martedì 3 aprile 2012

«Socialismo comunitario». 
Caro Binaghi, 
l’onere della prova spetta a te…



Ammiriamo veramente la grande attenzione, quasi una dedizione, dell' amico Valter Binaghi (nella foto), scrittore e insegnante, verso lo studio dei “massimi sistemi”. E in particolare colpisce la sua sincera volontà di proporre vie d’uscita, confrontandosi con tutti e proponendo spunti sempre interessanti.
Ieri l'altro, partendo da un articolo di Gallino sulla crisi, Binaghi ha introdotto alcuni concetti che meritano di essere discussi, anche se solo per accenni. Ma, per correttezza, lasciamo a lui la parola :
..


«Quel che immagino io è la costruzione condivisa di un’idea di comunità, di giustizia e di sobrietà che le epoche passate non potevano nemmeno rappresentarsi ma che per noi sarebbe tutt’altro che un regresso: una sintesi vitale.In definitiva, quel che sostengo è che autonomia e controllo (anche dei bisogni) sono la strada per la libertà. Ezra Pound diceva che una nazione senza debiti fa rabbia agli usurai. Aggiungo che una sobrietà consapevole fa rabbia agli spacciatori di sogni. E con questo mando a fare in culo politica e pseudocultura degli ultimi quarant’anni, non per tornare agli anni cinquanta ma per togliermi di dosso le sanguisughe che mi uccidono». ( https://valterbinaghi.wordpress.com/tag/socialismo/ )

.)9).



Binaghi parla di «costruzione condivisa di un’idea di comunità, di giustizia e di sobrietà» (primo concetto, ovviamente da scomporre); di «autonomia e controllo (anche dei bisogni)» (secondo concetto), riconducendo la sua proposta nell’alveo ideologico del «socialismo comunitario» ( terzo concetto).

Alcune domande: cosa si intende per «costruzione condivisa»? Un progetto da decidere all’unanimità? A maggioranza assoluta? Qualificata? Semplice? Relativa? E attraverso quali future istituzioni politiche? E quale sarà la sorte delle minoranze dissenzienti, visto che in “natura” sociale e politica esistono tante idee di comunità, giustizia, sobrietà, quanti sono gli uomini. E quale potrà essere il ponte istituzionale tra «costruzione condivisa» e «autonomia e controllo (anche dei bisogni)»? Il «socialismo comunitario»? E, ripetiamo, quale sarà la sorte del non conformista ? Lo si costringerà ad essere libero rieducandolo ? E come? Obbligandolo a frequentare scuole di «socialismo comunitario»? E coloro che rifiuteranno di andare a scuola? Che sorte avranno? Campi rieducativi?
Probabilmente i nostri dubbi nascono da un’antropologia imperfettista e dalla conoscenza - ci si perdoni l’immodestia – delle leggi o costanti del politico. Parliamo di "conoscenza riflessa", frutto dell'intenso studio dei classici del realismo politologico. Il che non implica la negazione del progresso (o del regresso...) nelle vicende umane, ma soltanto la necessità ( in certa misura etica, soprattutto nell'intellettuale di professione, per dirla con Weber), di non eccitare ex cathedra gli animi, scongiurando salti nel buio. Naturalmente, si tratta di una posizione antropologica e cognitiva, totalmente diversa - crediamo - da quella che anima Binaghi. Ovviamente, potremmo essere in errore: nessuno è perfetto. E conosciamo benissimo il rischio che corre ogni realismo: quello di essere usato e trasformato - certo, da altri, più in alto di noi - in egoistica difesa dello status quo. Però, ecco il punto, sul piano dell'analisi teorica l’onere della prova contraria, cioè di provare sulla base di dati storici e politologici l’erroneità del nostro approccio, attento in primis alle modalità isituzionali della trasformazione e alla difesa delle minoranze dissenzienti, spetta a chiunque auspichi il mutamento. O, se ci si perdona la "battutina", il vero e proprio ritorno al bosco. Proprio come sembra suggerire amico Valter Binaghi...


Carlo Gambescia

lunedì 2 aprile 2012

La scomparsa di Chinaglia

Onore a Long John!





È morto Giorgio Chinaglia. Chi scrive vede sparire di colpo un bel pezzo dei propri sedici anni. E quindi nel giudizio, tanto sereno non potrà essere. Ma lo si può verso qualcuno che ti è caro come uno zio? Uno zio pecora nera s’intende, bandito dalla famiglia, ma venerato a vita dai nipoti, certo, oggi cresciutelli...
Era un’altra Lazio, erano altri tempi. E la politica non si faceva dentro gli stadi, da frustrati. Anzi la domenica (perché si giocava solo la domenica), si sospendeva il giudizio politico, e via tutti allo stadio a vedere la Lazio di Chinaglia e Maestrelli: comunisti, fascisti, democristiani, bambini, fidanzati, soldati, cameriere, pensionati: nienti spari, niente “scontri”, ma solo "sconti" alle famiglie numerose, voluti dal presidente Lenzini, detto Papa Giovanni. E poi quali scontri? I tifosi avversari arrivavano a Roma, come in gita, per andare a San Pietro e far girare fiaschi di vino tra i vicini di gradinata, laziali inclusi. Che accettavano volentieri. Uscivano tutti ciucchi e manzi manzi… a prescindere dal risultato.
E Chinaglia in mezzo al campo, come un armadio con quattro rotelle: sgraziato, gigantesco per quei tempi (altezza media degli italiani uno e sessantacinque centimetri…), con la testa incassata dentro le spalle. Long John, per l'appunto. Ma quando l'armadio partiva in progressione non lo prendeva più nessuno. E poi che fucilata…Una volta, durante gli allenamenti, ruppe una traversa. Dal botto, se ne accorsero pure le mignotte che sgambettavano giorno e notte, vestitissime a quei tempi, per viale di Tor di Quinto, una specie di composto casino a cielo aperto: automobili, motorini, studenti, venditori di panini e castigate ziette del sesso a pagamento che ci tenevano alla morale, soprattutto per gli studenti... E alle quali, i giocatori della Lazio, nel cuore della notte, Chinaglia in testa, distribuivano lo stesso Cordiale dei militari in bustine plasticate… Era una Lazio-Spaghetti, proprio come il pittoresco western all’italiana, allora in voga. E Chinaglia impersonava Sartana : pugni, pistolettate, cazzotti, pokerini. Vamos a matar, compañeros! Eppure vinse lo scudetto più bello del mondo… Grazie soprattutto al Maestro-Maestrelli, modesto, serio, generoso: uno che sembrava uscito da un film neorealista in bianco e nero... E non dal solito cinepanettone... “Ma da quando ci sei tu, tutto questo non c’è più… Lazio-Azzurra-Lazio-Chiara”, intonavano i tifosi celebrando l'armadio di cui sopra. Che tempi! E Chinaglia si esaltava… Poi andò in America, tornò in Italia, ritornò negli Usa… Sartana scappava inseguito da sceriffi, pistoleros e giudici dai sette capestri. E così, alla fine, il vecchio cuore laziale si è rotto le palle e ha detto basta.
Onore a Long John!



Carlo Gambescia


venerdì 30 marzo 2012


Piazza Fontana 
No immaginario?  No party?




Leggevamo del film in uscita di Marco Tullio Giordana sulla strage di piazza Fontana. Mah… Non entriamo nel merito dei contenuti prima di vederlo. Ma di una cosa siamo più che certi: esiste un immaginario dominante (o comunque chiassoso e invadente), piuttosto "sbilanciato" a sinistra, cui crediamo Giordana non sia estraneo, che fornisce un' interpretazione complottista e “unitaria” (Dc, servizi segreti deviati, Cia, manovalanza mafiosa e neofascista) della storia d’Italia, da Portella della Ginestra a Berlusconi, passando per piazza Fontana… Anche qui però non entriamo nel merito. Dal momento che sarebbe inutile discutere di “opinioni su”. Perché di questo si tratta… A cui si potrebbe rispondere con altre “opinioni su” di segno contrario.
In realtà, politicamente parlando, la scoperta della verità - ammesso che ci sia "una" verità - sulla storia d’Italia degli ultimi sessant’anni sembra non avere importanza per nessuno. Ci spieghiamo meglio. Se è vero (sempre secondo una certa “opinione su”, molto accreditata a sinistra), che la destra (vera e post-democristiana) non ha tuttora alcun interesse a scoprire antichi altarini, non si capisce perché la sinistra, una volta al governo negli anni Novanta e Duemila, non abbia aperto gli archivi del Ministero dell' Interno e messo a disposizione degli italiani quella verità, tanto invocata.
Tre, le possibili spiegazioni.
La prima. La politica - tutta - ha bisogno di miti, simboli, rappresentazioni collettive. Guai a “demistificare”, perché andrebbe perduto il fascino "mobilitante", come si leggeva un tempo, "delle forze della reazione in agguato". Per cavarsela con una battuta: No complotto? No party?.
La seconda. La politica - tutta - ha necessità del segreto (come insegna l'antica lezione della Ragion di Stato). Attraverso di esso, soprattutto quando si è al governo, si controlla l’avversario (ricattando, minacciando, ecc). Come dire: No segreto? No party?.
La terza, addirittura banale, è che non c’è nessun "filo" segreto da scoprire. Di qui però, la necessità politica, anche per le spiegazioni uno e due, di giocare sull’equivoco, lasciando che i “letterati” (scrittori, registi, artisti, ecc,) continuino a divertirsi, vendendo quell’immaginario di cui sopra. Sempre meglio che lavorare. Anche qui: No immaginario?  No party?.
Ai lettori l’ardua scelta.

Carlo Gambescia

giovedì 29 marzo 2012

Il libro della settimana: Alessandro Orsini, Gramsci e Turati. Le due sinistre, Rubbettino 2012, pp. 148, Euro 12.00. 

www.rubbettino.it

..


A chiunque sia rimasto sorpreso dalla foto che ritrae Oliviero Diliberto, leader dei Comunisti italiani, sorridere beato, accanto a una manifestante che indossa la maglietta con la scritta “La Fornero al cimitero”, consigliamo la lettura di quest’ultima fatica di Alessandro Orsini, Gramsci e Turati. Le due sinistre (Rubbettino). Perché si tratta di un libro importante su un tema, di regola, rimosso dalla sinistra, e non solo radicale: quello del riformismo. Che c’entra il riformismo con una maglietta?. C’entra, c’entra… Perché, ad esempio, Gramsci, sul quale si fa tuttora molta confusione definendolo un riformista, se oggi fosse ancora tra noi, plaudirebbe alla maglietta contro la Fornero...
Qual è la tesi del libro? Scrive Alessandro Orsini, professore di sociologia politica e dell’educazione: « Attraverso l’analisi comparata della cultura politica di riformisti e dei rivoluzionari fino all’avvento del fascismo (1898-1921) sostengo che Turati è stato il protagonista di una tenacissima battaglia culturale consapevolmente intesa a portare un argine pedagogico all’ascesa dei totalitarismi di destra e sinistra. L’azione educativa di Turati mirò conciliare la cultura socialista con quella liberale nel tentativo di educare le masse al rispetto del gioco democratico. Sotto il profilo pedagogico, Turati è stato il difensore dei principi che sono oggi a fondamento della cultura politica dei socialisti liberali. Il più importante dei quali è ciò che propongo di chiamare “diritto all’eresia” » ( p. 10). Per contro, l’azione educativa di Gramsci, prosegue Orsini, si poneva agli antipodi di quella turatiana: secondo il pensatore sardo « la libertà poteva essere raggiunta soltanto attraverso la disciplina e la sottomissione al Partito. I giovani ribelli a tale disciplina erano “esseri inutili e dannosi” (…). A suo dire un buon socialista doveva rimanere il più lontano possibile da coloro che erano estranei al Partito (…). Coloro che militavano nel fronte avversario erano corrotti nello spirito. Erano tutti venduti e al servizio del padrone. Il vero socialista è un uomo che legge soltanto la stampa di partito. Egli non deve sfogliare né parlare di libri o di riviste che esprimono un punto di vista diverso da quello del Partito. [Mentre] Turati affermava che il Partito socialista aveva il dovere di educare al rispetto degli avversari politici e alla libertà di critica. Gramsci educava a rifiutare ogni confronto con le idee degli avversari» (p. 70). In sintesi: « Turati e Gramsci sono stati i rappresentati di due sinistre in irriducibile contrasto culturale. I loro valori furono inconciliabili. Turati condannava la violenza, l’intolleranza, l’insulto degli avversari l’ortodossia, la sottomissione al partito. Gramsci esaltava la dittatura, l’intolleranza, il disprezzo del nemico, la violenza, la parolaccia, la soppressione del dissenso e della libertà di critica» (p. 101).
Quindi altro che riformismo... Gramsci fu un leninista puro, come del resto Orsini documenta egregiamente. Insomma, esiste un filo rosso che va dal gramsciano «il nemico è un porco» al Diliberto che sorride accanto a chi invoca la morte dell’avversario politico. Salvo poi scusarsi in modo infantile…
Però, se oggi Diliberto sta a Gramsci, chi sta a Turati? E qui, purtroppo, se pensiamo al fenomeno dell’antiberlusconismo viscerale che ha animato l’intera sinistra nel demonizzare il Cavaliere, resta molto difficile fare nomi. Probabilmente si dovrebbe risalire a Craxi, che, pur sganciatosi meritoriamente dal berlinguerismo (forma senile del comunismo italiano), commise errori di altro genere, che con l’aiutino dei giudici portarono alla dissoluzione di un Psi, ormai su posizioni pienamente riformiste.
E qui, dobbiamo però muovere un rilievo, pur prendendo atto del notevole lavoro di scavo e concettualizzazione di Orsini. Il quale utilizza, e con grande eleganza applicativa, le teorie culturaliste di Geertz e Alexander, basate sul potere autonomo della cultura e delle norme di controllo sociale. Proprio per spiegare, e molto bene, come la cultura politica possa, interagendo con le scelte individuali, riequilibrare le dissonanze cognitive tra norme e fatti, o se si preferisce, semplificando, tra tra il dire e il fare. E come? Talvolta favorendo l’integrazione dell’avversario, talaltra la sua eliminazione, persino fisica. Insomma, Orsini è abilissimo nel indagare il peso di una pedagogia politica, capace di influire sulla formazione del singolo individuo, seguendo differenti direttrici: quella di Turati (riformismo) e quella di Gramsci (rivoluzione). Lavoro eccellente.
Nonostante ciò, Orsini sembra non scorgere la debolezza di fondo del riformismo turatiano, estesasi in seguito alle forze potenzialmente riformiste, in particolare le socialiste, soprattutto fra il secondo dopoguerra e l’avvento di Craxi. Ci spieghiamo meglio: è vero che Turati resta l’artefice di una salutare pedagogia riformista. Ma attenzione: il suo riformismo - apprezzabilissimo, per carità - era pur sempre da lui considerato un mezzo non un fine. Una modalità, se si vuole, per giungere, comunque, alla società socialista. In questo senso le istituzioni della democrazia liberale e rappresentativa, pur se giustificate sotto l’aspetto della contingente attività parlamentare, venivano giudicate, come superabili nella futura società socialista, certo, da costruire per gradi, attraverso le riforme e il rispetto dell’avversario.
Insomma, la debolezza costitutiva del riformismo turatiano è nella mancata accettazione della democrazia parlamentare e della società capitalista come fini e non come mezzi. Una mancata accettazione che caratterizzerà, in modo più o meno spiccato, il partito socialista fino all’arrivo di Craxi. Probabilmente, pur integrando Turati, il raffronto interno con Gramsci, andava perciò allargato al riformismo "finalistico" di matrice bernsteiniana, personificato in Italia, per fare due nomi illustri, da Bonomi e Bissolati. Per inciso: Die Voraussetzungen des Sozialismus und die Aufgaben der Sozialdemokratie di Eduard Bernstein, bibbia del socialismo riformista, uscita nel 1899 verrà tradotto in Italia nel 1945, e in edizione integrale solo nel 1968… Un ritardo, che da solo, meriterebbe uno studio approfondito…
Comunque sia, Bonomi e Bissolati, riuscirono, e con largo anticipo, a superare ciò che lo storico Massimo Salvadori ha definito “sindrome dissociativa” di una sinistra dominata da un antiriformismo mai diventato azione rivoluzionaria. E in che modo? Accordando il proprio consenso riformista allo stato liberaldemocratico e al capitalismo, puntando sul miglioramento progressivo delle condizioni di vita della classe lavoratrice. Certo, furono purtroppo generali senza esercito... E sulla ragione della maggiore "appetibilità" politica e sociale delle proposte massimaliste e, diciamo così, rivoluzionariste rispetto a quelle riformiste, va presa in considerazione un'altra questione, sempre di tipo pedagogico, ma più ampia. Probabilmente, alle origini dell'opzione antiriformista, rimane una particolarità italiana, che non riguarda solo la sinistra, e che risale alla fine dell’Ottocento: quella dell’antiparlamentarismo. Parliamo di una scelta fondata sull’ idea di una mitica democrazia senza parlamento e partiti. Detto altrimenti: di una democrazia organica o proletaria, tristemente capace di mettere a frutto l’odio verso le istituzioni politiche “borghesi”, come poi predicarono i teorici dello stato corporativo e della democrazia progressiva o proletaria. E come oggi continuano a sostenere gli apostoli dell’antipolitica e i grigi adepti del potere tecnocratico, ovviamente in compagnia dei pallidi adoratori della mano invisibile, per i quali, in ultima istanza, sono i mercati a votare e non i parlamenti.
Ecco, il problema italiano non sembra essere mutato: quello di una maturità liberale, tuttora latitante, come capacità di un’intera classe dirigente, sia a destra che a sinistra, di accettare istituzioni liberali per eccellenza, dal parlamento ai partiti. Insomma, di dare una risposta chiara all’antico quesito pre-liberale del ballots or bullets? Schede elettorali o pallottole? La risposta sembra facile: ballots, schede. Eppure…
Comunque sia, libri come Gramsci e Turati non possono non contribuire, e grandemente, alla qualità del dibattito. E soprattutto all’auspicabile sviluppo di una sincera pedagogia liberale delle istituzioni politiche.


Carlo Gambescia

mercoledì 28 marzo 2012


E tu di che di destra sei?


Tira una brutta aria per la destra. Ma prima una domanda: quante "destre-non-destre" esistono in Italia? Molte, troppe.

Innanzitutto c’è il Pdl, che però si autodefinisce forza di centrodestra, senza trattino. Ovviamente, si tratta di una posizione sbandierata in particolare dalla sua componente cattolica, criptodemocristiana e/o ciellina, rigorosamente di centro. Per contro, il posizionamento a destra è rivendicato dagli aennini rimasti con quello che fu il partito di Berlusconi. Un leader, oggi abbastanza ex, che si dichiarava moderato a tutto tondo , e quindi uomo di centro. Come del resto i finiani, ora alleati, per l'appunto, con Casini (l’uomo che più centro di così non si può...). E i socialisti del Pdl? Sicuramente non sono mai stati di destra, se non nell’antico e insultante senso di “social-traditori", ossia di transfughi della sinistra.
A destra del Pdl restano la Lega e i gruppetti dell’ultradestra, questi ultimi con spiccate simpatie fasciste, quindi a rigore né di destra né di sinistra. Stesso discorso per la Lega, il cui localismo, non è di destra né di sinistra. Un parametro, quello del né destra né sinistra, che può essere esteso anche al partito di Antonio Di Pietro e di riflesso ai gruppi che si riconoscono nella critica, spesso qualunquistica, alla democrazia rappresentativa.
Come risulta evidente, a parte qualche nome di politico che spesso rappresenta solo se stesso, manca tuttora una forza liberale e conservatrice (in senso illuminato si intende). L’intero perimetro della destra sembra colonizzato da forze che, a grandi linee, ondeggiano tra il moderatismo spicciolo, un destrismo post-fascista e purtroppo post-liberale, il centrismo cattolico (senza De Gasperi...), il neofascismo condito in varie salse.
Non che la sinistra stia meglio, ma il quadro della destra politica è veramente penoso. Invece di ricomporsi la destra si è completamente spappolata. Si dirà: la colpa è del ex monarca Berlusconi. Per certi versi di sicuro. Per altri no. È mancato alle varie anime della destra quel surplus sovrastrutturale, spesso alla base delle grandi "invenzioni" storiche, che rinvia sempre alla capacità politica di cogliere l’occasione, nel caso offerta dalla discesa in campo del Cavaliere nel 1994. Ma in cosa poteva, anzi doveva consistere il surplus di creatività storica? Nell' andare oltre gli antichi separatismi e oltre lo stesso Berlusconi, ma da destra e in chiave liberaldemocratica. Un pensare in grande e soprattutto al bene dell'Italia.
Evidentemente, anche la storia politica ha sempre un peso e finisce sempre per vendicarsi: in Italia la destra, anche prima dell’Unità (in Piemonte), ha sempre guardato al centro politico. Ora, il Cavaliere, come era prevedibile (anche per i suoi enormi errori), è rimasto a piedi. E così la destra, priva di un padre anche se putativo e mal-destro, rischia di sparire definitivamente. Per dirla con il grande Puccini, l' "ora è fuggita" e la destra rischia di "morire disperata" e ... democristiana.


Carlo Gambescia

martedì 27 marzo 2012


Sul “Barbarossa” di Renzo Martinelli





Due parole sul “ Barbarossa” di Renzo Martinelli. Dunque, abbiamo visto domenica e lunedì l’edizione televisiva del film, probabilmente più lunga di quella cinematografica. Che dire? Il film è indubbiamente spettacolare, senza però raggiungere livelli americani. Ma al tempo stesso risulta rozzo - proprio come un action film statunitense - nell'opera di tratteggio delle psicologie dei protagonisti. Inoltre, non si contano gli anacronismi, a cominciare dall’aver retrodato la caccia alle streghe di almeno due secoli e mezzo. Martinelli è un regista dalla mano decisamente pesante. I suoi film, anche se meritori come “Porzûs”, sono sceneggiati e girati a colpi di ascia. Quanto alla “tesi leghista” tutta giocata dall’inizio alla fine sul riscatto, politicamente post-moderno, delle libertà lombarde, c’è poco da aggiungere… In effetti, Milano correva per sé: i sogni risorgimentali erano lontani "secoli-luce". Se non che (forse per accontentare il neo-paganesimo rusticano dello sponsor Bossi?), si finisce per perdere di vista il profondo legame tra chiesa locale, in primis il basso clero, e rivoltosi. Un aspetto quest’ultimo, che è possibile ritrovare, e capire in tutte le sue conseguenze (soprattutto in chiave di intensa religiosità popolare), nella sempre intrigante Storia della Lega Lombarda, uscita nell'anno di grazia 1848 e scritta da Luigi Tosti. Un monaco di Montecassino, cattolico-liberale, che pur sopravvalutando la natura pre-unitaria (ben sette secoli prima!) di quei moti, ne evidenzia assai bene i risvolti religiosi, del resto tipici della società di quel tempo. Come testimonia e simbolizza, per l'appunto, la religiosissima presenza del Carroccio durante la battaglia, con tanto di altare e sacerdote celebrante una messa in onore del Dio degli Eserciti. Presenza cui sono dedicati nel film pochi fotogrammi e dall’alto… Riassumendo: un film dai caratteri psicologicamente rozzi, non privo di spettacolarità, certamente a tesi, che tuttavia non coglie quel nesso tra fede cristiana e libertà comunali, quindi libertà collettive, mai individuali o “dalla nascita”, come invece rivendica davanti ai suoi accoliti, con anacronistico piglio giacobino, il reinventato Alberto da Giussano del film.

Carlo Gambescia

lunedì 26 marzo 2012



Hobbes 
Malinconia e politico




Hobbes, con Machiavelli, padre del realismo politico moderno, era di indole ansiosa. Quel che è interessante è che Hobbes, consapevole dei rischi legati al violento erompere delle emozioni e passioni individuali e collettive, a differenza del segretario fiorentino (mosso da un forte sentimento di italianità), usò la sua ansia lucida come leva per sollevare-edificare una teoria generale della politica. Infatti, riflettendo, il nesso protezione-obbedienza posto alla base dell’obbligazione politica hobbesiana, può essere interpretato come una forma di autodisciplina. Per un verso rivolta a temperare l’ ansietà del suddito (affamato di protezione), e per l'altro dello studioso (affamato di certezze metapolitiche). Ma è soprattutto il pensatore politico che qui interessa. Perché Hobbes grazie alla sua ricerca consegue la consapevolezza di aver finalmente individuato una costante metapolitica ( comando-obbedienza), ovunque rilevabile storicamente, e perciò fonte - ecco il punto fondamentale - di certezza conoscitiva sul terreno della scienza politica. Tuttavia, l’ essere certi - scientificamente, diremmo oggi - di una "legge politica”, determina un importante effetto di ricaduta psicologica che si ripercuoterà sullo stesso Hobbes e sul cammino dell’intera tradizione del realismo politico moderno. Ci spieghiamo meglio.
L’esistenza - verificabile - di costanti e regolarità metapolitiche, difficilmente lascia scampo a ottimistici perfettismi di qualsiasi colore ideologico. Anche perché le ideologie, o forme di legittimazione, una volta studiate da vicino, non possono non mostrarsi come pure e semplici razionalizzazioni, usate dalle diverse parti in conflitto per giustificare, condannare, e poi di nuovo giustificare, condannare, e così via all’infinito.
La malinconia politica è perciò inseparabile da un altro sentimento: quel "sentire" che tutto si ripete e tutto torna. E che quindi al ciclico ripetersi delle cose nulla sfugge. E ciò rimane l'unica certezza o forma di perfezione, in un mondo altrimenti imperfetto e pertanto sorgente di ansia. Certezza che però finisce per tramutarsi in malinconia. Semplificando, forse troppo: Hobbes per combattere lucidamente l’ansia fonda la scienza politica moderna, per poi cadere in una malinconia, condivisa anche da altri studiosi venuti dopo. In questo senso, cosa di cui lo stesso filosofo inglese si mostrava seriamente convinto, nel realismo metapolitico, paradossalmente, la malinconia finiva e finisce per essere l'unica allegrezza.


Carlo Gambescia