2019

Lo sciopero per il clima del 15 marzo
Ma Greta Thunberg sa che...


L’idea fissa
Allacciarsi le cinture.  E armarsi di santa  pazienza.  Domani, 15 marzo  gli studenti, di tutto il mondo, celebreranno  una   giornata  di mobilitazione collettiva in difesa,  si dice,  della salute sempre più compromessa del  Pianeta Terra. Il colore ideologico della manifestazione,  al di là della sbandierata apoliticità,  rinvia direttamente all’immaginario di sinistra. E anche più in là. Come vedremo.
A dire il vero,  Greta Thunberg, la ragazza svedese, che ha aperto il fuoco ideologico, prontamente rilanciato da mass media e Social,  sembra  muoversi  in un’ottica riformista.  Che però rinvia, programmaticamente, alla   “fissa” della  sinistra per l’ecologia?  Vi siete mai chiesti, cari lettori, perché la sinistra, nelle sue varie sfumature,  sbavi per l’ecologia?  

Le origini della sinistra ecologista
Marx e Lenin erano sviluppisti a oltranza, Stalin pure. I comunisti italiani sulla stessa linea. I socialismi mediterranei  e le socialdemocrazie nordiche pure (le ultime però con qualche distinguo). Un credo durato  fino agli anni Ottanta del secolo scorso.  Dopo di che i delusi del Sessantotto, tra i quali molti intellettuali e aspiranti uomini  politici  che volevano rovesciare il capitalismo, scorsero, non deviando però dalla linea scientista del marxismo, nelle teorie ambientaliste, professate da  accademici  eccentrici, la chiave per un attacco indiretto, ma non meno duro,  al capitalismo. Nacque così la sinistra ecologista.  L’ultima carta  dell’anticapitalismo di sinistra contro un capitalismo, che invece  si stava dimostrando, come proveranno  gli eventi, tra il 1989 e il 1991, sempre più forte e sicuro di sé.

Dalla “coscienza di classe” alla “coscienza ecologica”
Inutile perfino fare i nomi.  La biografia di numerosi  intellettuali e politici della sinistra extraparlamentare  dà prova  dell'avvenuto travaso delle idee,  dalla sinistra radicale, passando per l’ esperienza dei partiti verdi, alla sinistra riformista.  Insomma, dal comunismo contestatario verso i lidi del socialismo democratico e  del  liberalismo macro-archico (di sinistra).  
Alla “coscienza di classe”, messa in soffitta,  si è sostituita  la “coscienza ecologica”. 
L’approccio cognitivo  non è variato: designazione (a) di un capro espiatorio (il borghese inquinatore), come ostacolo (b) alla costruzione di mondo nuovo (la società ecologicamente perfetta) , che si serve (c) della scienza, non più identificata con le ferree leggi e marxismo, ma con quelle, altrettanto inesorabili dell’ecologia.


Riforme e rivoluzione
Ovviamente, come nel marxismo,  dove  secondo alcuni, per giungere al socialismo, sarebbero bastate le riforme,  mentre per altri si doveva puntare  sulla conquista violenta del potere (unico mezzo, si diceva, per imporre la trasformazione radicale della società), anche  l'ecologismo si è sviluppato lungo le linee contrastanti della dinamica tra  riforme e rivoluzione:  dall’idea, apparentemente più giudiziosa, di sviluppo sostenibile a quella rivoluzionaria ( o quasi)  di decrescita economica (felice o meno).  Attualmente,  il ruolo del leone è svolto dall'ecologia   riformista  che ritiene bastino le riforme. Il che spiega il ruolo, probabilmente involontario per carità,  di Greta,  entusiasta e  giovane   portabandiera  del riformismo .
Le riforme però fanno lievitare i costi dei beni e ostacolano la circolazione delle merci. E il tutto rischia di  finire, come di regola avviene,  sulle spalle dei consumatori, ai quali però si chiede di pazientare in nome di un mondo migliore. Insomma di pagare  tributi crescenti con il sorriso sulle labbra.  Greta, come il Pippo di una famosa canzonetta,  sembra non sapere tutto questo. Oppure  sa?  E fa finta di niente?  O meglio, come per tanti giovani, anche non politicizzati, Greta sembra dare per scontata l' "immagine" del mondo che ha "trovato", per così dire dominante,  intorno a sé,  nei suoi sedici  anni di vita. Con la quale, insomma, è cresciuta.          

Una costosa medicina preventiva
Immagine del mondo.  Perché,  sulla natura scientifica del catastrofismo ecologista non c’è accordo  generale tra gli scienziati. Gli uni accusano gli altri di essere al servizio di interessi economici, politici e geopolitici. Sicché, gli scienziati “verdi”, hanno  reinventato, per tutelarsi dalle critiche, il principio di precauzione o responsabilità, principio  che però tradendo le sue origini filosofico-costruttiviste,  rischia di tramutarsi, come per il welfare state, sorta di costosa e gigantesca  macchina assicurativa,  in una palla al piede per l’economia. Non solo nazionale,  ma mondiale     
Il vero punto  però è che il terrorismo mediatico ecologista -  un po’ come accadeva  con i sindacalisti rivoluzionari e gli anarchici tra Ottocento e Novecento -  sottopone le persone a un bombardamento collettivo  di notizie, o meglio di "immagini"  sulla prossima fine del  Pianeta Terra.  Sicché molti credono che la medicina preventiva per un mondo, "immaginato"  sull’orlo del collasso, sia l’unico rimedio. Ecco spiegata  l' "immagine" del mondo "trovata" da Greta. 

 Gli effetti indesiderati
In realtà,  l’idea millenarista, tra l’altro antichissima, del  mondo che sta per perire da un momento all’altro,  sembra aver trovato   un potente alleato  in  una  paura collettiva, generata e rigenerata dai meccanismi mediatici, per logica interna, che si tenta di esorcizzare, sul piano politico, investendo risorse ideologiche, economiche sul riformismo ecologista. E come? Implementando una specie di gigantesca  medicina preventiva per salvare  il Pianeta Terra.  Che, come si dice, pure se non fosse ammalato, potrebbe ammalarsi.  Ergo...    
Per usare, una chiave sociologica, il disordine porta con sé una richiesta di ordine. Detto altrimenti, più cresce il potere immaginario del pessimismo collettivo sulla sorte del Pianeta Terra, più il potere reale delle istituzioni pubbliche, in forma scalare dal micro al macro, si accentra,  più proliferano, per effetto di ricaduta, le regolamentazioni, più rischiano di  moltiplicarsi  gli effetti indesiderati del costruttivismo politico: dalle risposte centrifughe, come quelle dei nuovi populismi,  all’indebolimento di interi comparti  come quelli  automobilistici e  dell’energia,  dalle conseguenze recessive per l’economia mondiale.

L’odio verso la società aperta
E qui ritorniamo all’anticapitalismo della sinistra, al quale si associa quello delle destre neofasciste e delle sinistre cristiane.  Riaffiora l’odio  verso la società aperta.  Odio,  che, si scorge, perfino in una graziosa  fanciulla  come  Greta.  Sorride, enunciando tesi apocalittiche.   
Del resto, a proposito di "immagini" del mondo "trovate",  non erano altrettanto  leggiadre e terribili  le fanciulle della  gioventù hitleriana e sovietica?             


Carlo Gambescia