mercoledì 7 marzo 2012

Canto di una barbona napoletana
Parte seconda
di Roberto Buffagni





Dalla Germania i primi pensionati
Giunsero a Napoli quel luglio stesso.
Gufoni tutti bianchi e spettinati,
col panzone da birra e da patate,
o secchi come spruoccoli,
con gli occhietti bluette spiritati…
E rotolavano giù dalle corriere
n’miezzo a ‘o sole ‘e Napule, al bailamme
del comitato d’accoglienza e della banda…

Musica, maestro! Tarantella!
Jamme, jamme, jamme jamme jà!
C’ a’ bacchetta don Vicienzo dava il via
Ai suoi ventitre professoroni
Jamme, jamme, jamme jamme jà!
“Nonno Fritz! Nonna Inge! Song’accà!”
Strepitavamo noi. “Fatte da’ un bacio, bbello!”
Si spaventavano un poco, poverini
E s’affannavano a sfogliar nei libriccini
Che tutti si tenevano in saccoccia:
“Zcuzi…dove ezzere hotel, zignora, bitte?”
“Macché albergo, nonne’! Ti porto a casa!
Conosci la famiglia, nonno bbello!”


Insalata di rinforzo e capitone
Fritto per antipasto. Poi lasagne
Coi ceci e i peperoni, e parmiggiana
Di melanzane. Pesce spada
Impanato e cotto dint’ a o’ fuorno
Coi peperoni fritti per contorno.
Dolce: pastiera, struffoli, babà;
un po’ di zeppole di San Giuseppe.
Vino Asprino d’o Vesuvio, un gocci’ e’ Fiano,
molto bianco di Gragnano e Falanghina.
Lachryma Christi col dessert, e dulcis
In fundo, caffè nero e bollente
C’ o’ schizzo d’anice a cinquanta gradi.

Il gufone strabuzzava i suoi occhietti,
faceva un po’ di complimenti, barbugliava
“Nein, nein, kvesto ezzere troppo…”
poi mangiava, eccome se mangiava…
Cu la bbona salute, nonno Fritze!
Mangia, gufone mio, che fa salute!

Si prendeva sui ginocchi le criature
Che gli pisciavano sui pantaloni
La cummare gli dava una strillata
Il gatto gli mangiava dentro il piatto
Con una scoppoletta il capo e’ casa
Gli metteva di traverso ‘o cappellino
Da besebòll della Volkswagen- Autowerke…

Rifioriva, il gufone…era contento…
Cantava pure lui “A Marechiaro
Ce sta ‘na fenesta,” nonno Fritze…
Poi si levava in piedi
– sempre che non era in carrozzina –
Prendeva il suo libretto, lo sfogliava
In pressa in pressa, e con la mano
Faceva accussì, come per dire
“Un poco di silenzio, per favore.”

Piagnucolando in tedesco, nonno Fritze,
Emozzionato e rosso come un peperone,
Dava un’ultima occhiata al libriccino…
Noi stavamo un poco c’ o’ penziero:
Mo’ che dice o gufone? Che gli piglia?
E il gufone scandiva, “Meine Herren!
Io… zongo… in…famiglia!”

[MUSICATO]
O’ saccio, ‘o saccio, luna…
Chi va pe’ chisti mare
Chisti pesci a dda piglia’
Accussì va ‘o munno, luna,
accussì, accussì, accussì a dda jì
accussì, accussì, accussì a dda jì …




Eh…si guadambiava bene, coi gufoni…
Mannaggia, là in Germania, che pensioni!
O’ paraviso è che così ce n’era
Per tutti quanti… p’ o’guvierno
De la Repubbreca de Napule,
che s’abbuscava ‘na cifrona al mese
per ogni nonno Fritze che arrivava;
pe’ ‘l governo di Germania, che mandando
I gufoni da noi ci sparagnava
Millantamila  milioni d’assistenza;
Pe’ o’ poppolo di noi napoletani
Che s’abbuscava dai nonni e dal guvierno;
Per i gufoni, che scoprivano le gioie
Della famiglia, di Napoli, del sole.


Più contento di tutti era don Ciro
Che introitava regolare o’ pizzo suio
da la  Repubbreca de Napule e da noi.
Peccato che così ci costringeva
A sfruculiare un poco il portafoglio
Di nonno Fritz e nonna Inge: dei gufoni.
A noi ci dispiaceva, ma del resto
Ciro o’ Cane se non paghi chillo spara.
Ditemi voi, che potevamo fare?
Ci toccava di grattare un po’ di cresta
Che d’altronde non è come rubare.

Poi dai e dai un giorno, un giorno brutto
È finita che un gufone ci ha beccato…
Nonno Alfredo era un gufone un po’ speciale:
Un omettino magro col ciuffetto
Solitario, un po’ triste, un po’ fissato…
Non beveva, non fumava, e col mangiare,
uu, quante storie! Era veggetariano…
“Su con la vita, nonno Alfre’ ”, gli dicevamo…
Lui ti faceva un sorrisetto, e stava muto.
Ciaveva i cani, nonno Alfredo.
Coi cani ci parlava fitto fitto
Ma coi cristiani, Guten Morgen Gute Nacht.
‘Nu malinconico, n’ origginale…
Scriveva sempre dentro a un suo librone…
Pittava un po’ i quadretti all’acquerello….

Un bel giorno nonno Alfredo ti è cambiato
Da così a così, da giorno a notte.
Stava in giro tutto o’juorno a ragionare
Con i compari suoi. Poi rincasava
E s’attaccava a o’ telefono, Maronna!
Ore e ore al telefono a parlare…
Certe strillate, agli amichetti suoi…

“Hai visto nonno Alfredo?” dicevamo.
“si apre, finalmente… si umanizza…
S’è fatto pure crescere i baffetti…”
E bravi fessi. Vabbè. ‘Nu juorno arriva
Da la Germania un pacco a Nonno Alfredo.
Un pacco enorme, pareva un casamento.
“Gesummaria, che avete dint’ o pacco?”
Je chiedette cummare Filumena.
E nonno Alfre’: “Zignora, una zorpreza!”


‘Na matina de domenica mi sveglio.
E’ ancora buio. Guardo o’ svegliarino.
Sono appena le quattro. C’è un rumore
Come o’ treno che trasi in t’ a’ stazzione.
O’ letto tremma. “O’ terramoto!”
Grido, e corro in strada
in camicia da notte come stavo.

In silenzio perfetto, in miezzo a’ via
Tutti i gufoni con la faccia cupa
e ‘na scazzetta nira nira in capo
Marciavano al passo militare
Qualcuno appoggiandosi al bastone
E qualcuno addirittura in carrozzina.
In testa a o’ reggimento de gufoni
Ce stava nonno Alfredo, che spuntava
D’in coppa a un coso enorme che faceva
Tremma’ tutta la via. “Gesummaria!
Che cazz’è chistu coso?” “La sorpresa.”
Mi rispose cummare Filumena.

Intanto esce di casa mezzo nudo
Con due zoccole a lato Ciro o’ Cane
Guarda i gufoni, ride, tira fuori
O’ ferro e’ sacca, e dà ‘na voce
A nonno Alfre’, con la faccia feroce:
“Ue’, viecchio e’ mmerda…” Pam! [PAUSA]
Stecchito. Un colpo secco
In miezzo all’uocchie. Un nonno
Si rimette a spallarm’ o’ fucile
E sinist’, dest’, sinist’, dest’,
sinist’, dest’, passooo! [PAUSA]

E noi che fin dai tempi dicevamo
che Napule non può cambiare mai!
E invece guarda un po’: dal giorno appresso
Da noi a Napule è cagnato tutto,
ma proprio tutt’ o munno, tutt’e cose.
Tutto è pulito e lustro. Per le strade
Non trovi una munnezza se la paghi.
I tramme e i treni spaccano il minuto.
I guaglioni che vanno in motorino
Portano tutti o’ casco, e o’scappamento
Cià il suo silenziatore: e vanno piano!
Nessuno ruba, contrabbanda, spara:
i malamente li hanno messi al muro.
Due zero zero - quattro zero zero:
televisione, radio, strillare, Verboten!
Perché i gufoni fanno ‘o pisolino.
Pizza tonda, Verboten! Mo’ è quadrata
Perché così, dicono loro, è più preciso.
Pasta al dente, Verboten! Solo scotta
E condita con la marmellata.
Caffè espresso, Verboten! che fa male.
Fumare, Streng Verboten! Nonno Alfredo
Gli scoccia assai o’ fummo e i fumatori.
O’ sole, Verboten! Che i gufoni
Cianno la pelle delicata. Il primo giugno
Si monta su o’ pallone trasparente
Che copre tutta Napoli, e si smonta
Il trenta di settembre. Aria condizionata.
Vulite sape’ o’ mare?
O’ mare a Napule nun ce sta cchiù.
I gufoni cianno fatto un pavimento
Di mattonelle bianche sopra al golfo
E ci vanno la mattina a passeggiare
Per sciatare lo iodio. E’ un toccasana
Per le vie respiratorie e per l’artrite.


E mo’ io so ‘ fuita, a piedi,
E sto qua. O Roma o morte.
Qua almeno ci sta o’ papa.
E’ bbuono, o’ papa.
Pure lui all’inferno ti ci manda
Ma perlomeno aspetta che sei morto.



(Parte seconda – fine  ) 


 Roberto Buffagni è un autore teatrale. Il suo ultimo lavoro, attualmente in tournée, è Sorelle d’Italia – Avanspettacolo fondamentalista, musiche di Alessandro Nidi, regia di Cristina Pezzoli, con Veronica Pivetti e Isa Danieli. Come si vede anche dal titolo di questo spettacolo, ha un po’ la fissa del Risorgimento, dell’Italia… insomma, dell’oggettistica vintage....
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I libri della settimana: Gordiano Lupi, Piombino a tavola. Racconti e ricette,  Edizioni il Foglio, pp. 206, euro 15,00; Storia del cinema horror italiano Da Mario Bava a Stefano Simone. vol. I. Il Gotico, Edizioni Il Foglio, pp. 224, euro 15,00; vol. II. Dario Argento e Lucio Fulci, pp. 254, euro 15,00 www.ilfoglioletterario.it 



Che c’entra Piombino, per giunta,  a tavola,  con il  cinema horror? Chiedetelo a Gordiano Lupi,   editore, scrittore, traduttore,  cinefilo e… piombinese e  buongustaio.  E lui vi risponderà  che ha sempre amato tre cose la letteratura, il cinema e  la buona cucina...
Ma procediamo per gradi. In realtà, tra Piombino a tavola  e la Storia del cinema horror italiano  c’è un legame  non solo di  interessi  ma più  profondo, esistenziale, che  salda insieme le diverse età della vita. E non solo,  come  spiega  lo stesso Lupi a pagina nove di Piombino a Tavola: « Scrivo, perché da quando ho l’età della ragione le mie passioni sono sempre state lettura e cinema. Da bambino divoravo libri, fumetti, pellicole di genere, commedie scanzonate, film d’avventura e storie fantastiche. Un bel giorno ho cominciato a inventare qualche storia, imitando Salgari, Stan Lee, Walt Disney, De Amicis, Mario bava e Verne».
Perciò si tratta di una “malattia” contratta  da bambino. Ragion per cui, prosegue, « scrivo per essere sincero con me stesso (…), Scrivo per dare libero sfogo alle mie passioni e solo di argomenti che mi interessano, non è colpa mia se sono molti (…). Scrivo la storia del vecchio cinema italiano e racconto Cuba, due amori della mia vita (…) Scrivo racconto horror e del mistero perché da bambino ho amato Lovecraft, Poe,  Le Fanu, Polidori (…), Traduco gli scrittori cubani che amo, perché sono più bravi di me (…). Scrivo tanto, persino troppo, ma non posso farne a meno».
Ciò significa che  in Piombino a Tavola, ritroviamo (oltre  a un bel numero di gustose ricette, nella seconda parte)  uno zoccolo duro di  storie per il cinema: su tutte Il Prete, diventato un film (Unfacebook, 2011), girato da Stefano Simone.  Ma  Lupi è anche  bozzettista nell’accezione nobile del termine: si leggano i  suoi  vividi ritratti di tre calciatori piombinesi: Aldo Agroppi.  Lido Vieri, Nedo Sonetti: tre sciabolate di vita, caratteri e  letteratura. 
Chiarito il punto, passiamo  al Gordiano Lupi  dark… Ovvero alla Storia del cinema horror italiano. Da Mario Bava a Stefano Simone, di cui sono usciti i primi due volumi:  Il Gotico (vol. 1) e  Dario Argento e Lucio Fulci ( vol. 2). Il piano dell’ opera  prevede sei tomi in tutto, perciò seguiranno al ritmo di due volumi all’anno,   Joe D’Amato e il cannibal movie ( vol. 3); Splatter,  esorcistico e horror metropolitano ( vol. 4);  Horror anni Ottanta ( vol. 5); Horror anni Novanta e Duemila ( vol. 6).  
Nel Primo Volume (Il Gotico), spiccano subito due giudizi interessanti… Dimenticavamo il taglio scelto  è  di informare senza indulgere in narcisismi e  simbolismi cinefili,  puntando su fatti e  giudizi ben calibrati. 
Dicevamo giudizi interessanti, come   a proposito  di  Riccardo Freda: «Per Freda,  non serve esibire il male ricorrendo al soprannaturale e ai mostri della fantasia, perché il vero male è dentro la società, i mostri sono le persone comuni che spesso scatenano passioni incontenibili ». In  questo senso, prosegue Lupi, « I Vampiri [ 1957, ndr ] segna il cammino per l’Horror italiano più moderno e originale». Oppure, l’altro giudizio,  su  Mario Bava,  «artigiano geniale», ma non solo:   «Bava inventa gran parte dei trucchi cinematografici e delle trasformazioni visive ancora in uso e prima di essere un artigiano della regia è un formidabile  maestro della fotografia. La definizione di artigiano viene coniata dallo stesso Bava nel corso di un’intervista rilasciata a Luigi Cozzi nel 1971 per la rivista Horror.  Il cinema italiano di quel periodo dispone di budget limitati e Bava è un grande economizzatore, un artigiano capace di costruire film validi con poca spesa» .
Dal  Secondo volume ( Dario Argento  e Lucio Fulci),  cogliamo subito il seguente giudizio sul  regista romano: « Dario Argento è l’indiscusso padre dell’horror moderno italiano, che riesce a prendere il meglio del cinema di Mario Bava e a fonderlo in una miscela di macabro e di giallo che fa nascere il thriller all’italiana. Dario Argento gira alcuni horror soprannaturali, ma è nel thriller contaminato da elementi orrorifici  che lascia la sua firma d’autore. Dario Argento fa venire a mente un assassino in guanti neri (il regista interpreta la parte del killer), inafferrabile, che uccide nei modi più impensati ed efferati. Un’altra caratteristica  del suo modo di narrare è la soggettiva dell’assassino che mette sempre lo spettatore dalla parte di Caino, come se stesse leggendo un romanzo scritto in prima persona dal serial killer. Dario Argento è un regista surreale, crea un’estetica della morte e del delitto seguendo la lezione di Mario Bava e Alfred Hitchcock, ma tracciando una strada originale».
E l’altro compagno di orrorifiche merende cinematografiche? «Lucio Fulci è stato un regista controcorrente, un uomo scomodo pure nel suo ambiente e quando ha deciso di dedicarsi all’horror e al thriller non lo ha  fatto seguendo l’esempio di Dario Argento, Fulci ha cercato un strada sua e ha costruito incubi nuovi, scenari inediti, ambientazioni singolari e soprattutto una filosofia dell’orrore viscerale e visionaria che lo ha reso unico. Un film di Fulci è un pugno  violento allo stomaco e il suo modo di riprendere la morte fino in fondo, senza mezzi termini, lasciando libera la macchina da presa di scavare nell’orrore e nei particolare è il suo tratto distintivo. Ci piace ricordare una sua definizione di volgare. “Il volgare è un brutto film”. Niente di più vero». 
Come abbiamo scritto altrove,  Gordiano Lupi, quando si occupa di cinema,  può essere definito l’anti-Enrico Ghezzi. E ci spieghiamo subito: mentre il guru della critica  cinefila più criptica e snob, dopo due righe,  provoca nel lettore spaventose crisi di rigetto,   Lupi,  che   fa parlare  con linguaggio piano  i fatti,  incuriosisce, insegna  e  facilita la riscoperta di  cineasti, generi e film, magari ingiustamente ritenuti di  serie B. 
In questo senso,  Gordiano Lupi, per schiettezza, generosità e, quando serve, giusta vis polemica, assomiglia all’altro piombinese  di origine controllata:  Aldo Agroppi,  da lui  ammirato.
Ci piace immaginare che se Ghezzi, scendendo dal suo trono, lo provocasse,  il buon Lupi, risponderebbe  come Agroppi  in uno dei suoi incendiari siparietti televisivi con Franco Scoglio, l’allenatore filosofo: « Scoglio è professore, io non sono manco bidello»…   Tra parentesi il duello Scoglio-Agroppi  è  ricordato da Lupi a pagina  quarantasette  di Piombino a tavola
Buon appetito e buona lettura.   

Carlo Gambescia


martedì 6 marzo 2012

A proposito di No Tav…
 Erodiani e zeloti



Oggi cannoni ad alzo zero, la spariamo forte:  quando la sociologia finalmente andrà potere - l’antico sogno di Auguste Comte -   probabilmente  la qualità delle nostra vita sarà migliore. Non perfetta, perché la perfezione non è di questo mondo,  ma migliore di quella attuale.
Esageriamo?  Facciamo solo un piccolo esempio: la cosiddetta  “Questione No Tav”.
Dunque se qualcuno, ad esempio un sociologo,  avesse detto al Ministro dell’epoca, quello che prese la decisione (destra, sinistra non è  questo il problema): “Signor Presidente del Consiglio sono popolazioni di montagna: fiere, combattive, rocciose per l’appunto.  Anche ammesso che si riuscisse  a dividerle, magari puntando su qualche vantaggio economico e sull’interessata mediazione degli erodiani locali  ( modernizzatori e universalisti) per usare un termine allo storico Arnold J. Toynbee, andremmo comunque incontro a una resistenza durissima, e indipendentemente dalle procedure democratiche adottate: la democrazia del montanaro,  è assai antica, non si  riconosce in quella rappresentativa, regolata  dal voto di maggioranza,  bensì solo quella fondata sull’unanimità,  secondo l’uso delle antiche tribù celtiche. Meglio  ancora se intorno a un capo guerriero,  considerato  però, dagli altri capi,  come  primus inter pares.  Così il sociologo.
Invece, si è preferito non ascoltare la voce della sociologia e andare avanti,  confidando  nella   logica  della modernità  e della democrazia procedurale e  giustamente anche della discussione.  Logiche che non  sono cattive, ma che spesso non sono condivise da tutti.   Con gli zeloti (tradizionalisti e  localisti), altro termine mutuato dal linguaggio di Toynbee,  soprattutto se montanari  (e a maggior ragione se affiancati dai  fondamentalisti dell’ecologia), difficilmente si fanno accordi.  O si vince, o si perde. Ma per vincere si deve essere disposti ad andare fino in fondo, e da subito. Invece,  i vari governi hanno sempre tentennato.  Di qui disordini, ritardi,  sprechi e un peggioramento complessivo della vita di quelle popolazioni: per i zeloti come per  gli  erodiani.   

Morale (sociologica):  perché impegnarsi senza un vera volontà di vincere, parliamo dei vari Governi,  in una  logorante guerra di posizione?  Perché non  lasciare ai montanari  zeloti  le  loro  montagne… Quando non si  vuole vincere o non si può vincere è meglio  non scendere in guerra.  Scegliendo la neutralità…  l’Italia   avrebbe  sicuramente  fatto  figura migliore. 

Carlo Gambescia

giovedì 1 marzo 2012

Il libro della settimana. Roger Scruton, Il bisogno di nazione,  Le Lettere,  Firenze 2012, pref. di  Francesco Perfetti,  pp. 98, euro  10,00.  

Ogni volta che leggiamo un  volume di Roger Scruton, filosofo conservatore inglese,  ci interroghiamo, e con rammarico,  sul perché  nell’ Italia di oggi  manchi a destra un pensatore altrettanto brillante ed erudito. Probabilmente, perché in Italia c’è poco da conservare…  Quanto alla destra,  meglio soprassedere…   
Del resto,  per ritrovare un  grande conservatore, senza dover  andare a ritroso  fino agli elitisti  italiani (in primis la triade, Pareto, Mosca Michels),  si deve risalire al liberale  Benedetto Croce, grande erudito, ma non sempre brillante,  scomparso nell’anno di grazia 1952.  Per contro, il poliedrico, e più giovane (si fa per dire), Giuseppe Prezzolini, autore tra l’altro del celebre Manifesto dei Conservatori,  pubblicato nel 1972,   va catalogato  come brillante ma non erudito.  E dopo  Prezzolini, in campo conservatore, “scese” il silenzio… O ancora peggio, qualche decennio dopo,  “discese” Silvio  Berlusconi…
Ma lasciamo perdere le tristezze della politica, e torniamo a Scruton e  alla sua ricchezza di pensiero.   Ad esempio,  Il bisogno di nazione  (Le Lettere)  è un aureo  libretto, fresco di stampa,   che andrebbe  letto immediatamente  solo per  il valore del capitolo 7:  “Oicofobia”.  Che cosa significa, si chiederà il lettore? Indica il ripudio del “bisogno di nazione”  di cui parla il titolo. Ma lasciamo la parola a Scruton: « Questo ripudio  è il risultato di una particolare costruzione mentale che è emersa in tutto il mondo occidentale a partire dalla Seconda Guerra Mondiale e che prevale, in particolare, fra le élite intellettuali e politiche. Non c’è parola che descriva adeguatamente questo atteggiamento, benché i sintomi siano facili da riconoscere: la  disposizione durante qualunque conflitto, a schierarsi con “loro” contro di “noi” e il bisogno di denigrare i costumi, la cultura e le istituzioni che sono identificabili come “nostre”. Poiché si tratta dell’opposto della xenofobia, propongo di chiamare questo stato  mentale “oicofobia”, termine con quale intendo (forzando un po’ il greco) il ripudio dell’eredità e della casa. L’oicofobia è uno stadio attraverso il quale passa, normalmente la  mente degli adolescenti. Ma è uno stadio nel quale alcune persone - specialmente gli intellettuali - tendono a rimanere arenati (…) . Un “oico” ripudia le fedeltà nazionali e definisce i propri obiettivi e i propri ideali contro   la  nazione, a scapito dei governi nazionali accettando e supportando le leggi che ci vengono imposte a cominciare dall’Unione Europea o le Nazioni Unite, senza preoccuparsi di considerare la domanda di Terenzio (sic)  [ Quis custodiet ipsos custodes? Giovenale, ndr], e definendo la sua visione politica in termini di valori universali purificati di  ogni riferimento al particolare attaccamento di una reale comunità storica. Ai propri occhi l’ “oico” è un difensore dell’universalismo illuminato, contro lo sciovinismo locale» (pp. 74-75-77).
Chiaro no? Ad esempio, e per venire all’Italia, Umberto Eco è “oico”, come, passando alla politica, lo è il  Presidente Napolitano. E così via…   Scruton, attraverso questo concetto, al tempo stesso erudito e brillante,  ci permette perciò  di capire quel che sta accadendo in casa nostra.   Ciò significa, per fare un altro esempio, che la Lega Nord  è due volte  xenofoba. Perché  oltre  a non sentirsi parte di quel “noi” ( e uno), avversa ( e due)  italiani del Sud e immigrati  di ogni parte del mondo.
Ma cos’è  la nazione per Scruton?  «Per nazione intendo un popolo insediato in un dato territorio che condivide istituzioni, costumi e uno stesso senso della storia, e include coloro che considerano se stessi come ugualmente impegnati a rispettare il proprio luogo di residenza e il sistema politico e legale che lo governa. I membri di una tribù si considerano fra loro come parti della stessa famiglia; i membri delle comunità basate sul credo religioso si considerano dei fedeli; i membri delle nazioni si considerano come vicini di casa. Pertanto, è vitale al senso di nazione l’idea di un territorio comune nel quale ci siamo tutti insediati e che tutti abbiamo identificato come la nostra casa» (33-34).
Il che significa che è sempre necessario distinguere tra fedeltà nazionale e nazionalismo, come portato di tribalismi, antiche e moderni, religiosi o meno. « La fedeltà nazionale, prosegue il filosofo inglese -  implica un amore per la propria terra natale e l’essere pronti a difenderla. Il nazionalismo è l’ideologia della belligeranza, che sfrutta  i simboli nazionali per arruolare le persone alla guerra». E qui Scruton,  cita l’Abate Sièyes, come il padre di tutti nazionalismi moderni: « Quando l’Abate (…) dichiarò gli intenti della Rivoluzione francese, lo fece con il linguaggio del nazionalismo. “La  nazione esiste prima di ogni cosa, essa è l’origine di tutto. La sua volontà è sempre conforme alle legge (…). Comunque la nazione voglia  è sufficiente  che essa voglia; tutte le forme sono buone e il suo volere è sempre legge suprema”. Queste parole - sottolinea Scruton -  esprimono proprio l’opposto del vero spirito di fedeltà nazionale (…). In breve, questo tipo di  nazionalismo non è fedeltà nazionale, ma una fedeltà religiosa mascherata con abiti di fedeltà territoriale (pp. 43-44).
Di qui la diffidenza del pensatore inglese per tutte le  forme di illuminismo totalitario che vanno dal nazionalismo esasperato, inaugurato da Sièyes, a un  trans-nazionalismo altrettanto radicale,  veicolato da istituzioni come le Nazioni Unite, l’Unione Europea,  il WTO.  Ma lasciamo di nuovo la parola al filosofo inglese: «Gli esempi che ho preso in considerazione illustrano la profonda incompatibilità fra legislazione transnazionale  e la sovranità  nazionale. E mostrano anche quanto sia pericoloso che delle assemblee che non sono elette dai popoli pretendano di dettare leggi ai parlamenti nazionali. Un parlamento nazionale è responsabile verso le persone che l’anno votato e deve servire i loro interessi.  Deve sforzarsi  di conciliare le diverse rivendicazioni che  gli si pongono innanzi, bilanciare una rivendicazione con un’altra e raggiungere  una soluzione che permetta alle persone di vivere in armonia come vicini. Un’assemblea transnazionale non ha bisogno né può obbedire a nessuna costrizione» . Di qui l’inderogabile nesso, ben sottolineato da Scruton,  tra nazione e democrazia, Dove si appanna l’una rischia di sparire anche l’altra.
Profetico.  Il Bisogno di nazione, uscito in edizione originale nel 2004, sembra scritto oggi, soprattutto alla luce dei cosiddetti “commissariamenti”   di alcune nazioni europee, Italia compresa. Da molti osservatori, definiti, come vere e proprie sospensioni della democrazia. 
Nessuna speranza?  Scruton, da buon  «conservatore pragmatico», per dirla con  lo storico Francesco Perfetti, autore della notevole  Prefazione,  scorge  una via d’uscita nel  processo stesso, seppure minaccioso, diciamo così,  di transnazionalizzazione Quale? «Poiché le istituzioni che ci fanno pressioni perché accettiamo le loro prescrizioni legislative - le Nazioni Unite, il WTO, l’Unione Europea -  sono sprovviste di braccio militare efficace, il prezzo da pagare per contestarle, sarebbe rapidamente superato dal beneficio. Invece, il prezzo da pagare per seguire le loro prescrizioni provocherà la completa sparizione della fedeltà nazionale. Queste istituzioni, a loro volta, vivono in modo parassitario rispetto alla fedeltà nazionale e non potrebbero sopravvivere senza di essa. Pertanto, sia che seguiamo le loro prescrizioni, sia che le contestiamo, le istituzioni transnazionali sono destinate a scomparire». Perciò, secondo Scruton, «la via più saggia da seguire è quella di assicurarsi che le nostre giurisdizioni territoriali sopravvivano alla crisi: in altre parole dobbiamo aggrapparci a ogni costo al senso  di nazione» (p. 93). 

Analisi e ricetta, queste ultime in particolare sicuramente condivisibili. Ma come la mettiamo con gli “oici” italiani?  Che sono tanti e contano?  L’Italia, purtroppo,  non è il Regno Unito. Anzi, diciamo pure che è una Repubblica disunita, soprattutto oggi.   Comunque sia,  grazie, basta il pensiero professor Scruton.  

Carlo  Gambescia

mercoledì 29 febbraio 2012

Oggi si sperimenta di nuovo. E questa volta tocca, dopo la padana, alla barbona napoletana. L’amico Roberto Buffagni (*) ha preso il treno per Napoli… E noi con lui. E, teatralmente, si viaggia in prima classe. Buona lettura e appuntamento a venerdì per la Seconda parte. (C.G.)


                 Canto di una barbona napoletana/
 Parte prima
di Roberto Buffagni




Che fai tu, luna in ciel? Dimmi, che fai?
Famme ‘nu sciato ‘e vento, va’,
che m’ arrinfresco i piedi. Aaah!
[TRAE UNA SIGARETTA, L’ACCENDE]
Vuoi una sigaretta, luna?
Sono Marlboro. Senza complimenti.
Vabbè, me la fumm’ io. [PAUSA]
La notte è fresca fresca e come sempre
Tu si’ d’argento vivo, luna bella.
Io sto sudata come ‘nu pezziente
E me siento come ‘o maccarune
Quando zi’ Rosa o’mette dint’o fuorno.

O’ saccio, ‘o saccio, luna…
Chi va pe’ chisti mare
Chisti pesci a dda piglia’
Accussì va ‘o munno, luna,
accussì, accussì, accussì a dda jì
accussì, accussì, accussì a dda jì … [SPEGNE LA CICCA SULLA COLONNA]

Ma stavolta c’è mancato proprio un pelo
‘Nu piluzziello ‘e fessa ‘e piccerella…
Che ci voleva pe’ ffa’ ‘o paraviso?
‘O paraviso, luna, ‘o paraviso!
Niente, ‘nu pizzico ‘e fortuna…
‘nu pocorillo ‘e fonnamento, ‘e culo!
E tu che stai lassù, chè non potevi
Dire una parolina nell’orecchio
Al padreterno, a zi’ domineddio?
“Signo’, Voi che potete tutto
Ciò che volete e nun vulite mai
Vi
prego, date un pizzico di culo
Ai Vostri figl’ ‘e Napule, Signore
Che già cu chilla storia d ‘o vulcano
Li avete fatti cominciare male!”
Ah, ciài servito bene, luna mia!
Barba, capille e palluccella ‘mmocca!

O’ saccio, ‘o saccio, luna…
Chi va pe’ chisti mare
Chisti pesci a dda piglia’…
accussì, accussì, accussì a dda jì
accussì, accussì, accussì a dda jì…

Era una bella sera ‘e maggio.
Io che come d’abitudine mi stavo
Bene in salute e scarza a denare
Me ne stavo facendo piano piano
La salutare mia passeggiatina
Verso casa d’o lider dei miei fans,
Don Rafèle Bracale, ‘o canoscete?
Intenditore musicale e salumaio
Forse il più celebre di Mergellina.
“Hai visto mai,” penzavo, “che rimedio
‘na qualche fetta de prosutto sapurito
Cu lo sconto o magari a gratisse?”

E rivolgendo in me questi pensieri
Mi lasciavo cullare dai rumori
E dai suoni di Napoli…gli ottoni
Dei clacsònne e delle motorette,
Le percussioni dei tamponamenti,
Il contrappunto dei “dotto’ ” e dei “vafanculo”…
Le voci bianche dei “va’ a mori’ ammazzato”…
Baccano sì, ma non maleducato,
per il napoletan che c’è avvezzato.

A ‘n trasatta, come se qualcuno
Avesse detto a Napule,
“Uè bbella, statte zitta!”
Esplose per la strada un silenzione
‘Nu telone de bonaccia là sospeso
Frammezzo a cielo e terra. Che paura!
Mi chiesi, “Ecchè, so’ muorta?
E’ questo ‘o paraviso?
Eterno silenzio, eterna pace, eterna quiete?
Gesummaria, che ppalle chista morte!”

Ma per fortuna giù da una finestra
A latere de quella a me ben nota
De Rafèle ‘o salumaio venne fuori
Un grido come mai ne avevo uditi
Nemmanco se segnava Maradona:
“Napoli, siamo libberi!”
Ed un’altra finestra rispondeva
“Napoli, in alto i cuori! Su col cazzo,
Napoletani! E’ fennuta l’oppressione!”

‘Tore ‘o contrabbandiere de Marlboro
Ti getta via la stecca e mi s’appizza
A ‘o cuollo come ‘na criatura, e piange
“Napoli è libbera, cummare!”
“All’anema d’a ppalla” commentai
“Libera Napoli, ma quando mai?
Libertà, libertà, bella parola
Noi non siamo abituati, non è cosa…”

“Non mi credete?” mi fa Salvatore
Asciugandosi le lacrime dagli occhi
“Venite accà, sentite pure vuie
Che cosa dice la televisione!”
E me tira dint’ a ‘o vascio indove tiene
Tutta la mercanzia del suo mestiere.
“’A vulite ‘na stecchella de Marlboro?”
Approfitta intanto che trasimmo.
“Grazie, magari dopo” gli rispondo
Guardando ‘o Telefunken che trasmette
Le notizie d’o teleggiornale.

Intanto il nostro basso si riempiva
Di gente attirata dal rumore
Della sigla del telegiornale
Taratà taratà taratà
Cantava ‘o Telefunken dentro il basso
Taratà taratà taratà…
Aspiettavamo llà cun l’ove ‘m pietto
Che il taratà finisse e cominciasse
La spiegazione della libertà
Taratà taratà taratà…

‘A bona ‘e Ddio finisce anche la sigla
E drient’o Telefunken spunta un tale
Mai visto prima, con la faccia
Di mollica del nordista e il fazzoletto
Verde che gli spuntava dal taschino.
“Un’acca ‘mmiezo ‘e llettere” fa Tore
E gli astanti rincarano la dose:
“ ’Nu spallettone” …
“Un’omm’ e‘ niente”…
“Un’omm’ e‘ mmerda”…
“Basta, è ‘nu fesso! Fatece sentire!”

E il fesso va avanti a sentenziare.
“Padani, fratelli, popol mio!”
[ELABORATO PERNACCHIO]
“Rimandiamo i commenti, per favore”
Fa una voce dal fondo della folla.
“O’ principe, c’è ‘o principe” sussurra
La nostra piccola popolazione.
“Assettateve, principe” fa Tore
Presentandogli una cassa di Marlboro.
“Grazie, Tore, preferisco stare in piedi
Ciò l’emorroidi, so’ ‘na scucciatura”
Disse il principe Pupetto Farafalla
De Luna Perez Navarrete Pappacoda
Grande di Spagna e Conte Palatino
Collezionista di cravatte, intenditore
Di femmine e di vino, e gran signore.

Ci disponemmo ad ascoltare il Telefunken.
“In quest’ora segnata dal destino
Dopo attenta e prolungata riflessiùn
Noi popolo padano abbiamo preso
Ir-re-vo-ca-bi-le la nostra decisiùn!
Oggi, quatordes maggio del duemila
E sessanta, merdoso centenario
Dello sbarco da coglione di Giuseppe
Garibaldi a Marsala, con i Mille
Comunisti che gli davano manforte
Noi popolo padano proclamiamo
Al mondo intero la nostra secessione!”

Mentre il fesso parlava dalla tele
Noi speravamo e temevamo insieme.
“Chè, dice ‘o vero? Se ne janno
Sul serio, quelli llà?” “Ma sì, magari…”
Borbottava la folla ancora incerta
Che non fosse un reality, un bidone
La solita maestosa fottitura
Della vita o d’ a’ televisione.
Ma quello continuava, e piano piano
Ci cominciammo a credere davvero.

“Dalle zero e zero zero di domani”
Diceva il fesso con la faccia molle
“ci diamo un taglio netto con la storia
Dell’Italia, che il Nord si è rotto il casso
Di pagare per il Sud e farsi il masso!
Padani, dispiegate la bandiera
Della patria padana, bella verde
Come l’erbetta e come i dollaroni!
L’ora è giunta, padani! Ormai ci siamo!
Noi facciamo fagotto e salutiamo!
Ah, dimenticavo: marocchini
Che per caso mi ascoltate, vi saluto.
Chi ha dato ha dato ha dato
Chi ha avuto ha avuto ha avuto.”

E se ne andò facendo manichetto. [PAUSA]
Dal Telefunken si alzava impertinente
Il coro del Nabucco, “Va’ pensiero,
sui clivi e sui colli”, e via dicendo.
Chiaro era chiaro, anche pure troppo,
Che questi fessi facevano sul serio.
Il momento era grave, e tacevamo.
Facciamo festa o facciamo funerale?
“Spegni ‘a televisione, Salvatore”
Disse o‘ principe, infilandosi due dita
Nel taschino del panciotto in fresco lana.
“Mah, questi padani…”
- e qui don Pupe’ fece una pausa
che dentro c’era un mondo –
“questi padani sono un po’ screanzati.
Che devo dirvi, amici miei?
Meglio soli che male accompagnati.”

“Viva ‘o re! Viva ‘o principe!”
Noi popolo tuonammo dentro il basso.
“Viva ‘o Napule! Viva Maradona!”
Sparò la pover’anima de Ciccio,
che dopo l’incidente della festa
di Piedigrotta non ci stava con la testa.
Massì, viva Napule, mi dissi,
E vafanculo, vafanculo, vafanculo
A questi prepotenti di padani!

“Avite fatto assai, fessi d’ ‘o Nord!”
Cominciammo a commentare, rincuorati.
“Avite fatto assai! Uu, che paura!
Questa povera Napule non sape
Come se ffa a campa’ senza di voi!
Mo’ chi c’inzegna a ffa’ ‘o cafè?
Poveri fessi! Napule, ciavete regalato!
Ciavete regalato ‘o caput mundi!”
Poi Ciccio saltò ‘n coppa a ‘o Telefunken
E spolmonandosi strillò a perdifiato
“Ciavete regalato ‘o sole, ‘o mare!”

“Ciccio, statte buono”
disse paterno ‘o principe
posandogli la mano sulla spalla.
“Eppure il nostro Ciccio ha detto bene.
Che ci abbisogna a noi? Cosa credete,
Che Napoli è solo una città?
Napoli è il mondo. O’ munno!
Mondo di sopra, cielo e luce
Mondo di sotto, notte e fuoco.
Mi fanno pena, i poveri padani.
Loro, cos’hanno mai?
O’ panettone e un poco di moneta.”

“Principe, scusate: e io, a chi rubbo?”
Ci voltammo d’istinto per guardare
Ma sapevamo già di chi era quella voce
Anche se d’abitudine non era
Così garbato l’uomo che la usava.
Don Ciro ‘o Cane, per solito, parlava
Su un altro tono, e la punteggiatura
La metteva col rasoio e la pistola.

“Scusate voi, don Ciro, non vi ho inteso”
Rispose ‘o principe. [PAUSA] “Dico: a chi rubbo io?”
“Don Ciro mio, ma a chi volete mai rubbare?
Rubate a noi, come s’è sempre fatto.”
“Principe, permettete la franchezza?
Denari, voi ne avete troppo pochi.
Dico voi Napule, noi napoletani.
Rubare solo a voi! Staremmo freschi!”

“Mi meraviglio, don Ciro, proprio voi
Che siete nato a Spaccanapoli! Ma insomma!”
Ribatté o’ principe scandalizzato.
“Napoli m’è cara quanto a voi,
principe mio, e l’istituzzione
che indegnamente rappresento è antica
quanto la vostra, e voi ce lo sapete.
Ma tengo tante bocche da sfamare
E soldi, voi ne tenete pochi assai.
Quando ci stavano i padani, bè…
Screanzati so’ screanzati, ma denare
Qua ne piovevano parecchi, non vi pare?”

“Don Ciro mio, franchezza per franchezza:
denare, denare, denare:
che, mi prendete esempio dai padani?
L’argomento mi sembra un po’ volgare.
Napoli non vi basta? Voi ambite
A darvi all’import export? Fate, fate.
I padani da cui v’ammaestrate
Magnificavano sempre la Germania
E
si spacciavano per una sottospecie
Di tedeschi esiliati qua in Italia.
E vabbè, voi prendeteli in parola.
Il surrogato non c’è più? Rubbate
Direttamente dall’originale.
Don Ciro mio: rubbate alla Germania!
E ora scuserete: devo andare.”

Uscì dal basso il principe, col passo
Comodo ed elegante del signore
Dando un buffetto sulla guancia a Ciccio
E una mancia di nascosto a Salvatore.
Tenendo il fiato, noi facemmo ala
E intanto guardavamo con la coda
Dell’occhi dentro l’uocchie ‘e Ciro o’ Cane.
E miracolo! Non ci crederete,
Ma Ciro o’ Cane che non ride mai
Ciro
o’ Cane rideva! Era felice!

[MUSICATO]
O’ saccio, ‘o saccio, luna…
Chi va pe’ chisti mare
Chisti pesci a dda piglia’
Accussì va ‘o munno, luna,
accussì, accussì, accussì a dda jì
accussì, accussì, accussì a dda jì …


(Parte prima)



Roberto Buffagni è un autore teatrale. Il suo ultimo lavoro, attualmente in tournée, è Sorelle d’Italia – Avanspettacolo fondamentalista, musiche di Alessandro Nidi, regia di Cristina Pezzoli, con Veronica Pivetti e Isa Danieli. Come si vede anche dal titolo di questo spettacolo, ha un po’ la fissa del Risorgimento, dell’Italia… insomma, dell’oggettistica vintage...

martedì 28 febbraio 2012

 Viale vs Lunghini
 Quali ricette economiche 
per la sinistra?

.
Giorgio Lunghini                                                                                                    Guido Viale



Veramente significativo il confronto avvenuto sulle pagine de “il Manifesto” tra Giorgio Lunghini (1) e Guido Viale (2). Importante, però in negativo. Perché, purtroppo, proietta fasci di luce sulla confusione intellettuale che regna a sinistra. E proprio sul determinante piano delle ricette economiche (non che a destra le cose vadano meglio….). Insomma, sul "Che fare?" per uscire dalla crisi.
Vediamo intanto quali posizioni sono emerse. La prima è di tipo keynesiano (Lunghini), la seconda ecologista (Viale).
Secondo Lunghini (nella foto a destra ), si deve agire, e radicalmente, su produttività, domanda e debito pubblico. Per contro, a parere di Viale (nella foto a sinistra), Keynes ha fatto il suo tempo, di qui la necessità, di una riconversione ecologica dell’intera economia. Se Lunghini è sviluppista a tempo pieno, Viale strizza l’occhio ai decrescisti.
Anche sul ruolo dello Stato non sembrano essere d’accordo: Lunghini condivide l’interventismo keynesiano, ma non apre bocca sulla necessaria chiusura delle frontiere che il keynesismo, per poter funzionare, imporrebbe. Mentre Viale, pur avvertendo la necessità del protezionismo (parla infatti di « governo del territorio»), proprio per varare misure decresciste, sembra puntare su un impolitico assemblearismo sessantottino all'insegna del semplicistico "basta volerlo tutti insieme"...
Perciò i suggerimenti di Lunghini e Viale - ripetiamo - evidenziano lo stato confusionale in cui versa la cultura economica della sinistra. Dove si continua a ragionare in termini astratti, ignorando le più elementari questioni politiche e geopolitiche.
Si dirà, sempre meglio di un passaggio armi e bagagli al “liberismo” di sinistra degli Alesina e dei Giavazzi, o, per contro, alla teoria dello Stato-Sindacale patrocinata dalla Cgil… Mah… Il problema è che di ricette economiche la sinistra sembra averne fin troppe… Una “fantasia” cui si accompagna l’incapacità di decidere dei vertici politici. E solo per paura di perdere i voti di un elettorato anarco-statalista, composto di ceti medi protetti non contrari ad assaporare i frutti un tempo proibiti della società del benessere. Di qui il vivere alla giornata che ha condotto Bersani a sostenere il Governo Monti.
Carlo Gambescia
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(1) http://www.ilmanifesto.it/area-abbonati/argomenti/manip2n1/20120216/manip2pz/318142/?tx_maniabbonatimvc_pi2%5Bsezione%5D=COMMUNITY&cHash=acc86a1e50c8027c9c988306d1085a87
(2)
http://www.ilmanifesto.it/area-abbonati/ricerca/nocache/1/manip2n1/20120223/manip2pg/15/manip2pz/318536/manip2r1/guido%20viale/

lunedì 27 febbraio 2012




Che c'entra  Hannah Arendt con la 
flessibilità?




Chiediamo perdono in anticipo al lettore, perché nel post di oggi si parlerà di flessibilità solo nella chiusa. Il lungo “cappello” è propedeutico, e in termini di teoria politica, a tre interrogativi finali sulla questione della flessibilità di cui tanto si parla in Italia.

Partiamo da una definizione di politica che risale alla Arendt: «La politica (…) organizza a priori gli assolutamente diversi in vista dell’uguaglianza relativa, e per distinguerli dai relativamente diversi» (Che cos’è la politica?, Edizioni di Comunità, Milano 2001, p. 8).
La parola chiave è « organizza». Non ci interessa qui approfondire il significato del passo nel contesto evolutivo del percorso teorico arendtiano, bensì porre in primo piano, come anche per la Arendt, attentissima alla conservazione della libertà-spontaneità del singolo, la politica sia “organizzazione”. E l’organizzazione, come è noto, implica sempre una decisione limitativa della libertà. Ovviamente, la decisione, in quanto tale, può provenire sia dall’alto (la mano visibile delle leggi, e della politica che le "produce"), sia dal basso (la mano invisibile delle pratiche sociali, inclusive delle economiche). La prima forma di organizzazione è politica perché basata sulla macrodecisione, per l'appunto politica (concernente la sfera pubblica), presa storicamente sempre da pochi, pochissimi, o addirittura uno solo; la seconda è sociale perché fondata su un numero incalcolabile di microdecisioni riguardanti la sfera degli interessi individuali. L’organizzazione politica rinvia alla decisione e alla questione di chi prende la decisione e in favore di chi. Migliore sarà quell’organizzazione politica, dove la decisione viene presa in maniera tale da facilitare la convivenza politica, permettendo che i pochi che decidono, riflettano il volere dei molti, ma non di tutti, purtroppo. Dal momento che da sempre ogni decisione scontenta gli uni e accontenta gli altri. Anche perché si tratta - impresa difficile - di far convivere insieme, come scrive la Arendt, assolutamente diversi e relativamente diversi: E come misurare l'immisurabile? Il relativo con l'assoluto, e viceversa? Se accordo vi può essere, sulla base di un libero convincimento, quel convincimento sarà di natura storica. E quindi temporaneo. Per ora, il sistema della democrazia rappresentativa è ritenuto il migliore fra i diversi sistemi di "misurazione". Del resto - ed è bene ribadirlo - la "giustizia" non è di questo mondo, soprattutto quella assoluta.
C’è però una corrente di pensiero che rifiuta il ruolo organizzativo della politica, per puntare su quello organizzativo di un sociale capace di autoriprodursi. Detto altrimenti: un pensiero che confida nella mano invisibile delle pratiche sociali (inclusive, come detto, delle economiche). Tuttavia - è una constatazione - la tesi dell’auto-organizzazione è impolitica, perché svaluta il ruolo delle leggi e della politica che le produce, nonché talvolta antipolitica, soprattutto quando propone di sostituire la spontaneità dell'agire "microdecisionale" sociale dei singoli alla "macrodecisione" politica. Resta ovviamente un’area di mediazione: quella di una politica, capace di tradurre in leggi le pratiche sociali di maggioranza, seppure in termini storicamente relativi e imperfetti.
In base a quel che abbiamo fin qui detto, poniamo agli amici lettori tre questioni: la flessibilità, come principio organizzativo, è una pratica sociale pura, auto-organizzativa, che quindi non ha bisogno di alcuna mediazione? Oppure rinvia alla necessaria mediazione politica? O, infine, si tratta di qualcosa che non esiste socialmente, e che si vuole introdurre dall’alto attraverso la pura decisione politica?



Carlo Gambescia