giovedì 10 maggio 2012

Il libro della settimana: Cosimo Magazzino, La politica economica di Margaret Thatcher, pref. di Francesco Forte, postfazione di Gian Cesare Romagnoli, Franco Angeli,  pp. 192, euro  25,50 -  
www.francoangeli.it


Un fantasma ideologico  si aggira per l’Europa, quello  di Margaret Thatcher… Sappiamo di non essere molto originali, ma la pur  logora  immagine coniata da Engels e  Marx  rende bene l’idea di quanto la politica economica neo-liberista della “Farfalla di ferro” (termine coniato da Radio Varsavia, prima del diluvio Gorbaciov)  tuttora  divida e influisca sulle scelte politiche ed economiche.
Ad esempio, il nostro Monti, la  Merkel e lo sconfitto Sarkozy possono essere definiti thatcheriani come alcuni osservatori  ritengono? No.  Diciamo che una fondamentale  distinzione da fare è  proprio quella fra la Thatcher e i thacheriani.  Tra una donna,  dalla grande personalità politica, capace di influenzare  persino Reagan, e  i suoi  figli, nipoti e nipotini ideologici, sparsi qui e là per il mondo, spesso  pure  copie sbiadite della foto originale, come i tre politici  appena ricordati, legati a un liberalismo tecnocratico (Monti), avvocatesco e dei “buoni affari” (Sarkozy), “listiano”, da Friedrich List ( Merkel).  Insomma, magari  ancora  ce ne fossero  di politici della levatura  della Thatcher, anche  a  prescindere dai contenuti delle sue politiche.
Ed è quest’ultima la giusta chiave (che chiameremo “napoleonica”)   per accostarsi al  “ciclone Margaret”.   Come  del resto mostra il notevole libro  di Cosimo Magazzino, La politica economica di Margaret Thatcher (Franco Angeli). Un bel saggio che si muove, nonostante il titolo  “economicista” (del resto l’autore è professore di Politica Economica),  nell’alveo di  un duplice registro: quello poetico-napoleonico, nel senso della straordinarietà, in chiave manzoniana, della Thatcher («La procellosa e trepida/
gioia d'un gran disegno,/
l'ansia d'un cor che indocile/
serve, pensando al regno»
). E quello più prosaico, fatto di cifre e calcoli, e tabelle riguardanti  le politiche economiche neo-liberiste  praticate  nei suoi tre governi consecutivi (1979-1990). Parliamo di un libro ben organizzato, diviso  in tre densi capitoli, prima, durante e dopo la Thatcher (più corposo il secondo, quello del durante), corredato da una appendice dedicata alle elezioni generali inglesi dal 1970 al 2005) e da un ricca  bibliografia, aperta anche ai contributi,  non strettamente economici: un bel lavoro,   a un tempo, scientifico come un trattato,  e avvincente come un  buon   libro di  storia.   
Ovviamente, come sottolineano impietosamente  prefatore e postfatore,  il cuore di  Magazzino batte per la Thatcher. Ma come dice, nessuno è perfetto. E quindi  nell’interpretazione di Magazzino, come nel Cinque Maggio  manzoniano,  poesia e prosa, epica  e vita,  si saldano insieme.  Ma il risultato, come abbiamo accennato, non è  niente male, anzi…  Ma lasciamo la parola all’autore: « Giunta alla guida  del paese nel 1979 (…), il compito per Margaret Thatcher si presentava improbo. Una disoccupazione in continuo aumento e un’inflazione che sembrava inarrestabile facevano da cornice a un generale sentimento di frustrazione e di diffuso pessimismo. I governi che l’avevano preceduta - tanto di marca laburista quanto conservatrice - avevano in maniera più o meno convinta, applicato ricette keynesiane nei decenni precedenti. Alla fine degli anni Settanta (…) il Regno unito era soprannominato  “il Grande malato d’Europa” (…).  A colpi di neo-liberismo (basato su una certa  definizione del monetarismo e dell’offertismo) e di neo-conservatorismo (incentrato sui valori tradizionali racchiusi nel motto “Dio, Patria e Famiglia”) la Thatcher rivoluzionò il Regno Unito e, attraverso la sua influenza sulla reaganomics, anche egli equilibri mondiali (…). La visione del mondo che  ispirò la Signora Thatcher sembra più vicina a quella di un “conservatorismo liberale” che cerchi  di far convivere il liberismo e i valori della tradizione. Fece inoltre, nascere la  City londinese; ridimensionò i potenti sindacati dei lavoratori (le Unions); e d’altro canto fece fallire imprese inefficienti, togliendo loro una volta per tutte sussidi statali; privatizzo un ragguardevole numero di imprese pubbliche ; infine, fece in modo che il Paese diventasse una “democrazia di proprietari”, permettendo agli inquilini di acquistare le abitazioni di proprietà dei comuni, a prezzo agevolati. Con la guerra delle Isola Falklands sferzò i suoi concittadini risvegliando l’antico orgoglio imperiale» (pp. 25-26). 
E i dati economici, sul prima e il dopo (almeno fino alla crisi del 2008-2009), confortano le tesi di Magazzino. Parliamo degli effetti positivi su tutte le variabili macroeconomiche di una politica thatcheriana,  ripresa poi  pedissequamente, come capita agli imitatori,  anche da Blair…  Evidentemente, la Gran Bretagna, dopo anni di torpore laburista-conservatore  aveva bisogno di una scossa.  E la Thatcher fu la donna, politicamente giusta, capace di agguantare il potere nel momento giusto. Un Napoleone in gonnella, neo-liberista che, tuttavia,   grazie ai moschetti delle armate del libero mercato,  spinse avanti anche i valori di un liberalismo, non libertino,  volti a rivendicare nell’individuo il nesso   libertà e responsabilità. Che poi  figli e  nipoti abbiamo travisato, non è colpa della  Thatcher.
Dal momento che la  “Farfalla di ferro”, che  non toccò il sistema sanitario nazionale e solo in parte quello pensionistico,  propugnava   l’esatto contrario di quel neo-liberismo finanziario,  speculativo ed egoista  che ha condotto alla crisi attuale.   Probabilmente, la Thatcher, da brava  fondamentalista del nesso libertà-responsabilità,  mai avrebbe rifinanziato banche colpevoli di essersi imbottite di titoli spazzatura. Di sicuro le avrebbe trattate alla stregua dei  generali argentini:  fuoco alzo zero.
Concludendo,  per dirla ancora con  il grande  Manzoni, «Fu vera gloria?»  Secondo Magazzino sì.  Del resto, come onestamente  si riconosce nel libro,   «se furono luci, non soltanto di luci si trattò. Non amata da un buon numero di  suoi contemporanei, oggi la figura di questa premier dura e inflessibile (tanto da ricordare . se non fosse per l’antipodica visione del mondo  - Maximilien-M.-I. Robespierre, soprannominato l’incorruttibile) tende tuttavia ad essere rivalutata. Sono sempre di più gli studiosi e gli analisti che citano le idee ed i valori propri del thatcherismo. L’Italia, forse anche per l’antipatia personale aperta, dichiarata  nelle rispettive memorie tra la stessa Thatcher e Giulio Andreotti, non ha mai tenuto in considerazione la “figlia del droghiere” » (p. 27).
Sottoscriviamo, ma con una chiosa, non proprio di secondaria importanza:  il problema resta -  crediamo -   non tanto quello del thatcherismo, che può essere reinventato  nei modi diversi e controversi, quanto quello  di  scovare  una nuova Thatcher,  Cioè della possibilità, che dalle classi politiche  attuali,  possa prima o pi venir fuori un politico, uomo o donna, all’altezza della “Farfalla di Ferro”.   O se si preferisce, per scomodare di nuovo  Manzoni, dell’ «uom fatale»,  pardon,  della donna fatale…  Il che, da umili lettori di libri storici, ci sembra, soprattutto di questi tempi,  molto difficile, se non del tutto impossibile.  O no?  Comunque sia, ai lettori «l’ardua sentenza»…
  
Carlo Gambescia
                  

   

mercoledì 9 maggio 2012

Il Dracula del titolo rinvia al famigerato  Vincenzo Visco, Ministro dell’ Economia e delle Finanze di svariati  governi targati centrosinistra. Insomma, secondo l’amico Teodoro Klitsche de la Grange (*),  al peggio non  c’ è mai fine…  Buona lettura (C.G.) 

Aridatece Dracula…
di Teodoro Klitsche de la Grange





Il recente “dibattito” sulla compensazione tra debiti e crediti verso lo Stato è uno (dei tanti) sintomi di come l’Italia non sia un paese “normale”. E tra i tanti segnali in tal senso, uno dei più potenti, perché rivela quanto, nei discorsi della “classe dirigente” la parola serva ad occultare quanto si pensa (e si vuole).
Cominciamo quindi col chiarire le parole (nella specie gli istituti giuridici): la compensazione è un modo d’estinzione delle obbligazioni (anche quelle pecuniarie, tra cui imposte, tasse et similia), che da millenni fa parte del diritto, ed è disciplinato dagli artt. 1241 ss. del codice civile italiano vigente. Si verifica quando vi sono obbligazioni reciproche tra due persone (Tizio deve a Sempronio 10.000,00 euro; Sempronio a Tizio 5.000,00); si verifica solo tra debiti e crediti omogenei, liquidi ed esigibili (art. 1243 c.c.); se volontaria (cioè consensuale) anche se non ricorrono i presupposti di legge. É d’applicazione generale ma il codice prevede (art. 1246 c.c.) che possono esservi divieti stabiliti da apposita legge. Soltanto che, in materia fiscale, non era ammessa, se non in casi rari.
Fu tuttavia ammessa assai più largamente, ma solo tra debiti e crediti fiscali (pensate un po’) dal ministro Visco, che in quell’occasione non si comportò da Dracula ma da persona di buon senso. Ne deriva quindi che non si applica se tra lo Stato e il contribuente vi siano debiti e crediti non fiscali.
Scusate per la necessariamente sintetica lezioncina, ma a quanto pare non è chiaro quanto sopra, malgrado noto anche ai banchi delle facoltà di giurisprudenza, da (gran) parte degli intervenuti nel dibattito.
A cominciare – a quanto si legge sulla stampa – dal prof. Mario Monti che avrebbe (o ha, il condizionale è d’obbligo per l’omaggio alla serietà del premier) espresso sdegno, tra l’altro, verso chi propone di “istituire personali e arbitrarie compensazioni tra crediti e debiti verso lo Stato”.
Ora, dato che la compensazione è istituto bimillenario, reso di portata generale almeno da Giustiniano in poi, è un tantino fuor di luogo definire “personale ed arbitrario” quanto praticato tranquillamente da almeno quindici secoli (e giriamo comunque lo sdegno del prof. Monti a Giustiniano). Che, se poi si volesse dar ad intendere che darebbe la stura a pretese infondate (ossia basate su crediti incerti o ancora non esigibili) è chiaro che questo non è consentito né prescritto dalla vigente disciplina giuridica della compensazione, neanche tra privati.
In realtà nell’uscita del premier appare chiaro il retropensiero: se si ammette la compensazione anche con i crediti extratributari, il gettito diminuisce. Ma è (anche) con ragionamenti del genere che siamo arrivati ad avere il deficit astronomico che abbiamo: perché, al contrario, pagare i debiti fa calare il deficit (che è una somma di debiti) esistente, anche se, nel breve periodo può creare problemi di cassa; per risolvere i quali la soluzione non è non pagare (non estinguere) le obbligazioni passive (i debiti), ma commisurare le spese alle disponibilità. Anzi i debiti non pagati, come sa qualsiasi liquidatore di compagnia d’assicurazione - specie se modesti - s’incrementano in misura superiore al saggio d’interesse, per via di spese legali, danni ulteriori, interessi e così via, incrementando il deficit reale. Non sono un risparmio, ma un cattivo affare.
Ma anche gli altri partecipanti al dibattito non hanno contribuito a chiarirlo. Ad esempio l’on. Alfano che ha parlato di compensazione tra  lo Stato e gli imprenditori. Dove se si capisce la sollecitudine del segretario del PDL per i bacino elettorale, non si comprende per quale ragione, tra tutti i creditori dello Stato, gli imprenditori dovrebbero avere un trattamento preferenziale. Quello che verrebbe così negato a pensionati, dipendenti, professionisti, ecc. ecc. (non meno meritevoli degli imprenditori), perpetuando quel cattivo modo di governare che si concreta non nel trattamento uguale per tutti (coloro che si trovano in quella situazione) ma nella distribuzione di privilegi per categorie. Che, quindi, innegabilmente suscitano l’invidia (e financo il montiano “sdegno”) tra gli esclusi. Avrebbe fatto meglio l’on. Alfano a chiedere semplicemente che si applicasse al rapporto debiti/crediti tra cittadini e Stato la disciplina comune, cioè quella del codice civile. Cosa peraltro che ha chiesto l’on. Matteoli che, correttamente, ha parlato di “crediti verso la pubblica amministrazione”.
Qualche sorpresa desta pure la dichiarazione della dr.ssa Marcegaglia: la quale non appare particolarmente entusiasta per la possibilità di compensazione; a cui sembra preferire l’aumento di finanziamenti alle imprese. Anche in tal caso la preferenza appare spiegabile solo se si predilige danaro erogato in base a scelte (altamente) discrezionali al posto di regolazione di crediti del tutto vincolate.
Cosa hanno in comune certe dichiarazioni, di personaggi così diversi, ma appartenenti tutti alla classe dirigente? Una risposta ce la può dare Guicciardini e la sua convinzione che gli italiani, e soprattutto le classi dirigenti italiane pensassero soprattutto al “particulare”. Particulare è pensare alle esigenze degli imprenditori (e non di tutti i creditori); particulare è pensare all’esigenza di “cassa” degli enti e non a quella della generalità alla riduzione del debito pubblico; “particulare” a quello degli imprenditori in grado di accedere ai finanziamenti pubblici.
Qualche secolo fa, a furia di ricercare il proprio particulare, le classi dirigenti italiane consegnarono gran parte della penisola al controllo (diretto) della Spagna.
Segno che la Storia, contrariamente al vecchio detto, non insegna niente.

Teodoro Klitsche de la Grange


Avvocato, giurista, direttore del trimestrale di cultura politica "Behemoth" (http://www.behemoth.it/ ). Tra i suoi libri: Lo specchio infranto (1998), Il salto di Rodi (1999), Il Doppio Stato (2001), L'apologia della cattiveria (2003), L'inferno dell'intellettuale (2007), Dove va lo Stato? (2009).

martedì 8 maggio 2012


Oggi due post! Il primo è di Carlo Gambescia, il secondo di Carlo Pompei


Comunali 2012 
l’impossibilità di una destra normale
di Carlo Gambescia




Proviamo a fare una sintesi delle elezioni comunali 2012?  Beh,  nella frammentazione generale del voto, vince Grillo, regge il Pd, crollano Pdl e Lega. Il dato più sconfortante, soprattutto per l'elettore moderato,   è  distinto  dalla rinnovata impossibilità di far nascere una destra normale in Italia. Gli elettori di destra, quelli che sognano più libertà meno libertinaggio, più mercato meno Stato e  tasse,  rischiano di restare di nuovo senza casa politica.
E ora, mettiamoci nei panni di un elettore di destra.  Con chi prendersela? Con il Pdl, diviso su tutto? Con un Cavaliere attento soltanto ai propri interessi? Con Casini che gioca a rimpiattino? Con Fini che gioca in proprio? Con la crisi? Difficile dire. Il punto è che, se continua così, all’elettore di destra non resterà che la scelta tra non voto e voto di protesta.
Berlusconi, pur con i suoi mille difetti (per alcuni, vizi...), era riuscito a compiere un miracolo: ricomporre la destra italiana. Ora però il suo ciclo politico sembra concluso. E con esso quello di una potenziale  destra liberal-conservatrice. Una destra normale, insomma.

Carlo Gambescia 

***

Al nostro "minicommento" sulle comunali facciamo seguire un interessante  post,    scritto dall'amico Carlo Pompei che  riprende e integra  le nostre osservazioni di venerdì scorso   sulla questione dei  suicidi ( http://carlogambesciametapolitics.blogspot.it/2012/05/suicidio-crisi-economica-e-ancora.html  ) .  Argomento, crediamo,   degno di approfondimento, soprattutto di questi tristi tempi. E il “metodo Pompei”,   addirittura  arricchito da una microanimazione,  sembra funzionare  anche questa volta.  Buona lettura. (C.G.)



Il suicidio indotto dalla spirale della crisi
Geometria, sintassi e analisi logica del periodo (che stiamo vivendo)
di Carlo Pompei



Avviene, accade, succede, càpita. Tutte espressioni “verbali” usate per descrivere una cosa simile. Esaminiamole insieme.
Avviene: evento legato a fattori temporali (ad-venire o divenire), non è mai legato ad un’entità, infatti il verbo non supporta il complemento di termine, il “dativo” latino.
Accade: evento slegato da fattori temporali ai quali viene collegato dopo che si è manifestato; supporta il dativo, ma è una forzatura.
Succede: evento correlato ad un avvenimento (succedere = venire dopo). Il verbo è interconnesso con i concetti di “causa-effetto” e “azione-reazione” a differenza dei termini precedenti i quali non presuppongono necessariamente antefatti.
Càpita: evento che riguarda una persona o un gruppo sociale in relazione (famiglia, condominio, lavoro, tempo libero). Può essere la conseguenza di un avvenimento/accadimento precedente.
Nell’italiano corrente (e non soltanto in quello parlato) sono usati sovente a sproposito, vediamone l’uso corretto: un fenomeno “avviene”, un terremoto “accade”, un incidente “succede”, una disgrazia “càpita”. Quindi, “avviene” uno smottamento della crosta terrestre, perciò “accade” un terremoto, pertanto “succede” il crollo di un palazzo e “càpita” una disgrazia agli occupanti. Tutto chiaro? Bene, andiamo avanti.
E un suicidio? Prendiamola alla larga: è “successo” un incidente, siete naufraghi da soli su un’isola deserta, vi suicidate? Certamente no, il vostro istinto di sopravvivenza avrà la meglio. Siete poverissimi e potenzialmente ricchissimi (l’isola è “vostra”), cercherete piante da frutto commestibile e una fonte d’acqua potabile.
Ora, invece, supponete che su quell’isola deserta siate stati deportati da aguzzini i quali sanno benissimo che non vi è alcuna risorsa di sostentamento. Vi suicidate? Dopo avere cercato invano del cibo e dell’acqua, probabilmente sì. Il vostro problema, in quest’ultima situazione, diviene, appunto, di tipo relazionale: arrivate al paradosso di suicidarvi (quasi un atto eroico) per non dare la soddisfazione ai vostri carcerieri di trovarvi morti di stenti. Non a caso il suicidio in carcere è molto più diffuso tra i reclusi che si sentono innocenti e/o vittime di un’ingiustizia: è una forma di protesta estrema; gli scioperi della fame e della sete ne sono l’espressione più razionale, ma “succede” anche agli animali posti in cattività.
Questo atteggiamento può essere spiegato con la certezza (spesso fallace) che domani sarà peggiore di oggi.
Alcune persone poste davanti ad un filmato che mostra spirali che ruotano in senso opposto, tenderanno a preferirne una piuttosto di un’altra, a seconda del loro stato d’animo, della loro situazione economico-sociale del momento, della loro naturale inclinazione al pessimismo o all’ottimismo. L’ottimista sceglierà quella che restituisce l’illusione ottica di allargarsi e tendere verso l’esterno; il pessimista sceglierà l’altra. Altra componente fondamentale sarà quella del senso di rotazione (orario o antiorario). Se quella che tende ad allargarsi ruoterà anche in senso orario, restituirà il massimo dell’ottimismo: gli spostamenti da sinistra a destra e in senso orario ci proiettano verso il futuro, quelli inversi ci frenano o addirittura ci portano indietro.
Il veicolo dell’ottimismo, poi, varia in funzione dell’età del soggetto: bambini, adolescenti, adulti ed anziani hanno bisogno di sicurezze diverse che via-via formano, deformano - e in alcuni casi distruggono - il carattere di una persona. Le aspettative di un bambino sono quelle di essere protetto dai genitori, quelle di un adolescente anche, ma con spazi di manovra e libertà; quelle di un adulto sono poter lavorare e guadagnare per vivere dignitosamente e per poter versare quei contributi pensionistici che gli occorreranno in vecchiaia.
I “suicidi da crisi” - come sono stati definiti dai media in quest’ultimo periodo - non sono affatto disgrazie, ma “succedono” poiché la natura del gesto è dettata da cause relazionali connotate da assenza di garanzia e, quindi, speranza nel futuro. Chi dovrebbe garantire? Ovviamente i rappresentanti dello Stato che in questa particolare congiuntura economico-sociale non stanno dimostrando di poter (e voler) proteggere lavoratori e cittadini in genere. Questi si sentono abbandonati - se non vessati - da quell’istituzione “democratica” che dovrebbe invece farsi carico di chi ha contributo a che la stessa divenisse realtà.
Insomma dovrebbero far ruotare la spirale nel senso corretto.
In sintesi, quando Mario Monti pontifica sull’impossibilità di non pagare le tasse, dovrebbe porsi la domanda esattamente contraria e cioè: “Sono state garantite le possibilità basilari affinché le tasse possano essere pagate?”.
Domande del genere se le pone soltanto un essere umano con emozioni, appunto, umane.

Carlo Pompei

 Carlo Pompei, classe 1966, “Romano de Roma”. Appena nato, non sapendo ancora né leggere, né scrivere, cominciò improvvisamente a disegnare. Oggi, si divide tra grafica, impaginazione, scrittura, illustrazione, informatica, insegnamento ed… ebanisteria “entry .

lunedì 7 maggio 2012

Un solo Hollande non fa primavera…


Che gli lettori penalizzassero i governi, costretti a prendere dure misure anticrisi, era ed è  nell’ordine naturale delle cose politiche. Così come è scontata la crescita, più o meno moderata, dei movimenti radicali rispetto alle forze politiche riformiste e liberal-conservatrici al governo.
Adesso il vero quesito, soprattutto in Francia e Grecia, è come riuscire conciliare rigore e crescita, due prospettive che mal si conciliano insieme,  all’interno di  politiche economiche “della lesina”.  Come aumentare la spesa pubblica,  diminuendo le tasse?  Come far crescere la domanda a fronte di un tasso di disoccupazione in ascesa?  E soprattutto come difendersi dalle correnti speculative sui debiti sovrani, senza affossare un’importante fonte di finanziamento della spesa pubblica?  E infine, come evitare che il sistema bancario continui a perdere colpi, senza però favorire ondate speculative, favorite dalle stesse banche rifinanziate?
Come si vede sono problemi di non poco conto. E che possono essere risolti  ( o più  semplicemente avviati a soluzione) solo in chiave europea, dove però  il peso di un Germania, tesa a non  farsi carico del debito pubblico degli altri paesi europei, resta determinante, Come è rilevante il ruolo della Bce,  così  legato al rispetto di rigide politiche di   bilancio.
In questo senso, gli appelli pur interessanti alla crescita, del neo-eletto Hollande,  rischiano di restare tali, e per due ragioni: a)  difficoltà  oggettive di far collimare rigore e crescita b) pre-potere, come dire, soggettivo della  Germania e della Bce.
Quali sono i rischi? In primo luogo,  il prolungamento della fase di  recessione in atto;  in secondo luogo,  la progressiva  crescita della protesta sociale e politica; in terzo luogo, l’uscita dalla Ue, dei paesi economicamente a rischio; in quarto luogo, la nascita di un’Europa, a due o tre velocità e quindi priva di un qualsiasi profilo di  “compattezza” geopolitica.  
Ovviamente, parliamo di conseguenze (ammesso che si concretizzino) che  andrebbero a  svilupparsi nel corso dei  prossimi quattro cinque anni.  E non tutte insieme, generando  perciò reazioni e contro-reazioni politiche, e quindi resipiscenze e  aggiustamenti, anche a livello governativo, magari in direzione  di un ritorno, obtorto collo,  a politiche imperniate sulla domanda e non come ora sull’offerta. O  comunque di trovare un punto di equilibrio tra le due politiche. Se ci si  consente la battuta: la Germania e la Bce dovrebbero “hollandesizzarsi”: un solo Holland  non può fare primavera… 
Non esistono, insomma, ricette sicure. Pertanto l’unico consiglio che possiamo dare è quello di guardarsi dai “grandi semplificatori":quelli che dichiarano ai quattro venti di avere ricette sicure in tasca. Di regola, la via più breve è quella preferita dai cretini politici.  
Carlo Gambescia

venerdì 4 maggio 2012

Riflessioni
Suicidi e crisi economica




È ancora presto  per  parlare di una svolta “quantitativa”.  Ma fatto è  che sui giornali appaiono sempre più spesso notizie  di  persone suicidatesi  per ragioni legate alla crisi economica (perdita del lavoro, insolvenza, eccetera).
Da sempre esiste  un legame sociologico, comprovato - basta sfogliare il classico studio di Durkheim (Le suicide, 1897) -   tra suicidio e crisi economica. Non solo: sussiste anche un nesso, anch’esso verificato, tra suicidio e crescita economica. Il che significa che  sulla psiche individuale, e sui conseguenti comportamenti sociali,  influiscono sia le fasi di crisi, sia le fasi di sviluppo. Perché?
La questione rinvia ai rapidi cambiamenti di status ( sia in salita, sia in discesa), o se si preferisce al rischio stesso di velocissimi cambiamenti di status, non “sostenuti” culturalmente e socialmente Un cambiamento (migliorativo o peggiorativo)  che spaventa - ecco la lezione di Durkheim -  quanto più un ordine sociale resta priva di regole e quindi di capacità  coadiuvare  il singolo nella ricerca di un  conferimento di senso alla propria vita, tanto più crescono i suicidi, legati al timore di fare un passo indietro o di farne uno o due  in avanti, temendo di dover prima o poi “retrocedere”.   Perciò non sono le situazioni oggettive  di   crisi e prosperità a favorire il suicidio, ma l’assenza di regole sociale inclusive.  Di qui,  la definizione durkhemiana, di suicidio anomico ( dal greco anómiaa-  priv. + nómos “legge”, assenza di legge).
Concludendo, povertà e ricchezza, di per sé,  non influiscono sul suicidio, se non  in una situazione di anomia. Quanto più una società si compone di individui socialmente responsabili, a qualsiasi livello,  tanto più  allontana da sé il pericolo del suicidio anomico. 
 Carlo Gambescia 

giovedì 3 maggio 2012

La rivista della settimana: “Empresas Políticas”,  año IX, n. 14-15, 1°/2° semestre 2010, pp. 288, euro 25 -  Sociedad  de Estudios Políticos de la Región de Murcia  -  CEU  Ediciones .  

http://dialnet.unirioja.es/servlet/revista?codigo=4293


“Empresas Políticas”, rivista fondata nel 2002, diretta dal professor Jerónimo Molina, docente di Politica Sociale, presso l’Università di Murcia,  è sicuramente  la più importante pubblicazione europea, se non l’unica, dedicata allo studio sistematico e scientifico del realismo politico. Muovendo, ovviamente,  dal pensiero politico spagnolo del secolo XX, senza però trascurare  la «evolución y variantes  del realismo politíco en sus  autores clásicos y contemporáneos». Ricordiamo, tra gli altri,  fascicolo monografici  su  Carl Schmitt (n. 4, 1° sem. 2004), Julien Freund (n. 5, 2°  sem. 2004), Ángel López-Amo  (n. 12, 1° sem. 2009), Gaston Bouthoul (n. 13, sem. 2009),  nonché il “Liber Amicorum” in onore di Günter Maschke, probabilmente il maggiore studioso vivente dell’opera di Carl Schmitt ( n. 10/11, 1° e 2° sem. 2008).
Inoltre “Empresas Políticas”,   in ogni fascicolo, all’interno di un’apposita sezione,   ospita  ricerche, studi e documenti sull’opera di Diego Saavedra Fayardo (1584-1648), politico e diplomatico nato in Algezares (Murcia),   autore della  celebre Idea de un  Príncipe político christiano representada en cien empresas, meglio conosciuta come  Empresas Políticas , cui appunto rende omaggio il titolo della rivista.  Si tratta di un’opera ricca di simbolismi,  composta  di una serie di “imprese” (disegni simbolici con motto, ad esempio gli scudi araldici), ognuna illustrata  con un lungo e denso  commento rivolto a tracciare  il ritratto del principe ideale cristiano.  Saavedra, mettendo  a frutto, quale studioso, la sua profonda conoscenza della politica “pratica” o “reale” maturata  in un’azione diplomatica, da lui svolta durante la Guerra dei Trent’anni, si interroga, coniugando, per dirla con Weber, etica dei principi ed etica della responsabilità. Missione difficile, per alcuni impossibile,  che però resta l’eredità più importante, una vera via maestra, segnata dalla “prudenza” politica,  cui  continua a ispirarsi  la rivista diretta dal professor Molina.
Ma veniamo all’ultimo fascicolo, (n. 14-15,  1°/2° semestre 2010 año IX, pp. 288),  che  si distingue, eccellendo come sempre,  per  due ragioni.
In primo luogo - ne avremmo però  fatto a meno… -  per  i tre articoli  In memoriam di Piet Tommissen (1925-2011)  che  aprono il  fascicolo, scritti rispettivamente da Günter  Maschke (Piet Tommissen, el maestro de la nota a pie de página, pp. 19-21); Hans Verboven (Scribens Mortuus es, pp. 23-24); Robert Steuckers (Piet Tommissen, el custodio de las fuentes (pp. 25-34).  Parliamo di un finissimo studioso, non solo di Schmitt, cui era amico, al quale - auspichiamo - sia presto dedicata una monografia,  capace di  metterne in luce le doti di erudito e di   attento e curioso  testimone, e non solo delle avanguardie politiche,  di un secolo di ferro  come il Novecento.
In secondo luogo, giudichiamo imperdibile la parte monografica de fascicolo  dedicata alla recezione del pensiero di Carl Schmitt in Spagna. Un vero e proprio focus, di elevato valore scientifico,  che va ben oltre,  il pur interessante quadro tracciato dei rapporti tra  il “Viejo de Plettenberg” e la cultura  politologica e giuridica spagnola,  segnata  dall’autoctona  tradizione del “derecho politico”, e quindi da un approccio non “neutrale” o formale, al dritto costituzionale, ma anche dalle più diverse correnti del  cattolicesimo e dell’antiliberalismo, nelle sue più diverse sfumature, anche di derivazione falangista.
Si vedano,  ad esempio gli articoli “a tutto campo” scritti  da Alejandro Martinez Carrasco (Eugenio d’Ors y Carl Schmitt, pp. 37-51); Montserrat Herrero (Legalidad y  Legitimidad. Un punto de discusión entre Álvaro d’Ors  y Carl  Schmitt, pp. 53-68); Ana Valero  (La critica de Javier Conde al criterio de lo politico de Carl Schmitt, pp. 95-108).  Dove sono messe il luce, le diverse  implicazioni (religiose, teologiche, politiche, sociologiche)  del pensiero schmittiano, non sempre condivise dagli interpreti spagnoli, pronti però ad accettarne, almeno come punto di partenza, la realistica visione di un diritto come ordine concreto.  Di Eugenio d’Ors va ricordato che fu  « el primer gran receptor e interlocutor de Schmitt en España (…) precisamente en los años que marcan el inicio de la mencionada presencia en la década de los años 30».
Tra i saggi sempre di argomento schmittiano ma strettamente rivolti alla recezione del suo pensiero in Spagna,  ricordiamo, tra gli altri (tutti molto buoni),  quelli di Jerónimo Molina (Tres cartas de Pedro Salinas a Carl Schmitt - 1934 - : noticias de la recepción schmittiana bajo la II República española, pp. 127-135);  di  Estanislao Cantero (Sobre la influencia de Schmitt en la revista Acción Española, pp. 137-141); José Ramón  Garcia Diaz (Impresiones sobre Carl Schmitt de un periodista de El Sol -1933-1936 -, pp. 159-161). 
Chiudono l’interessante fascicolo le notevole sezioni:“ Saavedriana” (pp. 181-197), con l’aggiornamento su  “una década de estudios saavedrianos. Bibliografia 2000-2011 pp. 199-197); “Hispanoamericana” (pp. 213-219), “Biblioteca politica, jurídica y económica” e “Diez Libros”, tre rubriche  dedicate interamente a Carl Schmitt.    Insomma,  il classico  dulcis in fundo… 

Carlo Gambescia                                    

                         

mercoledì 2 maggio 2012

Carlo Pompei ama le parole ma non al punto di diventarne schiavo. Le passioni, se eccessive, sono sempre pericolose...  Va pure detto che  le parole spesso cambiano di significato, seguendo i costrutti delle diverse lingue. Le passioni, no.  Ma questa è un'altra storia. Buona lettura. (C.G.)



Lingue e parole a confronto
Un pretesto per parlare d’altro
di Carlo Pompei






Gli inglesi detestano gli americani, considerano l’America una sorta di gigantesca colonia penale nella quale sono confluiti tutti i reietti e i fuorilegge del Vecchio continente e, in parte, hanno ragione. La questione è aperta da tempo: due aneddoti sul caso riguardano Winston Churchill che disse: “sono sicuro che gli americani faranno la cosa giusta, ma soltanto dopo aver provato tutte le altre” e “nonsodiprecisochi” che disse: “gli americani stanno studiando - con esborso di milioni di dollari - una penna a sfera che possa scrivere in assenza di gravità, mentre i russi, fuori orbita terrestre, già usano una… matita”. Notizia peraltro smentita:http://www.attivissimo.net/antibufala/biro_spaziale/biro_spaziale.htm  .
Tuttavia, una cosa in comune (più o meno) americani e inglesi la hanno: la lingua. No, non quella nella bocca, ma quella parlata e scritta. Quindi, per ovviare ad ulteriori equivoci, parleremo di “linguaggio”, “fonema”, “lemma”, “idioma”, da non confondere con “idiota” che spesso muove la lingua senza pensare, ma questo è un problema che affronteremo un’altra volta. La lingua “inglese” - dicevamo - si contraddistingue per una caratteristica che ne ha decretato il successo anche nei testi musicali: le parole generalmente sono brevi (avete mai sentito una bella canzone tedesca?). Fatte salve “Lili Marlene” (Lale Andersen e Marlene Dietrich), in parte “Alexanderplatz” (Milva), “Der Kommissar” (Falco) o “99 luftballons” (Nena) non viene in mente altro; e alcune definirle belle… Poi, se aggiungiamo che l’unione di parole può significare cose che, in italiano, occorrerebbe un opuscolo per spiegarle: “off-limits” diventa “limite invalicabile-sorveglianza armata-zona militare”. Ma almeno in quattro casi gli anglo-americani – forse - si complicano la vita, quando devo dire “perché”, quando devono dire “strada”, quando devono dire “tempo” e quando devono dire “casa”.
Nel primo caso hanno a disposizione due parole: “why” per l’interrogativo e “because” (by-cause, par-cause in francese) per l’esplicativo equivalenti ai nostri “per-ché?” e “peer-chèèèèèèè”. Questo significa che hanno bisogno di chiedere o esplicare, appunto, un concetto tramite il mezzo (la lingua) e non con la sola intonazione. Paradossale, per un linguaggio - come detto - filo-musicale.
Nel secondo caso usano “way”, “street” o “avenue”, dove la prima può indicare un luogo o, più precisamente, un senso di marcia (one-way); oppure un’utopia (un non luogo figurato) che è sinonimo di modalità, “best way”, giusta direzione o fa’ la cosa giusta: Spike Lee, “Do the right thing”, 1989, o di nuovo Churchill e la penna e la matita con il concetto di “pensiero laterale” che ci aiuta a risolvere questioni apparentemente insolvibili.
Contrariamente “street” indica in assoluto un luogo fisico, a meno che non stiate parlando in dialetto abruzzese e qui il termine significa “stretto”, “angusto” o altro: “tene lu culo strit” significa “ha paura di farsela addosso” o, più semplicemente, “ha paura”. Vedi anche “Rome, Ten Lucullo street”, che, invece, significa “Via Lucullo 10, Roma”.  “Avenue”, invece, è di origine francese e significa viale. A New York rappresenta una strada che interseca le “streets”. Il reticolato risultante ricorda i “cardi” (cardini) e i “decumani” dell’antica Roma. Nel quartiere o Rione Prati (prima “Prata Neronis”, nel Medioevo “Prata Sancti Petri”, poi “Prati di Castello”) ancora oggi è ben visibile tale sub-suddivisione centuriale.
Nel terzo caso abbiamo “time” per il tempo cronologico e “weather” per il tempo meteorologico. In italiano, la contestualizzazione è importantissima: “non ho tempo oggi” oppure “che tempo farà domani?”.Anche la traduzione letterale, però, è problematica: “good times” non significa “tempo buono”, ma “bei momenti”. Il metereopatico (dal greco “metereon”: cosa che avviene in alto, e “pathos”: passione, malattia, sofferenza), infatti, sa che il suo umore va a “tempo”, ma non per questo sa necessariamente suonare uno strumento musicale.
“Temporale” ha significato bivalente: rovescio breve di pioggia, come sostantivo; limitato nel “tempo”, come aggettivo. “Tempesta”, ne ha uno solo, come “tempestivo” (rapido, immediato), anche se sembra la crasi anomale di “temporale” estivo (rovescio a scroscio violento di pioggia dalla durata “temporale” limitata nella stagione calda). “Tempestato” vuol dire “ricco di…”, ma stiamo andando fuori tema. Discorso a parte merita “Rhythm” (ritmo) usato per il “tempo” musicale.
Quarto caso: casa. Viene utilizzato il termine “House” per intendere un edificio (building) o per intendere figurativamente un’industria (software-house) o una pubblicazione che la riguardi (house-organ). “Home”, invece rappresenta il focolare (Fuffy come back home) o il luogo di provenienza con relativi inviti a tornarvi (yankee go home). Come vedete la differenza tra cani e ameri-cani è sottile…
Tutto questo soltanto per dirvi che, se avete letto tutto ciò (e l’avete letto se siete arrivati fin qui), non vi siete accorti di aver perso “tempo”, ma rassegnatevi: ormai è tardi… e non chiedetevi “perché”… non esiste una “via” breve, ma soltanto “strade” lunghe e “street-te” per comprarvi una “casa”. Per poi pagare l’IMU al posto della banca che la possiede realmente fintanto non avrete pagato l’ultima rata del mutuo.


Carlo Pompei

Carlo Pompei, classe 1966, “Romano de Roma”. Appena nato, non sapendo ancora né leggere, né scrivere, cominciò improvvisamente a disegnare. Oggi, si divide tra grafica, impaginazione, scrittura, illustrazione, informatica, insegnamento ed… ebanisteria “entry level”.