*********************senza "metapolitica" si finisce sempre per fare cattiva "politica"*******************
lunedì 18 febbraio 2019
Caso Diciotti
Salvini a processo? Yeeesss!
Caso Diciotti e processo a
Salvini. La mia risposta politica è che se il governo
dovesse cadere, in seguito al voto favorevole della
Piattaforma Robespierre (Rousseau per gli amici, Casaleggio per i parenti), e
conseguente svolta parlamentare, non mi strapperei i
capelli.
La sovranità del potere
imporrebbe un voto favorevole a Salvini, sia sulla Piattaforma, sia in
Parlamento. La sovranità delle leggi, un voto sfavorevole.
In caso
di processo e condanna, Salvini si atteggerà a vittima?
Probabilmente sì. Ma, esempi per esempi, il suo ammaestramento razzista quotidiano giustifica i peggiori istinti dei suoi elettori. Sicché, risulta assai più
rischioso e pericoloso "vezzeggiarlo" che "spegnerlo", per dirla con Machiavelli.
Carlo Gambescia
domenica 17 febbraio 2019
Le offese antisemite dei gilet gialli a Finkielkraut
Basta il cognome e scatta la
violenza…
L’aggressione,
per ora verbale, subita
ieri a Parigi da Alain Finkielkraut,
intellettuale francese, da
parte dei gilet gialli deve
far riflettere (*) .
Finkielkraut,
politicamente parlando, è un intellettuale di destra, destra democratica e
liberale, avversario implacabile di quella che in
Italia si definisce sinistra al caviale. Ma a quanto pare, malvisto anche dalla
destra populista. Per quale ragione? Perché è un ebreo.
L’ebraicità
come discriminante politica riconduce direttamente alle mai sopite grandi
correnti dell’antisemitismo europeo. Che cosa vogliamo dire?
Ad esempio Finkielkraut, non si era mostrato
contrario al movimento dei gilet gialli. Eppure - ecco il punto -
l' ebraicità, per i dimostranti, consustanziale al suo
cognome di figlio di ebrei polacchi, lo squalifica e discrimina.
Sicché al filosofo e accademico viene vietato di parlare e farsi vedere in pubblico. “Vattene a Tel Aviv sporco
sionista” gli hanno gridano con ferocia, energumeni che non
hanno mai aperto un suo libro o letto un suo articolo. Ma che al
massimo lo hanno intravisto in televisione, e ne
ricordano il cognome. Quel cognome...
L'uso del
termine "sionista" è un semplice ammodernamento tattico-linguistico
di un male antico, di natura strategica. Quasi un gioco di parole: si è
sionisti perché si è ebrei, ed ebrei perché sionisti. Siamo dinanzi a un purissimo
esempio di antisemitismo. Non si guardi al nome
della cosa (ebreo o sionista)
ma alla logica sociale che vi è dietro: non conta ciò che
si dice (cose a favore dei gilet gialli) e neppure ciò che si è (un
intellettuale, un professore, eccetera), conta solo il cognome: Finkielkraut.
Ecco, come
la pensa la gente omaggiata da Di Maio e Di Battista.
Cognome.
Il lettore potrebbe giudicare eccessivo
quanto andiamo scrivendo. Non
è così.
Si prenda l’edizione italiana de I ‘protocolli’
dei ‘Savi anziani” di Sion, prefata
da Julius Evola, filosofo brillante ma anche truce teorico del razzismo italiano,
pubblicata in 5° edizione nel
1938, l’ anno disgraziatissimo delle leggi razziali, per i tipi de La
Vita Italiana di Giovanni Preziosi, attivissimo editore e
giornalista antisemita. In appendice (pp. 245-254), c’è un elenco di cognomi
ebraici: si va da Anticoli a Zamorani. Per
favorire sospetti e denunce.
Scelta a dir poco ignobile, ma che la dice lunga sulla ingiusta e terribile forza
evocativa di un cognome ebraico. Dunque sulla (perversa) logica
sociale che anima l'antisemitismo... Altro che antisionismo. Si tratta
della stessa logica che ieri ha condotto al tentativo di aggressione nei
riguardi di Finkielkraut.
Poiché la
copia de I 'protocolli" in mio possesso è di seconda mano,
alcuni cognomi sono sottolineati a matita. Quando l’ho scoperto mi sono
venute le lacrime agli occhi.
La bestia
immonda dell’antisemitismo va
fermata. A ogni costo.
Carlo
Gambescia
(*)
Qui la notizia:
http://www.lefigaro.fr/actualite-france/2019/02/16/01016-20190216ARTFIG00186-emmanuel-macron-denonce-les-injures-antisemites-a-l-encontre-d-alain-finkielkraut.php (francese); http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/europa/2019/02/16/-gilet-gialli-scontri-a-parigi-evacuata-invalides_66eab50c-3c4c-4006-8e10-c1197b7dba40.html (italiano).
sabato 16 febbraio 2019
Un'intervista di Piero Visani
"Guerra sola igiene del mondo"?
La “guerra sola igiene del mondo”. Scoraggiante, cognitivamente scoraggiante. Non trovo altro aggettivo, dopo aver finito di leggere l’intervista dell’ amico Piero Visani (nella foto). Che pure ha alle spalle studi accademici solidi, e da ultimo, un notevole volume sulla storia della guerra,
che si ferma agli albori del Novecento (*).
Qualche malevolo potrebbe dire rieccoli. Chi? I fascisti. Io invece, almeno per oggi, preferisco sospendere il giudizio. Tuttavia, e Visani spero non se ne abbia a male, inizio a nutrire qualche timore sul taglio interpretativo del secondo volume, che si concentrerà sui secoli XX-XXI. Comunque sia, un tomo su due, resta sempre un bel colpo.
Queste le testuali parole di Visani. Se si vuole, il "succo" dell'intervista.
Qualche malevolo potrebbe dire rieccoli. Chi? I fascisti. Io invece, almeno per oggi, preferisco sospendere il giudizio. Tuttavia, e Visani spero non se ne abbia a male, inizio a nutrire qualche timore sul taglio interpretativo del secondo volume, che si concentrerà sui secoli XX-XXI. Comunque sia, un tomo su due, resta sempre un bel colpo.
Queste le testuali parole di Visani. Se si vuole, il "succo" dell'intervista.
Le relativamente
rare volte in cui parlo in pubblico, a me piace molto “épater le bourgeois”. Questo perché viviamo un’esistenza
talmente narcotizzata e conformistica che l’unica cosa che un (presunto)
intellettuale può fare di positivo è introdurre elementi di stimolo, evitando
di nascondersi dietro la “banalità del Bene”, tanto comoda e utile per parlare
molto senza dire niente. Ideologicamente sì, probabilmente sono futurista e
davvero penso che la guerra sia non la sola igiene del mondo, ma una delle poche ancora possibili, uno
di quei ambiti esistenziali in cui si pratica un confronto virile e guerriero,
non la comoda e vigliacca sodomia tipica di questi tempi saturi di menzogna e
viltà. Quel che è certo è che la guerra è un terribile acceleratore di
situazioni e, pur se impone costi umani e materiali terribili, talvolta riesce
a cambiare qualcosa. Del resto, non è che nelle società pacifiste contemporanee
non si muoia. Si muore tantissimo e molto dolorosamente, anche se l’arma scelta
in genere per procurare tali morti è l’asfissia, la violenza sottile, lo
strangolamento progressivo, la perdita della speranza, la deprivazione del
futuro. Molte persone, nel mondo occidentale, sono ormai puri zombies, cioè morti viventi e, nell’eventualità in
cui venga loro desiderio di ribellarsi, come nel caso dei gilet gialli in Francia, il trattamento loro riservato è
durissimo, per nulla pacifico e tanto meno pacifista. Si spara loro contro ad
altezza d’uomo, perché ritornino in gregge il più presto possibile. Anche
quella è una forma di guerra. Partendo da questa premessa, mi affianco a Edward
Luttwak, invece che a John Lennon, nel dire: “Give war a chance”… Facendo cadere un velo e un tabù, a volte
anche i più distratti capiscono… (**)
Ora, che la
guerra sia una costante del comportamento sociale dell’uomo, come lascia
intendere Visani, non c’è alcun dubbio. Ma lo è anche la pace. La storia umana, sul
piano delle regolarità metapolitiche è
attraversata dal conflitto come dalla cooperazione. Regolarità che a loro volta si scompongono in altre forme e sotto-forme: da un lato concorrenza, competizione, opposizione, dall'altro associazione, concorso, partecipazione (per citarne solo tre per "parte"; per l'elenco completo rinvio a Simmel e Wiese). Talvolta il conflitto è in
funzione della cooperazione, talaltra
no. E talaltra ancora, la cooperazione,
indotta o meno da un rapporto egemonico o di equilibrio, si regge sulle
proprie forze.
Il dato incontestabile, dallo storico come dal sociologo, è rappresentato dall’alternarsi di guerra e pace, come mostrano i lavori sociometrici di Sorokin, Wright e altri. Di conseguenza sono fuorvianti gli approcci esclusivamente conflittualisti e cooperativisti, o se si preferisce, più volgarmente, bellicisti e pacifisti. Pertanto privilegiare la guerra come “sola igiene del mondo”, rinvia alla visione conflittualista. Che è “una”, non “la” visione, come invece sembra ritenere Visani, pur distinguendo tra le "poche ancora possibili" e inserendo qui e là dei "talvolta" e dei "qualcosa". Tra l'altro, la questione igienico-demografica fu sviluppata, in chiave sistemica (quindi sganciata dalle scelte individuali) dal Bouthoul, studioso geniale, che pur definendo la guerra "infanticidio differito" ( ma ignorando gli effetti culturali del moderno controllo delle nascite), non riuscì mai a conferire congrue basi statistiche alle sue ipotesi (***).
Quanto al rapporto tra "cambiamento" e guerra, la sociologia insegna che la guerra, fin dagli antichi, provoca, nell’ordine: 1) una crescente diminuzione della libertà; 2) una spiccata gerarchizzazione dei rapporti sociali; 3) un progressivo accentramento del potere politico, economico e sociale. Altrimenti detto: la guerra determina l' irreggimentazione della società. Ovviamente il grado di irreggimentazione dipende dalla cultura storica ( e della libertà) dominante e dal controllo e quantità delle risorse disponibili. Ma la logica sociologica di fondo è quella dei punti 1), 2), 3).
Ecco i tipi di “cambiamento” che la guerra, come "chance" o meno, può produrre. E non sembrano propriamente positivi. A meno che, la guerra, come del resto per i pacifisti (ma con segno contrario), non vada a integrare, come nel caso della cultura della "tentazione fascista", una visione del mondo giudicata, dagli stessi che la condividono, dunque soggettivamente, coraggiosa ed eroica.
Ecco i tipi di “cambiamento” che la guerra, come "chance" o meno, può produrre. E non sembrano propriamente positivi. A meno che, la guerra, come del resto per i pacifisti (ma con segno contrario), non vada a integrare, come nel caso della cultura della "tentazione fascista", una visione del mondo giudicata, dagli stessi che la condividono, dunque soggettivamente, coraggiosa ed eroica.
Quanto al progresso scientifico, si tratta di questione tipicamente moderna, sconosciuta in passato, soprattutto, como noto, per la ridotta, o comunque lentissima ricaduta collettiva delle scoperte nel mondo pre-moderno.
Vediamo i fatti allora.
La Prima Rivoluzione Industriale (1750-1850) determinò il trasferimento di conquiste civili in ambito militare nella seconda metà dell’Ottocento. Dopo di che tra scienza civile e utilizzazione militare del progresso tecnologico si stabilì una collaborazione di fatto, ora cauta, ora arrischiata, che giunge fino ai giorni nostri (1850-…), con ovvie ricadute nei due ambiti.
Vediamo i fatti allora.
Tuttavia, il primo impulso fu civile. In principio era il carrello delle miniere britanniche... Il che significa che tra guerra e ricadute civili non c’è relazione di causa ed effetto. Probabilmente, ma solo per gli sviluppi novecenteschi, c'è influenza reciproca, se si vuole interdipendenza. Di qui, in ogni caso, l’inutilità di presentare la guerra, anche per ricaduta, come assoluto strumento di progresso civile, magari per coonestare l'idea che "senza guerre non esista progresso"... Anche perché, prudenza euristica, come Visani sa bene, imporrebbe di evitare conclusioni sia in chiave cooperativista, sia in senso conflittualista. O no?
Carlo Gambescia
(**) Qui l'intervista completa: https://www.lintellettualedissidente.it/letteratura-2/guerra-passato-futuro-costante-umana/ .
(***) Su Bouthoul si veda il bellissimo volume di di Jerónimo Molina Cano, Gaston Bouthoul, inventor de la polemología, premio Luis del Corral 2017, per i tipi prestigiosi del Centro de Estudios Políticos y Constitucionales, Madrid 2019.
(***) Su Bouthoul si veda il bellissimo volume di di Jerónimo Molina Cano, Gaston Bouthoul, inventor de la polemología, premio Luis del Corral 2017, per i tipi prestigiosi del Centro de Estudios Políticos y Constitucionales, Madrid 2019.
venerdì 15 febbraio 2019
Morte del dibattito pubblico in Italia
La politica fecale di Marco Travaglio
Perché meravigliarsi della carta igienica con il volto di Renzi, in bella mostra, durante il
collegamento in diretta con Marco Travaglio, ospite del programma “Tagadà” sulla “Sette”? Piuttosto
ci si dovrebbe chiedere quando è scattato il meccanismo gogna,
di cui il direttore del “Fatto” è un grande specialista
(*).
In
realtà, i toni del dibattito pubblico sono scesi così in basso che
resta difficile attribuire torti
e ragioni. Probabilmente, al di là delle
questioni storiche e politiche, i
Social, hanno contribuito a quel che definirei il nuovo stile libero della
comunicazione, fondato sulla denigrazione dell’interlocutore con tutti i mezzi a
disposizione, dalle parole alle immagini.
Non
si argomenta più. Si tira, per l'appunto, quella che un tempo si chiamava catena... Del resto, l’argomentazione rinvia a un rapporto tra pari, il denigrare implica invece la degradazione, come avvilimento morale dell'interlocutore. Significa considerarlo indegno di un rapporto paritario,
fondato sul civile scambio di argomentazioni: un fuori casta, dopo aver magari inveito per anni contro le caste...
Ora, che le persone comuni non badino più di tanto all’argomentazione, è
un fisiologico problema di scarse risorse cognitive. Ma che ai piani alti dell'intelligenza, come nel
caso di Travaglio, direttore di un giornale, ci si comporti, come il fruitore medio di
Facebook è un fatto grave, che indica che ormai l’argomentazione
è solo un lontano ricordo. Forse un brutto ricordo.
Qualcuno
potrà accusarmi di usare nei miei articoli a proposito di Salvini e Di
Maio, termini come giostraio e bibitaro, e quindi tutto sommato di non
essere da meno. Touché. Però, a mia discolpa, posso dire che cerco sempre di argomentare. Le mie definizioni di Salvini come
Giostraio Mancato e di Luigi Di Maio come Trascorso Bibitaro allo Stadio, non
sono gratuite. Di Maio, ha
effettivamente esercitato… Salvini, nei modi, ricorda un bigliettaio dell’autoscontro,
che magari nel tempo libero arrotondi…
Un
amico mi ha ricordato, con aria di rimprovero, che Pertini, esule in Francia faceva il
muratore. E che tutti mestieri sono degni. Certo, se si resta muratori però… Pertini, lo era per necessità politiche. Inoltre accostarlo a Salvini e Di Maio è cosa a dir poco spericolata.
Comunque sia, lascio il giudizio ai lettori.
Per
tornare a Travaglio, come è noto, la sua
tecnica di scrittura è imperniata sulla
degradazione a essere sub-umano dell’interlocutore (epiteti, battute,
storpiature dei nomi ). Dall’alto del
suo rigido moralismo giudica e condanna senza possibilità di
appello. Esistono solo due posizioni la sua e la sua. Dopo di che tira la catena.
La carta igienica con il volto stampato di Renzi, ricorda, seppure con la
mediazione di certo storico pulcinellismo tipicamente italiano, la propaganda
nazista e comunista che rappresentava ebrei e capitalisti come esseri storpi, grassi, sordidi e repellenti. Il volto
di Renzi, da quel che si scorge non ha subito ritocchi. Ma l’accostamento alla carta igienica, non lascia dubbi sull’attribuzione all’ex premier di allogenicità fecale, quindi di una "riduzione" a scarto, rifiuto, qualcosa che merita di
sparire, di insozzato, nei vortici d'acqua del water.
Il
vero problema è come fermare il degrado. O comunque, come rianimare un discorso pubblico che appare morto. Magari
bastasse tirare la catena…
Carlo Gambescia
giovedì 14 febbraio 2019
A proposito di San Valentino
La forma dell’acqua
Innanzitutto, auguri a tutti gli innamorati. Se gli amici lettori perdonano il consiglio, suggerisco come dono intelligente, e probabilmente gradito, il famoso libro di Francesco Alberoni, Innamoramento e amore. Dove si spiega la differenza e contraddizione (non sociale ma individuale), tra amore e matrimonio: tra
innamoramento, come fenomeno
circoscritto nel tempo (anche se privo di scadenza precisa), e matrimonio, come
istituzione, che regola giuridicamente i risvolti sociali dell’innamoramento (e che quindi va oltre, socialmente parlando, il termine delle vite individuali). Gli individui passano, le forme istituzionali
restano. Di qui discendono i contrasti - che quindi non riguardano solo i
sentimenti amorosi - tra individuo e società, tra ciò che fugace e ciò che è stabile.
Francesco
Alberoni prima di scrivere Innamoramento e
amore, lavorò duramente per lunghi anni, producendo libri e saggi ancora oggi
utilissimi, sul rapporto tra movimento e istituzione. Detto altrimenti: tra i fenomeni sociali, l’acqua che fluisce liberamente e ininterrottamente, e le istituzioni sociali, come tentativo di dare
forma istituzionale all’acqua (per rubare il titolo al Montalbano di Camilleri). Una forma sociale, che di volta in volta, non può che essere quella dei suoi
contenitori. Dunque, una forma sempre diversa e temporanea. E in fondo fragile, come un bel calice di cristallo.
Per
inciso, il rapporto tra movimento e
istituzione è una precisa regolarità
metapolitica, che rimanda al rapporto tra potere costituente e potere
costituito. Di regola, il primo si trasforma nel secondo e così via, seguendo
modalità talvolta, per così dire assai brusche e imprevedibili.
Dal
punto di vista, della teoria dell’amore come forma dell’acqua che cosa rappresenta San Valentino? Un tentativo di dare forma alla liquidità
dell' amore, che è lì da sempre (con buona di pace di Bauman), come attesta il folclore popolare di tutti i tempi e di tutti i paesi. E in che modo? Attraverso la fondazione-rifondazione di una micro-istituzione, ovviamente secondo una ritualità moderna: un invito a cena, una smart box, un bouquet di fiori, eccetera, eccetera. Il punto è che bisogna crederci in due. E
non sempre è così… Dai fiori al matrimonio, dal micro al macro. Semplificando, la sclerosi sociale è sempre in agguato: le istituzioni, per vivere, hanno bisogno di credenze, le
credenze rinviano agli esseri umani, e se gli essere umani non credono, non c’è
più istituzione che tenga… Ripetiamo, dai fiori al matrimonio.
Un
altro grande sociologo, Pitirim A. Sorokin (un russo naturalizzato americano) si
propose addirittura di studiare l’amore
come forma di trasformazione sociale, per finirla con le guerre, di ogni
genere, persino all’interno delle famiglie.
Si veda, tra l’altro tradotto in italiano, The Ways and Power of Love.
Types, Factors, and Techniques of Moral Transformation. Un grosso manuale alla cui base però, resta un errore di fondo: quello di non distinguere, tra innamoramento e amore. Tra l’acqua e la sua
forma. Sorokin, si illuse di poter svuotare con la mano l’acqua del mare e di
travasarla, nella sua interezza, in calici, otri e giare di natura sociale.
Detto
altrimenti, il nesso tra innamoramento e amore, come quello tra movimento
e istituzione, risente della ciclicità dei fenomeni sociali, ciclicità che rinvia a una fila di curve a campana, di tipo
collettivo e individuale, dunque con tempi di durata differenti. Che possono intersecarsi, oppure no.
Sicché, di base, la discrasia tra vite individuali (più brevi) e vita delle istituzioni sociale (più lunga), consente che un innamoramento, trasformatosi in amore, possa durare addirittura tutta la vita, ma anche pochi anni, mesi, giorni: l’acqua dell’innamoramento, per alcuni individui fortunati, può assumere la forma di un matrimonio o relazione lunga e felice, addirittura "eterna" nel senso della durata di una vita individuale. Per altri no.
Sicché, di base, la discrasia tra vite individuali (più brevi) e vita delle istituzioni sociale (più lunga), consente che un innamoramento, trasformatosi in amore, possa durare addirittura tutta la vita, ma anche pochi anni, mesi, giorni: l’acqua dell’innamoramento, per alcuni individui fortunati, può assumere la forma di un matrimonio o relazione lunga e felice, addirittura "eterna" nel senso della durata di una vita individuale. Per altri no.
Come riteneva Machiavelli, la fortuna governa per un cinquanta per cento le
vicende umane. Per l’altra metà sta a noi darci da fare. Certo, si deve incontrare la persona giusta. E qui si tratta di fortuna. Ma anche riconoscerla e impegnarsi. Insomma, la fortuna da sola non basta. Talvolta l'amore passa, per un attimo ci stringe la mano, sfiora la nostra fronte con un bacio. Sta a noi intuire. E ricambiare. Magari per
sempre. Le vie del sociale sono infinite.
Di
nuovo buon San Valentino a tutti.
Carlo Gambescia
mercoledì 13 febbraio 2019
Era ora. L’ Europa si è accorta che
Conte è un burattino
Viva l’Italia, ma senza fili...
I
giornali di oggi, a parte “Stampa” e “Repubblica”( ci pare) oscurano o minimizzano la figuraccia di Conte a Strasburgo. In realtà, come non definire sacrosanta l'accusa, rivolta al Presidente del Consiglio, di essere il “burattino
di Salvini e Di Maio”? Davanti all’ennesimo discorso all’insegna della purissima aria fritta? E attenzione, l'irritazione verso Conte, a dir poco dilatorio e superficiale, diremmo, "come da contratto", sembra condivisa perfino dalle guide alle visite turistiche alla Cattedrale di Strasburgo. Altro che socialisti e liberali. E' l'intero Parlamento europeo a non poterne più. Ovviamente, per Salvini e Di Maio sono "euroburocrati" anche i parlamentari europei. Il fatto che siano liberamente eletti per loro è un semplice dettaglio.
Certo, può non far piacere, perché di epiteto si tratta. Così si offende anche l’Italia. Ma, piaccia o meno, descrive in modo fotografico la situazione di isolamento in cui è finito il nostro Paese. Probabilmente,
in Europa, non si definiva un leader italiano in modo così dispregiativo dai tempi della Repubblica di Salò, una
della pagine più buie dell’intera storia dell’Italia unita, quando Mussolini
veniva liquidato dalla propaganda alleata come “burattino di Hitler”. Ed era la verità.
Ma nelle pagine della “Stampa” e della “Repubblica” il lettore non troverà alcun accenno al parallelo storico ricordato.
Anche chi critica il Governo giallo-verde non sembra rendersi conto,
probabilmente a causa del riflesso condizionato di un malinteso patriottismo, della gravità, diremmo quasi unicità, della situazione: un Presidente del Consiglio (fino a otto mesi
perfetto sconosciuto), privo di
qualsiasi autorità, comandato a
bacchetta da un Giostraio Mancato e da un Trascorso Bibitaro allo stadio. Tre nullità che stanno distruggendo l’ Italia.
Mussolini, politicamente parlando, al confronto era un genio,
malefico, ma un genio.
La
stampa italiana dovrebbe perciò cominciare a fare il proprio lavoro e attaccare regolarmente, ogni santo giorno, un
governo di incapaci che rischia di condurre l’Italia alla rovina. E
invece si cincischia. O si corre dietro alle bufale dei Social.
L’Italia
è stata offesa, si legge. Ma come può
preso sul serio un Paese, dove a proposito della Tav, un simbolo della modernità,
si parla di passo indietro? O addirittura di indire un referendum per la serie votiamo se la Terra è piatta o meno?
Ed
è perciò scontato che un Presidente del Consiglio, i cui fili sono mossi da due
Vice Presidenti, venga considerato e liquidato pubblicamente come un burattino. Piaccia
o meno, ma la verità si vendica sempre.
Viva
l’Italia, ma senza fili.
Carlo Gambescia
martedì 12 febbraio 2019
Il voto in Abruzzo
A nostro modesto avviso il voto in Abruzzo non cambia di una
virgola il quadro politico-culturale della situazione italiana, che non è
proprio dei migliori (per usare un eufemismo). Salvini è un populista (concetto che
ingloba il sovranismo), è ha “populistizzato” il centrodestra italiano. Berlusconi e la
Meloni non
dicono cose liberali e moderate, ma cose populiste. Tajani, pur con il
pedigree da Commissario europeo, sulle Foibe, ha detto cose
degne dell’estrema destra nazionalista; altro che liberale e
moderato. Se si
sfogliano giornali, riviste e rivistine della destra post-aennina, quella che
in qualche modo ha governato (con e contro Berlusconi), si leggono, su Francia,
immigrati, interventismo statale, cose
tremende: più a destra di Luigi Di Maio, roba da cultura della tentazione fascista. Del resto, Marco
Marsilio, il trionfatore degli Abruzzi, proviene dalla destra missina e
post-missina, con conseguente cursus honorum. Un Alemanno, più alto. Per
inciso, anche Marsilio è un docente
della Link Campus University.
Ma quando si parla di moderati a quali ceti ci si
riferisce? Indagini ci
dicono, che il moderato, cioè colui, che si pone al centro dello schieramento politico, teme Salvini, teme
Di Maio, teme la
Meloni, persino Zingaretti e, dopo il ruzzolone, addirittura Renzi. Non disdegna, per educazione, l'Ue. Attualmente è senza partito. Quanto al
reddito si colloca nella fascia intermedia, sui
trentamila euro. Parliamo forse di quattro-cinque milioni di voti nel cassetto. Un ceto che si compone di artigiani, insegnanti, impiegati, liberi professionisti, piccoli imprenditori,
di età elevata, dai quarantacinque in su. Era, ed è per eredità psicologica, il vecchio elettorato centrista
della Dc, del partito socialdemocratico e liberale, che stancatosi del fiscalismo
democristiano e della rapacità politica socialista, si è spostato, tra il 1994 e 2006, verso Forza Italia, per approdare infine, deluso, al non voto.
Il moderato, non si occupa di politica, ma di famiglia, lavoro, consumi. E
teme gli eccessi. In
Abruzzo si è sicuramente astenuto. Ripetiamo, come
riportare al voto (non alla politica, alla quale il moderato è
refrattario) i moderati
italiani? Il vero punto è come invertire il trend culturale populista, frutto
di un percezione Social e sociale, catastrofista. Il che non è facile. Perché,
quanto a guide
intellettuali, l’Italia
è piena di liberali e borghesi vergognosi. Che temono di compromettersi con la
politica. Altri invece sono liberali senza saperlo.
Insomma, la potenziale base elettorale dei moderati italiani, resta tale, priva di guide intellettuali e politiche vaga solitaria da un centro commerciale all'altro, magari nutrendo sensi di colpa. Perché non sa che il consumo è un atto politico che rinvia a una scelta di libertà. Libertà che va difesa con il voto. Però nessuno dà loro spiegazioni al riguardo. Sicché i moderati, in ultima istanza, si vergognano dei loro consumi e non votano per difenderli. Un circolo vizioso.
E intanto in Abruzzo Salvini…
Insomma, la potenziale base elettorale dei moderati italiani, resta tale, priva di guide intellettuali e politiche vaga solitaria da un centro commerciale all'altro, magari nutrendo sensi di colpa. Perché non sa che il consumo è un atto politico che rinvia a una scelta di libertà. Libertà che va difesa con il voto. Però nessuno dà loro spiegazioni al riguardo. Sicché i moderati, in ultima istanza, si vergognano dei loro consumi e non votano per difenderli. Un circolo vizioso.
E intanto in Abruzzo Salvini…
Carlo Gambescia
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